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Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE
Le reti di risposta rapida di Minneapolis. Come viene organizzata l’autodifesa popolare contro l’ICE: guida a un modello aggiornato È uscito in inglese (CrimethInc) e in francese (Lundimatin) un articolo che ricostruisce le tattiche di autodifesa contro l’ICE messe in atto dalla popolazione delle Twin Cities (Minneapolis-Saint Paul). Gabriele Battaglia lo ha tradotto in italiano per metterlo a disposizione, perché
February 10, 2026
La Bottega del Barbieri
Gaza, Trump e la necessità di uscire dal buio: “riaccendere l’attenzione sul genocidio!”
 Un silenzio gelido, e mortale, è sceso sulla striscia di Gaza e i suoi abitanti. Giungono notizie di inondazioni, notti freddissime, bambini morti di ipotermia. E di altri morti, non meno di 400 dall’inizio del cosiddetto cessate il fuoco a metà ottobre provocati dalle forze di occupazione israeliane, e non meno di 95.000 persone che soffrono malnutrizione acuta. Nel frattempo, un rapporto delle Nazioni Unite reso pubblico il 25 novembre 2025 ha riconosciuto Gaza come “abisso creato dall’uomo, senza alcuna tregua in vista”_   Il progetto coloniale-imperiale del governo Trump Nel frattempo, l’amministrazione Trump ha rapito, per altri commentatori ha prelevato o catturato, il presidente del Venezuela, e sta alzando il livello di ricatto su altri governi ritenuti non allineati ai suoi interessi, a cominciare da quello della Colombia. Al tempo stesso, il governo degli Stati Uniti sostiene i crimini delle forze di controllo delle persone immigrate, favorendo un generale clima di intimidazione verso questa parte della popolazione, ampiamente appartenente alla classe operaia non bianca. In questo senso si gioca un registro classicamente imperiale-coloniale tanto verso l’esterno quanto all’interno. Nel primo caso, specialmente verso il resto del continente americano (Groenlandia tendenzialmente compresa), c’è il tentativo del controllo diretto e senza mediazioni dell’appropriazione delle cosiddette materie prime a beneficio del grande capitale statunitense. Come ha scritto Massimo De Angelis per Effimera: “Quando Trump parla di ‘riprendersi’ il petrolio venezuelano o evoca la possibilità che gli Stati Uniti ‘gestiscano’ il Paese per un certo periodo, emerge una pulsazione del comando che ridefinisce i propri scopi in modo sempre più nudo, riducendo le mediazioni ideologiche”. Nel secondo caso, c’è il tentativo di garantire una classe operaia impaurita e politicamente indebolita ai settori di capitale che ne hanno bisogno specialmente nei servizi e in agricoltura in cui sono ancora necessari alti livelli di manodopera. Quello dell’amministrazione Trump è un progetto che, indubbiamente, incute timore, diffonde tanto paura quanto un sentimento di rassegnazione alla logica e agli strumenti del più forte. È un progetto di disciplinamento sociale. In questo senso, dal punto di vista del governo della società, è tecnicamente fascista. Esso mette a sistema i sentimenti suprematisti tanto dal lato degli interessi di classe che di questi sentimenti si nutrono – il mondo delle imprese dei servizi a basso valore aggiunto e dell’agricoltura e il grande capitale tecnocratico – quanto dal lato dei settori sociali che si allineano a questi sentimenti per stare con i più forti.   Incutere paura e rassegnazione La paura è il metodo di questo progetto politico che è, evidentemente, anche un progetto di economia politica e governo della manodopera operaia, a partire dagli attacchi diretti a quella immigrata e non bianca. Questo metodo trova in Gaza il suo terminale, mostrando fin dove esso può arrivare. Gaza è il presente per i suoi abitanti, ma può essere il futuro per tutte quelle popolazioni che a questo progetto non vogliono sottostare. Così come nella striscia di Gaza la popolazione viene costretta a vivere nelle tende, nell’acqua piovana, cercando di sopravvivere giorno dopo giorno, privata anche dei servizi di assistenza delle organizzazioni non governative; altrettanto può accadere ad altre popolazioni, ad esempio alle persone immigrate costrette alla deportazione, all’internamento nelle carceri di altri paesi o a nascondersi sperando, così, di sottrarsi alle milizie che danno loro la caccia. La paura si accoppia, in questo progetto, alla rassegnazione indotta, all’autodisciplinamento, alla rottura di ogni solidarietà sociale se non di classe. È una paura prodotta verticalmente, dall’alto, da chi governa, che ha l’obiettivo di determinare rassegnazione. E, insieme a questo, il relativo isolamento sociale e, quindi, politico. Anche per questo motivo, chi comanda negli Stati Uniti ha sostenuto l’uomo dell’ICE (Immigration and Customs Enforcement) che ha ucciso Renee Good in Minnesota. Per rivendicare che chi comanda ha ragione e, per questo, ognuno si faccia i fatti propri. È lo stesso messaggio che già prima, con l’amministrazione Biden, era giunto al movimento per la Palestina: in quel caso fu usato l’antisemitismo come strumento per legittimare la repressione. In questo caso, si rivendica l’auto-legittimazione: non c’è neanche bisogno di giustificare la propria azione. È il comando a legittimarla. A prescindere dai danni che potrà provocare. È lo stesso Donald Trump che si attribuisce questo potere, dicendo che una sola cosa può frenarlo: “la mia moralità, la mia mente. È l’unica cosa che può fermarmi. E questo è molto positivo. Non ho bisogno del diritto internazionale”.   Il comando Questa modalità di azione è stata anticipata dalle modalità genocidiarie con cui le forze di occupazione israeliane stanno agendo nella striscia di Gaza da ottobre 2023. Ormai non è più necessario riportare una documentazione puntuale per quanta ne è stata prodotta negli ultimi due anni, compresa quella delle Nazioni Unite che ha riconosciuto il genocidio nel settembre 2025, mentre la stampa internazionale continua a fornire notizie sulle demolizioni ancora agite da Israele nonostante il cessate il fuoco oltre a tutte quelle sulle sofferenze quotidiane per la popolazione. L’azione di Israele si è legittimata da sé: il suo governo ha definito la legge da seguire e le sue modalità di esercizio. E quando altri attori sono intervenuti per dire che quella azione era arbitraria, fuori da ogni legalità internazionale, criminale – fino, appunto, a richiamare il genocidio – i suoi dirigenti li hanno liquidati con motivazioni sbrigative quanto disinteressate a qualunque confronto: “palude antisemita“, definì il primo ministro di Israele le Nazioni Unite nel settembre 2024. Come dire: dite ciò che volete, la legge per noi siamo noi. E facciamo ciò che vogliamo in base alla forza che possiamo sprigionare. Il linguaggio del rapporto di forza – e solo di quello – contro ogni mediazione del diritto. È il comando. Esso agisce sul piano del governo – in questo caso, del governo coloniale di un territorio – e si estende oltre, alla società, alle sue forme tanto di riproduzione sociale quanto di organizzazione quotidiana e politica. Ne aggredisce le modalità di convivenza, le forme di solidarietà e, con esse, i sentimenti e le emozioni. Impone la sottomissione, fino alla distruzione della vita altrui. E lo fa per imporre un progetto di governo tanto delle risorse naturali quanto della forza lavoro. Non è un progetto geopolitico, è un progetto di classe all’altezza delle rinnovate condizioni socioecologiche tanto influenzate dal cambiamento climatico e da quel processo storico che Jason W. Moore definisce la fine dalle nature a buon mercato.   Come si esce dal buio? Il comando agito dall’amministrazione Trump così come dal Governo e dalle forze di occupazione israeliane diffonde il buio. È evidente. È come se non ci fosse altro che freddo – per chi è stato costretto a vivere nelle tende nella striscia di Gaza – e smarrimento. L’unica luce resta quella di chi comanda e pretende di decidere della vita e della morte altrui. In questo senso, siamo dentro la radicalizzazione della necropolitica e il tentativo di renderla assoluta a scala globale o, per lo meno, in quella parte di mondo da ricondurre al comando israeliano-statunitense. Come si esce da questo buio è difficile da dire. È prima di tutto necessario riconoscere che siamo in questa condizione, che è anche una condizione di sentimenti ed emozioni che il comando ha costruito e prova a diffondere. Per questo non è sufficiente nessun appello volontaristico. La paura e la rassegnazione – nella loro accoppiata – sono forze disgregatrici e di isolamento potenti. Al tempo stesso, sono forze insufficienti a tenere insieme le società. Il comando può agire ma non può sostituirsi alla necessità della cooperazione sociale, in altre parole al fatto che, in ogni caso, le persone hanno bisogno le une delle altre, hanno bisogno di incontrarsi e riconoscersi tra loro. E questo è incompatibile con l’isolamento e l’invito a farsi sempre i fatti propri. Continuare a incontrarsi, a stare insieme, a stringersi e a confrontarsi aiuta a orientarsi anche nel buio. Quando non troviamo i nostri amici in un bosco o in una casa senza corrente cosa facciamo? Ci chiamiamo, alziamo la voce. Ecco, appunto, alzare la voce e farlo insieme agli altri è il modo per uscire dal buio. Per accendere fiammelle di solidarietà, come sta accadendo negli stessi Stati Uniti, con le iniziative diffuse contro gli agenti dell’ICE e per l’abolizione di questa milizia. E per riaccendere l’attenzione sul genocidio in corso nella striscia di Gaza.   Redazione Italia
January 23, 2026
Pressenza
Convegno | Anni di guerra: menzogne, verità, scintille – di Effimera
Ricordiamo che Effimera.org ha organizzato per il 15 novembre prossimo, al C.S. Cantiere a Milano, Viale Monterosa, 84, un convegno dal titolo: ANNI DI GUERRA: MENZOGNE, VERITÀ, SCINTILLE. L’incontro si terrà a partire dalle 10 sino alle 19. Ecco gli interventi in programma, con le tempistiche relative. È prevista la possibilità di partecipare anche [...]
October 26, 2025
Effimera
Sgombero a Milano del Leoncavallo
A seguito dello sgombero a Milano del Leoncavallo Spazio Pubblico Autogestito, nel tardo pomeriggio alle 18.00 si terrà un presidio-assemblea in via Watteau. L’operazione poliziesca è iniziata sin dalla mattina alle 7.00: “Si approfitta di agosto – si legge su Effimera nel commentare la notizia – come nel più classico dei copioni”. La nota ricostruisce brevemente l’origine dell’esperienza leoncavallina, dove si ricorda che la sede iniziale e storica, in cui prese avvio cinquantanni addietro – era l’anno 1975 – il Centro Sociale autogestito, fu il Casoretto, un “quartiere periferico milanese non ancora gentrificato, con il quale seppe creare relazioni, organizzando servizi dal basso (cucina popolare, spettacoli, teatro, attività per i bambini)”.  Per quanto ci riguarda conveniamo con l’affermazione contenuta  nella nota diramata dall’associazione culturale: “Senza il Leoncavallo, certamente, Milano sarà più povera. Proprio in questa maledetta estate che ha messo in luce la parte peggiore della città, un profilo che espelle, rapina, verticalizza e, ovviamente, reprime”. Rivolgendosi direttamente alla città chiudono il  loro intervento flash ricordando l’appello – pubblicato anche su pressenza – in cui la si  invitava la cittadinanza meneghina a riprendere il filo rosso della sua storia. Di seguito riportiamo alcune dichiarazioni di intellettuali e politici rilasciate a caldo [accì] > « CI DISPIACE #MILANO, AVEVAMO PUBBLICATO UN APPELLO PER METTERTI IN GUARDIA, > MA SEI RIMASTA SORDA, IL TUO CUORE È CAMBIATO? > > “NON BUTTIAMO VIA QUELLO CHE CHI TI GUARDA SOLO CON GLI OCCHI DELL’INTERESSE > VORREBBE CANCELLARE. > > PERCHÉ LÌ NASCE BELLEZZA. LÌ NASCONO I DIRITTI UMANI E SOCIALI. > > LÌ NASCE QUEL CHE SEI. > > UNA CITTÀ MEDAGLIA D’ORO ALLA RESISTENZA. > > UNA CITTÀ ACCOGLIENTE. > > UNA CITTÀ CHE SA ACCETTARE LE DIFFERENZE, ANCHE SCOMODE. > > IL LEONCAVALLO, I CENTRI SOCIALI, GLI SPAZI INFORMALI DOVE LE GENERAZIONI SI > INCONTRANO E SI FORMANO SONO I LUOGHI DEL GENIO, SONO RISORSE, SONO UN PEZZO > DI FUTURO. > > E TU, MILANO, NE HAI ANCORA BISOGNO» *******************   Cristina Morini Nell’estate in cui Milano ha messo in luce quanto è cambiata sotto pressione di sistemi di dominio finanziario che lottizzano il territorio ed espellono le persone, nell’estate dell’ingiustizia sociale metropolitana eretta a modello, nell’estate del brutto, del non sostenibile, del corrotto, non poteva mancare lo sgombero del più storico spazio sociale autogestito, il Leoncavallo. Si completa il quadro: la Milano popolare e solidale deve sparire per lasciare spazio a questa città sconosciuta, spigolosa, clone di tante altre tutte egualmente classiste e controllate, mordi e fuggi, mangia e bevi, e soprattutto non pensare.   Giso Amendola Fa una certa impressione (e in ogni caso ci ricorda quanto le nostre realtà e le nostre storie contino e facciano paura più di quanto noi crediamo) vedere l’enfasi con cui la notizia dello sgombero in atto del Leoncavallo passa come prima notizia nei tg. È evidente che per le destre di governo l’autoritarismo non è un accessorio, un dispositivo da utilizzare in mancanza di meglio, un omaggio all’identita storica, un contentino all’elettorato più identitario: è invece un elemento costitutivo, un terreno di azione e di sfida consapevolmente scelto, uno strumento privilegiato di riordino di spazi e rapporti sociali. Su quel terreno, le lotte antiautoritarie e “antifa” nel senso più largo saranno un fronte fondamentale – dalle scuole agli spazi urbani. Andrea Fumagalli Lo sgombero del C.S. Leoncavallo conferma ancora di più il declino di Milano. Negli anni ’90, Milano era la capitale underground d’Europa, più di Berlino e Amsterdam, grazie proprio a quelle attività politiche, culturali, musicali e artistiche avviate dalla rete dei centri sociali milanesi. Il dibattito politico e di analisi socio-economica era molto alto e innovativo, coinvolgendo personalità come Fortini, Balestrini, Moroni, Bologna, Marazzi, una parte di quell’Italian Thought che si è poi diffuso in Europa e negli Usa. Poi è subentrata la finanziarizzazione del territorio e la mercificazione della città. Sempre meno spazio per le persone e la vita, sempre più spazio alla gentrification e all’economia degli eventi, che hanno reso invivibile questa città, sino agli scandali odierni. Da città viva, dinamica, aperta e inclusiva, oggi Milano avrà pure i grattacieli ma è diventata chiusa, grigia, escludente, semimorta. Che 100 Leoncavallo fioriscano ancora!   Nicola Fratoianni nulla è più carente nelle nostre città degli spazi sociali, culturali e democratici e lo sgombero del Leoncavallo rappresenta quello di chi non tollera la politica come organizzazione dal basso delle persone.   Ilaria Salis Il Leoncavallo sta venendo sgomberato. Nessun rispetto per 50 anni di storiadei movimenti, contro-cultura, aggregazione giovanile, politica dal basso. Avanza la Milano della speculazione edilizia e della gentrificazione, la città della rendita e delle ‘week’: una Milano senz’anima, esclusiva ed escludente, contro i poveri, contro chi vive del proprio lavoro, contro i giovani. Una Milano che appare più ricca e patinata, ma che in realtà è molto più povera e brutta. Spero che il Leoncavallo possa presto riprendersi lo spazio che merita. E che mille nuovi spazi sociali vengano conquistati e restituiti alle comunità che nonostante tutto resistono, in una città sempre più ostile e meno accogliente, una città espropriata ai suoi abitanti. Una città da rovesciare! Giù le mani dagli spazi sociali! Giù le mani dalla città! Milano è di chi la vive, non di chi ci specula. Redazione Italia
August 21, 2025
Pressenza
Questo referendum s’ha da votare
Correva l’anno 1997 quando Tiziano Treu, ministro del Lavoro e della Previdenza sociale dell’allora governo di Romano Prodi, propose “un pacchetto” di norme che introducevano per la prima volta i contratti co.co.co. e gli interinali gestiti da società di intermediazione. Per la verità, già nel 1995, con Dini al comando, si era cominciato a parlare della necessità di disciplinare la flessibilità del lavoro e il lavoro a tempo determinato con stravaganti modulazioni di job sharing, fino a quel momento non esistenti in Italia. Ma, insomma, Prodi con la legge n. 196 del 24 giugno 1997, approvata da tutte le forze della sinistra (nessuna esclusa, e con poche lodevoli eccezioni personali), dà piena autorizzazione al progetto di legge Treu e con ciò accelera il processo di precarizzazione generalizzata del mercato del lavoro, introducendo anche nuove tipologie contrattuali, oltre all’interinale, che faranno da lancio per l’odierno. scandaloso stage a prezzi stracciati. Con le ricostruzioni degli esordi ci fermiamo qui, limitandoci ad aggiungere che, prima ancora di queste date basilari, avvisaglie si erano avute sin dagli anni Ottanta. Ciò che è certo è che il completamento del disegno avviene con l’introduzione del Jobs Act di Matteo Renzi, legge delega 183, anno 2014. Seguiranno, l’anno successivo, senza più bisogno di passare dalle due camere, alcuni Decreti legislativi di attuazione. E nell’ultimo decennio (con la sola timida eccezione del c.d. decreto dignità) è stato un susseguirsi costante di norme contro i lavoratori. L’aspetto più eclatante del Jobs Act fu, notoriamente, l’abolizione dell’articolo 18 che significava per le imprese oltre i 15 dipendenti poter procedere liberamente a licenziamenti individuali, con riduzione delle garanzie per i lavoratori licenziati e abbassamento delle indennità previste in caso di licenziamento illegittimo, laddove la difficile dimostrazione di quello che in pochi casi residuali consentiva di richiedere la reintegrazione, veniva addossata al lavoratore o alla lavoratrice. Tutto ciò che è accaduto su questo terreno in questi trent’anni ha completamente investito le nostre esistenze e adesso travolge le generazioni più giovani, con ancor maggior violenza poiché, nel frattempo, i processi di accumulazione si sono complessificati. Ne abbiamo molto scritto. Abbiamo fatto parte, ciascuno di noi a modo proprio, delle varie evoluzioni del movimento dei precari e delle precarie che ha avuto nella città di Milano il suo centro nevralgico, con l’avvio delle prime lotte sul tema, dai Chainworker a San Precario, agli Stati Generali della Precarietà e alle varie MayDay. Senza scivolare nella memorialistica, ricordiamo che in quei primi anni Duemila si riconosceva che solo poche strutture politiche o sindacali e alcuni giuslavoristi si erano accorti del pericolo in corso, mentre il resto delle discipline accademiche (soprattutto economiche) latitava, faticava a intendere o, peggio, appoggiava il “sabotaggio” del lavoro in corso a opera delle oligarchie imprenditoriali e finanziarie. Cosicché, i movimenti, le lotte, le forme di rappresentazione che sono state ideate in quel tempo precario sono state manifestazioni e linguaggi sorti esclusivamente dal basso. San Precario è una sorta di epifania dell’intelletto generale. È inutile negare che il sindacato confederale non fu, allora, un alleato. Ci furono alcune organizzazioni sindacali di base, come la Cub, presenti sin dagli esordi. Ma con i confederali ci fu incomprensione. Una comprensibile incomprensione, all’interno di una visione divergente del lavoro e della sua precarizzazione Oggi, il fatto che Maurizio Landini e la Cgil abbiano indetto quattro referendum sulla tematica del lavoro al fine benemerito di contrastare l’attuale dilagante precarietà, che si traduce in forme di sempre più pericolosa coazione verso il lavoro povero, fa capire quanto sia profondo il vulnus inflitto dal capitale al lavoro vivo, per usare un vocabolario evocativo, e quanto abbia pesato e pesi quell’antica incomprensione. Il vasto schieramento reazionario in favore dell’astensione segnala la consapevolezza del potere di non rappresentare la maggioranza; raccolgono l’astensionismo crescente e la sfiducia nelle istituzioni per usarli contro le moltitudini. Sanno che giocando una partita leale (diciamo con una partecipazione al voto “normale” del 60%) perderebbero la partita; e giocano barando, come sempre hanno fatto, incuranti di ogni contraddizione come pure fanno di continuo. Per questo ha un senso raccogliere la sfida. Bisogna perciò valorizzare il fatto che la Cgil abbia riconosciuto che la condizione precaria è oggi regola nei rapporti di lavoro, a prescindere dalle innumerevoli tipologie contrattuali: l’impermanenza del lavoro vale per tutte e tutti. Appoggiamo, dunque, con convinzione, la necessità di recarsi alle urne a votare a favore dei quattro quesiti referendari sui quali ci si dovrà esprimere l’8 e il 9 giugno prossimi. I temi riguardano: Quesito 1: Reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento illegittimo; Quesito 2: Maggiore tutela nei licenziamenti delle piccole imprese; Quesito 3: limiti ai contratti a termine e ritorno all’obbligo di causale; Quesito 4: responsabilità negli appalti e sicurezza sul lavoro. Siamo di fronte a una battaglia importante. Soprattutto i giovani dovrebbero sentire la necessità di esprimersi su tali argomenti ma in generale chi pensa che questi referendum riguardino solo una componente della società italiana e ritiene di non doversi impegnare sull’argomento sbaglia grossolanamente. Sono in gioco principi di giustizia economica e sociale e chi invita a non votare o scommette sulla possibilità di non raggiungere il quorum è nemico dei lavoratori e delle lavoratrici. I motivi sono semplici. La generalizzazione della condizione precaria, infatti, peggiora la situazione economica e sociale del lavoro, con effetti negativi sull’intero sistema economico. La precarietà è la prima causa dei bassi salari e del lavoro povero che oramai è dirompente in Italia. Ridurla è un primo passo per far aumentare i salari. È scandaloso che ci siano giovane/i con titolo di master e laurea magistrale con contratti di stage retribuiti con paghe inferiori agli 800 euro al mese per 40-45 ore di lavoro alla settimana. È scandaloso che più dell’80% dei nuovi ingressi nel mercato del lavoro siano costituiti da contratti di stage, apprendistato, interinali, part time o a tempo determinato. È scandaloso che dal 2021 a oggi in media i salari (compresi quelli dei lavoratori più stabili) abbiano perso quasi il 7% del loro potere d’acquisto. È scandaloso che la precarietà del lavoro sia la prima causa degli incidenti sul lavoro, mettendo a repentaglio giovani e anziani lavoratori. È scandaloso che le donne subiscano, grazie alla condizione precaria, una discriminazione ancor maggiore in termini di salario e di possibilità di carriera di quella che già vivono nella vita quotidiana. È scandaloso il crescente sfruttamento del lavoro migrante a causa del difficile accesso a un diritto di cittadinanza che dovrebbe essere naturale in un paese civile e non razzista quale è oggi l’Italia (a proposito del referendum numero 5 che propone la riduzione del tempo necessario per diventare cittadino italiano, cui dedicheremo un articolo apposito). Lo vediamo ogni giorno, per le vie, nelle aule scolastiche, nei luoghi di lavoro, al cinema, ai concerti: siamo una società irreversibilmente meticcia. Il potere vuole dividere i segmenti etnici per dominarli tutti. Meticciato e solidarietà sono valori, non razzismo e guerra. Tutti e tutte noi siamo coinvolte e coinvolti. Oggi il lavoro è sempre più vita. Sempre più il lavoro è senza fine. Superare il quorum significa modificare i rapporti di forza, se non quelli reali certamente quelli percepiti. Anche la speranza aiuta la ripresa della lotta di classe e di emancipazione. La vittoria referendaria è perciò propedeutica ad altre battaglie dirimenti, in grado di creare i presupposti per una riforma della contrattazione collettiva che sia adeguata alle esigenze del lavoro e dell’esistenza contemporanee; funzionale all’imposizione di un salario minimo orario e all’introduzione di una nuova politica di welfare che abbia come perno il reddito di base incondizionato e il libero accesso ai beni comuni.   > Questo referendum s’ha da votare – di Andrea Fumagalli e Cristina Morini   Redazione Italia
May 20, 2025
Pressenza