Legge elettorale: cavallo di Troia della destra?
Inizia in queste ore in Commissione Affari Costituzionali della Camera dei
Deputati la discussione sulla nuova legge elettorale che la destra vorrebbe far
approvare per poi collaudare alle prossime politiche.
L’atteggiamento della maggioranza è, in apparenza, diverso da quello tenuto, ad
esempio, sulla riforma della giustizia respinta dai cittadini pochi giorni fa.
Il Presidente della Commissione, Nazario Pagano, che in passato si è distinto
per il suo oltranzismo di maggioranza, si mostra dialogante, e vuole assumere,
come dice lui, il ruolo del “sarto”, che taglia, cuce, trova le misure giuste.
Insomma un invito a parlare e discutere per trovare accordi ampi.
“A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca…”… diceva un tizio che
pensava male e spesso agiva peggio, e quindi questa disponibilità improvvisa al
dialogo lascia molto diffidenti.
A costo di fare la fine del sacerdote Laocoonte è utile dire “timeo danaos et
dona ferentes”, in questo caso “temo la destra pure quando dialoga”, o finge di
dialogare.
Si vuole, forse, scaricare le responsabilità sulle opposizioni, che si
troverebbero o a giocare il gioco della destra? Oppure si vuole evidenziare che
le opposizioni sono ostruzioniste e non dialoganti, e quindi giustificare colpi
di maggioranza?
Resta comunque il fatto che la decisione di far partire la discussione della
legge elettorale a ridosso del voto non è nuova, ma non appare certo corretta.
In passato si riteneva che le modifiche di questo tipo andassero discusse
all’inizio e non alla fine della legislatura, nell’ottica di lavorare con il
tempo necessario e prescindendo, per quanto possibile, dal “chi viene favorito”
dato che in cinque anni le cose cambiano e così le situazioni politiche.
Invece ora si parte quasi alla fine della legislatura che, ad essere realisti,
terminerà al massimo nella primavera del 2027. E, quindi, i tempi sono ristretti
e sarà quindi “necessario” procedere a tappe forzate, per garantire, secondo i
proponenti, il mito della “governabilità”, dato che il Rosatellum non porterebbe
che allo stallo ed al temuto governo tecnico.
Si tratta di una interessante ammissione di debolezza da parte della destra che
sino a poco tempo fa si proclamava vincitrice sempre e ovunque.
Non solo il referendum ha incrinato questa immagine vincente della destra, e in
particolare della Meloni. Gli alleati non sono così propensi ad accettare
imposizione della Presidente, in particolare sulla eliminazione dei collegi
uninominali, che sfavorirebbe in particolare la Lega che proprio su quei collegi
punta per attenuare le conseguenze della crisi “vannacciana” e l’indebolimento
elettorale del quale viene indicato come responsabile Matteo Salvini.
In realtà, non è questa la sola criticità.
Il premio di maggioranza per la coalizione che raggiungesse il 40% dei voti
appare sproporzionato, tenendo anche conto della costante crescita
dell’astensione, che porterebbe chi prendesse il 40% dei voti, di, per esempio,
meno del 50% dei votanti, ad avere un numero di eletti sovradimensionato per
quella che sarebbe, al massimo, la più grande delle minoranze in termini di
votanti.
Si afferma che il testo in discussione sia solo una bozza, che tutto può essere
discusso e modificato.
E qui ritorna Laocoonte, che sfida i serpenti ma non vuole fare entrare il
cavallo in città. E fa bene. Proprio per quanto ricordato sopra. Il tempo è
poco, le obiezioni molte.
Se tra pochi mesi si vedesse uno “stallo”, dovuto alla discussione in corso, chi
può garantire che il “sarto” non sia chiamato a confezionare il vestito sul
gusto della Meloni? Portando in Aula un testo come quello attualmente in
discussone, pasticciato e pieno di buchi?
Timeo Melonas et dona ferentes… diffido della Meloni, del suo Governo e della
sua maggioranza anche quando si mostrano aperti, anzi a maggior ragione quando
si mostrano aperti!
Federico Smidile
Redazione Italia