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Patagonia Argentina: la cerimonia del Satun, un atto di resistenza della comunità Mapuche
La comunità Mapuche nativa di Pillan Mahuiza nella Patagonia Argentina, a cui siamo legati da anni, si appresta in febbraio a vivere il Satun: una cerimonia sacra in cui lo spirito del Lonko (guida politica e spirituale) viene presentato ufficialmente al popolo. Il Satun è il “ponte” tra la saggezza degli antenati e il futuro delle nuove generazioni. È l’atto con cui la guida spirituale assume il compito di proteggere l’equilibrio della terra e della gente. Oggi, questa cerimonia non è solo un rito, ma un atto di resistenza. Mentre la comunità si prepara, la Patagonia brucia. Incendi devastanti, alimentati da interessi estrattivi e speculativi, stanno distruggendo il territorio. Il governo non interviene per fermare le fiamme, ma sceglie di accusare ingiustamente i Mapuche, usando il disastro come pretesto per criminalizzare il popolo e incarcerare i leader. Proteggere questa cerimonia significa non permettere che la loro voce venga spenta. Mantenere viva una cultura millenaria ha costi logistici immensi, soprattutto per un popolo che vive sotto pressione costante. Per questo stiamo organizzando una raccolta fondi. I contributi aiuteranno a coprire: – Viaggi e Spostamenti: Permettere alla Machi (donna di medicina) e agli anziani di viaggiare da territori lontani per presiedere al rito. – Accoglienza e Logistica: Ospitare e onorare i partecipanti che arrivano da ogni parte della regione. – Il Rehue e il Rito: Cura dello spazio sacro, condivisione del pasto comunitario, elemento essenziale della benedizione. Ogni contributo, piccolo o grande, è un “passo importante” per la dignità di un popolo che resiste nel custodire una cosmovisione e nel custodire i boschi e le acque del territorio. Condividi: Aiutaci a rompere il silenzio mediatico sulle ingiustizie in Patagonia. Far conoscere la verità è già un atto di sostegno. Il tuo gesto permetterà alla spiritualità nativa Mapuche di continuare a brillare nonostante l’oscurità del momento presente. Mapuche, significa popolo della Terra anche tradotto come i Figli della Terra, ed è il nome del popolo originario nativo di parte dell’Argentina e del Cile in Sud America. I Mapuche sono custodi di una profonda Cultura, Saggezza e Cosmovisione fondata sugli equilibri tra l’essere umano e la Natura, la Terra, il Cosmo. Per partecipare alla raccolta fondi scrivi a camminodellalibellula@gmail.com oppure su WhatsApp o telegram a +393471421081 Jenny Roncaglia Claudio Colli (il Cammino della Libellula)   Redazione Italia
Minneapolis, ICE arresta i nativi nordamericani Navajo e Oglala Sioux come “clandestini”
Nessuno mette in dubbio che l’immigrazione illegale sia un problema serio, ma lo è ovunque laddove la politica – tra demagogia, razzismo, senso comune reazionario, retorica e propaganda – preferisca gli slogan alle soluzioni. Negli USA, come in praticamente tutti i Paesi occidentali governati dalle destre più becere e violatrici dei diritti umani, il compito di reprimere spetta all’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale che dovrebbe controllare le frontiere. Si tratta di agenti spesso addestrati più alla violenza che alla legge e ciò non stupisce se poi si avvera l’assurdo: ovvero, durante rastrellamenti anti-immigrazione, arrestare anche cittadini nativi nordamericani Navajo e Sioux Oglala perché sospettati di essere clandestini. Questo è ciò che è avvenuto venerdì scorso a Minneapolis, durante le proteste anti-Trump. La comunità degli Oglala Sioux, residente nel Dakota meridionale, denuncia che tre dei quattro membri arrestati dall’Immigration and Customs Enforcement (Ice), la polizia anti-immigrazione, sono stati trasferiti nei centri di detenzione per migranti irregolari. L’emittente Abc riferisce che alcuni cittadini Navajo hanno dichiarato di essere stati fermati e trattenuti in Arizona e Nuovo Messico dagli agenti dell’Ice, così come accaduto a una donna della comunità Pima-Maricopa in Arizona, la cui deportazione è stata annullata all’ultimo minuto. Nei guai è finita anche l’attrice Elaine Miles – nota in Italia per il ruolo di Florence nella serie dell’Hbo ‘The last of Us’: ai media ha raccontato di essere stata fermata nello Stato di Washington e, una volta dato il documento di identità tribale agli agenti, si è sentita rispondere che sembrava “falso”. A darne notizia ai media locali è stato il presidente di una delle oltre 500 nazioni tribali riconosciute, Frank Star Comes Out, secondo cui nella memoria inviata dai rappresentanti della comunità al Dipartimento per la sicurezza nazionale (Dhs), è stato ribadito: “I membri delle comunità native sono cittadini degli Stati Uniti e quindi sono categoricamente al di fuori della giurisdizione delle autorità federali per l’Immigrazione”. Secondo le testate statunitensi, non sono emerse le circostanze dell’arresto ma è stato chiarito che i quattro risultano senza fissa dimora. Uno di loro è già stato rilasciato mentre degli altri tre non si conoscono le condizioni, pertanto nella loro memoria, gli Oglala Sioux esortano il dipartimento a fornire informazioni, oltre che a procedere al rilascio immediato. Martedì il presidente della tribù Oglala Sioux del South Dakota ha chiesto l’immediato rilascio dei membri della tribù trattenuti la scorsa settimana dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement in un accampamento per senzatetto in Minnesota. Tre dei quattro membri della tribù Oglala Sioux arrestati venerdì a Minneapolis sono stati trasferiti in una struttura dell’ICE a Fort Snelling, ha affermato il presidente Frank Star Comes Out in una dichiarazione rilasciata insieme a un promemoria inviato alle autorità federali per l’immigrazione. Fort Snelling ha una storia travagliata per le popolazioni indigene. Fu il primo avamposto militare della zona e i Dakota vi furono tenuti prigionieri durante la Guerra Dakota del 1862, un conflitto armato tra Stati Uniti e nativi americani, ha affermato Nick Estes, professore associato di Studi Indiani d’America presso l’Università del Minnesota e membro della tribù Sioux Lower Brule. “Ha una storia anti-indigena davvero nota, in particolare anti-Dakota”, ha detto Estes. “È un po’ come la continuazione del monopolio della violenza dall’avamposto militare alla struttura dell’ICE”. Non è la prima volta negli ultimi mesi che gli agenti dell’ICE arrestano membri della tribù. L’anno scorso, i leader eletti della Nazione Navajo hanno dichiarato che i cittadini tribali in Arizona e Nuovo Messico hanno riferito di essere stati fermati e trattenuti dagli agenti dell’ICE. A novembre, un membro della comunità indiana Pima-Maricopa di Salt River in Arizona, che era stata arrestata in Iowa, è stato erroneamente programmato per essere espulso, prima che l’errore venisse scoperto e la donna venisse rilasciata. Nello stesso mese, Elaine Miles, membro delle tribù confederate della riserva indiana di Umatilla in Oregon e attrice nota per i suoi ruoli in “Un agente segreto” e “The Last of Us”, ha dichiarato di essere stata fermata dagli agenti dell’ICE nello stato di Washington, che le hanno detto che il suo documento d’identità tribale sembrava falso. “Il memorandum della tribù Oglala Sioux chiarisce che ‘i cittadini tribali non sono stranieri’ e sono ‘categoricamente al di fuori della giurisdizione sull’immigrazione'”, ha affermato Star Comes Out. “I membri tribali iscritti sono cittadini degli Stati Uniti per statuto e cittadini della nazione Oglala Sioux per trattato”. I dettagli sulle circostanze che hanno portato alla loro detenzione non sono chiari. Nel memorandum inviato al Segretario del Dipartimento per la Sicurezza Interna, Kristi Noem, Star Comes Out ha affermato che quando la tribù si è rivolta all’agenzia, le sono stati forniti solo i nomi di battesimo degli uomini. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna si è rifiutato di rilasciare ulteriori informazioni a meno che la tribù non “non avesse stipulato un accordo sull’immigrazione con l’ICE”. Il DHS non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento di martedì sera. Star Comes Out ha affermato che la tribù non ha intenzione di stipulare un accordo con l’ICE. I gruppi per i diritti degli indigeni, così come la Red Lake Band of Chippewa Indians, hanno istituito a Minneapolis degli spazi in cui i cittadini tribali possono richiedere le carte d’identità tribali, nel caso in cui vengano contattati dall’ICE e abbiano bisogno di fornire un documento d’identità. “Non avrei mai pensato di ritrovarmi con il mio documento d’identità tribale appeso al collo, ma è così”, ha detto Mary LaGarde, direttrice esecutiva del Minneapolis American Indian Center. “Quindi, è importante che abbiano con sé un documento d’identità valido e non farsi prendere dal panico”. Gli arresti sono avvenuti venerdì scorso, mentre a Minneapolis – metropoli del Minnesota che confina a ovest col Dakota del Sud – migliaia di persone manifestavano per le strade contro il governo del presidente Donald Trump, dopo l’uccisione a sangue freddo da parte di un agente federale dell’Ice di Renee Nicole Good, una cittadina statunitense e attivista per i diritti civili. L’agente Johnatan Ross aveva fermato a un posto di blocco il Suv su cui viaggiava la 37enne e madre di tre figli, e avrebbe poi ha aperto il fuoco, uccidendola. Le ragioni dell’aggressione restano da chiarire ma i filmati a disposizione degli inquirenti – quello della bodycam dell’agente e quello realizzato dalla moglie di Good, che era fuori dall’auto – mostrano che gli spari sono partiti mentre il suv ripartiva, senza creare nessun apparente rischio per il poliziotto federale. Ai cittadini di Minneapolis, l’uccisione di Good ha ricordato l’omicidio nel 2020 dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente di polizia, destando un’ondata di critiche e proteste che si sono velocemente estese a tutto il Paese e che stanno continuando, alimentate da nuovi video condivisi sui social che mostrano altri atti di violenza a danno dei cittadini. Nel mirino delle contestazioni, gli arresti e gli assalti degli agenti dell’Ice nell’ambito della politica anti-migranti del presidente Trump. Potenziata in numeri e mezzi dal suo insediamento, l’Ice è a sua volta accusata da più parti di essere stata trasformata in una “milizia personale” del presidente, incaricata di catturare, attraversi blitz e arresti di massa, non solo migranti irregolari ma anche stranieri regolarmente residenti o cittadini di origine straniera, per essere poi deportati. Le organizzazioni per i diritti umani segnalano arresti anche tra minori, persone anziane o individui che sono stati condannati per reati minori e hanno già pagato il loro debito con la giustizia. Sioux e Navajo sono fuori da qualsiasi giurisdizione in materia di immigrazione. Non per opinione, ma per diritto, storia e Costituzione. Un concetto che dovrebbe essere scolpito nei manuali di educazione civica, ma che evidentemente non figura nei prontuari operativi dell’ICE, dove il criterio sembra essere uno solo: “Non sei un bianco? Allora ti arresto”. Per i popoli indigeni questa non è una svista burocratica: è l’ennesimo schiaffo. Dopo secoli di espropri, deportazioni, stermini e settler colonialism ora devono anche dimostrare di avere il diritto di stare sulla loro terra. Ha scritto Umberto Baldo nel blog TviWeb sulla vicenda: “Le preoccupazioni sono concrete, soprattutto per le tribù che vivono vicino al confine, come i Tohono O’odham, presenti nel deserto di Sonora da migliaia di anni e abituati a muoversi liberamente su un territorio che esisteva ben prima delle mappe di Washington. Ma quando il confine diventa una religione e la divisa una licenza di sospetto (e persino di uccidere) anche la storia viene fermata per un controllo documenti.”   Fonti: https://www.dire.it/14-01-2026/1208677-a-minneapolis-lanti-immigrazione-di-trump-ha-arrestato-anche-dei-sioux-ma-non-siamo-migranti/ > A Minneapolis, l’America arresta se stessa: l’ICE ferma i nativi americani Lorenzo Poli
In ricordo di Antonio Giacchetti, divulgatore del Calendario Maya in Italia
” Chi possiede il tuo tempo controlla la tua mente. Libera il tuo tempo, e possiederai la tua mente.” José Arguelles   Un’altra voce libera se n’è andata nel panorama culturale e spirituale italiano. Il 14 dicembre 2025 ci ha lasciati Antonio Giacchetti, studioso delle culture dei popoli nativi, ma soprattutto profondo conoscitore della cultura, della storia e della spiritualità del popolo Maya. Nato a Bari, residente a Trullolandia (Cisternino), nella magica Valle d’Itria, Giacchetti era un giurista, avvocato “pentito” che mai ha esercitato la sua professione per dedicarsi invece all’antropologia e alla spiritualità, studiando i Maya e le altre civiltà mesoamericane. Dopo aver completato due giri del mondo, realizzando un sogno dell’infanzia, per un totale di sette anni, incontra a Miami (Maya-mi) il libro che tradurrà in italiano e per cui diventerà famoso, Il Fattore Maya (WIP Edizioni, Bari 1999) – formidabile long-best-seller internazionale del professor José Argüelles che cambierà per sempre la nostra comprensione della misteriosa civiltà Maya – e diventa l’interprete ufficiale e traduttore italiano del Prof.  Argüelles (1939-2011), decodificatore dei codici matemagici dei Maya Galattici, curando la pubblicazione delle sue opere e del Sincronario Galattico di 13 Lune di 28 Giorni. Docente di Anatomia Archetipica Comparata presso l’Istituto di Pedagogia Olistica IBA di Firenze, è stato collaboratore di UAM.TV, dove è disponibile “Viaggio in Messico”, serie realizzata con lui: un percorso attraverso luoghi, simboli e culture antiche senza ridurle a folklore. Dal 2007 ha organizzato e guidato viaggi di scoperta e avventura in Guatemala e Honduras, e di ricerca e spiritualità in Messico, dove ha incontrato anziani Maya con cui si tengono cerimonie nei luoghi di potere della tradizione Maya. Giacchetti ha partecipato al Seminario di Sette Settimane dei Maghi della Terra in Cile (Ottobre-Dicembre 1999) e, a partire dallo stesso anno, è coordinatore del PAN Italia, la Rete d’Arte Planetaria, nodo locale del network PAN globale nonchè struttura organizzativa del Movimento Mondiale di Pace per il Cambio al Calendario delle 13 Lune di 28 Giorni. Per anni ha amministrato il sito www.13lune.it , ha curato il coordinamento dell’Equipe Traduttori PAN ed ha compilato l’edizione italiana del Sincronario Galattico Maya. Persona di grande onestà umana e intellettuale, Giacchetti si è distinto per la sua incessante attività di conferenziere e divulgatore, tenendo sempre conferenze e seminari sui Maya e sul 2012. Dobbiamo a lui la diffusione della comprensione e della conoscenza in Italia del Calendario Maya e della diversa prospettiva di tempo che ne deriva. Secondo la visione di Giacchetti, come anche quella di Jose Arguelles, noi viviamo in un incubo meccanizzato in cui siamo vittime dell’idea di tempo che 5.000 anni fa i sacerdoti babilonesi – usurpatori del potere matriarcale, lunare e femminile – hanno stabilito e che in seguito, circa 2.000 anni fa, Giulio Cesare e Cesare Augusto, signori della guerra, hanno rafforzato con il “calendario giuliano” (in vigore dal 46 a.C. al 1582). Il 4 ottobre 1582, con la bolla papale Inter gravissimas, Papa Gregorio XIII ha introdotto quello che è passato alla storia come “calendario gregoriano” (composto da 12 mesi con durate diverse – da 28 a 31 giorni – per un totale di 365 o 366 giorni: l’anno di 366 giorni è detto anno bisestile). Introducendo la concezione lineare del tempo di matrice cristiana e l’idea di futuro come moto regolatore del tempo per cui viviamo, il “calendario gregoriano” si è imposto in tutto il mondo e ha cercato di sostituire tutte le concezioni cicliche del tempo tipiche delle culture indigene. L’imposizione del calendario occidentale alle popolazione mesoamericane fu il primo atto di colonizzazione, seguito dalla violenza, dall’epistemicidio, dalla spada e dall’imposizione della propria religione, della propria scienza e della propria filosofia. Questo ha comportato la distruzione sistematica della sincronizzazione/connessione dell’essere umano con la Natura, con i cicli ecologici e con il movimento del cielo, imponendo un calendario basato sulla vita di Gesù. Il colonialismo e i missionari cristiani, per colonizzare ed evangelizzare, hanno dovuto imporre la forma mentis che avrebbe accettato il loro modello di sviluppo e di società. Nel 1597, Francois Bacon scrisse nei suoi Essays la frase “Il tempo è denaro”. Questo diventerà il motto della società industriale occidentale basata sull’idea di “progresso” indefinito, che ha portato alla nostra società dominata dalle macchine, dalla mentalità estrattiva, dalla tecnologia e dalla separazione umano-Natura, catapultandoci in un luogo figurato che non è il nostro. Dalla magia del qui e ora e dell’eterno presente – ci ha insegnato Giacchetti – il tempo è stato diviso in unità arbitrarie, svuotato del suo significato magico, ridotto a durata e rapportato al denaro. Il complicato e insensato relitto arcaico che usiamo per misurare il nostro tempo, ovvero il calendario gregoriano (derivante a sua volta dal calendario giuliano) è un potentissimo strumento occulto di potere e di controllo; il suo uso prolungato ha prodotto una deviazione nella mente collettiva, portandoci a credere che il tempo è denaro e che la guerra è lo standard di risoluzione ai conflitti. Le cosmovisioni indigene, oltre a non concepire questa imposizione coloniale del tempo, avevano capito che tutto era ben diverso. Il Tempo è Arte e noi siamo Arte incarnata nel Tempo, il tempo è “coscienza”, è “vita”. La civiltà Maya aveva più di tutte le altre una concezione ciclica e una conoscenza astronomica e cosmologica che aveva portato alla creazione del Calendario Sacro Maya, chiamato Tzolk’in, una matrice matematica formata da 260 unità, che nasce da 20 segni e 13 toni che si intrecciano fra di loro. Venne decifrato dal Prof. José Argüelles e da sua moglie Lloydine, che hanno studiato i calendari Maya e individuato le frequenze del tempo artificiale (12:60) e naturale (13:20), dando vita ad un corpus di conoscenza interamente nuovo: la Legge del Tempo, che si articola nella matematica della Quarta Dimensione e nello studio dell’Ordine Sincronico. A partire dal presente, l’analisi va indietro nel tempo alla ricerca di civiltà come i Maya e i nativi americani che si sono sviluppate in modo diverso ma dalle quali abbiamo molto da imparare; società sterminate da noi in nome dello “sviluppo” e della “modernizzazione”, ma che oggi vengono prese da esempio per insegnarci molto su noi stessi, sul nostro presente e sul futuro che ci stiamo costruendo. Questi antichi popoli, anche se a migliaia di chilometri di distanza e in momenti diversi della storia, sono simili non solo nel loro modo di rapportarsi con la Natura, con l’Altro e con il cosmo, ma soprattutto perché la loro visione del mondo “illuminata” anticipa ciò che alcuni scienziati contemporanei hanno a lungo sostenuto: tutto è vivo e interconnesso. I Maya si salutavano l’un l’altro con il detto tradizionale “In Lak’ech”, che significa “Io sono un altro te stesso” o “Io sono te, tu sei me”. Oggi, la scienza moderna e la fisica quantistica hanno confermato che, in effetti, tutto nell’Universo è energia e che non vi è separazione tra l’osservatore e ciò che viene osservato. Tutto è collegato, tutto è vivo e quindi tutto vibra. Nel marzo 2012, Antonio Giacchetti è diventato famoso per aver partecipato alle riprese – nonchè per essere uno dei protagonisti – del film documentario “Un Altro Mondo” del regista romano Thomas Torelli, in cui ha dichiarato: “Il nostro calendario influenza tutto ciò che facciamo e coordina tutte le attività della nostra società. (…) Il calendario influenza anche la nostra mente e la nostra capacità di pensare, se pensiamo al nostro cervello come all’hardware e ai nostri pensieri come al software, il calendario corrisponde al programma operativo. E’ questo il vero ‘baco’ del millennio nel calendario gregoriano. Una frequenza disarmonica di base che ci condiziona a pensare meccanicamente, con conseguenze che coinvolgono tutto il pianeta. Usare un calendario artificiale e disuguale, irregolare ed irrazionale, come il nostro calendario gregoriano, ha prodotto una cultura altrettanto irrazionale, col risultato di una divergenza dal tempo naturale ed ecologico che ha portato a conseguenze nel nostro ambiente, nella nostra cultura e nei nostri comportamenti.” Qualche anno fa, proprio su queste proposte, era nato Movimento Mondiale di Pace per l’Adozione del Sincronario delle 13 Lune proprio con il fine di adottare il Sincronario Maya in quanto più in linea con i ritmi ecologici del Cosmo, della Terra, della Vita e della Natura. Affermava Antonio Giacchetti nel documentario “Un Altro Mondo” di Thomas Torelli: “Il nostro tempo è diventato un incubo meccanizzato. La mattina ci sveglia una macchina, ci entriamo in un’altra macchina che ci porta nel nostro luogo di lavoro. Vuoi scommettere che il nostro lavoro è mandare avanti tutto il giorno? (…) E al termine di una giornata di lavoro di questo tipo, ci rimettiamo in una macchina e torniamo a casa dove ci sono altre macchine che si incaricano di divertirci e nutrirci. Al termine di un mese di questa vita riceviamo in cambio del nostro tempo, che è sacro, una quantità di denaro che è l’ipnosi collettiva meglio riuscita su questo pianeta e con quella somma di denaro corriamo tutti contenti a comprare nuove macchine”. Secondo molti antropologi, il calendario Maya era solo uno strumento per determinare i tempi della semina, ma secondo studi più approfonditi si tratta di un sistema per la regolazione dei tempi della vita su un piano cosmico in cui si possono identificare altri cicli, più grandi e più piccoli. “Un sistema del tempo ciclico e una visione dell’universo quadridimensionale a matrice radiale, in cui il punto zero è il sempre-presente-qui-ed-ora. In questa concezione crono-centrica il tempo è la quarta dimensione. La nostra è invece spazio-centrica, considera il tempo lineare e l’universo tridimensionale” – affermava Argüelles. Per i Maya l’essenza del tempo non è nella durata, computata e frazionata in ore, minuti e secondi meccanici, ma piuttosto nella sincronizzazione, il cui strumento supremo è l’essere umano. I Maya concepivano il tempo come “arte” e come “coscienza”, qualcosa di totalmente diverso che sancì uno scontro radicale di civiltà tra la cosmovisione dei Maya e la visione dei conquistadores e dei missionari, cercando di imporre, con la linearità cristiana, che la nostra vita non è più nostra, ma è la vita di chi ci paga per il nostro tempo. Forse è proprio su questo che avvenne l’impatto più violento tra conquistadores e la Civiltà Maya. Secondo Giacchetti era diventato necessario passare dal calendario gregoriano al Calendario Maya per: spezzare questo flusso di Matrix che ci aveva condotto alla società dello sviluppo indefinito; tornare ad essere co-creatori della propria realtà; esplorare i codici matemagici che i Maya Galattici ci hanno lasciato; conoscere la configurazione energetica del momento del tempo che abbiamo scelto per VENIRE ALLA LUCE; compiere la nostra missione su questa Terra; e sviluppare il nostro potenziale e ricordare chi siamo veramente. Oggi più che mai, per uscire dal realismo capitalista, dal mito della crescita economica, dalla società industriale di massa, dall’invenzione artificiale dell’idea di “progresso indefinito”, dal consumismo e da questo modello di produzione e sviluppo, doppiamo decolonizzare la nostra idea di tempo e dunque, come ci spiega Latouche, decolonizza il nostro immaginario economico. Dobbiamo passare dall’idea di linearità all’idea di ciclicità, dalla frenesia alla lentezza, dall’eccesso di tempo fugace e precario all’eterno presente del “qui e ora”. Se si esce dalla visione occidentale ed ottimistica del futuro, come qualcosa che arriverà da solo e sarà sempre positivo in balia degli eventi, e si entra in una dimensione reale del tempo, si capisce che se il futuro è figlio del presente e che il presente è il luogo temporale in cui creare le cause per un futuro migliore. Giacchetti sosteneva che i venti del cambiamento sono su di noi e una nuova Era di consapevolezza deve iniziare. È come se l’uomo finalmente risvegliasse la sua vera identità, la sua naturale capacità di creare la propria realtà, abbandonando lentamente il dualismo mente-corpo che caratterizza gran parte del pensiero moderno. Come sosteneva Argüelles: “La frequenza temporale attualmente in uso, quella 12:60, è contro natura ed è strettamente connessa al corso imboccato dall’Occidente verso una civiltà completamente tecnologica, basata sullo sfruttamento totale delle risorse naturali della Terra, con il conseguente inquinamento dell’ambiente naturale, la biosfera. L’ottimismo tecnologico si rivela miope nel credere che si possa seguire questa direzione indefinitamente.” Forse c’è veramente una nuova umanità cosciente che sta finalmente mettendo in discussione l’idea di sviluppo, l‘idea che i progressi della tecnologia, della scienza e l’organizzazione sociale producano automaticamente un miglioramento della nostra condizione. Questa frattura ci sta facendo riscoprire le nostre origini ancestrali e antichi sentimenti, dove la felicità non è associata alla materia ma allo spirito. È tempo per noi di “vivere” questa consapevolezza, come i nostri antenati hanno fatto tanti anni fa. Questo Giacchetti lo aveva capito bene. Nelle culture primarie tradizionali che Giacchetti ha raccontato per tutta la vita, la morte non è la fine assoluta ma un passaggio. Chi se ne va continua ad abitare la comunità sotto altre forme, nei sogni, racconti, memoria condivisa. Di Giacchetti rimarrà la sua profonda conoscenza, la sua onestà e la sua saggezza interiore con la speranza che continueranno a diffondersi come esempio e risveglio della consapevolezza.   https://www.karmanews.it/34302/maya-ma-chi-li-conosce-davvero/ > Maya: ma erano davvero sanguinari? > Decolonizzare il tempo con il Calendario Maya > La colonizzazione del tempo Lorenzo Poli
Chiapas e Rojava: rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità
«Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché? Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza. Speranza contro l’oscurità del mondo…». È cominciato così lo splendido intervento di John Holloway alla Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, promossa a Istanbul, il 6 e 7 dicembre, dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace. Una due giorni, secondo alcuni forse troppo concentrata sulla riforma dello Stato e poco su quello che Öcalan chiama “confederalismo democratico”. Ma il movimento curdo è oggi attraversato, tra inevitabili contraddizioni da comprendere e rispettare, da almeno due grandi questioni: il desiderio di una vera pace, dopo migliaia di morti e dopo oltre trent’anni di carcere per tantissimi prigionieri politici; la determinazione a realizzare una trasformazione profonda della società, una società organizzata non con le logiche tradizionali dello stato ma su base comunitaria (“confederalismo democratico”). Di certo, il movimento curdo, come quello zapatista e migliaia di altri gruppi nel mondo, è “un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità…” Ho percorso oltre 11.000 chilometri per essere qui con voi. Perché? Sono stato attirato qui da una luce che brilla nell’oscurità. Una luce così brillante che può essere vista a oltre 11.000 chilometri di distanza. La luce di Öcalan e del Movimento di liberazione curdo. Una luce di speranza. Speranza contro l’oscurità del mondo. Contro l’oscurità di un mondo così crudele che lo stato turco ha tenuto un uomo in isolamento in prigione per più di venticinque anni, semplicemente perché ha dedicato la sua vita a lottare per la libertà: lo stato turco si porta addosso la vergogna internazionale per ogni giorno che viene tenuto in prigione. Un mondo così crudele che può sopportare mentre lo stato israeliano uccide e uccide e uccide e uccide bambini, donne e uomini palestinesi. Un mondo governato dal denaro dove ogni aspetto della vita è plasmato dal desiderio di aumentare il denaro, di generare profitto. Un mondo che si sta distruggendo, un mondo in cui noi umani abbiamo fatto della nostra stessa estinzione un pericolo reale e urgente. Un mondo in cui il denaro non ha mai manifestato il suo potere in modo così forte e volgare. Il mondo di oggi è un posto molto, molto buio. Ecco perché è così importante rallegrarsi delle luci che brillano nell’oscurità, dei movimenti che vanno nella direzione opposta, contro il crudele dominio del denaro. Per me, in questo momento, ci sono due grandi luci nel cielo. Una è il Movimento di liberazione curdo, l’altra è il movimento zapatista in Messico. Ma se guardiamo più da vicino, vediamo che ci sono migliaia, probabilmente milioni di gruppi che spingono in direzioni simili. Stiamo tutti cercando di creare una luce contro l’oscurità, stiamo tutti cercando di reclamare il mondo, il nostro mondo, dal dominio omicida del denaro, per riprendercelo prima che sia troppo tardi. Ecco perché il movimento curdo e il movimento zapatista sono così importanti per noi che non siamo né curdi né indigeni: perché la loro forza e le loro idee ci danno il coraggio di continuare a lottare per un mondo basato sul riconoscimento della dignità umana. Non sto dicendo che questi movimenti siano perfetti: come ogni movimento, hanno le loro contraddizioni e le loro tensioni interne. Ma hanno almeno cinque caratteristiche centrali nell’attuale flusso globale di resistenza e ribellione: sono anticapitaliste, antistataliste, antipatriarcali, antiecocide e antinazionaliste. Innanzitutto, anticapitaliste, in opposizione al dominio del capitale, espresso in modo più evidente nel dominio del denaro. Capitale è il nome che diamo a una forma di coesione sociale in cui le relazioni sociali si stabiliscono attraverso lo scambio di merci, cioè essenzialmente attraverso il denaro, una forma di coesione sociale che si basa necessariamente sullo sfruttamento della stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Questa forma di coesione sociale genera una dinamica violenta che ci sta distruggendo. L’unico modo per superare questa dinamica di distruzione è sviluppare, contro il capitale, una diversa forma di coesione sociale, una comunizzazione, un’unione che sia comunitaria. Sia il movimento curdo che gli zapatisti hanno sviluppato questa comunizzazione in larga misura nella loro pratica. In secondo luogo, anti-stataliste. Lo stato, come forma di organizzazione, non potrà mai essere nostro. A differenza del comune, esclude le persone affidando le decisioni a un numero selezionato di persone. È legato all’accumulazione di capitale. Inoltre, lo stato, qualsiasi stato, è profondamente razzista, semplicemente perché si basa sulla discriminazione tra i suoi cittadini e il resto della popolazione mondiale. Cosa questo significhi in termini di violenza quotidiana e omicidi di massa sta diventando sempre più chiaro. Lo stato è una forma violenta di organizzazione, mentre il comune non lo è. Lo stato è un dire, un comandare, mentre il comune è un dibattere, un discutere e un giungere a una conclusione condivisa. Lo stato, come forma organizzativa, porta alla guerra, il comune alla pace. Una pace significativa deve essere costruita sulla trasformazione sociale. In terzo luogo, anti-patriarcale. Ôcalan ha ragione quando dice che la schiavitù delle donne è la schiavitù più antica del mondo. Sia il Movimento di liberazione curdo che gli Zapatisti hanno posto la trasformazione del ruolo delle donne nella società al centro della loro lotta. Senza di essa non può esserci libertà. Ciò significa la trasformazione radicale del nostro modo di vivere e di relazionarci gli uni con gli altri, la creazione di un mondo basato sul reciproco riconoscimento della dignità di tutte le persone. In quarto luogo, anti-ecocida. Il capitalismo è profondamente ecocida, basato sulla distruzione e sullo sfruttamento di altre forme di vita e di tutta la natura che ci circonda ed è essenziale per il nostro benessere e per la nostra stessa vita. Per sopravvivere, dobbiamo recuperare e sviluppare un rapporto armonioso con la natura. Anche questa è una caratteristica centrale del movimento curdo, di quello zapatista e di migliaia di altri movimenti in tutto il mondo. E in quinto luogo, anti-nazionalista. Questo è importante perché il nazionalismo è sia l’aspetto più violento dell’oppressione capitalista quotidiana, sia la forza che più di ogni altra ha contribuito a spezzare le lotte popolari per un mondo migliore. Sia gli Zapatisti che il movimento curdo hanno proclamato il loro anti-nazionalismo. Gli zapatisti hanno da tempo abbandonato l’idea di liberazione nazionale e proclamano che “la lotta per l’umanità è globale… la lotta per l’umanità è in ogni luogo e in ogni momento”. E Öcalan esprime magnificamente il suo rifiuto non solo del nazionalismo, ma di qualsiasi forma di identitarismo quando afferma: “La libertà nel vero senso della parola è la trascendenza della distinzione tra noi e gli altri”. La sua grande luce splende nel cielo scuro, ecco perché ho viaggiato per 11.000 chilometri. Ma cosa ho trovato? Persone molto simpatiche, certo, ma, con la notevole eccezione della lettera di Öcalan, ieri non si è praticamente parlato di anticapitalismo, antistatalismo, antipatriarcato, antiecocidio, antinazionalismo. Posso rispettare i movimenti catalano, basco e irlandese, e comprendo persino l’interesse per la trasformazione del Sudafrica dalla brutalità dell’apartheid a una delle società più violente, corrotte e inique del mondo. Ma questi non sono i movimenti di radicale trasformazione sociale che entusiasmano le persone in tutto il mondo come sta facendo il movimento curdo. Tutti ieri hanno parlato di pace, ma come un accordo legale, non come un processo di trasformazione sociale[1]. Quindi mi restano due opzioni. Una è tornare a casa e dire: “Bella gente, ma è stato tutto un errore, questa non è la luce che mi aspettavo di vedere. Abbandoniamo il nostro gruppo di lettura su Öcalan e il corso che ho intenzione di tenere insieme ad Azize Aslan e Sergio Tischler su “Comune contro lo Stato: Curdi e Zapatisti”. Ma non posso farlo. Quello che ho letto e sentito sul Rojava, quello che ho letto su Öcalan, il mio coinvolgimento con l’Accademia Curda di Scienze Sociali di Eindhoven, in Olanda: tutte queste cose non me lo permetteranno. L’altra possibilità è rivelare la mia vera identità. Contrariamente alle apparenze, non sono un professore, sono davvero una fata madrina. Credo che gli organizzatori lo abbiano capito quando mi hanno invitato. Come fata madrina invitata a una conferenza, ho l’obbligo di esprimere un desiderio per il movimento che mi ha invitata. E il mio augurio è questo: in tutti i difficili, dettagliati e importanti negoziati che si stanno svolgendo con lo Stato turco, che sostengo pienamente, desidero che non vi deradicalizziate, che non dimentichiate mai quanto siete speciali, che comprendiate che per noi che viviamo in Messico e in tutto il mondo, il movimento curdo è un movimento molto speciale che brilla di una luce speciale, la luce della dignità, della rabbia della dignità contro l’oscurità. Per questo ho volato via mare e via terra fino a Istanbul. Per questo, sono venuto a esprimere il mio entusiastico sostegno a Öcalan, al Movimento di Liberazione Curdo e al processo di pace. -------------------------------------------------------------------------------- Intervento nel secondo giorno della Conferenza internazionale sulla pace e la società democratica, Istanbul, 6/7 dicembre 2025, organizzata dal DEM, il partito curdo che sostiene Öcalan e l’attuale processo di pace. [1] Il primo giorno della conferenza, sono stati presentati interventi sul processo di pace in Catalogna, Paesi Baschi, Irlanda e Sudafrica. Comune-info
Comunità mapuche manifestano in difesa della vita di tutti
Mari mari kom pu lamgen ka pu peñi, mari mari kom pu che. Muleayiñ Puelwilli mapu mew Xipay ñeayiñ dungun. Saluti a tutti i fratelli e le sorelle, a tutte le persone. Da Puel willi mapu, (sotto l’amministrazione dello Stato argentino) Patagonia Meridionale, dichiariamo: Negli ultimi due anni la persecuzione e la criminalizzazione  contro il nostro popolo-nazione mapuche si è intensificata. La dittatura razzista cammina senza titubare verso l’apartheid, privandoci di tutti i nostri diritti, cercando di strapparci dai nostri territori. Ha portato avanti processi farsa, basati su menzogne e propaganda razzista per ottenere consenso sociale alle loro politiche segregazioniste. L’Argentina è una società razzista,  questo Stato è stato fondato su un genocidio contro i popoli indigeni, nel corso della storia non c’è stato un governo che abbia condannato le politiche militari di sterminio. L’impunità genera il ripetersi degli atti, ora in Argentina le politiche di morte non solo minacciano la vita dei Mapuche, ma anche quella di tutti gli altri. VENGONO PER APPROPRIARSI DELL’ACQUA. Gli accordi segreti con Mekorot, portati avanti dal governo Milei e sostenuti da dodici governatori locali, mirano a dare il  controllo dell’acqua a questa azienda israeliana, accusata di apartheid idrica in Palestina. In altre parole, metteranno nelle mani dei perpretatori di un genocidio il diritto all’acqua: chi controlla l’acqua controllerà la vita. Ora stanno attaccando anche i ghiacciai. I ghiacciai non sono rinnovabili, quelli che scompariranno non torneranno ad esistere mai più. In un’epoca in cui la crisi climatica sta generando il riscaldamento globale più temibile della storia, i ghiacciai sono un fattore fondamentale per la regolazione della temperatura del pianeta. Distruggere i ghiacciai affinché le compagnie minerarie ottengano profitti, offrendo alle popolazioni povertà, inquinamento e morte, è una decisione tipica di uno Stato terrorista. Questi sono i veri motivi dietro gli sgomberi che patisce il nostro popolo. I prigionieri politici mapuche, le violente e sproporzionate irruzioni come quella dell’11 febbraio nella provincia di Chubut, gli arresti arbitrari di persone innocenti, l’omicidio di Rafael Nawel ed Elias Cayicol, l’accusa di terrorismo contro il popolo mapuche, tutto questo è uno scenario orchestrato per facilitare la loro avanzata mortifera contro la natura. Il popolo mapuche è un tutt’uno con la terra e come popolo della terra difenderemo la vita  di fronte a questa avanzata vorace del sistema terricida. Per questo motivo oggi, 9 dicembre 2025, ci presentiamo alla procura della città di Esquel, Chubut. Consapevoli che l’apparato legale è diventato uno strumento repressivo e giustificatorio di politiche assassine. In questo momento storico, l’unica paura che abbiamo è quella di non riuscire a evitare queste aberrazioni. >  Chiediamo: > > 1- Che venga dichiarata la nullità del caso “Mirantes…”, un caso inventato per > coprire i veri autori degli incendi in Patagonia. > > 2- La restituzione di tutti gli oggetti sequestrati e rubati dalle forze di > polizia quel giorno. > > 3- Che venga dichiarata l’assoluta inibizione dell’uso del nostro DNA. > > Più di 60 persone, in quelle 12 perquisizioni, sono state costrette a > sottoporsi al prelievo di campioni. Questo non solo è illegale, ma è anche > condannato dai trattati e dagli accordi internazionali. > > 4- Riconoscimento del territorio del Lof Catriman-Colihueque, che venga > disattivata la risoluzione dell’IAC (Istituto Autarchico di Colonizzazione e > Promozione Rurale). > > 5- Esigiamo la smilitarizzazione dei nostri territori. > > 6- Riconoscimento, rispetto e applicazione dei diritti indigeni. > > 7- Restituzione dei territori sgomberati al pu lof mapuche. > > 8- Esprimiamo solidarietà ai popoli indigeni  in lotta e al popolo di Mendoza, > uniamo la nostra voce in un forte grido: Amunge Fewla Mekorot!! Fuori Mekorot! > > Ci opponiamo con determinazione all’abrogazione della Legge sui Ghiacciai e > chiediamo all’Argentina e a tutti i popoli indigeni: coraggio, determinazione > e unità per proteggere la vita, perché se non è ora, quando? > > I ghiacciai NON si toccano! > >   Tribunale di Esquel, Chubut, 9 dicembre 2025 Redacción Mar del Plata
A Cagliari, la Maratona dei testimoni. Mentre il mondo tace, noi ricominciamo a correre
Venerdì 12, la Maratona dei testimoni dal presidio di piazza Yenne incontro alle ore 18:00, partenza alle 18:30. * La corsa: corriamo 4 volte, 4 percorsi in direzioni diverse per ritornare sempre in piazza Yenne, al presidio, noi testimoni della tragedia che ci coinvolge tutti. * La lettura: contemporaneamente alla vorsa leggiamo i nomi dei 20.000 bambini palestinesi morti, i nostri testimoni, martiri di un mondo che non riconosciamo. Solo quelli ufficiali, per gli altri, tantissimi, non abbiamo nemmeno i nomi, solo il pensiero, il vuoto. * La presenza: in piazza Yenne, siamo tutti testimoni attraverso la lettura e testimoni con la corsa di quell’umanità che non accetta di ripiegarsi nel silenzio. Venerdì 12, 43esimo giorno di presidio. Ancora nessuna pace, nessuna tregua per il popolo palestinese. Anzi la guerra si allarga a nuovi paesi, mentre noi perdiamo sovranità sulla nostra terra per lasciare spazio ad altri speculatori, i peggiori, ai mercanti di armi. Si sente solo, fortissimo, il silenzio dei media a nascondere l’orribile verità: il genocidio continua. Morte, furto, tortura, fame, devastazione a Gaza e in Cisgiordania, tutto coperto da una falsa tregua, usata per nascondere tutto l’orrore sotto una coperta di silenzio. Il presidio è la nostra base. La voce si è sparsa, molti si avvicinano per la prima volta, studenti, turisti, passanti che chiedono quelle informazioni che non sentono al telegiornale. Altri presìdi, in altre città, contatti, supporto e solidarietà. Un’umanità vera, che si ritrova e si conforta perché non accetta il ruolo di osservatore passivo del massacro. Lottare per la Palestina significa lottare per tutti i popoli oppressi dal colonialismo, che ci schiaccia solo per il profitto di pochi. Questo presidio, irriducibile, ci mostra che insieme possiamo fare cose grandiose. Presidio giornaliero per la Palestina – Piazza Yenne, Cagliari (foto Facebook) È arrivato il tempo di abbandonare ogni reticenza perché noi non saremo liberi, finché ciascuno di noi su questo pianeta non sarà libero. Il presidio continua, vi aspettiamo in piazza Yenne, anche venerdì 12 dalle 18:00 alle 20:00. Comitato Sardo di solidarietà con la Palestina Movimento Can’t stay Silent Associazione amicizia Sardegna Palestina   Redazione Cagliari
Brasile di Lula tra la Cop30, i territori indigeni e le promesse mancate. Intervista a Loretta Emiri
Cop30, le trame oscure del “green capitalism”, la colonizzazione dei crediti di carbonio, le false soluzioni tecnocratiche alla crisi climatica, la lotta per il riconoscimento dei territori indigeni amazzonici e le mancate promesse del governo Lula, ormai totalmente dipendente dal Congresso Nazionale in mano alla destra neoliberista. In questa intervista c’è tutta la passione di una ecologista e indigenista italiana che ha vissuto con gli indigeni amazzonici del Brasile e con loro ha respirato la loro lingua, la loro cultura, la loro spiritualità, la profonda connessione con la Natura, la difesa dei loro sistemi di medicina tradizionale, la lotta per la difesa dell’Amazzonia e dei territori indigeni dall’estrattivismo e dalla deforestazione. Nel 1977 Loretta Emiri si è stabilita nell’Amazzonia brasiliana dove, per 18 anni, ha sempre lavorato con o per gli indios. I primi quattro anni e mezzo li ha vissuti con gli indigeni Yanomami delle regioni del Catrimâni, Ajarani e Demini. Fra di loro ha svolto lavori di assistenza sanitaria e un progetto chiamato Piano di Coscientizzazione, del quale l’alfabetizzazione di adulti nella lingua materna faceva parte. In quell’epoca ha prodotto saggi e lavori didattici, fra i quali: Gramática pedagógica da língua yãnomamè (Grammatica pedagogica della lingua yãnomamè), Cartilha yãnomamè (Abbecedario yãnomamè), Leituras yãnomamè (Letture yãnomamè), Dicionário Yãnomamè-Português (Dizionario Yãnomamè-Portoghese). Nel 1989 è stato pubblicato A conquista da escrita – Encontros de educação indígena (La conquista della scrittura – Incontri di educazione indigena), che Loretta ha organizzato insieme alla linguista Ruth Monserrat, e che include il capitolo Yanomami di cui è autrice. Nel 1992 ha pubblicato la raccolta poetica Mulher entre três culturas – Ítalo-brasileira ‘educada’ pelos Yanomami (Donna fra tre culture – Italo-brasiliana ‘educata’ dagli Yanomami). Alcune sue poesie sono state incluse nel volume 3 della Saciedade dos poetas vivos. Nel 1997 ha pubblicato Parole italiane per immagini amazzoniche, opera che riunisce ventisette poesie; tredici sono in portoghese, lingua nella quale sono state generate, accompagnate da versioni in italiano. Nel 1994 ha pubblicato il libro etno-fotografico Yanomami para brasileiro ver. Nel 2022 ha pubblicato Educada pelos Yanomami (Educata dagli Yanomami), libro di poesie e foto scattate tra gli Yanomami. In italiano, Loretta ha pubblicato i libri di racconti Amazzonia portatile, A passo di tartaruga – Storie di una latinoamericana per scelta, Discriminati che ha ottenuto il Premio Speciale Migliore Opera a Tematica Sociale del 12º Concorso Letterario Città di Grottammare-2021; le presentazioni degli ultimi due libri sono entrate nel programma ufficiale del Salone Internazionale del libro di Torino, rispettivamente nel 2017 e 2019; invece per Amazzone in tempo reale  ha ottenuto il Premio Speciale della Giuria per la Saggistica del Premio Franz Kafka Italia 2013. Nel 2020 ha pubblicato Mosaico indigeno, che riunisce testi con taglio giornalistico sulla congiuntura indigena. Loretta è anche autrice del romanzo breve Quando le amazzoni diventano nonne, 2011, e di Romanzo indigenista, 2023. Se si riesce a sopravvivere a questa guerra non si muore più è stato divulgato in versione pdf nel gennaio del 2023. Suoi testi appaiono in blogs e riviste on-line, tra cui Sagarana, La macchina sognante, Fili d’aquilone, El ghibli, I giorni e le notti, AMAZZONIA ­– fratelli indios, Euterpe, Pressenza, La bottega del Barbieri, Sarapegbe, Atlante Residenze Creative, Cartesensibili. Nel maggio del 2018 è stata insignita del Premio alla Carriera “Novella Torregiani – Letteratura e Arti Figurative”, per la difesa dei diritti dei popoli indigeni brasiliani. Come è andata la Cop30 a Belem, in Brasile? Le conferenze climatiche sono sempre servite per stilare accordi tra capi di governo e esponenti del capitale globale. A ogni anno che passa, questa realtà è sempre più squallidamente evidente.   Tali accordi mascherano le disuguaglianze storiche e perpetuano le strutture coloniali. Ciò che cambia negli anni, sono le parole e le strategie usate per mantenere gli interessi autocratici e geopolitici determinati da coloro che detengono il potere economico. A Belem si è ripetuto il teatrino: nonostante la massiccia presenza di indigeni, comunità tradizionali, lavoratori, movimenti sociali, il processo ufficiale è stato dominato totalmente dai suddetti interessi economici. L’espressiva presenza delle minoranze e delle classi oppresse è servita, però, a mettere in evidenza, in modo eclatante, definitivo, proprio il distanziamento che c’è tra il potere costituito, asservito al capitalismo, e le popolazioni. La Cop30 in molti avevano previsto che sarebbe stata l’ennesima occasione persa, per via della prospettiva completamente eurocentrica che sembra aver preso in questi anni trattando fondamentalmente del tema del net-zero, della retorica sulla “neutralità carbonica” e delle false soluzioni tecnocratiche alla crisi climatica: quello che il presidente della Bolivia Luis Arce aveva definito “colonizzazione dei crediti di carbonio” e “capitalismo green”. Ha riscontrato anche lei questa tendenza? Rispondendo alla prima domanda, ho risposto parzialmente a questa. Ma il quesito posto merita un approfondimento a partire dalla definizione “green capitalism”. Dietro questo termine così moderno e accattivante si nasconde tutto il marciume del capitalismo selvaggio, dell’ipocrisia, del colonialismo tuttora vivo e vegeto. Ripeto: ciò che cambia sono le parole e le strategie. Vi faccio un esempio concreto parlandovi degli Yanomami, con i quali ho avuto il privilegio di vivere per oltre quattro anni nella loro patria/foresta, e di cui sono un’alleata storica. La gioielleria francese Cartier ha creato una fondazione attraverso la quale finanzia pubblicazioni e mostre che hanno a che vedere con gli Yanomami. Il territorio di questo popolo è sistematicamente violato dai cercatori d’oro; durante l’invasione organizzata nel 1987 dalle oligarchie locali, l’etnia ha rischiato l’estinzione; nel 1992 il suo territorio è stato ufficialmente omologato, ma ciò non ha fermato le invasioni; durante il governo Bolsonaro gli Yanomami hanno di nuovo rischiato di scomparire; nel marzo del 2024, il governo Lula ha ordinato la rimozione dalla Terra Indigena Yanomami dei cercatori d’oro, con la distruzione delle loro sofisticate armi e dei potenti macchinari di cui oggigiorno dispongono. Quest’ultima è stata senz’altro una iniziativa lodevole ma, storicamente, succede che i cercatori vengono allontanati per poi sempre tornare invadendo altre aree; i politici parlano di successi e conquiste, gli Yanomami continuano a denunciare le sistematiche nuove invasioni (che potrebbero essere evitate adottando provvedimenti più efficaci già identificati e ripetutamente suggeriti).  Come vogliamo definire la Cartier, potente gioielleria francese che finanzia iniziative relative gli Yanomami minacciati di estinzione proprio a causa dell’estrazione dell’oro nel loro territorio? È ipocrisia anche cercare di convincere l’opinione pubblica che l’estrazione legale dell’oro è differente da quella illegale, dato che gli habitat sono ugualmente distrutti, le popolazioni locali sono ugualmente sfruttate e si ammalano a causa dello stravolgimento dell’ambiente, mentre i capitalisti mondiali divengono più oscenamente obesi di quello che già sono.  Per non parlare di un altro fenomeno che sta sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno affronta: professionisti (antropologi, fotografi, scrittori, e persino filosofi o pseudo-tali) che hanno raggiunto notorietà e fama internazionale, nelle loro attività sono finanziati da fondazioni simili a quella della Cartier; fondazioni create da colossi mondiali che, attraverso il “capitalismo green”, perpetuano il colonialismo. Dal gennaio del 2023, cioè da quando Lula è tornato al potere, sono impegnata in una battaglia persa: fomento la creazione di un Centro di Formazione Yanomami, che potrebbe essere facilmente creato nell’unica area del loro territorio raggiungibile attraverso la strada. Una delle finalità della proposta è quella di incentivare l’unione e la collaborazione tra i gruppi locali, storicamente nemici fra di loro, perché solo l’unione e l’organizzazione permetterà agli Yanomami di sopravvivere fisicamente e culturalmente. Un’altra finalità è quella di preparare professionalmente i giovani, affinché assumano funzioni e ruoli a tutt’oggi svolti o controllati dai bianchi, mettendoli in condizione di prendere decisioni autonomamente e dispensare gli “intermediari”, cioè le poche persone che decidono per loro. L’unione e la formazione sono strumenti di lotta che rafforzerebbero l’organizzazione e l’autonomia della società yanomami. Io penso e scrivo le stesse cose da oltre quarant’anni, ma coloro che potrebbero concretizzare la proposta della formazione rivolta a tutta il popolo, e non solo ad alcuni privilegiati individui o gruppi locali, continuano, imperterriti, a fare “orecchie da mercante”. Come si sta muovendo il governo di Lula di fronte ai temi dell’ambiente? Sta portando avanti i temi della deforestazione, della fine dell’estrattivismo e della consegna delle terre agli indigeni come aveva promesso? Naturalmente, in occasione della Cop30 Lula ha omologato alcune poche terre indigene, tanto per dare un contentino; ma ce ne sono oltre sessanta di cui il processo amministrativo è stato completato e alle quali manca solo la sua firma. Lula è potuto tornare al governo facendo accordi a dir poco “ambigui”, così che può decidere ben poco. Chi decide è il Congresso Nazionale, nel cui seno sono confluiti loschi figuri legati al governo anteriore e quindi all’estremissima destra. E il Congresso non dà tregua: mi riferisco al Progetto di Legge definito Della Devastazione; al Senato che in cinque minuti ha approvato una legge che beneficia termoelettriche a carbone; alla crescente offensiva dell’agribusiness contro i popoli indigeni, offensiva incentivata dall’indecente tesi del Marco Temporale, tesi che contraddice quanto stabilito dal STF (Supremo Tribunale Federale), e cioè che la data della promulgazione della Costituzione Federale non può essere utilizzata per definire l’occupazione tradizionale delle terre indigene. Dato che era già stato approvato nella Camera dei Deputati, il suddetto progetto di legge venne inviato a Lula che ne vietò la tesi e altri dispositivi; i veti presidenziali vennero poi rigettati dal Congresso, cosi il progetto è diventato la Legge Nº 14.701/2023. Lo scienziato Philip Fearnside, ricercatore dell’INPA (Istituto Nazionale di Ricerche dell’Amazzonia), reputa che la Cop30 sai stata caratterizzata da una generalizzata mancanza di coraggio politico per affrontare i temi centrali della crisi climatica. Nell’intervista concessa alla rivista Amazônia Real, egli afferma che la conferenza ha ignorato i combustibili fossili e non ha fatto passi in avanti per combattere la deforestazione; decisioni queste che, secondo lui, mettono a rischio immediato la sopravvivenza dei popoli indigeni e delle comunità tradizionali dell’Amazzonia. Inoltre, Fearnside afferma che il Brasile sbaglia anche nella transizione energetica, mantenendo contraddizioni come l’asfaltatura della strada BR-319 e nuovi progetti di estrazione del petrolio, mentre i provvedimenti emergenziali in atto non hanno la capacità di accompagnare la velocità con cui avviene il surriscaldamento della terra. Alla vigilia della Cop30 l’Ibama (Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle Risorse Naturali Rinnovabili, che è un’autarchia federale) ha autorizzato la Petrobras a realizzare ricerche per rendere viabile l’esplorazione del petrolio a cinquecento km. dalla Foce del Fiume Amazonas, nel cosiddetto Margine Equatoriale, in alto mare, a confine tra gli Stati di Amapá e Pará. Mentre, appena la Cop30 si è conclusa, il Congresso ha rigettato i veti che erano stati suggeriti e ha autorizzato nuovi interventi in punti critici della strada BR-319; notizia, questa, del 27 novembre 2025. Durante la Cop30 sono successe cose che, per un spettatore esterno sembrerebbero assurde. Le proteste degli indigeni alla Cop30 sono state represse duramente. Cosa è successo precisamente? Il fatto che la Cop30 sia stata realizzata in Brasile ha permesso che un grande numero di indigeni ed esponenti di popolazioni tradizionali si facessero presenti a Belem, che è la capitale simbolica dell’Amazzonia brasiliana. La loro massiccia presenza, la coloratissima diversità culturale che li caratterizza, le manifestazioni che hanno saputo organizzare, le loro accorate dichiarazioni, che sono frutto di oltre cinquecento anni di soprusi e sofferenze, hanno messo sotto i riflettori le contraddizioni dell’attuale governo. A stento Lula si barcamena tra ciò che potrebbe fare, ma non ha il coraggio sufficiente per fare, e ciò che fa, costretto dall’estremissima destra che controlla il Congresso Nazionale. Le forze dell’ordine hanno represso i manifestanti, proprio come accade in qualsiasi altro Paese che pensa di essere democratico: le popolazioni vengono represse quando osano mettere in discussione le scelte di Stato. Txulunh Natieli, che è una giovane leader del popolo Laklãnõ-Xokleng, ha riassunto brillantemente il risultato della Cop30 dicendo che la conferenza ha esposto le contraddizioni stesse del Brasile, la cui politica è molto esterna e poco interna. Invece Luene, del popolo Karipuna, ha affermato che il Brasile potrà guidare la transizione climatica soltanto se dichiarerà l’Amazzonia “zona libera dai combustibili fossili”. Il documento finale della conferenza invita alla cooperazione globale, ma evita di citare paroline quali “petrolio”, “carbone”, “gas”; dal documento è stata esclusa anche la locuzione “eliminazione graduale”. Gli accordi firmati durante la Cop30 rivelano la squallida farsa della sostenibilità, le lobby dei fossili, dell’oro, dell’agribusiness. Nonostante siano stati fatti alcuni pontuali passi in avanti, la conferenza è terminata lasciando grandemente frustrati leader indigeni, specialisti, osservatori, cioè tutti coloro che si rifiutano di essere servi di un sistema sociale piramidale. Cosa è successo tra Raoni e Lula e perché ha fatto così scalpore? Raoni è molto amato dagli indigeni e dai loro alleati, ma è molto conosciuto anche all’estero da quando il cantante Sting lo aiutò a far uscire la problematica indigena dall’ambito brasiliano per proiettarla a livello mondiale. È un adorabile vecchietto, dai più considerato e amato come “nonno”.  Durante tutta la vita, è stato coraggioso e coerente; il tema più ricorrente nei suoi discorsi riguarda il riconoscimento e l’ufficializzazione delle terre indigene. Come può sopravvivere un popolo senza un territorio dove vivere bene e perpetuarsi? Quando Lula è stato rieletto, il giorno della cerimonia ufficiale per l’inizio del suo nuovo mandato di presidente, ha voluto Raoni accanto a sé. Ha salito la rampa che lo ha condotto nel Palazzo del Planalto, sede del Potere Esecutivo Federale, tenendo a braccetto il vecchio leader indigeno. Durante la Cop30, senza usare mezzi termini, Raoni ha manifestato la sua profonda delusione di fronte al fatto che alle solite promesse non fanno mai seguito le scelte politiche che andrebbero fatte e, naturalmente, la sua presa di posizione ha avuto una grande ripercussione sia in Brasile che all’estero. Gli indigeni, come sempre, sono solo usati, strumentalizzati. Le foto scattate a Lula al fianco di Raoni sono l’espressione visiva delle promesse mancate contrapposte alla cruda realtà dei fatti. Quale è la situazione delle popolazioni indigene amazzoniche ora e cosa bisogna cambiare? In Brasile gli indigeni dovrebbero rifiutare di farsi cooptare dal governo federale, dal momento che molto poco riescono a fare: molti di loro si sono già “bruciati”, cioè hanno deluso il movimento indigeno organizzato perché difendono o tacciono su molte scelte ambigue fatte dal governo. In Italia, quello che andrebbe fatto sarebbe smettere di definire “di sinistra” persone e governi. La sinistra esiste ancora solo attraverso i movimenti e le organizzazioni popolari. Se Lula è stato un solido leader sindacale, fondatore del Partito dei Lavoratori, non significa che per arrivare ad essere eletto e rieletto presidente di un paese continentale come il Brasile non abbia dovuto modificare principi e posizioni, non abbia dovuto allearsi alle più disparate e ambigue forze politiche. Inoltre, come spiegare il fatto che all’interno del suo partito, apparentemente, sembra non esserci nessuno in condizione di sostituirlo? Corre voce che si candiderà per l’ennesima volta; e questa, almeno per me, non è democrazia, ma il perpetuarsi di una posizione di potere. Quello che andrebbe fatto sarebbe di analizzare con più equilibrio, più attenzione, meno retorica la situazione politica brasiliana ma, soprattutto, dovrebbe essere denunciato coraggiosamente, senza mezzi termini, il “capitalismo green”, che è fortemente praticato anche da multinazionali di origine italiana. Ciò che andrebbe fatto è denunciare e porre fine al colonialismo, che continua vivo e vegeto attraverso l’invenzione di nuovi termini e nuove strategie, che sono così efficaci da ingannare individui e intere popolazioni.  Ciò che gli indigeni fanno, da oltre cinquecento anni, è resistere per esistere.   Bibliografia Amazônia Real https://amazoniareal.com.br/repercussao-da-cop30-oscila…/ Apib Oficial https://apiboficial.org/2025/10/13/as-vesperas-da-cop-povos-indigenas-cobram-demarcacao-de-terras-67-so-dependem-de-uma-assinatura-de-lula/? Mídia Ninja https://www.facebook.com/MidiaNINJA Loretta Emiri, “Amazzonia – Il piromane ha nome e cognome” https://www.pressenza.com/it/2019/09/amazzonia-il-piromane-ha-nome-e-cognome/ Centro de Formação Yanomami no Ajarani – Dossier https://drive.google.com/file/d/1O_A3dR4u28VLB_iyrj3Xpxk–xRyYkC0/view?usp=share_link Durante la privilegiata, come lei stessa sostiene, convivenza con gli Yanomami, ha raccolto oggetti della cultura materiale di questo popolo. Di particolare rilievo è il nucleo dedicato all’arte plumaria, collane ed orecchini. Per lunghi anni ha accarezzato il sogno di sistemare i materiali in luogo pubblico. Il sogno si è concretizzato all’inizio del 2001, quando il Museo Civico-Archeologico-Etnologico di Modena ha accolto i 176 pezzi della Collezione Emiri di Cultura Materiale Yanomami. Nel maggio del 2019, una parte della collezione è stata esposta al pubblico e ufficialmente inaugurata. Durante tutto il 2023 e 2024 si è dedicata, sistematicamente, al fomento della creazione del Centro di Formazione Yanomami, da strutturarsi nell’area indigena Ajarani, producendo e divulgando vari testi riuniti nel Dossier “Moyãmi Thèpè Yãno – A Casa dos Esclarecidos – Centro de Formação Yanomami – Dossiê”, Loretta Emiri, CPI/RR, 01-24. Lorenzo Poli
Parliamo di piramidi
Abbiamo bisogno di mettere in discussione le piramidi non solo del sistema capitalista ma anche le “nostre” piramidi, quelle create all’interno di organizzazioni che resistono al sistema. “Non è una questione da poco – scrive Raúl Zibechi -, perché ci impone di guardarci allo specchio e scoprire i sistemi oppressivi che creiamo quando cerchiamo di cambiare il mondo…”. Verso lo straordinario Semillero zapatista di fine anno: “Di piramidi, storie, amori e, naturalmente, di cuori infranti” (tra gli invitati Raúl Zibechi) Foto di Massimo Tennenini Pochi giorni fa, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) ha annunciato il Semillero “Di piramidi, storie, amori e, naturalmente, di cuori infranti”, che si terrà dal 26 al 30 dicembre presso il Centro Indigeno di Formazione Integrale (Cideci) di San Cristóbal de las Casas, Chiapas. L’annuncio chiarisce che il workshop affronterà il tema delle piramidi non solo all’interno del sistema capitalista, ma anche nei “movimenti di resistenza, nella sinistra e nel progressismo, nei diritti umani, nella lotta femminista e nelle arti” (Convocazione al Semillero 26-30 dicembre 2025). Trovo questo nuovo appello estremamente importante, come quelli precedenti, perché un dibattito rigoroso e approfondito è quasi inesistente all’interno dei movimenti sociali, una situazione che contrasta nettamente con l’impegno dell’EZLN a riflettere mentre si resiste e a creare nuovi mondi che non siano più capitalisti. Rigore non è sinonimo di accademico o di incomprensibile per le persone comuni e organizzate che resistono. Questo è un punto centrale: la riflessione e l’analisi non servono per ottenere attestati o promozioni, ma per rafforzare la resistenza, per renderla più perspicace e responsabile. Un aspetto degno di nota dell’appello all’azione non è solo quello di mettere in discussione le piramidi al vertice (anche se non usano questo termine), ma anche le “nostre” piramidi, quelle create all’interno di organizzazioni che resistono al sistema. Si parla molto delle prime; nulla delle seconde. Solo lo zapatismo ha la volontà e il coraggio di metterle in discussione. Nel pensiero critico e nei movimenti rivoluzionari, errori e orrori vengono solitamente attribuiti a singoli individui (come Stalin in Unione Sovietica), ma strutture come le piramidi, che ispirano partiti e sindacati, ma spesso anche coloro che combattono contro il sistema, non vengono messe in discussione. Se parliamo solo delle piramidi del capitalismo (lo Stato, la polizia, la giustizia, ecc.), tralasciamo le nostre deviazioni ed errori, il che sarebbe fin troppo comodo e poco utile. La verità è che tutte le rivoluzioni hanno costruito piramidi che, come diceva Immanuel Wallerstein, erano adatte a rovesciare le classi dominanti, ma che presto si sono trasformate in ostacoli alla creazione di nuovi mondi. “L’errore fondamentale delle forze anti-sistema nell’era precedente era credere che quanto più unificata era la struttura, tanto più efficace era” (Dopo il liberalismo). Da tempo sappiamo che nuove classi dirigenti post-rivoluzionarie sono state ricostruite dall’alto delle piramidi, impedendo la costruzione di mondi non capitalistici e instaurando regimi autoritari che hanno rafforzato gli stati nazionali. Un merito importante dell’EZLN risiede nell’aver fondato questi dibattiti sulla propria esperienza, su quanto accaduto nell’arco di due decenni in spazi autonomi come le Giunte di Buon Governo, un punto che avevano già sollevato chiaramente e apertamente ad agosto durante l’incontro “Alcune parti del tutto”, nel vivaio di Morelia. All’epoca, scrissi che l’autocritica pubblica dal basso era “un fenomeno assolutamente nuovo tra i movimenti che lottano per cambiare il mondo” e che in questo modo gli zapatisti ci mostrano “cammini che nessun movimento ha mai percorso prima, in nessuna parte del mondo, in tutta la storia” (L’autocritica zapatista). Oggi non basta riaffermare questa percezione; dobbiamo anche riconoscere che gli zapatisti pongono una nuova sfida: affrontare le piramidi che creiamo alla base. Non è una questione da poco, perché ci impone di guardarci allo specchio e scoprire i sistemi oppressivi che creiamo quando cerchiamo di cambiare il mondo. La sfida è tanto importante quanto complessa. Non credo si tratti di puntare il dito contro chi costruisce le piramidi, ma piuttosto di ragionare e spiegare i problemi che esse comportano, sulla base di oltre un secolo di esperienza storica dalla Rivoluzione russa e un secolo e mezzo dalla Comune di Parigi. Fu dopo la loro sconfitta che il movimento rivoluzionario iniziò a costruire apparati politici centralizzati e gerarchici: i partiti politici. Fino ad allora, la lotta era sostenuta da una galassia di organizzazioni meno gerarchiche, un po’ caotiche, certo, ma non per questo meno combattive. Siamo arrivati a un punto in cui solo gli apparati burocratici e gerarchici sono considerati vere organizzazioni, ovvero istituzioni che si modellano sulle piramidi statali e le riproducono simmetricamente. Ora ci rendiamo conto che questi apparati sono completamente inutili in questi tempi di caos sistemico e servono solo come scale per coloro la cui unica ambizione è quella di raggiungere l’apice del potere statale. Il dibattito a cui ci chiama lo zapatismo promette di essere illuminante in mezzo all’oscurità. Propongono di nuotare controcorrente rispetto al pensiero compiacente della sinistra e del mondo accademico, intrappolato nella logica del capitalismo. Questo è esattamente ciò di cui abbiamo bisogno per scrollarci di dosso il nostro letargo, impegnarci nell’autocritica e liberarci da vecchie idee/prigioni per poter continuare a camminare attraverso la tempesta. -------------------------------------------------------------------------------- di Raúl Zibechi  articolo originale https://comune-info.net/parliamo-di-piramidi Pubblicato anche su La Jornada Ettore Macchieraldo
Brasile: leader guarani ucciso in un attacco alla sua comunità
Proprio mentre alla COP30 si discute delle terre indigene, nel sud del Brasile il 16 novembre scorso, nell’oscurità della domenica mattina, alcuni aggressori si sono scagliati contro una comunità indigena Guarani Kaiowá aprendo il fuoco. Ucciso un leader e ferite quattro persone. A colpi di pistola, 20 aggressori hanno preso di mira la comunità guarani di Pyelito Kue, che aveva recentemente rioccupato una parte della propria terra ancestrale. Gli uomini armati hanno aperto il fuoco e bruciato le case e gli effetti personali della comunità, e altri quattro Guarani sono rimasti feriti, e sparato alla testa a Vicente Fernandes Vilhalva, 36 anni, uccidendolo. L’attacco mortale – il quarto contro la comunità di Pyelito Kue nelle ultime due settimane – è solo l’ultimo episodio di una violenta aggressione che gli allevatori conducono da decenni contro i Guarani Kaiowá. Uno dei leader di Pyelito Kue ha detto a Repórter Brasil, in forma anonima: “Eravamo circondati. I sicari non sono venuti per parlare, hanno solo iniziato a sparare. Noi non abbiamo armi, non abbiamo possibilità di difenderci. Ci siamo ritirati e ci siamo recati al villaggio, ma hanno continuato a sparare… Hanno bruciato tutto nell’area che stiamo rivendicando: le nostre capanne, le pentole, le sedie…” “Noi, popolo Guarani Kaiowá, condanniamo gli attacchi che sono avvenuti nella Tekoha Pyelito Kue e che hanno causato la morte di un leader. La nostra lotta è per la vita, per la terra e per ‘Tekoha Guasu’ (il nostro intero territorio ancestrale)… Non accettiamo più di essere trattati come invasori nella nostra stessa terra” ha affermato in una dichiarazione l’organizzazione dei Guarani Kaiowá, Aty Guasu. La comunità guarani kaiowá di Pyelito Kue e altre comunità guarani kaiowá della regione furono sfrattati con violenza dalle loro terre, nello stato brasiliano di Mato Grosso do Sul, decenni fa. Da allora, quasi tutta la loro terra è stata occupata da agroindustrie e allevamenti di bestiame. Alla loro resistenza e ai tentativi di rivendicare la propria terra sono seguiti attacchi violenti, e spesso mortali. Le famiglie guarani di Pyelito Kue sono state costrette a vivere per oltre dieci anni in un’area affollata di 97 ettari, con poco spazio per coltivare orti. A causa della fame, a inizio novembre hanno deciso di rivendicare un’altra parte della loro terra nel Territorio Indigeno Iguatemipeguá I. Questo lembo di terra, in cui è stato ucciso Vicente, è occupato dalla Fazenda Cachoeira, gestita da Agropecuária Santa Cruz e Agropecuária Guaxuma, compagnie che esportano carne, che è un enorme allevamento di bestiame (uno dei 44 che si sovrappongono al Territorio Indigeno Iguatemipeguá I) esteso au 41˙714 ettari che comprendono molte tekoha (terre ancestrali guarani), tra cui quella di Pyelito Kue. La FUNAI, l’Agenzia brasiliana agli Affari Indigeni, aveva delimitato l’area nel 2013: uno dei primi passi verso la demarcazione. Tuttavia, il processo è in stallo da allora, in violazione della legge brasiliana e internazionale, e i Guarani sono costretti a subire attacchi violenti e uccisioni da parte di allevatori e polizia che agiscono nell’impunità, con il sostegno di politici locali. L’accordo ufficiale preso tra i pubblici ministeri, la FUNAI e i Guarani nel 2007, e le recenti promesse di demarcazione territoriale del Presidente Lula, non sono stati rispettati. Secondo alcuni testimoni, in quest’ultimo attacco sono coinvolti la Polizia Militare brasiliana e membri del Dipartimento per le Operazioni di Frontiera (Departamento de Operações de Fronteira). “La Costituzione riconosce i nostri diritti, e lo Stato brasiliano ha il dovere di proteggere i nostri popoli – si legge nella dichiarazione di Aty Guasu – Chiediamo il sostegno della società civile, delle organizzazioni per i diritti umani, dell’Ufficio del Pubblico Ministero Federale, della FUNAI, del Ufficio del Difensore Pubblico Federale per monitorare il caso e garantire la sicurezza delle famiglie guarani kaiowá di fronte al clima di odio e alle minacce che si stanno intensificando”. “Una settimana fa, a Belém, il Presidente Lula ha riconosciuto che le terre indigene sono cruciali per combattere i cambiamenti climatici. Ha detto che ‘forse’ non è stata riconosciuta adeguatamente una parte sufficiente delle loro terre – ha dichiarato oggi la Direttrice generale di Survival International, Caroline Pearce – La morte di Vicente è la cruda realtà di questo mancato riconoscimento: popoli indigeni sfrattati, espropriati, privati della loro terra, dei loro diritti, dei loro mezzi di sussistenza – e della loro stessa vita. È una vergogna che i Guarani Kaiowá di Pyelito Kue e di altre comunità vengano uccisi solo perché vivono nelle loro case, sulla loro terra ancestrale. Il governo del Brasile deve completare il riconoscimento territoriale, proteggere i loro territori e perseguire coloro che li sfrattano e continuano a terrorizzarli.” In risposta a precedenti attacchi avvenuti contro la comunità di Pyelito Kue nel 2011 e 2016, la Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani ha chiesto l’adozione di misure precauzionali. Di recente anche i Guarani della comunità di Guyra Rocha – casa del defunto Ambrosio Vilhalva, protagonista del film Birdwatchers – sono stati presi di mira da sicari al soldo degli allevatori e polizia locale: diverse persone sono rimaste ferite da proiettili di gomma e lacrimogeni, e le loro case sono state distrutte. Il corpo di Vicente Fernandes Vilhalva circondato dai compagni Guarani Kaiowá   Survival
Nel Decennio ONU delle Lingue Indigene (2022–2032) parte la campagna italiana “Teniamo viva la lingua Apsáalooke (Crow)”
San Benedetto del Tronto (AP), 15 novembre 2025 — Le lingue indigene sono fra i patrimoni culturali più fragili e strategici del pianeta. L’ONU ha proclamato il Decennio Internazionale delle Lingue Indigene 2022–2032 per mobilitare governi, istituzioni e società civile nella loro tutela, rivitalizzazione e promozione. È in questo quadro che nasce “Teniamo viva la lingua Apsáalooke (Crow)”, campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione promossa dalla associazione italiana Omnibus Omnes OdV in favore di  NACANL (Native American Church of Apsáalooke Nation Lands).   Perché la lingua Apsáalooke (Crow) L’Apsáalooke (Crow) è una lingua siouan parlata in Montana dalla Crow Nation. Gli studi più diffusi stimano circa 4.200 parlanti complessivi, ma con un forte calo generazionale: la quota di parlanti fluenti sarebbe scesa, in alcune rilevazioni, dall’85% di circa 60 anni fa a ~30%, con particolare rarefazione tra i più giovani. Questo rende urgente un’azione concreta di trasmissione dagli anziani ai giovani, coerente con gli obiettivi del Decennio ONU.     La campagna: cosa finanzia La raccolta fondi sostiene un pacchetto di attività sul territorio della Crow Nation, in coordinamento con scuole e attori locali, fra cui il Crow Language Consortium (CLC): * Laboratori intergenerazionali anziani–giovani; * Micro-borse di studio per giovani tutor; * Materiali didattici e strumenti digitali (audio, glossari, app); * Rete educativa con scuole della riserva e iniziative CLC (Crow Language Con-sortium). La campagna prevede rendicontazione pubblica (totale raccolto, trasferimenti, costi tecnici, attività finanziate) e un report congiunto NACANL–Omnibus.   Perché proprio i Crow Omnibus Omnes OdV intrattiene da anni rapporti diretti con la Crow Nation; l’intesa operativa è formalizzata con NACANL (fondatore Cedric Black Eagle, fratello adottivo della Presidente di Omnibus Raffaella Milandri). L’azione congiunta consente di allineare sensibilità culturale e trasparenza amministrativa, affiancando gli Anziani e i formatori locali nella trasmissione della lingua. Raffaella Milandri, Presidente Omnibus Omnes OdV, rilascia la dichiarazione: “Le lingue indigene sono memoria viva e progetto di futuro. Se le parole degli Anziani arrivano nelle mani dei giovani—tra quaderni, app e classi—una lingua torna quotidiana. È questo il senso della nostra campagna insieme a NACANL: dare strumenti a chi la lingua la custodisce e la insegna.”     Come donare Italia: ricevuta per erogazione liberale, benefici fiscali secondo normativa  emessa da Omnibus Omnes OdV. Per info scrivere via email a info@omnibusomnes.org. USA / Internazionale (donazione diretta a NACANL). Per info scrivere via email a info@omnibusomnes.org. Trasparenza: tutte le donazioni sono tracciate e rendicontate sulla pagina della campagna.   Schede organizzazioni (boilerplate) NACANL – Native American Church of Apsáalooke Nation Lands.       Ente non profit costituito da membri iscritti della Crow Tribe of Montana. Opera per reintrodurre tra i giovani lingua e cultura Apsáalooke—sistema di clan, pratiche cerimoniali, educazione comunitaria—collaborando con Anziani, scuole della riserva e il college tribale. Consiglio NACANL: Tilton Old Bull (Presidente), Gary Big Hair (Vice Presidente), Sylvan Covers Up (Segretario), Cyle Old Elk (Tesoriere), Cedric Black Eagle (Fondatore) Omnibus Omnes OdV (Italia).          Organizzazione di volontariato con sede a San Benedetto del Tronto. Promuove progetti di consapevolezza sociale e tutela dei patrimoni culturali, con particolare attenzione a lingue a rischio e produzioni educative a sostegno delle comunità. Consiglio Omnibus: Raffaella Milandri (Presidente), Myriam Blasini (Vice Presidente e Segretario), Alberto Richiedei (Tesoriere), Barbara Andrenacci e Giampietro De Angelis (Consiglieri).   Note per i redattori * L’International Decade of Indigenous Languages 2022–2032 è promossa da ONU/UNESCO per favorire preservazione e rivitalizzazione delle lingue indigene. * Per la lingua Apsáalooke (Crow), fonti recenti indicano ≈4.200 parlanti e un calo netto della trasmissione generazionale (fluenti ~30% rispetto a ~85% di alcune decadi fa). (minneapolisfed.org) * Informazioni su Crow Language Consortium (CLC) e materiali didattici: v. presentazione ufficiale. (Crow Language Consortium)   “Una lingua si salva usandola”, afferma Raffaella Milandri, Presidente di Omnibus Omnes OdV. “Mettere Anziani e ragazzi nella stessa stanza—con quaderni, penne e buone guide—significa ridare futuro all’Apsáalooke.”   Trasparenza Rendicontazione pubblica: totale raccolto, trasferimenti, costi tecnici e attività finanziate. Report congiunto di chiusura NACANL–Omnibus. COME DONARE Italia (ricevuta per erogazione liberale): * Bonifico: IBAN IT 65 M 02008 24404 000103706117 – BIC/SWIFT UNCRITM1Y39 Causale: “Donation – Crow Language – NACANL” * PayPal (Omnibus Omnes OdV): info@omnibusomnes.org https://www.paypal.com/ncp/payment/LXV5SSG9N7BML (Per la ricevuta: indicare nome, email, Codice Fiscale.) USA / Internazionale (donazione diretta a NACANL): * PayPal (NACANL): blackeagleenterprise@gmail.com Titolo campagna: Teniamo viva la lingua Apsáalooke (Crow) – Perché una lingua a rischio diventi futuro. Contatti stampa / Info: Omnibus Omnes OdV – info@omnibusomnes.org Partner: NACANL – Native American Church of Apsáalooke Nation Lands           blackeagleenterprise@gmail.com   Media kit e contatti * Immagini ufficiali (IT/EN), banner social e schede progetto disponibili su richiesta. * Ufficio stampa / Info: Omnibus Omnes OdV – Via Nazario Sauro, 50 – 63074 San Benedetto del Tronto (AP) Email: info@omnibusomnes.org   English abstract (for international outlets) Save the Apsáalooke (Crow) Language – Elders to Youth. Within the UN International Decade of Indigenous Languages (2022–2032), NACANL and Italy’s Omnibus Omnes OdV launch a community-based campaign to support Crow language revitalization: elder–youth labs, micro-scholarships for youth tutors, learning materials and digital tools, in coordination with local schools and the Crow Language Consortium. Minimum goal: $10,000. Transparent reporting and a joint close-out report are provided.   Redazione Italia