“Fair Play Un’amicizia oltre la sfida”, il romanzo di Agim Gruda sulle Olimpiadi di Berlino del 1936
Nel 1936 Berlino si offriva al mondo come vetrina di un ordine costruito,
destinato a legittimare un’idea di potenza e di superiorità. A distanza di
novant’anni, quel passaggio storico continua a interrogare il presente, anche
attraverso traiettorie individuali che sembrano lontane e che invece vi si
innestano con naturalezza. È il caso di Gruda Agim, oggi docente di scienze
motorie all’Istituto superiore Antonietti di Iseo (BS).
Agim lascia l’Albania negli anni della dittatura comunista di Enver Hoxha e
approda in Italia dopo un viaggio incerto, condiviso con molti altri che
cercavano una via d’uscita. L’arrivo non coincide con un approdo compiuto. È,
piuttosto, una sospensione: l’assenza di riferimenti, la marginalità, la
necessità di trovare un punto da cui ripartire.
Il percorso che segue non ha nulla di lineare. Si costruisce nel tempo,
attraverso il lavoro e lo studio, dentro un processo di integrazione che non
cancella l’origine ma la rielabora. La scuola, in questo senso, rappresenta un
punto di svolta. Non solo come traguardo professionale, ma come spazio in cui
una biografia individuale si traduce in responsabilità pubblica. Insegnare
significa, per Agim, restituire forma a un’esperienza che ha conosciuto il
limite e la precarietà, e trasformarla in occasione di crescita per altri.
È in questa prospettiva che si colloca Fair Play – Un’amicizia oltre la sfida,
il romanzo che prende spunto dalle Olimpiadi di Berlino e dall’inaspettata
amicizia tra Jesse Owens e Luz Long, due famosi atleti di salto in lungo. La
vicenda è nota, ma ciò che interessa all’autore non è la celebrazione sportiva.
Piuttosto, il punto in cui il gesto individuale si sottrae alla funzione che il
contesto gli assegna. In un sistema che pretende di ridurre ogni cosa a
rappresentazione, l’atto di riconoscere l’altro come tale introduce una
frattura.
Quella frattura non cambia il corso della storia, ma ne rivela il limite. Ed è
forse qui che il libro incontra la biografia di chi lo ha scritto. Non in un
parallelismo diretto, ma in una medesima attenzione per ciò che, anche in
condizioni date, resta affidato alla scelta. L’esperienza migratoria, con il suo
carico di esposizione e di necessità, rende questo aspetto meno astratto, più
concreto.
Il fair play, allora, si sposta dal lessico sportivo a quello civile. Non indica
soltanto il rispetto delle regole, ma una disposizione che riguarda il modo di
stare nel mondo. In questa luce, la storia di Agim precede il libro e, in
qualche misura, lo contiene. Non come spiegazione, ma come terreno da cui quel
racconto prende forma.
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Simona Duci