Antonio Ricciardi / Società e macchine
La macchina Netflix è un saggio filosofico sul capitalismo delle piattaforme che
ha per oggetto lo streaming “televisivo” e il modello Netflix, la società
fondata da Reed Hastings e Marc Randolph nel 1997, oggi accreditata di 325
milioni di abbonati nel mondo. Nata come una delle tante aziende di noleggio di
DVD online, Netflix è diventata ciò che è ora dopo aver rivoluzionato per due
volte in pochi anni il suo core business: nel 2008 cominciando a distribuire
film e serie in modalità “video on demand”, grazie alle connessioni Internet
sempre più veloci, e nel 2013 entrando direttamente nella produzione
cinematografica e video (una ulteriore rivoluzione, che si è prospettata lo
scorso anno con l’acquisizione del gruppo WarnerMedia, poi mancata per la
concorrenza di Larry Ellison e di Paramount, sembra per il momento rimandata).
Netflix, senza avere alle spalle un nerd come Zuckenberg o Sergey Brin, è oggi
una sofisticatissima piattaforma digitale che compete per il nostro tempo e la
nostra attenzione nello stesso campionato mondiale di TikTok, Facebook, ecc. e
non tanto in quello dei subscription media come HULU né, tantomeno, delle
vecchie broadcasting network.
Il lavoro di Ricciardi è di taglio accademico e vede mobilitato un considerevole
apparato teorico, a cominciare dalle concettualizzazioni su cui il libro si
apre, la “macchina astratta” di Félix Guattari, con i suoi concatenamenti
sociali, tecnici e semiotici, e l’”oggetto tecnico” di Gilbert Simondon, per
come evolve insieme al partner umano, assumendo una concreta fisionomia
individuale in un determinato ambiente. Come il computer ai tempi di Deleuze,
una piattaforma post-digitale entra oggi in risonanza non solo con i cavi, lo
schermo 4K e la fibra ma con i nostri affetti, i nostri muscoli e i nostri
neuroni. In che modo? Per rispondere a questa domanda, la riflessione di
Ricciardi risale all’ontologia dei flussi collegando il piano algoritmico e
quello estetico della macchina Netflix. Nel farlo, l’autore ripone gli strumenti
del passato – il “controllo sociale” deleuziano o i modelli informazionali della
prima e della seconda ondata cibernetica – volgendo altrove la sua ricerca.
Netflix non è un distributore passivo, ma diventa così una “rit-macchina”,
definizione mutuata dal musicologo Kodwo Eshun, che suggerisce la modulazione di
flussi eterogenei. Dati e segnali digitali che si implicano a vicenda e a loro
volta implicano valori estetici e affetti umani. Un “ritmo”, non inteso in senso
puramente musicale, che si insinua tra diverse temporalità da cui emergerebbe
anche l’“agentività” della macchina, orientata di principio, in senso
capitalistico, all’ottimizzazione delle metriche e dell’engagement.
Il quadro si chiarisce meglio quando Ricciardi comincia ad analizzare il Netflix
Recommendation System (NRS), che non è un semplice algoritmo, ma una
stratificazione di processi pensata per ridurre lo spazio dell’“incalcolabile”
e, in pratica, la classificazione del gusto. L’efficienza di questi processi è a
sua volta il prodotto di due tipi di mappe di impressionante granularità: la
prima è rappresentata dagli Alt-genres (Micro-generi), con oltre 76.000
categorie che classificano i contenuti non in base ai tradizionali sottogeneri
cinematografici, ma in base al “mood”, al cast e allo sviluppo della trama.
Inoltre, le Taste Communities, cluster di spettatori definiti raggruppati in
base alle abitudini e indipendentemente dai dati demografici classici.
A scanso di ogni determinismo tecnologico, seguendo Guattari, l’autore
sottolinea come nel concatenamento macchinico il dato residuo dell’esperienza
utente non viene meno; l’“incalcolabile” sfuggito alla mappatura e alla
modulazione del gusto (e degli affetti), non scompare e diventa il carburante
stesso della piattaforma. Il “rumore”, riprendendo un concetto di Michel Serres,
alimenta i bugs, cioè le reazioni contingenti, inclassificabili e imprevedibili
degli utenti, che non smettono di infestare Netflix e che l’algoritmo non può
sempre eliminare. Paradossalmente, proprio questa aleatorietà rende la
piattaforma dinamica e le permette di evolvere nei suoi momenti glitch (neppure
la dirigenza di Netflix, ad esempio, pare abbia mai capito perchè Perry Mason
fosse così amato dal recommendation engine che lo ha consigliato, contro ogni
logica, per anni a milioni di utenti).
In estrema sintesi lo schema de La macchina Netflix vede da un lato la
Piattaforma, cioè l’apparato per colonizzare il tempo, imporre misure e predire
comportamenti, dall’altro la Rit-macchina, l’edificio trasversale e precario
dove i desideri e i ritmi degli utenti possono ancora generare risonanze
impreviste e “vie di fuga”. Il volume – che fa sua anche la recente, sterminata
bibliografia Netflix in ambito media studies – non offre per questo una visione
ottimistica o pacificata delle piattaforme, piuttosto quella di un campo di
battaglia attraversato da pulsioni tecno-culturali, che sfuggono spesso a un
controllo sistematico. Nel complesso, una lettura densa, rigorosa, non facile
per chiunque ma indispensabile per comprendere la politica degli algoritmi e la
natura della soggettività nell’era digitale.
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