Aung San Suu Kyi, una leadership politica nonviolenta senza eguali nel mondoIl 1 giugno è partita ufficialmente la campagna lanciata dal figlio minore di
Aung San Suu Kyi, Kim Aris, in occasione del 81º compleanno della madre il 19
giugno. Kim chiede che i militari forniscano prove sulla salute della leader
birmana di cui non si sa più nulla, ufficialmente dalla primavera del 2023
quando il ministro degli esteri thailandese ebbe una visita con lei. Chiede alle
istituzioni internazionali e ai governi di fare pressioni sulla giunta militare
del Myanmar. Kim Aris non ha colto con sollievo l’annuncio del 30 aprile scorso
dello spostamento della madre a una “residenza designata”, in realtà non ha
alcun contatto con lei da anni e dubita possa essere viva. Per esperienza, ha
visto in questi trent’anni l’abilità della giunta nell’ingannare l’opinione
pubblica internazionale.
Aung San Suu Kyi, in prigione dal 1 febbraio 2021, con il colpo di Stato che
pose fine al breve esperimento democratico da lei guidato, rimane sempre viva
nei cuori del suo popolo. “Sebbene i militari l’abbiano nascosta agli occhi
delle persone” racconta Kyang Zaw Moe, editorialista per il giornale birmano
Irrawaddy “la maggior parte dei birmani continua a seguire il suo esempio di
resistenza incrollabile contro il regime e continua a ribellarsi. Incluso i
giovani della ‘generazione Z’ che ne chiedono il rilascio. Numerose sono le
testimonianze, le fotografie e i video che pervengono in occasione del suo
compleanno il 19 giugno. Ogni anno in questa occasione, sia i giovani nelle
città che i ribelli nella giungla, tengono delle preghiere e delle cerimonie per
la sua salute”.
A tutt’oggi, il peggior nemico della giunta è lei, la persona che più temono,
quella che riesce ad avere il sostegno incondizionato del suo popolo. “Se la
presidenza del Myanmar fosse decisa dal voto delle persone” continua
l’editorialista “dal 1990 sarebbe presidente Aung San Suu Kyi. Il suo partito
ha vinto nel 1990, nuovamente nelle elezioni del 2015 e del 2020. Ma i generali
hanno cospirato per assicurarsi che lei non prendesse mai la carica di
presidente”. A questo scopo nel 2008 hanno redatto una Costituzione che la
bandisce per sempre dall’assumere questa carica, con l’articolo 59; una
costituzione che è stata condannata da molti studiosi internazionali come la
meno democratica nel mondo. Sottolinea Kyang Zaw Moe: “A tutt’oggi nel mondo vi
è una sola persona che ha vinto così tante elezioni e non è mai stata eletta
presidente del suo paese: lei”.
La leader birmana è stata il cavallo di Troia della giunta militare, per
legittimarsi agli occhi della comunità internazionale e poter avviare accordi
economici. Durante i lunghi decenni di chiusura del Myanmar, poche aziende
estere erano disposte a lavorare con una dittatura. Nel 2010, la giunta dei
militari decide di aprire il paese al mondo esterno, dopo essersi dati una
ripulita, sostituendo le divise militari con abiti civili, cede di buon grado
alle pressioni internazionali che da lungo tempo chiedevano la liberazione di
Aung San Suu Kyi dagli arresti domiciliari e decide che è molto più conveniente
da quel momento in poi usarla come pedina per far giungere i capitali nel paese,
e nelle loro tasche.
Con la sua entrata in parlamento nelle elezioni del 2012, ma soprattutto con la
sua nomina a Consigliere di Stato nel 2016, la leader birmana perseguiva un
difficile gioco di equilibrio per poter mantenere il suo partito al governo e
portare avanti il suo programma per la democrazia. Alcuni analisti politici
vedono l’accordo che lei ha fatto con i militari nel 2016 come una trappola che
le è stata tesa e in cui è caduta. Infatti, Aung San Suu Kyi e il suo partito,
in parlamento, era costretta a governava in una posizione di continua complicità
e compiacenza con i militari. Quando è esplosa nel 2017 la crisi sempre latente
con la minoranza musulmana dello stato del Rakhine si è ritrovata con le mani
legate, impotente ad intervenire, perché l’accordo sottoscritto con i militari
glielo impediva.
Per la sua leadership basata sulla nonviolenza e il suo impegno al sacrificio,
per la lotta per la democrazia, la comunità internazionale le ha conferito molti
premi e onori, incluso il Nobel per la pace nel 1991. Ma una volta acuitasi la
crisi dei Rohingya nel 2017, la comunità internazionale l’ha accusata per il suo
silenzio, per non prendere le difese della minoranza musulmana perseguitata. A
questo hanno fatto seguito il ritiro dei premi che le erano stati conferiti e
una condanna generale. “È stata questa la sua sconfitta personale sul palco
internazionale” dice Kyang Zaw Moe sull’Irrawaddy. ”Per quanto riguarda invece
il suo paese, anche se ha dovuto confrontarsi con un certo criticismo, la
maggior parte delle persone ha capito la sua scelta di mettere davanti la
riconciliazione nazionale, la transizione pacifica, il processo per la
democrazia. Sebbene abbia avuto critiche e umiliazioni sulla scena
internazionale a livello interno il suo supporto non è diminuito ma anzi alle
elezioni del 2020 le persone hanno dato al suo partito più voti che nelle
elezioni precedenti”.
Il suo stile di leadership è sempre stato molto chiaro agli occhi dei birmani:
non destabilizzare il processo di pace e di riconciliazione mettendosi in rotta
di collisione con i generali. Una decisione difficile che ha minato la fiducia
verso di lei da parte di alcuni. Era visibile a tutti la difficoltà politica di
governare in un contesto dominato dai generali.
Il motto di Aung San Suu Kyi è sempre stato “prima le persone” una differenza
fondamentale con i militari. Da quel primo febbraio 2021 il percorso di
riconciliazione nazionale con i militari si è fermato e ha lasciato il posto
alla rivoluzione armata. “Oggi negoziare con assassini e criminali è
impossibile” confessa l’editorialista “Non solo non porterebbe alla pace e alla
sicurezza ma significherebbe semplicemente arrendersi a loro”.
La crisi nel Rakhine
In questa regione al confine con il Bangladesh, da 200 anni è presente una
comunità di indiani musulmani, i Rohingya, che i birmani chiamano bengali
portata dagli inglesi quando colonizzarono il paese dalla vicina India, allora
non ancora Bangladesh. Gli indiani si stabilirono nella regione ma non gli
furono mai riconosciuti lo status di minoranza etnica e quindi non ebbero mai
diritti civili né politici. Negli anni ci sono stati tumulti ma la situazione
precipita nel 2016 e arriva ad essere esplosiva: la comunità musulmana si
organizza con una milizia armata per rispondere al clima ostile creato dai
monaci buddisti nazionalisti che incitano i birmani contro di loro. Questa
“degenerazione” dei monaci buddisti dallo spirito del buddismo stesso, è il
frutto della calcolata politica della giunta militare che dopo le grandi
manifestazioni del 1988, hanno favorito i monasteri che dimostrano ossequio ai
militari e marginalizzato e punito invece quei monasteri che appoggiano il
movimento democratico.
Nel 2016, in questo contesto, la leader birmana, nella sua nuova veste di
Consigliera di Stato, cerca di pacificare la regione ricorrendo all’aiuto
internazionale. Istituisce la Commissione con a capo l’ex presidente delle
Nazioni Unite Kofi Annan per valutare le radici del problema e trovare una road
map che porti, nelle intenzioni di Aung San Suu Kyi, al riconoscimento della
cittadinanza per la minoranza musulmana. Quello che invece accade è che, non
solo la giunta dei militari che governa con lei non riconosce alcuna legittimità
alla Commissione, ma gli stessi birmani le si rivoltano contro affermando che
gli stranieri non possono capire i problemi dei birmani. Sull’altro fronte,
nemmeno i Rohingya, hanno alcuna fiducia nella Commissione. Il fronte armato dei
Rohingya, appena costituitosi, decide di attirare l’attenzione della comunità
internazionale con le armi e innesca una rivolta: poche ore prima l’annuncio di
Kofi Annan sui risultati della Commissione, sferra un attacco. I militari, con
Aung Min Hlaing allora a capo dell’esercito, oggi presidente auto proclamato del
paese, ne approfittano non solo per rispondere agli attacchi ma per dare avvio a
una vera e propria pulizia etnica mettendo la leader birmana con le spalle al
muro. Infatti, secondo la loro costituzione la Consigliera di Stato non ha alcun
potere di interferire nelle decisioni militari.
Ora la regione è completamente in fiamme e in balia degli eserciti. Esattamente
quello che Aung San Suu Kyi aveva cercato in tutti i modi di evitare. Una grave
sconfitta per tutti, non solo per lei. L’aver fatto appello alla comunità
internazionale nel tentativo di trovare una soluzione, non solo era stato vano,
in più era diventato un boomerang: ora le veniva chiesto di rendere conto di
quanto stava accadendo, condannando i militari cosa che non poteva fare. Lei che
più di ogni altro, se non l’unica, aveva cercato attivamente una soluzione per
questo popolo, veniva messa sul banco degli imputati.
L’accusa di genocidio dei Rohingya e il rapporto con i militari
Il direttore del quotidiano birmano Irrawaddy pensa, ma non è il solo in questo,
che i tentativi di addomesticare i generali di Aung San Suu Kyi in realtà
l’hanno portata alla sconfitta.
Nel dicembre del 2019 all’udienza all’Aja davanti alla Corte di Giustizia
Internazionale la Consigliera di Stato prese le difese del suo paese contro
l’accusa di genocidio, ammise che vi fu persecuzione e crimini contro l’umanità
e che si sarebbe personalmente impegnata in un percorso di dare alla giustizia i
responsabili. Si scatenò in Europa e altrove una campagna contro di lei, una
propaganda visto che i fatti, di cui sopra, vennero opportunamente trascurati.
Dopo l’udienza alla Corte di Giustizia dell’Aja, i militari capiscono che è
arrivato finalmente il momento tanto atteso: liberarsi una volta per tutte della
loro spina al fianco. Aung San Suu Kyi, ora non ha più il sostegno della
comunità internazionale, non è più la loro paladina dei diritti umani, l’hanno
tolta dal piedistallo in cui l’avevano posta trent’anni prima. Dopo appena
quattordici mesi viene arrestata assieme al presidente neo eletto e altri membri
eletti.
La leader che ha provato a unire gli opposti
Aung San Suu Kyi incarna in sé una serie di opposti: essere figlia di un eroe
nazionale le ha dato la consapevolezza di un destino predestinato,
indissolubilmente legato al suo paese. L’essere figlia di un militare e per di
più fondatore dell’esercito bimano, cresciuta circondata da militari, le ha dato
quella sicurezza di poter trattare con i cinici generali della giunta che si
opponevano al disegno di una Birmania democratica, nella speranza che alla fine
avrebbe avuto la meglio.
La lunga pratica della meditazione buddista nei difficili decenni della clausura
agli arresti domiciliari, le ha dato quella fibra morale necessaria per
mantenere l’equilibrio nel difficile esercizio di rimanere integra nelle
burrasche della politica birmana.
Questa donna, birmana di nascita e occidentale per educazione, ha una visione e
un’esperienza del mondo di certo più sofisticata e profonda di quanto l’abbiano
coloro che qui da noi hanno gridato al tradimento. Il suo stile di leadership,
votato alla nonviolenza, ostinatamente alla ricerca di un dialogo con
interlocutori cinici e crudeli nella convinzione che nel lungo tempo avrebbe
avuto la meglio su di loro, è unico nel panorama politico internazionale. Unico
e incompreso.
Le grandi agenzie internazionali umanitarie, quelle che le hanno ritirato i
premi, e l’Europa in generale, non si sono dimostrate all’altezza. Alla fin
fine, è stato più semplice ricadere nelle semplificazioni: o bianco o nero, o
stai dalla parte dei diritti o non ci stai, scegliere il “politicamente
corretto”. Nessuna volontà o capacità di una lettura politica, storica e
culturale approfondita. L’arroganza consolidata di guardare una “cultura altra”
con i nostri occhi e con i nostri metri di misura, ha ancora una volta avuto il
sopravvento, l’Europa non è stata mai brava in questo. Ma neppure interessata a
farlo. E dopo tutto quello che è successo a Gaza, l’Europa complice di un
genocidio durato quasi tre anni, può ancora puntare il dito e giudicare Aung San
Suu Kyi ?
Aveva tutti i numeri per portare avanti il suo ambizioso progetto di
riconciliazione nazionale nonviolenta, solo lei poteva farlo per le ragioni fin
qui descritte. La sua leadership è stata fin dall’inizio una ricerca costante di
alleanze dentro e fuori il paese. E’ riuscita grazie al suo carisma e il suo
impegno a riunire attivisti, politici, artisti e cittadini comuni, a creare
conversazioni che hanno ispirato azioni collettive. Dopo il suo arresto il 1
febbraio 2021 nelle giornate in cui i birmani hanno protestato per le strade
pacificamente, cartelli sono apparsi chiedendo scusa ai Rohingya e questa nuova
consapevolezza è sicuramente merito suo. Nel governo della rivoluzione (NUG),
nato a pochi mesi dal colpo di Stato, è stato eletto anche un rappresentante
Rohingya.
Il viaggio umano e politico di questa donna singolare- per la tempra, per il
destino, nel disegno politico- è, tra le altre cose, una testimonianza
inequivocabile del potere della solidarietà, quando si estende dal tuo paese al
mondo, e ti solleva dalle avversità.
Fiorella Carollo