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Il problema siamo noi
Tra repressione e autodeterminazione: una prospettiva decoloniale «Il problema non è Chomsky, siamo noi». Con questa frase, Raúl Zibechi evidenzia come spesso trasformiamo questioni strutturali in giudizi morali su individui, concentrandoci sul “guru” intoccabile o sul “traditore” colpevole, mentre restano sullo sfondo dinamiche sociali, economiche e culturali. La sua è una critica culturale alla personalizzazione della politica, più che un’accusa rivolta a persone specifiche. Può sembrare aggressivo, in realtà mette in discussione una forma mentis, non i protagonisti del dibattito. La tutela dei diritti umani e della proprietà privata¹ è stata una conquista importante, ma ricerche antropologiche, sociologiche e giuridiche evidenziano i limiti di un approccio che considera solo l’individuo. Da decenni, teorie come il pluralismo giuridico e gli studi decoloniali mettono in discussione l’idea che la persona sia l’unico soggetto del diritto, aprendo lo sguardo verso forme di tutela collettiva e del bene comune, in cui norme e pratiche nascono da relazioni comunitarie e sistemi culturali differenti. La Convenzione ILO 169 e la Dichiarazione ONU sui diritti dei popoli indigeni  riconoscono diritti collettivi su territorio, cultura e autodeterminazione. Teorie come Earth Jurisprudence e Wild Law spostano l’attenzione dal diritto individuale alle relazioni comunitarie, mentre studiosi italiani come Lenzerini e Pelizzon evidenziano la centralità delle responsabilità relazionali nei sistemi giuridici non occidentali. In questo quadro si colloca anche la critica di Slavoj Žižek. Nel breve saggio Against Human Rights avverte che i diritti umani rischiano di essere usati come strumenti ideologici per moralizzare o intervenire selettivamente, senza cambiare le condizioni materiali che generano ingiustizia. Non li nega, ma mette in guardia dal ridurli a tutela formale di individui astratti. Questo si collega alla prospettiva di Zibechi: entrambi evidenziano come il dibattito politico spesso si concentri su figure simboliche — “guru” o “traditori” — trascurando le dinamiche sociali, economiche e culturali reali che influenzano la vita delle persone. La domanda che ne emerge è semplice, ma profonda: cosa cambia se guardiamo ai problemi concreti della società invece di difendere o attaccare individui? CONTRADDIZIONI ETICHE E FINANZIAMENTI Zibechi da decenni critica Chomsky per i legami accademici con istituzioni finanziate dal Pentagono² negli anni ’50‑’60, evidenzia contraddizioni tra valori dichiarati e contesto istituzionale, un tema comune in molti movimenti sociali. Da queste tensioni etiche nascono pratiche come il BDS, iniziative di consumo critico e reti orizzontali come l’EZLN o Wu Ming 1, dove il volto del leader cede spazio al “noi” e ai processi condivisi. Pur dando l’impressione di frammentazione, queste reti possono dimostrare pluralità, diversità di approcci e cooperazione orizzontale in caso di emergenze³. Movimenti come RAM (Argentina) e CAM (Cile) sono stati criminalizzati come “terroristi”, mentre difensori dei diritti umani contestano l’uso repressivo di questa etichetta. Anche in Europa, la criminalizzazione del dissenso colpisce chi pratica forme di protesta non violenta ma destabilizza la cornice culturale dominante. Nessuno è privo di contraddizioni: persone come Madre Teresa, anche Gandhi e Mujica hanno affrontato critiche documentate⁴ : la reazione scandalizzata spesso riflette identificazione individualista, quando il guru coincide con la propria identità etica o politica, ogni messa in discussione appare come un’aggressione. RESISTENZE STORICHE E ATTUALITÀ DEI CONFLITTI Movimenti storici come quello di Mandela contro l’apartheid o le suffragette nel Regno Unito mostrarono resistenze nate da violazioni profonde dei diritti umani, talvolta ricorrendo ad azioni considerate “aggressive”. L’asimmetria del conflitto – tecnologica, militare o giuridica – è centrale per interpretarne la legittimità. Questo quadro storico complesso non si può ridurre a categorie semplicistiche di “buoni” vs “cattivi” o di “pacifisti” vs “violenti”. Il nodo centrale è spesso quello dell’asimmetria del conflitto. Quando esiste uno squilibrio tecnologico, militare, giuridico, l’analisi morale della risposta come gesto isolato rischia di oscurare la struttura che lo produce. Le discussioni sulla legittimità delle forme di resistenza non possono prescindere da questo. Interrogarsi sull’asimmetria non significa giustificare ogni risposta, ma riconoscere che la violenza non è mai un fenomeno astratto: emerge dentro relazioni di potere diseguali. Questo quadro storico globale aiuta a comprendere le attuali fasi di criminalizzazione del dissenso in Europa, un dibattito che, rispetto a paesi del Sud globale o in via di sviluppo senza sistemi di welfare consolidati, è ancora agli inizi. Movimenti che colpiscono proprietà, sabotano infrastrutture ritenute oppressive o inquinanti, o boicottano centri strategici per il riarmo, rivendicano una distinzione etica tra danno alla proprietà privata e danno alla Vita: persone, alberi, biodiversità. Studiare, comprendere e scrivere di queste pratiche non significa condividerle o praticarle, ma evitare di censurare una realtà “altra” che destabilizza la nostra cornice culturale. Nel continente americano, manifestanti pacifici affrontano arresti, repressione e procedimenti giudiziari — anche giornalisti, osservatori e mediatori — sollevando gravi preoccupazioni per i diritti civili. La repressione proviene da forze statali, guardie private e mafie locali, come evidenziano le azioni dell’ICE negli USA e le sparizioni forzate di persone indigene che denunciano crimini ambientali. La violazione dei diritti umani è documentata e dimostra come nessuna forma di mobilitazione, pacifica o conflittuale, sia risparmiata. Questa distinzione etica resta centrale per comprendere il senso delle azioni dei movimenti sociali extra europei. In Europa, attivisti e movimenti definiti altrove “violenti” o “terroristi” da governi repressivi e privi di stampa libera e indipendente, suscitano disagio, così come accade quando voci afrodiscendenti italiane denunciano il razzismo strutturale anche in ambienti progressisti e di sinistra. Scrittrici e attiviste come Espérance Hakuzwimana Ripanti e Oiza Obasuyi mostrano che la critica non riguarda solo i “razzisti dichiarati”, ma anche i meccanismi inconsapevoli presenti in spazi che si percepiscono inclusivi. Il disagio in chi le ascolta non nasce tanto dal sentirsi accusati individualmente, quanto dal riconoscere di appartenere a un costrutto più ampio. Accettarlo significa spostare lo sguardo dall’“altro” a “noi” e mettere in discussione la forma mentis dominante. È qui che la prospettiva decoloniale diventa centrale: non solo come difesa dei diritti umani, ma come pratica di trasformazione culturale e crescita collettiva. PROSPETTIVA DECOLONIALE In questo senso, l’articolo di Zibechi non è un attacco, ma un invito all’autocritica collettiva. In Italia ed Europa la criminalizzazione del dissenso cresce, con leggi e prassi che restringono gli spazi di protesta e mettono a rischio diritti fondamentali⁵. La difesa dei diritti umani e dei beni comuni non è mai neutra e non è sempre legale: richiede attenzione critica, consapevolezza delle relazioni di potere e delle contraddizioni interne a ogni movimento e società. Le riflessioni indigeniste e decoloniali, consolidate da decenni, non propongono una negazione dell’individuo, bensì un suo riposizionamento dentro il noi. In questa prospettiva, ripensare il “collettivo” significa guardare oltre la figura del leader. Una massa di individui che segue un modello piramidale tende all’omologazione e alla semplificazione (democrazia rappresentativa). Una rete autentica di responsabilità condivise, invece, è orizzontale: custodisce le differenze e rende possibile la coesistenza di molti “mundos verdaderos con verdades” (democrazia partecipata o diretta). Le strutture che governano i nostri territori, i nostri rapporti lavorativi e familiari, rispondono a questa logica o o restano gerarchiche? Il concetto di asimmetria del conflitto aiuta a leggere gli scenari di oppressione contemporanei, comprese le reazioni etichettate come “aggressive” o le provocazioni di Noam Chomsky. Quando pluralità e dissenso vengono trasformati in “nemico interno” e “terrorismo”, la domanda diventa inevitabile: qual è la differenza tra democrazia e dittatura? NOTE A PIÈ DI PAGINA ¹ In Cile la legge antiterrorismo, eredità della dittatura di Pinochet, è stata criticata per violazioni del giusto processo, come detenzione preventiva prolungata, uso di testimoni a volto coperto, e per aver etichettato come “terroristi” i manifestanti. La Corte Interamericana dei Diritti Umani ha più volte annullato condanne basate su questi procedimenti, riconoscendo discriminazione e violazioni dei diritti. Nel 2011 Patricia Troncoso Robles, prigioniera politica Mapuche condannata con questa legge, ricevette a Bologna il Premio Internazionale Daniele per i diritti umani. Nel video della consegna emerge un concetto chiave: per molte comunità Mapuche la terra non è proprietà privata, ma spazio sacro e collettivo, luogo di relazioni ancestrali, in netto contrasto con il paradigma proprietario individualista. ² L’RLE fu sostenuto dal DoD tramite JSEP, che univa fondi di Esercito, Marina e Aeronautica, consentendo ricerca fondamentale a lungo termine. Negli anni ’50‑’60 l’RLE sviluppò radar, comunicazioni digitali, teoria dell’informazione (Shannon), circuiti e semiconduttori, influenzando strumenti moderni di sorveglianza. ³ Studi antropologici e sociologici sui movimenti sociali e su comunità indigene — tra cui quelle mapuche — evidenziano che reti orizzontali di solidarietà consentono cooperazione in situazioni eccezionali senza consolidarsi in strutture gerarchiche rigide e piramidali. Tali reti si attivano in risposta a crisi (difesa territoriale, autodeterminazione) e successivamente ritornano a modalità autonome di azione collettiva. ⁴ Madre Teresa di Calcutta è stata messa in discussione per le condizioni igienico‑sanitarie nelle sue case di cura e per l’accettazione di finanziamenti discutibili (Christopher Hitchens, The Missionary Position, 1995); in almeno un’occasione ricevette cure mediche all’estero per problemi cardiaci e respiratori, in contrasto con l’approccio riservato ai pazienti nelle sue strutture, dove la sofferenza era considerata spiritualmente significativa e gli analgesici spesso assenti. Mahatma Gandhi è stato criticato per aspetti controversi della vita privata e per il suo rapporto con il sistema delle caste (Arundhati Roy, The Doctor and the Saint, 2014); José Mujica è stato contestato da alcune comunità indigene per politiche giudicate insufficienti nella tutela dei territori. Ricordare queste valutazioni non sminuisce il valore storico delle figure, ma ne evita la sacralizzazione: la reazione scandalizzata riflette spesso l’identificazione individualista dell’osservatore. ⁵ Negli ultimi anni in Italia si è assistito a un progressivo inasprimento delle sanzioni per manifestazioni, blocchi stradali e occupazioni, inasprimento accentuato negli ultimi mesi con proposte come i ddl antisemitismo e il ddl sicurezza o le manifestazioni in Emilia Romagna (“La cura non è un reato”) contro le recenti incursioni in ospedale e persecuzione di medici sotto indagine per le non idoneità ai CPR. Organizzazioni per i diritti umani segnalano che misure preventive e penali colpiscono anche proteste non violente. Valentina Fabbri Valenzuela
February 18, 2026
Pressenza
La biografia della donna-medicina ‘scudo’ della resistenza dei nativi americani
Con Madre Rossa • Red Mother, Mauna Kea Edizioni pubblica l’edizione italiana di Red Mother: The Life Story of Pretty-Shield, a Medicine Woman of the Crows (1932) di Frank B. Linderman, testo fondamentale della letteratura nordamericana e documento raro di testimonianza femminile indigena. C’è un gesto che attraversa il tempo più di molte dichiarazioni ufficiali: un pollice premuto sull’inchiostro, un’impronta lasciata su un foglio. È con quell’impronta che Pretty Shield (Bello Scudo), donna Apsáalooke – Crow, affida la propria memoria alla scrittura e compie un atto di sovranità narrativa. Non è folclore: è politica. È il diritto di dire “io” in un secolo che ha spesso negato alle donne indigene la possibilità di essere soggetti della storia, riducendole a figure mute, simboliche, decorative. Nelle pagine di Madre Rossa • Red Mother la storia non resta nei manuali: entra nelle tende, cammina nei villaggi, si posa sui dettagli che fanno un mondo. Pretty Shield racconta l’infanzia, la vita quotidiana, i riti, la maternità, il lutto, il peso delle relazioni comunitarie; ma racconta anche l’onda lunga del conflitto e dello sradicamento, fino agli anni delle guerre delle Pianure e alla battaglia del Little Big Horn — non come leggenda da cartolina, ma come ferita vissuta, che continua a vibrare nella memoria collettiva. Il valore contemporaneo di questo libro è evidente: Pretty Shield mostra come la colonizzazione non sia stata solo occupazione militare o perdita territoriale, ma anche frattura culturale, pressione assimilazionista, riscrittura delle identità. È una storia che parla al presente perché illumina i meccanismi con cui si producono silenzi: chi ha il diritto di raccontare? Chi viene ascoltato? Chi viene trasformato in “oggetto” di narrazione altrui? La sua biografia dialoga con un altro titolo di Frank B. Linderman già in catalogo Mauna Kea, Plenty Coups, Capo dei Crow. La vita di un grande Indiano. Se la figura di Plenty Coups consegna al lettore la voce pubblica e politica della nazione Apsáalooke — il capo chiamato a guidare il suo popolo nel passaggio traumatico verso la riserva e la modernità imposta — Madre Rossa•Red Mother, Pretty Shield, donna-medicina dei Crow ne rappresenta il controcampo necessario: la parte femminile della memoria, la prospettiva domestica e spirituale, la trama invisibile che regge una comunità quando la Storia travolge ogni cosa. Due opere che, lette insieme, compongono un affresco più completo e meno stereotipato del mondo Crow. La nuova edizione è curata da Raffaella Milandri (prefazione, traduzione e note), scrittrice, giornalista e antropologa di formazione impegnata da anni nella difesa dei diritti umani dei Popoli Indigeni e nella decolonizzazione dello sguardo europeo sulle culture native. Milandri è membro adottivo della Crow Nation (Montana) e della Four Winds Cherokee Tribe (Louisiana), un riconoscimento che nasce da un percorso di relazione e collaborazione diretta con le comunità. Il suo apparato critico accompagna il lettore distinguendo con chiarezza la voce di Pretty Shield dalla mediazione di Linderman, offrendo contesto storico, precisione terminologica e strumenti interpretativi utili anche a chi oggi interroga il tema della rappresentazione: non basta “parlare di” un popolo, bisogna interrogarsi su come si parla, con quali fonti, da quale posizione. In un tempo in cui la parola “decolonizzazione” rischia spesso di diventare moda, Madre Rossa•Red Mother propone un gesto concreto: rimettere al centro una testimonianza indigena e femminile, sottraendo la storia delle Pianure alla monocromia dell’epica. È un libro che parla di memoria come resistenza, di identità come continuità, di cultura come relazione. E, soprattutto, ricorda che la cancellazione non avviene solo quando si tolgono le terre, ma anche quando si sottraggono le parole. Firmata con un’impronta del pollice, questa non è una leggenda. È una vita che chiede ascolto — e che, ascoltata, cambia il modo in cui guardiamo il presente. https://www.facebook.com/photo/?fbid=1326189716219406&set=a.618601526978232 Pretty Shield, Crow medicine-woman – Kathryn S Gardiner, 2025 Redazione Italia
February 17, 2026
Pressenza
Cinque anni dall’ultimo colpo di stato militare in Myanmar
Anche quest’anno, gli esuli birmani, un po’ ovunque nel mondo, hanno commemorato l’anniversario del colpo di stato militare del primo febbraio 2021 che ha posto fine a quell’esperimento di democrazia, sempre sul filo del rasoio, durato quasi un decennio, che ha portato in prigione Aung San Suu Kyi e tanti altri politici del suo partito, e da allora non se n’è più saputo nulla. Centinaia di birmani della diaspora si sono raccolti davanti alle ambasciate del loro paese per protestare in grandi numeri da Londra a Busan nella Korea del Sud a Tokyo a Taipei. L’associazione per i prigionieri politici (AAPP) riporta che all’interno di due prigioni in Myanmar gruppi di donne hanno protestato cantando una canzone rivoluzionaria e sono state poi messe in isolamento. Qui in Thailandia al confine con la Birmania è una ricorrenza che, per tutti quelli che fanno parte o sostengono la Resistenza, segna un momento di condivisione delle lotte, si ricordano i morti e si cerca di fare il punto delle sconfitte e di immaginare una via per il futuro, per un altro anno di rivoluzione. È del 30 gennaio la comunicazione ufficiale di un importante risultato che dovrebbe portare la rivoluzione a dei grandi passi avanti. I rappresentanti di alcuni gruppi armati etnici e alcuni rappresentanti dell’esercito della resistenza per la democrazia, nonché il governo di unità nazionale per la democrazia, il NUG, hanno reso ufficiale che le negoziazioni dei mesi scorsi per creare un fronte comune ha raggiunto finalmente un accordo condiviso. In termini concreti significa che questi gruppi armati saranno coordinati da un’unica leadership. La frammentazione delle lotte dei vari gruppi etnici, è da sempre il principale ostacolo per portare la resistenza vittoriosa su tutto il territorio birmano. Si tratta di un notevole passo avanti anche se in questo “consiglio federato” non partecipano ancora tutti i gruppi armati presenti in Myanmar ma solo la metà degli otto Stati: i Kachin, Karenni, Karen e Chin. L’obiettivo è quello di arrivare a costruire una Birmania confederata, che fu il sogno del padre di Aung San Suu Kyi e dei suoi compagni nel 1947, quando gettarono le basi per un governo democratico dopo aver ottenuto l’indipendenza dal giogo inglese. Una Birmania confederata significa che le numerose minoranze etniche presenti nel paese, potranno convivere con uguali diritti in uno stato confederato. Attualmente la giunta militare del Myanmar riconosce otto minoranze etniche principali che a loro volta raggruppano altre minoranze presenti nel loro territorio. Nel 1962 il generale Ne Win compì il primo dei tre colpi di stato e pose fine a 14 anni di governo democratico e al sogno di una Birmania confederata. Da quel momento le minoranze etniche sono entrate in uno stato di guerriglia permanente con l’esercito del governo militare: si tratta di più di 60 anni di guerra, la più lunga del pianeta. Le minoranze etniche sono distribuite ai confini della Birmania, in zone prevalentemente montuose, il gruppo dominante è quello dei Bamar-da cui il nome Burma (Birmania)- e occupa tutta la piana centrale partendo dal delta fertilissimo dell’Irrawaddy. Ogni minoranza etnica ha la sua milizia e di questa frammentazione ne guadagna l’esercito militare che mette gli uni contro gli altri. Ne approfitta anche la Russia e la Cina che vendono loro le armi. In particolare la Cina le vende sia alla guerriglia sia all’esercito dei militari. Fiorella Carollo
February 7, 2026
Pressenza
Guatemala: incontro internazionale delle donne
In Guatemala si è tenuto l’incontro internazionale “Donne e donne indigene nella regione latinoamericana, verso la parità e la democrazia”. Durante i due giorni dell’incontro, circa un centinaio di leader provenienti dal Paese centroamericano e da Bolivia, Messico, Cile e Costa Rica hanno analizzato come la parità, l’alternanza e l’inclusione delle donne e delle popolazioni indigene siano state una rivendicazione storica. In questo Paese centroamericano le donne costituiscono il 51% della popolazione totale e il 54% degli elettori e, nonostante siano la maggioranza, attualmente su 160 deputati dell’attuale legislatura, solo 32 sono donne e di queste solo una è indigena. Al termine dell’evento internazionale, di cui potete vedere qui sotto un breve video, le leader guatemalteche hanno chiesto l’immediata ed effettiva incorporazione dei principi di parità, alternanza e inclusione delle popolazioni indigene nella legge elettorale e dei partiti politici. Hanno inoltre chiesto la fine della violenza politica contro le donne in tutte le sue forme, compresa la violenza razzista, simbolica e digitale, e hanno sottolineato lo slogan “Poiché siamo la metà, vogliamo la parità! Senza donne e donne indigene, non c’è democrazia!”. Rocizela Pérez
January 28, 2026
Pressenza
COP30: che cosa ci ha lasciato, e che cosa ci aspetta?
Un incontro, per fare il punto sul percorso verso la COP30 in Brasile, tra promesse, contraddizioni e sfide ancora aperte, e un momento di confronto e riflessione su uno dei passaggi più delicati dell’agenda climatica globale, l’appuntamento di lunedì prossimo, 27 gennaio, a Milano coinvolge i partecipanti attraverso la ‘collezione’ di video e testimonianze raccolte a cura di ChiamamiMilano, Agenda Verde e Osservatorio Parigi. Sarà un’occasione per discutere di giustizia climatica, responsabilità politiche e ruolo della società civile, mettendo in dialogo esperienze dal territorio amazzonico e prospettive europee. COP30: DALL’AMBIZIONE ALL’AMBIGUITÀ… … CHE COSA CI HA LASCIATO E CHE COSA CI ASPETTA Lunedì 27 gennaio 2026 – dalle 18:00 Negozio Civico – via Laghetto 2, Milano INGRESSO LIBERO     Redazione Italia
January 27, 2026
Pressenza
Milagro Sala: 10 anni di prigionia politica
Il 16 gennaio 2026 sono passati dieci anni dall’arresto arbitrario di Milagro Sala, attivista per i diritti civili, sindacalista e leader sociale dell’organizzazione di quartiere Tupac Amaru nella provincia argentina di Jujuy, che si è battuta per i diritti delle popolazioni indigene, che in parte vivono in condizioni di estrema povertà. Il caso è uno dei più gravi casi di detenzione per motivi politici a livello mondiale e ha suscitato scalpore anche a livello internazionale. Da Papa Francesco all’allora primo ministro canadese Trudeau, molti, tra cui il Gruppo di lavoro delle Nazioni Unite contro la detenzione arbitraria, Amnesty International e i numerosi comitati per la libertà di Milagro Sala, si sono impegnati per porre fine alla sua detenzione. Sala è stata oggetto di accuse e processi inventati, ha dovuto subire campagne diffamatorie da parte dei media ed è in stato di arresto da dieci anni. Tutto questo perché ha costruito con successo scuole, ospedali, impianti sportivi e mense per i più poveri nella provincia di Jujuy. Secondo il portale di notizie El Destape, nel decimo anniversario del suo arresto, il 16 gennaio, una carovana ha viaggiato da Buenos Aires a La Plata fino al palazzo del governo e del parlamento della provincia di Buenos Aires per denunciare l’uso della giustizia come strumento di disciplina politica e per chiedere giustizia e la libertà di Milagro. “Grazie Milagro per non aver mollato e per aver lottato per la dignità”, si sentiva dire per le strade di La Plata. È la “cronaca di una prigionia che voleva punire una politica, ma anche un intero popolo”, secondo il reportage di El Destape. Anche l’associazione “Madres de la Plaza de Mayo” ha chiesto, il 16 gennaio, durante una manifestazione di protesta nella capitale Buenos Aires, il rilascio di Milagro Salas e giustizia per i “Desaparecidos”, le persone scomparse, i cui familiari attendono ancora chiarimenti e giustizia. “Quello che stanno facendo a questa donna è uno scandalo e una vergogna”, ha dichiarato Carmen Arias, presidente dell’associazione “Madri della Plaza de Mayo”, come riporta un articolo di Página12. L’arresto di Milagro Sala fa parte di una serie di procedimenti giudiziari volti a reprimere la resistenza sociale contro la diffusione del modello estrattivo, in particolare a Jujuy, una provincia importante per l’estrazione del litio, come scrive Telesur. Milagro Sala ha lottato per la dignità e l’autodeterminazione della popolazione indigena. Ora è in cattive condizioni di salute ed è in cura medica. Ma la sua opera, la sua forza e il suo amore per la gente comune, i più poveri tra i poveri, continuano a vivere, sostenuti da migliaia di persone in tutto il mondo. Il giorno della riabilitazione di Milagro Salas arriverà e con esso si chiuderà anche un capitolo oscuro della storia argentina. ***  Il video mostra alcuni estratti della documentazione fotografica “La tupac” (Jujuy, 2010) del fotografo argentino Sebastián Miquel, realizzata alcuni anni prima dell’arresto arbitrario di Milagro Sala il 16 gennaio 2016. Mostra Milagro e le persone che lei ha sostenuto e che, grazie al suo aiuto, hanno acquisito una nuova consapevolezza indigena che non era politicamente gradita. Pressenza IPA
January 25, 2026
Pressenza
La Groenlandia non è vuota: uno sguardo umanista su ghiaccio, potere e autodeterminazione
> Vista dall’esterno, la Groenlandia appare spesso come uno schermo di > proiezione: enorme, ricoperta di ghiaccio, apparentemente disabitata. Nei > dibattiti geopolitici, l’isola emerge come avamposto strategico, giacimento di > materie prime o fattore climatico. Ciò che viene regolarmente ignorato è una > semplice verità: la Groenlandia non è uno spazio vuoto. È una patria. Questa idea di “terra vuota” non è casuale, ma è una classica narrativa coloniale. Chi pensa che un territorio sia vuoto può rivendicarne più facilmente il possesso, amministrarlo e sfruttarlo. In Groenlandia questo modo di pensare persiste ancora oggi, in modo più sottile rispetto al passato, ma non per questo meno efficace. UN NOME CHE LA DICE LUNGA Già il nome “Groenlandia” porta tracce coloniali. Risale a Erik il Rosso, un vichingo nordico nato in Norvegia e cresciuto in Islanda. Dopo aver commesso un omicidio, fu bandito da un Thing islandese (antica assemblea di governo, N.d.T.) e, nel corso di questo esilio, giunse in Groenlandia intorno all’anno 982. Lì esplorò la costa sud-occidentale e in seguito dichiarò l’area zona di insediamento. Il nome Groenlandia (“terra verde”) non era una descrizione neutrale della realtà, ma una scelta pubblicitaria consapevole: Erik il Rosso voleva attirare altri coloni nordici. Il nome segna quindi l’inizio dell’egemonia interpretativa europea su una terra che era già abitata da millenni e che da quel momento in poi fu descritta e rivendicata sempre più da una prospettiva coloniale. I primi esseri umani vissero qui millenni prima dell’arrivo dei vichinghi. Gli attuali Kalaallit, parte dei popoli Inuit, discendono principalmente dalla cultura Thule, che si diffuse nelle regioni artiche a partire dal XIII secolo circa. La loro conoscenza del ghiaccio, del mare, degli animali e delle stagioni è il risultato di generazioni di convivenza con un ambiente estremo, non di lotta contro di esso. COLONIALISMO IN VESTE ARTICA Con la colonizzazione danese a partire dal XVIII secolo, la Groenlandia fu sistematicamente integrata nei sistemi di potere e di conoscenza europei. La evangelizzazione, l’amministrazione, la lingua e l’istruzione seguivano standard stranieri. Gli stili di vita indigeni erano considerati carenti, le forme di conoscenza tradizionali obsolete. Il colonialismo si manifestava qui meno attraverso la violenza aperta che attraverso il controllo paternalistico: “modernizzazione” significava adeguamento agli standard europei. Le conseguenze furono profonde, dal punto di vista culturale, sociale e psicologico. Fino a gran parte del XX secolo, le decisioni sulla Groenlandia venivano prese senza riconoscere ai Kalaallit lo status di soggetti politici con pari diritti. AUTONOMIA, MA CON RISERVA Sebbene oggi la Groenlandia goda di un’ampia autonomia amministrativa, la dipendenza dallo Stato danese persiste, dal punto di vista finanziario, giuridico e di politica estera. Il dibattito sulla completa indipendenza è quindi ambivalente: è espressione di un legittimo desiderio di autodeterminazione, ma è anche insito in nuove dipendenze. Infatti, mentre le vecchie strutture coloniali si sgretolano, entrano in scena nuovi attori. Gli interessi delle materie prime, le strategie militari e la competizione globale per il potere, in particolare nel contesto del cambiamento climatico, riportano la Groenlandia al centro delle brame straniere. Lo scioglimento dei ghiacci diventa un invito, non un avvertimento. IL CAMBIAMENTO CLIMATICO COME IMPOSIZIONE COLONIALE Per molte persone nel Nord del mondo, il cambiamento climatico è uno scenario futuro astratto. Per i Kalaallit è la realtà quotidiana. Il ghiaccio marino instabile, i cambiamenti nelle migrazioni degli animali e gli insediamenti minacciati interferiscono direttamente nel tessuto sociale e culturale. La caccia e gli stili di vita tradizionali diventano difficili o impossibili. Particolarmente problematica è la doppia ingiustizia: le cause del cambiamento climatico risiedono principalmente nei paesi industrializzati del Nord del mondo, mentre le sue conseguenze colpiscono in modo sproporzionato le comunità indigene. Allo stesso tempo, queste comunità – che sono le principali vittime di un cambiamento climatico causato dall’esterno – si trovano tra i fronti degli interessi geopolitici a causa delle nuove ambizioni relative alle rotte marittime, alle materie prime e alla presenza militare. Se oggi la Groenlandia viene discussa come “area di opportunità” per l’espansione economica e strategica, il pensiero coloniale continua sotto il segno dell’ecologia. NONVIOLENZA SIGNIFICA DARE SPAZIO AD ALTRE REALTÀ Una visione umanista della Groenlandia richiede più che semplici riforme politiche. Richiede un cambiamento radicale di prospettiva: dal controllo alle relazioni. In questo contesto, nonviolenza significa anche prendere sul serio il sapere indigeno, invece di folclorizzarlo o ignorarlo. I Kalaallit ricordano che la sopravvivenza non è garantita dal dominio, ma dall’adattamento, dal rispetto e dalla moderazione. In un’epoca di crisi globali, questo non è un romantico sguardo al passato, ma un insegnamento di grande attualità. La Groenlandia non è vuota. È un luogo vivo – culturalmente, storicamente e politicamente. Chi parla della Groenlandia dovrebbe prima ascoltare. -------------------------------------------------------------------------------- TRADUZIONE DAL TEDESCO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Reto Thumiger
January 25, 2026
Pressenza
Patagonia Argentina: la cerimonia del Satun, un atto di resistenza della comunità Mapuche
La comunità Mapuche nativa di Pillan Mahuiza nella Patagonia Argentina, a cui siamo legati da anni, si appresta in febbraio a vivere il Satun: una cerimonia sacra in cui lo spirito del Lonko (guida politica e spirituale) viene presentato ufficialmente al popolo. Il Satun è il “ponte” tra la saggezza degli antenati e il futuro delle nuove generazioni. È l’atto con cui la guida spirituale assume il compito di proteggere l’equilibrio della terra e della gente. Oggi, questa cerimonia non è solo un rito, ma un atto di resistenza. Mentre la comunità si prepara, la Patagonia brucia. Incendi devastanti, alimentati da interessi estrattivi e speculativi, stanno distruggendo il territorio. Il governo non interviene per fermare le fiamme, ma sceglie di accusare ingiustamente i Mapuche, usando il disastro come pretesto per criminalizzare il popolo e incarcerare i leader. Proteggere questa cerimonia significa non permettere che la loro voce venga spenta. Mantenere viva una cultura millenaria ha costi logistici immensi, soprattutto per un popolo che vive sotto pressione costante. Per questo stiamo organizzando una raccolta fondi. I contributi aiuteranno a coprire: – Viaggi e Spostamenti: Permettere alla Machi (donna di medicina) e agli anziani di viaggiare da territori lontani per presiedere al rito. – Accoglienza e Logistica: Ospitare e onorare i partecipanti che arrivano da ogni parte della regione. – Il Rehue e il Rito: Cura dello spazio sacro, condivisione del pasto comunitario, elemento essenziale della benedizione. Ogni contributo, piccolo o grande, è un “passo importante” per la dignità di un popolo che resiste nel custodire una cosmovisione e nel custodire i boschi e le acque del territorio. Condividi: Aiutaci a rompere il silenzio mediatico sulle ingiustizie in Patagonia. Far conoscere la verità è già un atto di sostegno. Il tuo gesto permetterà alla spiritualità nativa Mapuche di continuare a brillare nonostante l’oscurità del momento presente. Mapuche, significa popolo della Terra anche tradotto come i Figli della Terra, ed è il nome del popolo originario nativo di parte dell’Argentina e del Cile in Sud America. I Mapuche sono custodi di una profonda Cultura, Saggezza e Cosmovisione fondata sugli equilibri tra l’essere umano e la Natura, la Terra, il Cosmo. Per partecipare alla raccolta fondi scrivi a camminodellalibellula@gmail.com oppure su WhatsApp o telegram a +393471421081 Jenny Roncaglia Claudio Colli (il Cammino della Libellula)   Redazione Italia
January 20, 2026
Pressenza
Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini”
Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere. Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini. Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump. La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari. L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”. A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”. Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato. Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione. Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule. “Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”. Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù. L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata. Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso. “Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione'”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari. Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”. Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE. I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità. “Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”. Gli arresti sono avvenuti venerdì scorso, mentre a Minneapolis – metropoli del Minnesota che confina a ovest col Dakota del Sud – migliaia di persone manifestavano per le strade contro il governo del presidente Donald Trump, dopo l’uccisione a sangue freddo da parte di un agente federale dell’Ice di Renee Nicole Good, una cittadina statunitense e attivista per i diritti civili. L’agente Johnatan Ross aveva fermato a un posto di blocco il Suv su cui viaggiava la 37enne e madre di tre figli, e avrebbe poi ha aperto il fuoco, uccidendola. Le ragioni dell’aggressione restano da chiarire ma i filmati a disposizione degli inquirenti – quello della bodycam dell’agente e quello realizzato dalla moglie di Good, che era fuori dall’auto – mostrano che gli spari sono partiti mentre il suv ripartiva, senza creare nessun apparente rischio per il poliziotto federale. Ai cittadini di Minneapolis, l’uccisione di Good ha ricordato l’omicidio nel 2020 dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente di polizia, destando un’ondata di critiche e proteste che si sono velocemente estese a tutto il Paese e che stanno continuando, alimentate da nuovi video condivisi sui social che mostrano altri atti di violenza a danno dei cittadini. Nel mirino delle contestazioni, gli arresti e gli assalti degli agenti dell’Ice nell’ambito della politica anti-migranti del presidente Trump. Potenziata in numeri e mezzi dal suo insediamento, l’Ice è a sua volta accusata da più parti di essere stata trasformata in una “milizia personale” del presidente, incaricata di catturare, attraversi blitz e arresti di massa, non solo migranti irregolari ma anche stranieri regolarmente residenti o cittadini di origine straniera, per essere poi deportati. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano arresti anche tra minori, persone anziane o individui che sono stati condannati per reati minori e hanno già pagato il loro debito con la giustizia. Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di immigrazione. Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione. Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma che evidentemente non figura nei prontuari operativi dell’ICE, dove il criterio sembra essere uno solo: “Non sei un bianco? Allora ti arresto”. Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo schiaffo. Dopo secoli di espropri, deportazioni, stermini e settler colonialism ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare sulla loro terra. Ha scritto Umberto Baldo nel blog TviWeb sulla vicenda: “Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio che esisteva ben prima delle mappe di Washington. Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo documenti.”   Fonti: https://www.dire.it/14-01-2026/1208677-a-minneapolis-lanti-immigrazione-di-trump-ha-arrestato-anche-dei-sioux-ma-non-siamo-migranti/ > A Minneapolis, l’America arresta se stessa: l’ICE ferma i nativi americani Lorenzo Poli
January 17, 2026
Pressenza
In ricordo di Antonio Giacchetti, divulgatore del Calendario Maya in Italia
” Chi possiede il tuo tempo controlla la tua mente. Libera il tuo tempo, e possiederai la tua mente.” José Arguelles   Un’altra voce libera se n’è andata nel panorama culturale e spirituale italiano. Il 14 dicembre 2025 ci ha lasciati Antonio Giacchetti, studioso delle culture dei popoli nativi, ma soprattutto profondo conoscitore della cultura, della storia e della spiritualità del popolo Maya. Nato a Bari, residente a Trullolandia (Cisternino), nella magica Valle d’Itria, Giacchetti era un giurista, avvocato “pentito” che mai ha esercitato la sua professione per dedicarsi invece all’antropologia e alla spiritualità, studiando i Maya e le altre civiltà mesoamericane. Dopo aver completato due giri del mondo, realizzando un sogno dell’infanzia, per un totale di sette anni, incontra a Miami (Maya-mi) il libro che tradurrà in italiano e per cui diventerà famoso, Il Fattore Maya (WIP Edizioni, Bari 1999) – formidabile long-best-seller internazionale del professor José Argüelles che cambierà per sempre la nostra comprensione della misteriosa civiltà Maya – e diventa l’interprete ufficiale e traduttore italiano del Prof.  Argüelles (1939-2011), decodificatore dei codici matemagici dei Maya Galattici, curando la pubblicazione delle sue opere e del Sincronario Galattico di 13 Lune di 28 Giorni. Docente di Anatomia Archetipica Comparata presso l’Istituto di Pedagogia Olistica IBA di Firenze, è stato collaboratore di UAM.TV, dove è disponibile “Viaggio in Messico”, serie realizzata con lui: un percorso attraverso luoghi, simboli e culture antiche senza ridurle a folklore. Dal 2007 ha organizzato e guidato viaggi di scoperta e avventura in Guatemala e Honduras, e di ricerca e spiritualità in Messico, dove ha incontrato anziani Maya con cui si tengono cerimonie nei luoghi di potere della tradizione Maya. Giacchetti ha partecipato al Seminario di Sette Settimane dei Maghi della Terra in Cile (Ottobre-Dicembre 1999) e, a partire dallo stesso anno, è coordinatore del PAN Italia, la Rete d’Arte Planetaria, nodo locale del network PAN globale nonchè struttura organizzativa del Movimento Mondiale di Pace per il Cambio al Calendario delle 13 Lune di 28 Giorni. Per anni ha amministrato il sito www.13lune.it , ha curato il coordinamento dell’Equipe Traduttori PAN ed ha compilato l’edizione italiana del Sincronario Galattico Maya. Persona di grande onestà umana e intellettuale, Giacchetti si è distinto per la sua incessante attività di conferenziere e divulgatore, tenendo sempre conferenze e seminari sui Maya e sul 2012. Dobbiamo a lui la diffusione della comprensione e della conoscenza in Italia del Calendario Maya e della diversa prospettiva di tempo che ne deriva. Secondo la visione di Giacchetti, come anche quella di Jose Arguelles, noi viviamo in un incubo meccanizzato in cui siamo vittime dell’idea di tempo che 5.000 anni fa i sacerdoti babilonesi – usurpatori del potere matriarcale, lunare e femminile – hanno stabilito e che in seguito, circa 2.000 anni fa, Giulio Cesare e Cesare Augusto, signori della guerra, hanno rafforzato con il “calendario giuliano” (in vigore dal 46 a.C. al 1582). Il 4 ottobre 1582, con la bolla papale Inter gravissimas, Papa Gregorio XIII ha introdotto quello che è passato alla storia come “calendario gregoriano” (composto da 12 mesi con durate diverse – da 28 a 31 giorni – per un totale di 365 o 366 giorni: l’anno di 366 giorni è detto anno bisestile). Introducendo la concezione lineare del tempo di matrice cristiana e l’idea di futuro come moto regolatore del tempo per cui viviamo, il “calendario gregoriano” si è imposto in tutto il mondo e ha cercato di sostituire tutte le concezioni cicliche del tempo tipiche delle culture indigene. L’imposizione del calendario occidentale alle popolazione mesoamericane fu il primo atto di colonizzazione, seguito dalla violenza, dall’epistemicidio, dalla spada e dall’imposizione della propria religione, della propria scienza e della propria filosofia. Questo ha comportato la distruzione sistematica della sincronizzazione/connessione dell’essere umano con la Natura, con i cicli ecologici e con il movimento del cielo, imponendo un calendario basato sulla vita di Gesù. Il colonialismo e i missionari cristiani, per colonizzare ed evangelizzare, hanno dovuto imporre la forma mentis che avrebbe accettato il loro modello di sviluppo e di società. Nel 1597, Francois Bacon scrisse nei suoi Essays la frase “Il tempo è denaro”. Questo diventerà il motto della società industriale occidentale basata sull’idea di “progresso” indefinito, che ha portato alla nostra società dominata dalle macchine, dalla mentalità estrattiva, dalla tecnologia e dalla separazione umano-Natura, catapultandoci in un luogo figurato che non è il nostro. Dalla magia del qui e ora e dell’eterno presente – ci ha insegnato Giacchetti – il tempo è stato diviso in unità arbitrarie, svuotato del suo significato magico, ridotto a durata e rapportato al denaro. Il complicato e insensato relitto arcaico che usiamo per misurare il nostro tempo, ovvero il calendario gregoriano (derivante a sua volta dal calendario giuliano) è un potentissimo strumento occulto di potere e di controllo; il suo uso prolungato ha prodotto una deviazione nella mente collettiva, portandoci a credere che il tempo è denaro e che la guerra è lo standard di risoluzione ai conflitti. Le cosmovisioni indigene, oltre a non concepire questa imposizione coloniale del tempo, avevano capito che tutto era ben diverso. Il Tempo è Arte e noi siamo Arte incarnata nel Tempo, il tempo è “coscienza”, è “vita”. La civiltà Maya aveva più di tutte le altre una concezione ciclica e una conoscenza astronomica e cosmologica che aveva portato alla creazione del Calendario Sacro Maya, chiamato Tzolk’in, una matrice matematica formata da 260 unità, che nasce da 20 segni e 13 toni che si intrecciano fra di loro. Venne decifrato dal Prof. José Argüelles e da sua moglie Lloydine, che hanno studiato i calendari Maya e individuato le frequenze del tempo artificiale (12:60) e naturale (13:20), dando vita ad un corpus di conoscenza interamente nuovo: la Legge del Tempo, che si articola nella matematica della Quarta Dimensione e nello studio dell’Ordine Sincronico. A partire dal presente, l’analisi va indietro nel tempo alla ricerca di civiltà come i Maya e i nativi americani che si sono sviluppate in modo diverso ma dalle quali abbiamo molto da imparare; società sterminate da noi in nome dello “sviluppo” e della “modernizzazione”, ma che oggi vengono prese da esempio per insegnarci molto su noi stessi, sul nostro presente e sul futuro che ci stiamo costruendo. Questi antichi popoli, anche se a migliaia di chilometri di distanza e in momenti diversi della storia, sono simili non solo nel loro modo di rapportarsi con la Natura, con l’Altro e con il cosmo, ma soprattutto perché la loro visione del mondo “illuminata” anticipa ciò che alcuni scienziati contemporanei hanno a lungo sostenuto: tutto è vivo e interconnesso. I Maya si salutavano l’un l’altro con il detto tradizionale “In Lak’ech”, che significa “Io sono un altro te stesso” o “Io sono te, tu sei me”. Oggi, la scienza moderna e la fisica quantistica hanno confermato che, in effetti, tutto nell’Universo è energia e che non vi è separazione tra l’osservatore e ciò che viene osservato. Tutto è collegato, tutto è vivo e quindi tutto vibra. Nel marzo 2012, Antonio Giacchetti è diventato famoso per aver partecipato alle riprese – nonchè per essere uno dei protagonisti – del film documentario “Un Altro Mondo” del regista romano Thomas Torelli, in cui ha dichiarato: “Il nostro calendario influenza tutto ciò che facciamo e coordina tutte le attività della nostra società. (…) Il calendario influenza anche la nostra mente e la nostra capacità di pensare, se pensiamo al nostro cervello come all’hardware e ai nostri pensieri come al software, il calendario corrisponde al programma operativo. E’ questo il vero ‘baco’ del millennio nel calendario gregoriano. Una frequenza disarmonica di base che ci condiziona a pensare meccanicamente, con conseguenze che coinvolgono tutto il pianeta. Usare un calendario artificiale e disuguale, irregolare ed irrazionale, come il nostro calendario gregoriano, ha prodotto una cultura altrettanto irrazionale, col risultato di una divergenza dal tempo naturale ed ecologico che ha portato a conseguenze nel nostro ambiente, nella nostra cultura e nei nostri comportamenti.” Qualche anno fa, proprio su queste proposte, era nato Movimento Mondiale di Pace per l’Adozione del Sincronario delle 13 Lune proprio con il fine di adottare il Sincronario Maya in quanto più in linea con i ritmi ecologici del Cosmo, della Terra, della Vita e della Natura. Affermava Antonio Giacchetti nel documentario “Un Altro Mondo” di Thomas Torelli: “Il nostro tempo è diventato un incubo meccanizzato. La mattina ci sveglia una macchina, ci entriamo in un’altra macchina che ci porta nel nostro luogo di lavoro. Vuoi scommettere che il nostro lavoro è mandare avanti tutto il giorno? (…) E al termine di una giornata di lavoro di questo tipo, ci rimettiamo in una macchina e torniamo a casa dove ci sono altre macchine che si incaricano di divertirci e nutrirci. Al termine di un mese di questa vita riceviamo in cambio del nostro tempo, che è sacro, una quantità di denaro che è l’ipnosi collettiva meglio riuscita su questo pianeta e con quella somma di denaro corriamo tutti contenti a comprare nuove macchine”. Secondo molti antropologi, il calendario Maya era solo uno strumento per determinare i tempi della semina, ma secondo studi più approfonditi si tratta di un sistema per la regolazione dei tempi della vita su un piano cosmico in cui si possono identificare altri cicli, più grandi e più piccoli. “Un sistema del tempo ciclico e una visione dell’universo quadridimensionale a matrice radiale, in cui il punto zero è il sempre-presente-qui-ed-ora. In questa concezione crono-centrica il tempo è la quarta dimensione. La nostra è invece spazio-centrica, considera il tempo lineare e l’universo tridimensionale” – affermava Argüelles. Per i Maya l’essenza del tempo non è nella durata, computata e frazionata in ore, minuti e secondi meccanici, ma piuttosto nella sincronizzazione, il cui strumento supremo è l’essere umano. I Maya concepivano il tempo come “arte” e come “coscienza”, qualcosa di totalmente diverso che sancì uno scontro radicale di civiltà tra la cosmovisione dei Maya e la visione dei conquistadores e dei missionari, cercando di imporre, con la linearità cristiana, che la nostra vita non è più nostra, ma è la vita di chi ci paga per il nostro tempo. Forse è proprio su questo che avvenne l’impatto più violento tra conquistadores e la Civiltà Maya. Secondo Giacchetti era diventato necessario passare dal calendario gregoriano al Calendario Maya per: spezzare questo flusso di Matrix che ci aveva condotto alla società dello sviluppo indefinito; tornare ad essere co-creatori della propria realtà; esplorare i codici matemagici che i Maya Galattici ci hanno lasciato; conoscere la configurazione energetica del momento del tempo che abbiamo scelto per VENIRE ALLA LUCE; compiere la nostra missione su questa Terra; e sviluppare il nostro potenziale e ricordare chi siamo veramente. Oggi più che mai, per uscire dal realismo capitalista, dal mito della crescita economica, dalla società industriale di massa, dall’invenzione artificiale dell’idea di “progresso indefinito”, dal consumismo e da questo modello di produzione e sviluppo, doppiamo decolonizzare la nostra idea di tempo e dunque, come ci spiega Latouche, decolonizza il nostro immaginario economico. Dobbiamo passare dall’idea di linearità all’idea di ciclicità, dalla frenesia alla lentezza, dall’eccesso di tempo fugace e precario all’eterno presente del “qui e ora”. Se si esce dalla visione occidentale ed ottimistica del futuro, come qualcosa che arriverà da solo e sarà sempre positivo in balia degli eventi, e si entra in una dimensione reale del tempo, si capisce che se il futuro è figlio del presente e che il presente è il luogo temporale in cui creare le cause per un futuro migliore. Giacchetti sosteneva che i venti del cambiamento sono su di noi e una nuova Era di consapevolezza deve iniziare. È come se l’uomo finalmente risvegliasse la sua vera identità, la sua naturale capacità di creare la propria realtà, abbandonando lentamente il dualismo mente-corpo che caratterizza gran parte del pensiero moderno. Come sosteneva Argüelles: “La frequenza temporale attualmente in uso, quella 12:60, è contro natura ed è strettamente connessa al corso imboccato dall’Occidente verso una civiltà completamente tecnologica, basata sullo sfruttamento totale delle risorse naturali della Terra, con il conseguente inquinamento dell’ambiente naturale, la biosfera. L’ottimismo tecnologico si rivela miope nel credere che si possa seguire questa direzione indefinitamente.” Forse c’è veramente una nuova umanità cosciente che sta finalmente mettendo in discussione l’idea di sviluppo, l‘idea che i progressi della tecnologia, della scienza e l’organizzazione sociale producano automaticamente un miglioramento della nostra condizione. Questa frattura ci sta facendo riscoprire le nostre origini ancestrali e antichi sentimenti, dove la felicità non è associata alla materia ma allo spirito. È tempo per noi di “vivere” questa consapevolezza, come i nostri antenati hanno fatto tanti anni fa. Questo Giacchetti lo aveva capito bene. Nelle culture primarie tradizionali che Giacchetti ha raccontato per tutta la vita, la morte non è la fine assoluta ma un passaggio. Chi se ne va continua ad abitare la comunità sotto altre forme, nei sogni, racconti, memoria condivisa. Di Giacchetti rimarrà la sua profonda conoscenza, la sua onestà e la sua saggezza interiore con la speranza che continueranno a diffondersi come esempio e risveglio della consapevolezza.   https://www.karmanews.it/34302/maya-ma-chi-li-conosce-davvero/ > Maya: ma erano davvero sanguinari? > Decolonizzare il tempo con il Calendario Maya > La colonizzazione del tempo Lorenzo Poli
December 28, 2025
Pressenza