A sud di Lampedusa ancora un naufragio nell’indifferenza generale
Una motovedetta della guardia costiera italiana ha operato un intervento di
soccorso a 85 miglia sud da Lampedusa, in quella zona di acque internazionali
che si definisce Sar “libica”, anche se la Libia non ha ancora unità
territoriali e centrali unificate di coordinamento (RCC) dei soccorsi in mare.
Sul barcone “agganciato” dalla motovedetta italiana attorno alle 3 del primo
aprile, secondo quanto riferisce l’ANSA, si trovavano diversi cadaveri. Durante
il trasferimento verso Lampedusa, dove la temperatura non superava 10 gradi,
prima dell’arrivo al molo Favarolo, altri naufraghi, fra cui diverse donne,
hanno perso la vita. Tutti sarebbero morti per ipotermia.
Una sequenza di morti per freddo che impone un rigoroso accertamento dei fatti,
al di là della ricerca dei soliti “scafisti”. Perchè non è la prima volta che
questi decessi si verificano a distanza di ore dalla segnalazione e
dall’intervento di primo soccorso. Per evitare che altre stragi simili si
ripetano in futuro occorre verificare i tempi di avvistamento, le regole di
ingaggio e di intercettazione dopo la prima segnalazione dell’evento di
soccorso, il ruolo di tutti i mezzi coinvolti in operazioni che forse, se si
fossero svolte qualche ora prima, si sarebbero concluse con un minor numero di
vittime.
Mentre i cadaveri sono stati trasferiti nella camera mortuaria del cimitero di
Cala Pisana cinque naufraghi, fra cui un bambino, sono stati portati al pronto
soccorso e versano in gravissime condizioni, tanto che potrebbero essere
trasferiti, non appena possibile, con l’elisoccorso verso un ospedale a Palermo
o in un’altra struttura ospedaliera specializzata in Sicilia. Purtroppo si
tratta di una vicenda tragica che ripropone la stessa dinamica di altre
precedenti stragi in mare, nel mare dell’indifferenza collettiva, casi nei quali
non si sono accertate responsabilità, tanto che questo tipo di tragedie
continuano a ripetersi, soprattutto dopo l’intensificazione della guerra alle
navi del soccorso civile, allontanate verso porti vessatori o colpite con
provvedimenti prefettizi di fermo amministrativo. I giornali riportano scarne
notizie sui periodici naufragi, per qualche ora, poi tutto cade nel
dimenticatoio.
Il decreto legge “Piantedosi” n.1 del 2023, poi convertito nella legge
n.15/2023 consente al governo italiano di allontanare le navi delle ONG dopo il
primo soccorso, anche se hanno raccolto in mare soltanto qualche decina di
persone e potrebbero salvarne ancora centinaia, che invece vengono abbandonate
al loro destino di morte. Il Consiglio d’Europa aveva immediatamente
avvertito che “la norma che obbliga le navi dopo l’operazione di salvataggio, a
raggiungere senza ritardo il porto assegnato, ritenuta da Strasburgo una
previsione che impedisce i salvataggi multipli, rischia nella sua applicazione
pratica di inibire un’effettiva attività di ricerca e salvataggio, costringendo
le navi ad ignorare ulteriori chiamate di soccorso in violazione del diritto
internazionale”.
Ed è lo stesso decreto “anti ONG” che consente alle autorità di governo di
assegnare alle navi umanitarie porti di sbarco sempre più lontani, in modo da
tenerle lontano per il maggior tempo possibile dall’area dei soccorsi a nord
delle coste libiche e tunisine. Un espediente che serve anche per trasferire
sulle autorità libiche (e tunisine) attività di ricerca e salvataggio che,
quando non si traducono in intercettazioni su imbarcazioni tracciate da Frontex,
comportano ritardi ed omissioni di soccorso che sono costate la vita di migliaia
di persone.
Malgrado numerose pronunce dei tribunali italiani che sospendono o annullano i
fermi amministrativi, l’applicazione disumana del decreto Piantedosi (D.L.
1/2023) consente alle autorità di governo di sanzionare le navi delle odiate
ONG che non hanno comunicato la loro attività di soccorso in acque
internazionali alla sedicente guardia costiera “libica”, ritenuta a torto dal
governo italiano e dai suoi organi di polizia come “autorità competente” a
coordinare le attività di ricerca e salvataggio nella vastissima zona SAR che si
continua a riconoscere a diverse entità statali libiche, che non hanno mezzi
adeguati per i soccorsi e non garantiscono il rispetto degli obblighi derivanti
dal diritto internazionale.
Purtroppo neppure la Corte costituzionale è riuscita a bloccare l’applicazione
di una normativa disumana, anche se ha enunciato principi che avrebbero dovuto
portare all’immediata sospensione dell’attuazione del Memorandum d’intesa
Italia-Libia del 2017, ancora in vigore. Ma per le autorità italiane, ancora
oggi, chiunque opera soccorsi nelle acque internazionali ritenute di competenza
libica dovrebbe sottomettersi al coordinamento di una guardia costiera che non
rispetta gli obblighi di soccorso e sbarco in un porto sicuro (place of
safety) sanciti dalle Convenzioni internazionali. Un obbligo di coordinamento
con i libici che viene escluso nei provvedimenti giurisdizionali che sospendono
o annullano i fermi amministrativi delle navi del soccorso civile.
Il cruscotto statistico del Viminale riporta il numero degli ingressi in Italia,
ma non dà notizie sul numero delle vittime di traversata nel Mediterraneo
centrale. Nessun politico potrà vantarsi di avere ridotto il numero delle
vittime con il contrasto più rigoroso degli “sbarchi” in Italia, perché
quest’anno, malgrado il calo degli arrivi, si deve registrare un aumento
esponenziale delle vittime di naufragio, spesso abbandonate in mare, tanto che
nei mesi scorsi decine di cadaveri sono stati raccolti sulle coste siciliane e
calabresi, anche a grande distanza dalla zona nella quale le onde avevano avuto
il sopravvento sui fragili scafi sovraccarichi utilizzati nei tentativi di
traversata verso l’Italia.
Le motovedette donate dall’Italia ai libici, che sparano sulle ONG, e la
formazione elargita ai guardiacoste, non garantiscono interventi di soccorso.
Continuano nell’indifferenza generale le intercettazioni nel Mediterraneo
centrale, con il supporto operativo degli assetti aerei dell’agenzia
europea Frontex, senza alcuna garanzia di sbarco in un porto sicuro, ma con il
risultato evidente di riconsegnare le persone bloccate in acque internazionali
alle milizie che in territorio libico controllano partenze e sbarchi, gestendo
direttamente o sorvegliando i centri di detenzione. E si continuano a sommare
nel tempo, nell’indifferenza generale, i rapporti delle organizzazioni
umanitarie e delle Nazioni Unite che confermano come ancora oggi le persone
trattenute in questi centri subiscano torture praticate per estorsione verso i
familiari e violenze sistematiche, in particolare le donne ed i minori non
accompagnati.
Qualificare come law enforcement (contrasto dell’immigrazione illegale) quelli
che dovrebbero essere ritenuti come eventi di soccorso in acque internazionali
non serve soltanto a contrastare gli sbarchi, e gli interventi di soccorso delle
ONG, ma contribuisce a ritardare i salvataggi, magari per aumentare il numero
dei naufraghi che possono essere intercettati e ricondotti in territorio libico.
Per questa ragione, rispetto a quanto avveniva fino al 2019, le attività di
ricerca e salvataggio affidate alla Guardia di finanza o alla Guardia costiera
italiana al di fuori delle acque territoriali e della zona contigua (24 miglia
dalla costa) si sono diradate.
Spesso il monitoraggio a distanza delle imbarcazioni già in condizioni di
distress (pericolo) attuale è finalizzato all’attesa di un intervento di una
motovedetta libica, se non all’arrivo “in autonomia” sulle coste italiane. Se
queste circostanze possono portare a ritardi ingiustificabili, è compito della
magistratura accertare il complessivo svolgersi degli eventi di ricerca e
soccorso, e verificare, al di là delle responsabilità individuali degli
operatori, se ricorrano moduli operativi che producono effetti letali e che
siano direttamente imputabili alla imposizione di precise linee operative da
parte dei vertici politici e militari.
Le autorità italiane non si possono limitare, appena giunta la notizia di una
imbarcazione carica di persone migranti in difficoltà nelle acque internazionali
del Mediterraneo centrale a lanciare INMARSAT e NAVTEX (comunicazioni sui canali
radio e satellitari marittimi- Navigational Telex) segnali di allarme rivolti
“on behalf of Libyan Navy Coast Guard” a tutte le imbarcazioni in transito, con
l’invito a rivolgersi alle “competenti autorità” libiche, se non alla centrale
di coordinamento dei soccorsi in Italia (IMRCC), ma hanno l’obbligo di prendere
in carico l’evento di soccorso del quale hanno notizia, in modo da garantire
l’avvio immediato delle attività di salvataggio, senza attendere l’intervento di
mezzi navali di un paese che non può garantire soccorsi immediati e porti di
sbarco sicuri.
L’espresione “on behalf”, per conto, della Guardia costiera libica è da anni
consueta nei comunicati della Guardia costiera italiana, quando dirama un
allerta su una imbarcazione in situazione di distress nella zona SAR libica
nella quale, a differenza di quanto avveniva fino al 2017, non sono più
operative navi militari italiane o maltesi, e quelle che ci sono, magari quelle
italiane impegnate nell’operazione “Mediterraneo sicuro”, non vengono
generalmente coinvolte in attività di ricerca e salvataggio.
Attività che sarebbero obbligatorie in base alle Convenzioni internazionali,
nelle quali, più ad oriente, davanti le coste della Cirenaica, non vengono
neppure coinvolte le navi dell’operazione europea Eunavfor Med IRINI, che si
richiama solo quando si pone l’attenzione non sul salvataggio delle persone in
mare, ma sul contrasto dei traffici illeciti e dell’immigrazione che le autorità
di governo definiscono “illegale”.
Aumentano le partenze anche dalla Libia orientale. E, se l’imbarcazione in
difficoltà si trova in acque che ricadono nella vastissima zona SAR
maltese, scatta l’obbligo di coordinamento con le autorità de La Valletta, al
fine di garantire comunque lo sbarco dei naufraghi in un porto sicuro, senza
rigettarli nelle mani dei libici. Non si può permettere che siano invece le
motovedette libiche ad entrare nella zona SAR maltese, come è pure successo, per
riprendersi i naufraghi e riportarli nei centri di detenzione disumani dai quali
sono fuggiti.
Tutti conoscono, o dovrebbero conoscere, anche i magistrati che in diverse
occasioni hanno accertato fatti e responsabilità, le condizioni di violenza alle
quali sono sottoposte da anni le persone che la sedicente Guardia costiera
libica blocca in mare e riconsegna alle milizie che controllano il territorio
libico. Le stesse milizie che permettono la prosecuzione del traffico di persone
gestito dalle organizzazioni criminali, con livelli diversi di collusione. Come
è stato ampiamente dimostrato prima dai rapporti di formazione e di
collaborazione delle autorità italiane con il comandante Bija, espressione delle
milizie di Zawia, poi ucciso in un conflitto a fuoco a Tripoli, dove era al
vertice dell’accademia navale, e quindi dalla vicenda Almasri, sulla quale
occorre ancora fare piena luce.
La conta delle vittime sulla rotta libica non può durare all’infinito. Vanno
ripristinate le missioni di soccorso statale in acque internazionali. Deve
finire la guerra alle attività di ricerca e salvataggio operate dalla flotta
civile delle ONG. Occorre accertare tutte le responsabilità operative e
politiche se ci sono vittime di abbandono in mare, e sospendere l’applicazione
del Memorandum d’intesa del 2017 stipulato con il governo di Tripoli da
Gentiloni e Minniti, e poi prorogato ogni tre anni dai diversi governi che si
sono succeduti nel tempo.
Gli accordi bilaterali, o le finalità di contrasto dell’immigrazione “illegale”,
non devono comportare l’abrogazione del reato di omissione di soccorso. Non
basta l’apertura di piccoli spiragli per l’ingresso legale attraverso i cd.
corridoi umanitari, se poi la maggior parte delle persone che non possono
ricevere protezione in Libia sono bloccate in acque internazionali e internate
in centri di detenzione disumani, e quindi costrette ancora una volta ad
intraprendere traversate che sempre più spesso si concludono con la morte
Fulvio Vassallo Paleologo