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Una pioggia di premi per gli oppositori alla giunta del Myanmar
Nel 2022 le organizzazioni umanitarie internazionali nominarono il Movimento di Disobbedienza Civile birmano, abbreviato in CDM, per il Nobel per la pace: “Per il coraggio e la determinazione dimostrata nel portare avanti i loro ideali di democrazia” di contro a una giunta militare crudele, aggiungo. L’accademia svedese del Nobel per la pace oggi dopo quattro anni ha dimostrato ampiamente di non stare dalla parte della pace ma della politica, e come le sue assegnazioni suscitino a volte perplessità.  Ma al di là del Nobel per la pace, premi importanti sono stati assegnati a individui e gruppi che lottano per la democrazia sia all’interno che all’esterno del martoriato Myanmar. Forse il più importante in assoluto è stato assegnato lo scorso 3 dicembre a Stoccolma da quello che in gergo viene chiamato il “Nobel Alternativo” ma in realtà si intitola “Premio per la giusta sostenibilità”. L’edizione 2025 ha assegnato cinque premi di cui uno al collettivo giornalistico d’inchiesta “Justice for Myanmar” che vive in esilio e il comunicato di ringraziamento lo ha letto in loro vece Greta Thumberg. Il collettivo ha dedicato il premio al popolo del Myanmar per la loro resistenza, per il loro coraggio. Le inchieste di questo collettivo, attraverso i dati forensi e il controllo dei dati bancari, hanno portato grandi partner internazionali a ritirarsi da progetti economici in partnership con la giunta, assestando danni considerevoli alle tasche dei militari e impedendo così l’utilizzo del denaro per l’acquisto di ulteriori armi. Quest’ultimo è il vero, dichiarato obiettivo delle inchieste: smantellare uno a uno i contratti e togliere l’ossigeno alla giunta per l’acquisto di nuove armi impiegate contro la popolazione.  Il “Right livelihood award” (Il premio per una Giusta Sostenibilità) è nato nel 1980, istituito da un filantropo con doppia cittadinanza svedese e tedesca, ex membro del parlamento europeo Jacob von Uexkull; premia i coraggiosi e le coraggiose change makers che “offrono soluzioni pratiche ed esemplari al mondo per i problemi e le sfide sociali e ambientali più urgenti”. Il premio venne istituito dopo che l’accademia svedese del Nobel si rifiutò di aggiungere nuovi premi sulla giustizia sociale e la conservazione ambientale premiando in particolare i visionari dal sud globale. Fra i suoi passati vincitori troviamo SOS Mediterranee (2023), Greta Thunberg nel 2019 ma anche organizzazioni come Syria Civil Defence (2016), Emergency  (2015), il più famoso whistleblower di tutti i tempi Edward Snowden nel 2014, e Vandana Shiva nel 1993, tra i tanti altri.  Nel 2018, la UN Correspondents Association nella categoria “eccellenze nel raccontare l’ambiente” ha premiato la giornalista birmana Thin Lei Win per il suo lavoro sulla sicurezza alimentare e l’agricoltura. Lei Win ha partecipato anche all’edizione del 2018 del festival Internazionale del giornalismo di Perugia.  Lei Win ha denunciato a più riprese come la condizione di malnutrizione e carestia presente nel suo paese sia la conseguenza di una scelta intenzionale della giunta militare. Malgrado  il Myanmar sia sempre stato un paese esportatore di riso, da decenni vede fame e malnutrizione diffusa, particolarmente nelle zone delle minoranze etniche come il Rakhine-diventato tristemente famoso nel 2017 per la crisi dei Rohingya- e il Chin. La giornalista birmana, dopo il colpo di stato del primo febbraio 2021, ha ospitato nel suo sito online The Kite Tales i racconti dei colleghi giornalisti che vivono alla macchia. I loro sono racconti anonimi sulla vita sotto il regime costellata di brutalità e sofferenza.  “Una delle cose che la giunta dei militari vogliono da noi e dal mondo è che ci dimentichiamo del Myanmar invece queste storie ci dicono che tra tanta sofferenza la resistenza va avanti e che la gente cerca di sopravvivere nonostante i continui attacchi dei militari”. Il 23 maggio scorso, in Thailandia presso l’Università di Chiang Mai, è stato assegnato il premio per la diciassettesima edizione del Citizen of  Burma, un’organizzazione americana, all’attivista veterano  Min Ko Naing da quattro decenni impegnato sul fronte Pro- democrazia, imprigionato nel 1989 liberato successivamente nel 2004. Dopo il colpo di stato del 2021 è scappato e vive in esilio. Non ha potuto ritirare personalmente il premio che consiste in diecimila dollari americani. L’anno scorso il premio era stato assegnato a Aung San Suu Kyi e a ritirarlo fu il figlio Kim Aris. È notizia del 25 giugno: la rete dal basso per la democrazia in Myanmar, che dopo il colpo di Stato del 1 febbraio 2021 ha dato vita alla cosiddetta “rivoluzione di primavera”, è tra i vincitori del premio americano per la democrazia, organizzato annualmente dal National Endowment for Democracy (NED). “Il loro sforzo nel difendere il diritto di riunirsi liberamente, continua ad ispirare molte persone nel mondo che lottano per le libertà fondamentali” motiva l’organizzatore del premio. Il premio annuale viene assegnato a “Individui e gruppi che hanno dimostrato un coraggio eccezionale nel sostenere la democrazia e i diritti umani”. Gli altri gruppi a ricevere il premio provengono dalla Russia, da Cuba, dalla Siria e dall’Etiopia. La cerimonia di premiazione si terrà il prossimo settembre in Virginia al George Washington’s Mount Vernon. Alla cerimonia, ad assegnare i premi, sono importanti figure politiche del partito democratico, come ad esempio Nancy Pelosi. In passato il premio è andato due volte ai movimenti pro democrazia birmani e anche personalmente alla leader Aung San Suu Kyi. L’assegnazione dei premi per i diritti umani, a onor del vero, ha un’agenda geopolitica che li guida, e spesso riflettono le più ampie dinamiche globali in atto. Generalmente sono strumenti per legittimare politiche estere, amplificare e dare visibilità a delle specifiche narrative. Nel nostro caso, i premi servono a sostenere figure e movimenti che si oppongono alla giunta militare in Myanmar in conflitto ideologico con i poteri occidentali, ma soprattutto un regime che rischia di entrare definitivamente nell’orbita della Cina.   Donna Reporter
July 1, 2026
Pressenza
Aung San Suu Kyi, una leadership politica nonviolenta senza eguali nel mondo
Il 1 giugno è partita ufficialmente la campagna lanciata dal figlio minore di Aung San Suu Kyi, Kim Aris, in occasione del 81º compleanno della madre il 19 giugno. Kim chiede che i militari forniscano prove sulla salute della leader birmana di cui non si sa più nulla, ufficialmente dalla primavera del 2023 quando il ministro degli esteri thailandese ebbe una visita con lei. Chiede alle istituzioni internazionali e ai governi di fare pressioni sulla giunta militare del Myanmar. Kim Aris non ha colto con sollievo l’annuncio del 30 aprile scorso dello spostamento della madre a una “residenza designata”, in realtà non ha alcun contatto con lei da anni e dubita possa essere viva. Per esperienza, ha visto in questi trent’anni l’abilità della giunta nell’ingannare l’opinione pubblica internazionale. Aung San Suu Kyi, in prigione dal 1 febbraio 2021, con il colpo di Stato che pose fine al breve esperimento democratico da lei guidato, rimane sempre viva nei cuori del suo popolo. “Sebbene i militari l’abbiano nascosta agli occhi delle persone” racconta Kyang Zaw Moe, editorialista per il giornale birmano Irrawaddy “la maggior parte dei birmani continua a seguire il suo esempio di resistenza incrollabile contro il regime e continua a ribellarsi. Incluso i giovani della ‘generazione Z’ che ne chiedono il rilascio. Numerose sono le testimonianze, le fotografie e i video che pervengono in occasione del suo compleanno il 19 giugno. Ogni anno in questa occasione, sia i giovani nelle città che i ribelli nella giungla, tengono delle preghiere e delle cerimonie per la sua salute”.  A tutt’oggi, il peggior nemico della giunta è lei, la persona che più temono,  quella che riesce ad avere il sostegno incondizionato del suo popolo. “Se la presidenza del Myanmar fosse decisa dal voto delle persone” continua l’editorialista “dal 1990 sarebbe presidente Aung  San Suu Kyi. Il suo partito ha vinto nel 1990, nuovamente nelle elezioni del 2015 e del 2020. Ma i generali hanno cospirato per assicurarsi che lei non prendesse mai la carica di presidente”. A questo scopo nel 2008 hanno redatto una Costituzione che la bandisce per sempre dall’assumere questa carica, con l’articolo 59; una costituzione che è stata condannata da molti studiosi internazionali come la meno democratica nel mondo. Sottolinea Kyang Zaw Moe: “A tutt’oggi nel mondo vi è una sola persona che ha vinto così tante elezioni e non è mai stata eletta presidente del suo paese: lei”.  La leader birmana è stata il cavallo di Troia della giunta militare, per legittimarsi agli occhi della comunità internazionale e poter avviare accordi economici. Durante i lunghi decenni di chiusura del Myanmar, poche aziende estere erano disposte a lavorare con una dittatura. Nel 2010, la giunta dei militari decide di aprire il paese al mondo esterno, dopo essersi dati una ripulita, sostituendo le divise militari con abiti civili, cede di buon grado alle pressioni internazionali che da lungo tempo chiedevano la liberazione di Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari e decide che è molto più conveniente da quel momento in poi usarla come pedina per far giungere i capitali nel paese, e nelle loro tasche. Con la sua entrata in parlamento nelle elezioni del 2012, ma soprattutto con la sua nomina a Consigliere di Stato nel 2016, la leader birmana perseguiva un difficile gioco di equilibrio per poter mantenere il suo partito al governo e portare avanti il suo programma per la democrazia. Alcuni analisti politici vedono l’accordo che lei ha fatto con i militari nel 2016 come una trappola che le è stata tesa e in cui è caduta. Infatti, Aung San Suu Kyi  e il suo partito, in parlamento, era costretta a governava in una posizione di continua complicità e compiacenza con i militari. Quando è esplosa nel 2017 la crisi sempre latente con la minoranza musulmana dello stato del Rakhine si è ritrovata con le mani legate, impotente ad intervenire, perché l’accordo sottoscritto con i militari glielo impediva. Per la sua leadership basata sulla nonviolenza e il suo impegno al sacrificio, per la lotta per la democrazia, la comunità internazionale le ha conferito molti premi e onori, incluso il Nobel per la pace nel 1991. Ma una volta acuitasi la crisi dei Rohingya nel 2017, la comunità internazionale l’ha accusata per il suo silenzio, per non prendere le difese della minoranza musulmana perseguitata. A questo hanno fatto seguito il ritiro dei premi che le erano stati conferiti e una condanna generale. “È stata questa la sua sconfitta personale sul palco  internazionale” dice Kyang Zaw Moe sull’Irrawaddy. ”Per quanto riguarda invece il suo paese, anche se ha dovuto confrontarsi con un certo criticismo, la maggior parte delle persone ha capito la sua scelta di mettere davanti la riconciliazione nazionale, la transizione pacifica, il processo per la democrazia. Sebbene abbia avuto critiche e umiliazioni sulla scena internazionale a livello interno il suo supporto non è diminuito ma anzi alle elezioni del 2020 le persone hanno dato al suo partito più voti che nelle elezioni precedenti”.  Il suo stile di leadership è sempre stato molto chiaro agli occhi dei birmani: non destabilizzare il processo di pace e di riconciliazione mettendosi in rotta di collisione con i generali. Una decisione difficile che ha minato la fiducia verso di lei da parte di alcuni. Era visibile a tutti la difficoltà politica di governare in un contesto dominato dai generali.  Il motto di Aung San Suu Kyi è sempre stato “prima le persone” una differenza fondamentale con i militari. Da quel primo febbraio 2021 il percorso di riconciliazione nazionale con i militari si è fermato e ha lasciato il posto alla rivoluzione armata. “Oggi negoziare con assassini e criminali è impossibile” confessa l’editorialista “Non solo non porterebbe alla pace e alla sicurezza ma significherebbe semplicemente arrendersi a loro”.  La crisi nel Rakhine  In questa regione al confine con il Bangladesh, da 200 anni è presente una comunità di indiani musulmani, i Rohingya, che i birmani chiamano bengali  portata dagli inglesi quando colonizzarono il paese dalla vicina India, allora non ancora Bangladesh. Gli indiani si stabilirono nella regione ma non gli furono mai riconosciuti lo status di minoranza etnica e quindi non ebbero mai diritti civili né politici. Negli anni ci sono stati tumulti ma la situazione precipita nel 2016 e arriva ad essere esplosiva: la comunità musulmana si organizza con una milizia armata per rispondere al clima ostile creato dai monaci buddisti nazionalisti che incitano i birmani contro di loro. Questa “degenerazione” dei monaci buddisti dallo spirito del buddismo stesso, è il frutto della calcolata politica della giunta militare che dopo le grandi manifestazioni del 1988, hanno  favorito i monasteri che dimostrano ossequio ai militari e marginalizzato e punito invece quei monasteri che appoggiano il movimento democratico.  Nel 2016, in questo contesto, la leader birmana, nella sua nuova veste di Consigliera di Stato, cerca di pacificare la regione ricorrendo all’aiuto internazionale. Istituisce la Commissione con a capo l’ex presidente delle Nazioni Unite Kofi Annan per valutare le radici del problema e trovare una road map che porti, nelle intenzioni di Aung San Suu Kyi, al riconoscimento della cittadinanza per la minoranza musulmana. Quello che invece accade è che, non solo la giunta dei militari che governa con lei non riconosce alcuna legittimità alla Commissione, ma gli stessi birmani le si rivoltano contro affermando che gli stranieri non possono capire i problemi dei birmani. Sull’altro fronte, nemmeno i Rohingya, hanno alcuna fiducia nella Commissione. Il fronte armato dei Rohingya, appena costituitosi, decide di attirare l’attenzione della comunità internazionale con le armi e innesca una rivolta: poche ore prima l’annuncio di Kofi Annan sui risultati della Commissione, sferra un attacco. I militari, con Aung Min Hlaing allora a capo dell’esercito, oggi presidente auto proclamato del paese, ne approfittano non solo per rispondere agli attacchi ma per dare avvio a una vera e propria pulizia etnica mettendo la leader birmana con le spalle al muro. Infatti, secondo la loro costituzione la Consigliera di Stato non ha alcun potere di interferire nelle decisioni militari.  Ora la regione è completamente in fiamme e in balia degli eserciti. Esattamente quello che Aung San Suu Kyi aveva cercato in tutti i modi di evitare. Una grave sconfitta per tutti, non solo per lei. L’aver fatto appello alla comunità internazionale nel tentativo di trovare una soluzione, non solo era stato vano, in più era diventato un boomerang: ora le veniva chiesto di rendere conto di quanto stava accadendo, condannando i militari cosa che non poteva fare. Lei che più di ogni altro, se non l’unica, aveva cercato attivamente una soluzione per questo popolo, veniva messa sul banco degli imputati. L’accusa di genocidio dei Rohingya e il rapporto con i militari  Il direttore del quotidiano birmano Irrawaddy pensa, ma non è il solo in questo, che i tentativi di addomesticare i generali di Aung San Suu Kyi in realtà l’hanno portata alla sconfitta. Nel dicembre del 2019 all’udienza all’Aja davanti alla Corte di Giustizia Internazionale la Consigliera di Stato prese le difese del suo paese contro l’accusa di genocidio, ammise che vi fu persecuzione e crimini contro l’umanità e che si sarebbe personalmente impegnata in un percorso di dare alla giustizia i responsabili. Si scatenò in Europa e altrove una campagna contro di lei, una propaganda visto che i fatti, di cui sopra, vennero opportunamente trascurati. Dopo l’udienza alla Corte di Giustizia dell’Aja, i militari capiscono che è arrivato finalmente il momento tanto atteso: liberarsi una volta per tutte della loro spina al fianco. Aung San Suu Kyi, ora non ha più il sostegno della comunità internazionale, non è più la loro paladina dei diritti umani, l’hanno tolta dal piedistallo in cui l’avevano posta trent’anni prima. Dopo appena quattordici mesi viene arrestata assieme al presidente neo eletto e altri membri eletti.  La leader che ha provato a unire gli opposti Aung San Suu Kyi incarna in sé una serie di opposti: essere figlia di un eroe nazionale le ha dato la consapevolezza di un destino predestinato, indissolubilmente legato al suo paese. L’essere figlia di un militare e per di più fondatore dell’esercito bimano, cresciuta circondata da militari, le ha dato quella sicurezza di poter trattare con i cinici generali della giunta che si opponevano al disegno di una Birmania democratica, nella speranza che alla fine avrebbe avuto la meglio.  La lunga pratica della meditazione buddista nei difficili decenni della clausura agli arresti domiciliari, le ha dato quella fibra morale necessaria per mantenere l’equilibrio nel difficile esercizio di rimanere integra nelle burrasche della politica birmana. Questa donna, birmana di nascita e occidentale per educazione, ha una visione e un’esperienza del mondo di certo più sofisticata e profonda di quanto l’abbiano coloro che qui da noi hanno gridato al tradimento. Il suo stile di leadership, votato alla nonviolenza, ostinatamente alla ricerca di un dialogo con interlocutori cinici e crudeli nella convinzione che nel lungo tempo avrebbe avuto la meglio su di loro, è unico nel panorama politico internazionale. Unico e incompreso. Le grandi agenzie internazionali umanitarie, quelle che le hanno ritirato i premi, e l’Europa in generale, non si sono dimostrate all’altezza. Alla fin fine, è stato più semplice ricadere nelle semplificazioni: o bianco o nero, o stai dalla parte dei diritti o non ci stai, scegliere il “politicamente corretto”. Nessuna volontà o capacità di una lettura politica, storica e culturale approfondita. L’arroganza consolidata di guardare una “cultura altra” con i nostri occhi e con i nostri metri di misura, ha ancora una volta avuto il sopravvento, l’Europa non è stata mai brava in questo. Ma neppure interessata a farlo. E dopo tutto quello che è successo a Gaza, l’Europa complice di un genocidio durato quasi tre anni, può ancora puntare il dito e giudicare Aung San Suu Kyi ? Aveva tutti i numeri per portare avanti il suo ambizioso progetto di riconciliazione nazionale nonviolenta, solo lei poteva farlo per le ragioni fin qui descritte. La sua leadership è stata fin dall’inizio una ricerca costante di alleanze dentro e fuori il paese. E’ riuscita grazie al suo carisma e il suo impegno a riunire attivisti, politici, artisti e cittadini comuni, a creare conversazioni che hanno ispirato azioni collettive. Dopo il suo arresto il 1 febbraio 2021 nelle giornate in cui i birmani hanno protestato per le strade pacificamente, cartelli sono apparsi chiedendo scusa ai Rohingya e questa nuova consapevolezza è sicuramente merito suo. Nel  governo della rivoluzione (NUG), nato a pochi mesi dal colpo di Stato, è stato eletto anche un rappresentante Rohingya. Il viaggio umano e politico di questa donna singolare- per la tempra, per il destino, nel disegno politico- è, tra le altre cose, una testimonianza inequivocabile del potere della solidarietà, quando si estende dal tuo paese al mondo, e ti solleva dalle avversità. Fiorella Carollo
June 19, 2026
Pressenza
Il protratto silenzio sulle condizioni della leader birmana
È notizia di oggi, 6 maggio, le Filippine, il paese a capo dell’assemblea dei paesi del sud-est asiatico ASEAN, ha fatto pressioni sul regime del Myanmar, estromesso dall’assemblea a causa delle continue violenze nel paese, per poter vedere Aung San Suu Kyi. Le Filippine, che attualmente detengono la presidenza a turno dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), mercoledì 6 maggio hanno chiesto con urgenza al regime del Myanmar di permettere al loro inviato speciale per il Myanmar di incontrare la leader pro-democrazia, imprigionata. La leader, in prigione dal colpo militare del 2021 è da allora incommunicado (senza contatti con il mondo esterno). Le Filippine hanno fatto sapere che un incontro con Aung San Suu Kyi sarebbe in linea con il ruolo dell’inviato speciale dell’ASEAN che è quello di creare con tutti i partecipanti, un ambiente adatto ad un dialogo nazionale inclusivo. La richiesta delle Filippine arriva dopo la parziale riduzione della pena da parte del regime ad Aung San Suu Kyi e il suo trasferimento dalla prigione ad una residenza designata per passare il resto della pena. Il ministero degli Esteri filippino ha inoltre chiesto al regime di permettere alla leader birmana di comunicare con la sua famiglia per dimostrare un impegno sincero alla riconciliazione nazionale. Le Filippine hanno aggiunto che gli sviluppi recenti in Birmania potrebbero fornire un’opportunità per costruire un momento di riconciliazione e pace nazionale, sarebbe questa un’opportunità per la realizzazione dei “cinque punti” necessari affinché la Birmania possa rientrare nel consesso dell’ASEAN. La presa di posizione delle Filippine è in linea con quanto sta accadendo recentemente in Birmania. Giovani attivisti per i diritti civili hanno lanciato a fine aprile la campagna “Proof of Life”, chiedono vengano fornite prove che la Consigliera di Stato sia ancora viva. A questa campagna si è unito il figlio più giovane della Consigliera, Kim Aris che ha continuato a chiedere prove sulla salute della madre anche dopo i diversi annunci ufficiali che si sono susseguiti dopo il 30 aprile sul trasferimento della madre in un’abitazione in un quartiere residenziale della capitale Naypyidaw. Il 19 è giugno compirà 81 anni. Nei giorni scorsi, il ministro degli esteri thailandese, in visita all’autoeletto presidente birmano, ha dichiarato ufficialmente di avere incontrato la leader durante la sua visita di due giorni, il 25 aprile. Dopo il mancato rilascio di Aung San Suu Kyi il 17 aprile ci sono state sollecitazioni al governo militare del Myanmar da parte delle ambasciate americane, inglese, australiana, canadese e da ultimo, olandese. Anche se certamente questo interesse è tardivo e avrebbe dovuto essere espresso cinque anni fa al suo arresto, il fatto è di per sé la spia di come l’atteggiamento di questi governi nei confronti della leader birmana sia cambiato. Quello che non è cambiato invece è l’atteggiamento del popolo birmano nei confronti della leader di cui ancora ricorda il suo amore nei confronti del Myanmar, il suo sacrificio e soprattutto la sua grande dignità politica. Allo stesso modo, contrasta la mancanza di amore per il proprio paese del nuovo presidente Min Aung Hlaing. I bombardamenti indiscriminati contro i civili da parte dei generali al potere non si erano quasi mai visti storicamente, indice di una grande crudeltà e disinteresse di questa giunta verso il loro popolo. I militari ne sono consapevoli e non sono propensi a liberare una leader politica così amata dal suo popolo. Inoltre, liberare la leader significa anche darle la possibilità di raccontare la sua storia, contrapporre la verità alle bugie che il regime ha raccontato in questi cinque anni e sicuramente per loro è una fonte di preoccupazione. Questo è quanto va affermando il governo democratico (NUG), ricordiamo che la leader birmana è stata arrestata con accuse di corruzione, frode elettorale e tradimento. Secondo i dati aggiornati dell’associazione per l’assistenza ai prigionieri politici (AAPP) in Birmania nelle prigioni languono 22.000 prigionieri ed è risaputo che i governi autoritari liberano i prigionieri politici quando hanno bisogno di allentare la pressione internazionale. In questa logica i prigionieri politici diventano pedine nel loro gioco politico a scacchi: arrestati quando il regime ha bisogno di stringere la presa, rilasciati quando ha bisogno di ammorbidire la sua immagine. Il recente rilascio di massa rientra pienamente in questo modello. Secondo il direttore del quotidiano birmano Irrawaddy, la liberazione del presidente eletto I Win Mint il 17 aprile, è un tentativo calcolato di guadagnare legittimità, alleviare la pressione internazionale e incoraggiare i governi esteri a intrattenere rapporti con questo regime illegittimo; oltre a questo non c’è nessun segno di vere concessioni politiche. Per quanto riguarda Aung San Suu Kyi, secondo il quotidiano birmano, verrà rilasciata solo quando la giunta ne vedrà un vantaggio. Sembra quindi che questo vantaggio si stia materializzato, ora che il presidente autonominato, Min Aung Hlaing, ha chiesto espressamente di rientrare nella compagine dell’ASEAN (Association of Southeast Asian Nations), di fronte alla reticenza degli altri paesi vuole usare la carta di Aung San Suu Kyi. Fiorella Carollo
May 6, 2026
Pressenza
Birmania: “militari in doppio petto, sempre militari rimangono”.
Con il comunicato stampa divulgato oggi, 31 marzo 2026, ITALIA-BIRMANIA.INSIEME denuncia che “nel silenzio del mondo, il parlamento fantoccio della giunta militare birmana si appresti a nominare Presidente della Repubblica il generale Min Aung Hlaing, il burattinaio che ha orchestrato il colpo di Stato del febbraio 2021 e oggi sotto inchiesta da parte della giustizia internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel suo paese”. ITALIA-BIRMANIA.INSIEME rende noto: > Va chiarito che questa nomina non rappresenta una transizione istituzionale, > ma il tentativo di conferire una parvenza di legittimità a un potere costruito > sulla violenza, sulla repressione e sulla sistematica violazione dei diritti > fondamentali delle popolazioni birmane. > > Il nuovo parlamento e il governo che verranno formalmente istituiti, infatti, > non rappresentano alcun cambiamento reale rispetto alla giunta golpista: > sarebbero soltanto una ridenominazione del regime militare. I generali non > hanno rinunciato al potere; lo hanno riconfezionato in forma civile, > attraverso elezioni manipolate e strutture istituzionali prive di credibilità. > > È estremamente grave che, dopo cinque anni di devastazioni – bombardamenti > sistematici, massacri di civili e repressione diffusa -, l’Unione Europea si > appresti a rinnovare automaticamente le sanzioni in scadenza ad aprile, senza > alcun rafforzamento delle misure restrittive. > > Come ha sottolineato dal Relatore Speciale delle Nazioni Unite, Tom Andrews, > “manca la volontà politica di garantire la responsabilità per le gravi > violazioni dei diritti umani”. ITALIA-BIRMANIA.INSIEME si rivolge al Governo italiano e alla Commissione europea chiedendo “di rafforzare significativamente il regime sanzionatorio, adottando misure analoghe a quelle introdotte in risposta all’aggressione russa contro l’Ucraina”: > È necessario colpire con determinazione ciò che consente alla giunta di > sopravvivere, ovvero i flussi finanziari, le forniture militari, le fonti di > legittimazione internazionale. Denunciando che “alla luce della nomina di un presunto governo civile che rappresenta in realtà  solo la continuità del controllo militare sul Myanmar, il crescente sostegno politico, militare e logistico alla giunta da parte di Russia, Bielorussia, Iran e Cina”, ITALIA-BIRMANIA.INSIEME segnala “in particolare l’aumento documentato delle importazioni di carburante destinato all’aviazione militare attraverso le flotte ombra, con sistemi assicurativi opachi e canali finanziari controllati dal regime”. Ricordando che “il Myanmar rappresenta oggi un nodo strategico cruciale. Lasciare il Paese nelle mani di una giunta militare in abiti civili significa rafforzare l’influenza di Russia e Cina nell’area dell’Oceano Indiano, favorire l’espansione della criminalità organizzata e alimentare la fuga di migliaia di giovani. Se è fallimentare esportare la democrazia, è invece doveroso sostenere chi la difende”, ITALIA-BIRMANIA.INSIEME sollecita “È essenziale che l’Unione Europea rafforzi ed estenda le misure restrittive esistenti, anziché limitarne il rinnovo formale”. ITALIA-BIRMANIA.INSIEME chiede all’Europa: > di affiancare con maggiore determinazione le forze della resistenza > democratica birmana, impegnate in una lotta estremamente difficile per la > costruzione di uno Stato federale, democratico e inclusivo ed in particolare > il neonato Consiglio Direttivo per la Nascita di un’Unione Democratica > Federale (SCEF) organismo unitario delle forze democratiche e, in specifico, * il rifiuto di qualsiasi riconoscimento della nuova leadership del Myanmar; * il rafforzamento delle sanzioni, in particolare contro: le filiere del carburante per aviazione; gli intermediari finanziari e le banche pubbliche birmane, con la tutela esplicita delle operazioni umanitarie e delle rimesse dei migranti; gli operatori marittimi e le compagnie assicurative coinvolte nell’elusione delle misure; * un’azione coordinata dell’Unione Europea contro le reti collegate a Russia e Iran; * il rafforzamento del sostegno umanitario e alle forze democratiche birmane. Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza