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Georges Simenon / Dal reportage agli inferi
Georges Simenon pubblica in dieci puntate, dal febbraio all’aprile 1937 sul settimanale “Confessions”, quest’opera di certo singolare nell’ambito della sua produzione letteraria. I tre delitti dei miei amici usciranno da Gallimard, con la dicitura “Romanzo”, un anno dopo. Da una serialità interessante, per certi aspetti autobiografica e documentaria, a una dichiarazione editoriale che possa togliere da inciampi giudiziari, anche se Simenon avrebbe preferito il sottotitolo “Histoire vraie”. La spuntò l’imposizione di Gallimard, al costo di togliere di mezzo l’impostazione giornalistica che lo scrittore aveva impresso all’opera. Tanto più che i fatti narrati appartengono a episodi avvenuti a Liegi fra il 1918 e il 1922, quando Simenon non era ancora partito per Parigi per dare seguito alla sua mirabolante carriera. Di certo il passaggio dalla stampa su rivista al volume fa perdere molto (soprattutto nella parte iconografica) al resoconto svelto e aggiornato di un contesto riconoscibile dove Simenon appare in prima persona. Personaggio e autore riuniti saturavano il colore del “giallo” inteso come racconto poliziesco d’angusta specificità e tale da rimescolare l’attenzione dei lettori secondo canoni ampiamente sperimentati – anche dallo scrittore belga, nei già numerosi romanzi che in quegli anni avevano visto operare Maigret. Simenon conosce i protagonisti, lega insieme tre vicende di cui è testimone, aggiunge tratti di finzione che rendono sfuocato il margine tra veridicità e infondatezza. Le esagerazioni fanno parte del suo armamentario, lo sappiamo bene, rileggendo i suoi reportage per trarne gustosissimo svago. Fra Parigi e Tahiti, passando per l’Africa e le Galapagos e la Nuova Guinea Simenon si diverte abbondantemente con la fantasia del lettore, spiazzandolo con concentrazioni estatiche e rilassamenti – da ventate quasi astratte a copioni di realtà inequivocabile. Il peso del mondo è sempre stato al centro del fattore umano, e davanti a tutto questo materiale lo scrittore non si è certo messo da parte – basta leggere l’imponente Memorie intime. Il posto che compete a I tre delitti dei miei amici viene ampiamente descritto dal saggio di Benoît Denis, imponendosi lo sbroglio delle inquiete vicende, e della intricata storia editoriale che aggiunge ambiguità stuzzicante a un’opera non annoverata ai capolavori dello scrittore ma capace di raccontarci i congegni da lui escogitati fin dalle origini. Simenon rovescia le cose e attraversa in prima persona le trame, sia come persona informata dei fatti sia come artefice superiore che tutto vede e tutto trasforma – secondo la propria velocissima arte scrivente.         L'articolo Georges Simenon / Dal reportage agli inferi proviene da Pulp Magazine.
October 4, 2026
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September 28, 2026
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Georges Simenon / Simenon non scriveva mattoni
C’è un particolare tipo di violenza che non fa rumore, che non lascia lividi visibili, che si consuma nel silenzio di una casa borghese tra odori di minestra riscaldata e il ticchettio di un orologio da parete. È la violenza dell’indifferenza, della vecchiaia ignorata, dell’amore che si è trasformato – per lenta erosione – in sopportazione. Georges Simenon la conosce bene, e in La vecchia (pubblicato in Francia nel 1945 con il titolo La vieille) la mette in scena con quella precisione chirurgica che è il marchio della sua prosa migliore. Al centro del romanzo c’è Élise, la “vecchia” del titolo — definizione brutale, quasi anatomica, che Simenon usa senza pietà e senza ironia, come si etichetta un referto. Élise è la madre anziana che torna a vivere con il figlio adulto, Xavier, e con la nuora Mathilde, in una casa piccolo-borghese di provincia. Non accade nulla di straordinario: nessun delitto, nessun segreto melodrammatico, nessun colpo di scena. Eppure La vecchia è uno dei romanzi più disturbanti che Simenon abbia mai scritto, proprio perché il dramma che racconta è quello di ogni giorno, riconoscibile, domestico, insostenibile nella sua normalità. Simenon costruisce la sua storia con lo stesso metodo che usa nei romans durs – i romanzi “duri”, non polizieschi, quelli in cui abbandona Maigret e si avventura nell’oscurità della psicologia ordinaria. Lo spazio è ristretto: la casa, la cucina, il piccolo giardino. Il tempo è ciclico e soffocante: i pasti, i silenzi, i gesti abitudinari. I personaggi sono pochi e ben delimitati, ognuno prigioniero di sé stesso. Xavier è un uomo mediocre che ha costruito una vita mediocre e che vede nell’arrivo della madre una minaccia all’equilibrio faticosamente raggiunto. Mathilde è la nuora che sopporta, sorride, e nel sorriso nasconde un rancore che Simenon svela a piccole dosi, con la precisione di un entomologo. Ed Élise – la vecchia – è al tempo stesso vittima e carnefice inconsapevole: la sua sola presenza, il suo occupare spazio fisico e emotivo, il suo essere ancora viva quando sarebbe più comodo che non lo fosse, è sufficiente a far precipitare tutto. Quello che colpisce di questo romanzo è la capacità di Simenon di abitare simultaneamente i punti di vista senza giudicare nessuno. Non c’è il cattivo e il buono. Xavier non è un mostro: è un uomo stanco, limitato, che non sa come amare sua madre e che ha paura di ammetterlo. Mathilde non è una malvagia: è una donna che difende il suo territorio con le uniche armi che la sua condizione le consente. Ed Élise non è una santa martire: è una donna con i suoi difetti, le sue manie, il suo modo di occupare l’esistenza altrui senza rendersene del tutto conto. Simenon guarda ai suoi personaggi come guarda la pioggia fuori dalla finestra – senza moralizzare, senza assolvere, senza condannare. Semplicemente registra. La prosa è quella caratteristica dell’autore belga nella sua fase più matura: asciutta, diretta, quasi telegrafica, eppure capace di una densità atmosferica straordinaria. Ogni frase porta il peso di ciò che non viene detto. I dialoghi sono brevi e obliqui, carichi di sottotesti. Le descrizioni degli ambienti – la cucina, il letto della vecchia, la finestra da cui guarda il mondo che non le appartiene più – diventano paesaggi interiori, mappe di uno stato d’animo. Simenon era convinto che la letteratura dovesse cogliere “l’uomo nudo”, spogliato delle sue difese sociali e delle sue narrazioni consolatorie, e in La vecchia questo progetto raggiunge una delle sue realizzazioni più compiute. C’è anche una riflessione, implicita ma potente, sul modo in cui la società borghese gestisce – o meglio, rimuove – la vecchiaia. Élise è scomoda non perché faccia qualcosa di sbagliato, ma perché ricorda a tutti la destinazione finale, l’inevitabilità del declino. La sua presenza è uno specchio che nessuno vuole guardare. E così viene marginalizzata, non con atti eclatanti, ma con piccoli gesti quotidiani: il posto a tavola, la camera assegnata, l’orario dei pasti, la televisione tenuta bassa. La violenza del dettaglio, sempre. L’edizione, come di consueto, è impeccabile: la traduzione di Simona Mambrini, restituisce il ritmo sincopato dell’originale senza cedere alla tentazione di addolcire gli spigoli. Il volume si inserisce nel lungo e meritorio lavoro di recupero dell’opera “dura” di Simenon che Adelphi porta avanti da decenni, restituendo al pubblico italiano un autore che troppo spesso viene ridotto al solo Maigret. La vecchia è un romanzo breve – Simenon non scriveva mattoni – ma la sua brevità è ingannevole. Si legge in poche ore e si porta addosso per giorni. Come un disagio che non riesci a localizzare, come il ricordo di qualcosa che non sei sicuro di aver fatto o di aver lasciato incompiuto. È letteratura nel senso più alto del termine: quella che non consola, ma che illumina.     L'articolo Georges Simenon / Simenon non scriveva mattoni proviene da Pulp Magazine.
April 1, 2026
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