Tarvisio, la guerra del legnatico
Tra le Alpi della Val Canale, in Friuli Venezia Giulia, si sta consumando una
vera e propria “guerra” del legnatico. Il fulcro della “discordia” è la Foresta
di Tarvisio, l’ultima grande foresta italiana amministrata direttamente dallo
Stato, con oltre 24.000 ettari di boschi. La proprietà è del Fondo Edifici di
Culto, mentre la gestione della foresta dal 1919 è affidata al Corpo Forestale
dello Stato, ora Carabinieri Forestali del raggruppamento biodiversità di
Tarvisio.
L’istituto della servitù di legnatico, nato in epoca asburgica, è nato per
garantire il sostentamento delle famiglie che abitano stabilmente la valle, che
possono tagliare gli alberi per uso domestico (scaldarsi). Nel 2024
l’amministrazione forestale ha predisposto le assegnazioni di legnatico ai
residenti secondo modalità coerenti con la gestione selvicolturale del bosco,
concedendo ad uso domestico (quindi come legna da ardere) gli alberi proveniente
dai tagli colturali, cioè sfolli e diradamenti di alberi giovani. I forestali
hanno però rilevato che molte delle abitazioni titolari del diritto risultavano
disabitate o in stato di abbandono. In questi casi il legname assegnato non
viene utilizzato per il riscaldamento domestico: gli alberi ancora in piedi
vengono invece venduti a ditte boschive, e gli “aventi diritto”, che magari non
abitano più in montagna, ne traggono un ingiusto profitto e un depauperamento
della foresta. Un circolo vizioso che rischia di impoverire la foresta e che i
forestali dal 2024 hanno cercato di arginare. La “servitù del legnatico” nata
per garantire legna da ardere a chi viveva in montagna e per impedire lo
spopolamento, rischia infatti di diventare uno strumento di guadagno per ditte
boschive e per chi non abita più la montagna.
Il tentativo di mettere un freno, non è stata digerita da chi finora ne aveva
usufruito, con un crescente malcontento culminato il 15 marzo scorso a Ugovizza
con un’assemblea pubblica infuocata, e una petizione per la rimozione del
Comandante inviata all’Arma dei Carabinieri, al Prefetto e anche al ministero
dell’Interno, in quanto il Fondo Edifici di Culto è del Viminale.
Il Comandante forestale è stato accusato di non rispettare il “millenario”
diritto di “servitù del legnatico”, quando invece, come emerge dai fatti, ha
solo messo freno ad uno snaturamento di quello stesso diritto a fini di
profitto. Lo stesso comandante peraltro, oltre che esperto forestale, ha
approfondito le forme storiche di gestione comunitaria del territorio. Nel giro
di pochi giorni oltre 380 tra cittadini, ambientalisti e tecnici forestali hanno
firmato una “contro petizione” in solidarietà al Comandante.
Anche Bartolomeo Schirone, professore di Selvicoltura e Assestamento forestale
presso l’Università della Tuscia e presidente della Società italiana Restauro
Forestale, ha preso posizione a favore dell’operato del Comandante e dei
Forestali di Tarvisio: “fino a una trentina di anni fa, i docenti di
selvicoltura delle Università italiane insegnavano che, a differenza dei
proprietari privati di boschi, che hanno o possono avere come obiettivo il
profitto, lo Stato non persegue questo fine, ma il bene della collettività.
Pertanto i boschi di proprietà statale o affidati allo Stato devono essere
gestiti avendo come finalità l’accumulo di provvigione (cioè di volume legnoso).
In tal modo il bosco può svolgere in massimo grado tutte le sue funzioni
ecologiche, ad esempio la protezione del suolo. Per raggiungere questi obiettivi
la selvicoltura dei boschi statali deve essere impostata su tre criteri di base:
governo a fustaia, turni molto lunghi e, ogniqualvolta possibile, trattamento a
taglio saltuario. Questi erano anche i criteri che venivano applicati nella
gestione delle foreste amministrate dallo Stato fino alla fine degli anni
Settanta del secolo scorso dall’Azienda di Stato per le Foreste Demaniali
(ASFD), soppressa con il passaggio delle competenze in materia forestale alle
Regioni. Oggi in mano allo Stato sono rimaste poche foreste, ma gli scopi della
gestione forestale statale deve continuare a perseguire il bene comune”.
Altro elemento di discordia sono gli abeti colpiti dal bostrico (un piccolo
coleottero parassita, che attacca principalmente l’abete rosso). Alcuni
rappresentanti degli “aventi diritto” criticano la scelta di lasciare una parte
significativa del legname bostricato (quindi abeti che si seccano) in foresta.
Una scelta che è però in sintonia con le più recenti linee guida fitosanitarie e
forestali indicano che la rimozione totale del legno morto non è la strategia
migliore, in quanto la necromassa legnosa svolge un ruolo ecologico importante
per la biodiversità e la stabilità degli ecosistemi forestali. Un’altra parte
degli abeti bostricati, viene invece destinata alle segherie per farne legna da
opera (in particolare in Austria), con introiti per l’erario. L’oculata gestione
forestale ha finora protetto la foresta di Tarvisio da tagli eccessivi. La
foresta negli anni si è conservata in modo eccellente, arrivando ad ospitare una
ricca biodiversità, tanto da rappresentare un habitat ideale per il ritorno
della lince, predatore quasi scomparso dall’Italia ed estremamente sensibile al
disturbo antropico. Grazie al progetto LIFE Lynx e all’iniziativa dei
Carabinieri Forestali del raggruppamento biodiversità, si sta ricreando una
popolazione vitale di linci. La foresta ospita anche orso bruno, lupo, cervi,
caprioli e recentemente è stato segnalato anche il ritorno del castoro.
Sullo sfondo della vicenda c’è anche la volontà della Regione Friuli Venezia
Giulia (a guida Lega) di spingere verso un modello di gestione forestale sempre
più produttivista ed estrattivista. Un modello tipico di altre regioni, che
finora in Friuli Venezia Giulia era stato scongiurato, con le foreste
preservate. Questo impegno è dimostrato dalla proliferazione di progetti per
nuove strade camionabili utili all’esbosco. Tre strade sono già state realizzate
negli anni scorsi, nonostante le proteste e le denunce di Legambiente e del Club
Alpino Italiano che hanno documentato lo scempio del paesaggio, dalla
distruzione di sentieri Cai, allo sbancamento di boschi e pendii, alla
frammentazione degli habitat. Altri progetti di strade e piazzole in mezzo alla
foresta sono in arrivo, in seguito al bando regionale finanziato con i soldi del
Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale, che scade il 16 aprile 2026.
Sempre la Regione sta incentivando la nascita di una grande filiera
foresta-legno, attirando le imprese del taglio della Provincia autonoma di
Trento: a metà febbraio 2026, ha sottoscritto un Protocollo d’intesa
quinquennale “finalizzato a creare un’alleanza strategica nella gestione e
valorizzazione della filiera foresta-legno”.
Nella foresta di Tarvisio due modelli forestali si stanno confrontando (e
scontrando): da una parte chi considera il bosco soprattutto come risorsa
economica, dall’altra chi lo vede come ecosistema complesso da gestire con
criteri ecologici, secondo le linee guida europee “per una gestione delle
foreste più vicina alla natura”. Quale prevarrà? L’ultima grande foresta gestita
direttamente dallo Stato, diventerà una miniera di legname in mano ai privati?
Linda Maggiori