Lucie Azema / Un altrove da riconoscere
“Ciò che non esiste ci aiuta a vivere”: lo sanno bene i devoti, ma anche i
lettori, gli appassionati di arte e di cinema, e tutti coloro che hanno cercato
almeno una volta un luogo fittizio in cui avventurarsi con il pensiero per
consolarsi, per estendere gli spazi della mente o più semplicemente distrarsi
dalla vita vera. La frase potrebbe suonare scontata, eppure colpisce con la
forza di una freccia che centra il bersaglio, mettendo nero su bianco una
sensazione che esce dalla pagina per scuoterci nella sua dolorosa vividezza.
Di certo, però, non tutti ne saranno toccati: non chi riesce a vivere nel qui e
ora, gli adepti del reale, di ciò che si può toccare, le persone a cui è
sufficiente quello che c’è. Ma in questa visione razionale c’è la negazione di
un principio che vale per tutti noi: chi siamo e come viviamo è il frutto delle
nostre esperienze, delle nostre relazioni, della lingua con cui parliamo, delle
cose che abbiamo e non abbiamo fatto. La vita vera – dice Lucie Azema,
giornalista e scrittrice francese – è fatta della nostra interiorità, che non è
affatto qualcosa di oggettivo: è indissolubilmente legata agli elementi che non
sono esistiti e che non esistono ancora, alla nostra memoria e al nostro vissuto
e non di meno, dai luoghi che abbiamo visitato e da quelli che avremmo voluto
visitare.
Abbiamo bisogno di un altrove che non c’è è un breve saggio in cui Azema
affronta, come dice il titolo stesso, l’idea dell’altrove e di quanto sia stato
importante nella storia dell’umanità, quali imprese ci abbia spinto a
intraprendere, nel bene e nel male. Lo fa mettendo in relazione il viaggio e
l’immaginario, il desiderio di abbandonare tutto e rifugiarsi lontano, in un
paese sognato. Nel libro, quindi, si ripercorre la storia del viaggio sin dagli
albori, dalla ricerca di un “mondo oltre il mondo” alle Colonne d’Ercole, alle
straordinarie missioni verso paradisi perduti concluse in tragedie annunciate,
passando per i viaggi in autostop degli hippies che dagli Stati Uniti partivano
verso l’Oriente con pochi soldi e tanta voglia di scappare dal proprio mondo,
per finire più spesso intrappolati in motel di bassa lega a fare viaggi mentali
fomentati dall’ingente assunzione di sostanze psicotrope. Nel raccontarci questi
itinerari, ci parla anche delle figure leggendarie partite alla spasmodica
ricerca di un altrove lontano, ricco di fascino e potenziale fonte di infinite
avventure e che hanno cambiato la storia, o quantomeno hanno avuto un forte
impatto nella propria generazione e quelle successive.
Nonostante le disavventure in cui molti sono incappati, un tema di fondo che
attraversa tutto lo scritto è un forte sentimento di speranza, di fiducia – a
volte forse cieca – in qualcosa di migliore, in una vita più piena, un mondo più
giusto, una spinta propulsiva verso un nuovo sé. La stessa autrice, classe 1989,
negli ultimi anni ha vissuto tra Libano, India, Turchia e Iran e come dice
nell’epilogo, ha sentito dentro di sé la necessità di cercare nuovi luoghi da
scoprire e vivere, in compagnia di amici e amiche incontrate lungo il percorso.
Qui celebra la potenza del viaggio, quello reale e quello idealizzato, come
aveva già fatto in Donne in viaggio. Storie e itinerari di emancipazione, sempre
edito da Tlon, interessante e appassionata raccolta delle vite di viaggiatrici
straordinarie che hanno lasciato la loro impronta nella storia. Anche in questo
caso, tanti sono gli spunti e le citazioni che invogliano a saperne di più –
sarebbe stato interessante approfondire alcuni temi ma sarebbero state
necessarie più pagine. La passione e la competenza di Azema, unite alla
scorrevolezza del testo, rendono la lettura di questo libro un’esperienza
piacevole e capace di far riconoscere il nostro spazio umano.
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