Israele e Palestina: ripensare la forma della convivenza
In un tempo in cui il fragore delle armi sembra aver soffocato ogni spazio di
ragionamento, Fuori tempo massimo? “Apeirogon” e la questione
israelo-palestinese riporta al centro del dibattito una possibilità politica
tanto semplice quanto radicale: quella, evocata dal romanzo di Colum McCann e
assunta criticamente dall’autrice, secondo cui israeliani e palestinesi possano
«tornare a parlarsi o, più precisamente, che cessi l’occupazione e che si
ricominci a parlarsi». Il lavoro nasce infatti da un’urgenza precisa: rimettere
in discussione i presupposti che continuano a orientare il dibattito sul
conflitto e riaprire lo spazio di possibilità politiche oggi considerate
impraticabili.
Attraverso il prisma del romanzo di McCann, Tecla Mazzarese mette in discussione
uno dei presupposti più radicati del dibattito pubblico e internazionale: la
formula dei “due popoli, due stati”, oggi sempre più svuotata di reale
praticabilità. Da qui riemerge la proposta più radicale: uno Stato unico,
binazionale, democratico e laico.
All’interno di questa cornice, la critica alla narrazione del “mai prima” assume
una funzione decisiva. Smascherando quella che viene definita un’ottica
deformata — l’idea che il 7 ottobre costituisca un’origine assoluta — l’autrice
sottrae il presente alla logica dell’eccezionalità e restituisce continuità
storica al conflitto. L’analisi mostra, così, come tanto la violenza di Hamas
quanto quella dello Stato di Israele si inscrivano in traiettorie più lunghe e
complesse, senza appiattirne la diversa portata storica.
Particolarmente incisivo è il focus sulla continuità delle strategie militari
israeliane, ricondotte a una linea che dal Piano D del 1948 giunge fino alla
cosiddetta Dahiya Doctrine. Decostruendo la narrazione di una violenza senza
passato, l’analisi si colloca in un solido retroterra critico di letture che,
nel tempo, hanno messo in discussione le politiche israeliane nei confronti
della popolazione palestinese. È in questo quadro che emerge una doppia
deformazione: se è fuorviante isolare il 7 ottobre come un episodio autonomo
rispetto alla strategia di Hamas, è altrettanto necessario rigettare l’idea che
la risposta militare israeliana costituisca una novità assoluta. Al contrario,
essa si inserisce in una continuità strategica che affonda le radici nel Piano D
e nel progetto ideologico della “Grande Israele”, mentre il richiamo alla Dahiya
Doctrine (2006) svela una prassi sistematica che trasforma civili e
infrastrutture in bersagli. Su questa dottrina si è sedimentata una cortina di
silenzio o una distratta rimozione nel discorso mainstream. È proprio questa
rimozione, insieme al disconoscimento di molti accadimenti storici, a impedire
di leggere l’attuale distruzione come esito coerente di una lunga
concatenazione.
La prospettiva adottata si sottrae così alla narrazione corrente e restituisce
al conflitto la sua profondità storica, politica e umana. Qui si riconosce uno
degli aspetti più riusciti del testo: la capacità di tenere insieme rigore
dell’analisi e attenzione per le vite. Non è un equilibrio scontato. L’autrice
mantiene una posizione netta senza scivolare né nell’equiparazione forzata né
nella rimozione delle responsabilità, costruendo uno spazio in cui il
riconoscimento dell’altro (popolo) diventa possibile proprio perché non cancella
le asimmetrie.
Questa attenzione si traduce in una scelta precisa: mettere al centro le
relazioni, l’ascolto, la possibilità concreta di tornare a parlarsi. In un
contesto dominato da polarizzazioni e irrigidimenti identitari, l’autrice
illumina ciò che resta nell’ombra: forme di convivenza che resistono e spazi di
dialogo che sopravvivono ostinatamente alla violenza. Leggendo queste pagine,
emerge con forza una sensibilità capace di vedere ciò che il discorso dominante
tende a espellere.
E infatti il testo non si chiude nella denuncia. Al contrario, individua, anche
dentro uno scenario segnato dalla devastazione, quei “punti di luce” che
incrinano il monolite del consenso bellico: le forme di dissenso nella società
israeliana, l’azione delle ONG, le pratiche di solidarietà. Tra queste, realtà
come B’tselem testimoniano che l’identità non coincide necessariamente con la
sopraffazione e che esiste una pluralità di voci anche là dove il discorso
pubblico tende a uniformare.
In filigrana, questo livello di resistenza civile si apre a una dimensione
ulteriore: il lavoro paziente delle donne israeliane e palestinesi di Women Wage
Peace e Women of the Sun, protagoniste di una pratica politica fondata sulla
relazione e sulla necessità di immaginare un futuro comune proprio mentre tutto
sembra spingere verso la separazione e l’odio. Il testo non le richiama
direttamente, ma si inscrive nel medesimo orizzonte di senso.
In definitiva, alla domanda posta dal titolo – se siamo ormai “fuori tempo
massimo” – la risposta è netta: non è il tempo a essere scaduto, ma il nostro
modo di guardarlo. È per questo che torna a interrogare, quasi contro ogni
evidenza, quella frase che oggi sembra aver perso presa sul reale: “non finirà
finché non parliamo”. Non come slogan consolatorio, ma come ipotesi politica
esigente, che implica la fine dell’occupazione e la possibilità, tutt’altro che
pacificata, di riconoscere senza equiparare, di convivere senza azzerare le
differenze.
È qui che il testo lascia il segno più profondo: nella capacità di tenere aperto
un varco. Fragile, certo, ma reale. Uno spazio in cui il tornare a parlarsi
smette di apparire un residuo utopico e torna a configurarsi come un lavoro
concreto, ostinato, necessario.
RECENSIONE A TECLA MAZZARESE, FUORI TEMPO MASSIMO? “APEIROGON” E LA QUESTIONE
ISRAELO-PALESTINESE, GIAPPICHELLI, 2026
Redazione Italia