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“Come e perché boicottare TEVA: una guida per medici e farmacisti”, un webinar
BDS Italia, Sanitari per Gaza (SpG) e #DigiunoGaza organizzano un webinar sul boicottaggio di TEVA Farmaceutici (e sue controllate Cephalon, Dorom e Ratiopharm) rivolto a medici, farmacisti e a tutto il personale sanitario interessato, invitando alla massima partecipazione TEVA Pharmaceutical Industries Ltd è una multinazionale con sede in Israele. Opera nel settore farmaceutico dal 1901 ed è tra le venti aziende farmaceutiche più grandi al mondo (1). Presente in 57 paesi, è considerata il leader globale nella produzione e commercializzazione di farmaci equivalenti (detti anche “generici”). Per l’importo delle imposte versate, TEVA si colloca tra i maggiori finanziatori dello Stato di Israele (2). TEVA è stata condannata più volte per condotte ritenute non conformi ai principi etici, vedi lo scandalo degli oppiodi in USA nel 2022 (3) o la recente sanzione per violazione delle norme antitrust relativamente al Copaxone in EU nel 2024 (4), solo per citare i fatti più noti. TEVA aderisce al Global Compact delle Nazioni Unite (UNGC) (5), la più grande iniziativa strategica di sostenibilità aziendale al mondo, lanciata nel 2000 per promuovere un’economia globale rispettosa dei diritti umani, del lavoro, dell’ambiente e anti-corruzione. Tuttavia, TEVA è oggetto di una petizione internazionale che ne chiede l’espulsione a causa della violazione di 5 su 10 principi fondamentali di questa iniziativa (6). È noto che TEVA gode da sempre dei vantaggi derivanti dal regime di occupazione israeliano del territorio palestinese, grazie anche al Protocollo di Parigi, parte integrante degli accordi di Oslo del 1993, che affida ad Israele il controllo delle frontiere e la gestione dei flussi di merci, determinando così la totale dipendenza dei Territori Palestinesi Occupati (TPO) e della Striscia di Gaza dalle leggi doganali e dai servizi israeliani per l’import/export di merci, con effetti drammatici sull’economia palestinese, in particolare sul settore farmaceutico (7). Oltre a tutto ciò, TEVA sostiene attivamente lo sforzo bellico di Israele fornendo all’IDF risorse economiche e supporto logistico per la campagna militare a Gaza e per le operazioni militari in Cisgiordania e nelle colonie illegali, come si evince dalle numerose dichiarazioni del suo CEO e Dirigenti (8–9–10); oltre a ciò collabora con l’ente di beneficenza Pitchon-Lev, che ha avviato una campagna per la donazione di materiali ai soldati dell’esercito israeliano, istituendo punti di raccolta di materiale per l’IDF in tutte e cinque le sedi di TEVA in Israele (11) e, ancora, supporta programmi di assistenza psicologica alle vittime, esclusivamente israeliane, di traumi causati dalle guerre e fornisce assistenza ai riservisti nella fase di ritorno dal fronte(12,13) Inoltre TEVA è partner ufficiale di “Thank Israeli Soldiers” (TIS) un ente la cui mission dichiarata è quella di “accogliere, rafforzare ed educare i soldati dell’IDF, dall’inizio del servizio militare fino alla transizione alla vita civile”. Più di un milione di soldati israeliani hanno beneficiato dei suoi programmi e tra questi ci sono soldati in servizio attivo, riservisti, comandanti e familiari di militari. TIS ha inoltre fornito all’esercito, dal 7 ottobre 2023 in poi, più di 850.000 forniture “umanitarie”.(14) Per tutti questi motivi nel 2024 è partita la campagna congiunta BDS-SpG “TEVA? NO GRAZIE!”, oggi diventata campagna globale, e che a livello nazionale ha già registrato l’adesione di parecchi Comuni, a partire da Sesto Fiorentino e molti altri, oltre che di migliaia di cittadini italiani e di farmacie private (vedi sito bdsitalia.org per la lista di tutti i Comuni aderenti alla campagna). Nell’ambito di questa campagna di boicottaggio è stato pensato un webinar con lo  scopo di informare, sensibilizzare e fornire strumenti concreti ed efficaci al mondo sanitario (e non solo), per farci sentire tutti meno impotenti e con un ruolo più attivo rispetto al bloccare le complicità del genocidio in corso ed a quanto si sta consumando in Palestina, Libano ed in tutti i Paesi vittime della brutale aggressione di Israele, stato razzista e colonialista di insediamento. Il webinar si articolerà in una prima fase di “apprendimento”, coadiuvato dalla proiezione di slides, per poi concludersi con un momento interlocutorio di Q&A, guidato per tutta la durata (di un’ora circa) da un medico ed un farmacista esperti. I link Zoom per le iscrizioni alle sessioni del webinar sono disponibili di seguito: – 3 giugno ore 18.00 https://us06web.zoom.us/webinar/register/WN_wj-ubshJRjuz0cu0j2cFZg – 10 giugno ore 12.00 https://us06web.zoom.us/webinar/register/WN_DO0Fit6zS1ywHo8l8mXMHg – 17 giugno ore 18.00 https://us06web.zoom.us/webinar/register/WN_tkzJBGX6T5mPMshQheCqZg Per approfondimenti, si consiglia di consultare il sito: https://bdsitalia.org/index.php/teva-notizie/3010-webinar-teva e i riferimenti bibliografici di seguito riportati:   1. Dunleavy K. Top 20 pharma companies by 2024 revenue. 2. Teva Reaches Agreement With the Israel Tax Authority to Resolve All Pending Litigation for the Company’s Taxable Years 2008-2020. 2024. 3. Office of the New York State Attorney General. Attorney General James Secures $523 Million from Top Opioid Manufacturer Teva, Bringing Total Funds for New Yorkers to More Than $2 Billion. 2022. 4. European Commission. Commission fines Teva €462.6 million over misuse of the patent system and disparagement to delay rival multiple sclerosis medicine. 2024. 5. Teva. Teva Italia aderisce al Global Compact delle Nazioni Unite. 2024. 6. Network A. Letter to UN Global Compact for removal of Teva Pharmaceuticals from list of participants. 7. Who Profits – The Israeli Occupation Industry – Teva Pharmaceutical Industries. 2012. 8. Teva Israele. Teva per Israele (tradotto dall’ebraico). 2023. 9. Wrobel S. Teva CEO says production and distribution in Israel remain largely unaffected by war. The Times of Israel. 20 febbraio 2024. 10. Levanon A. La preparazione alle emergenze è la nostra routine, siamo sempre pronti per la prossima sfida. Ynet. 25 settembre 2024. 11. Ynetnews. ynetglobal. 2023. International solidarity: World joins hands to aid Israelis post Hamas attack. 12. About Natal. Natal Israel Trauma & Resilience Center. 13. 13. 2023 Healthy future report. 14. 14. Thank Israeli Soldiers – About us.     BDSItalia
May 31, 2026
Pressenza
“Fuori la guerra dai nostri porti”: 29 maggio a Gioia Tauro
Il Coordinamento Calabria per la Palestina convoca, per venerdì prossimo alle ore 17, un presidio davanti al porto di Gioia Tauro e alle ore 18.30 sul lungomare di San Ferdinando la conferenza stampa in cui presenterà il programma di attività organizzate per rilanciare l’azione di lotta contro la filiera bellica e l’economia di guerra. Svolta in adesione allo sciopero generale per la Palestina e contro la guerra lanciato con l’appello dei Giovani Palestinesi d’Italia e raccolto da realtà sindacali, sociali e politiche in tutto il Paese, l’iniziativa viene così presentata: > Facciamo nostro il senso profondo della dichiarazione dei GPI: oggi la > Palestina, da Gaza a Gerusalemme, chiama alla mobilitazione generale contro il > genocidio, contro la pena di morte dei prigionieri palestinesi, contro > l’economia di guerra e contro la complicità degli Stati che permettono, > finanziano, armano e proteggono l’occupazione coloniale israeliana. > > Il genocidio non si compie solo con i bombardamenti. Si compie anche con la > firma su un contratto > militare, con un veto al Consiglio di Sicurezza ONU, con il silenzio scelto > davanti a decenni di > prigionieri palestinesi brutalizzati dalle forze criminali dell’esercito > israeliano. ridotti a oggetti di > scherno. > > Noi non aspettiamo che le vittime abbiano i passaporti giusti per indignarci. > Per questo diciamo con chiarezza: i porti non possono essere retrovie della > guerra. Gioia Tauro non può essere trattata come una semplice infrastruttura > neutrale dentro un’economia globale che trasporta armi, profitti, sfruttamento > e morte. Ogni porto attraversato dalla filiera bellica è parte di un sistema > che rende possibile il genocidio: dalla produzione militare alla logistica, > dai contratti commerciali alle coperture diplomatiche, dalle basi militari > alle rotte del commercio internazionale. > > Non lavorare per la guerra significa interrompere la catena logistica che > rifornisce l’esercito > israeliano. Significa rifiutare che il lavoro venga arruolato nella macchina > bellica. Significa rompere la normalità della complicità. Significa dire che > nessuna banchina, nessun container, nessuna infrastruttura del nostro > territorio deve servire al massacro del popolo palestinese. > > La nostra azione dal basso ha già dimostrato che fermare le armi nei porti è > possibile. > > La Calabria sa bene cosa significhi essere trattata come una periferia > sacrificabile, da sfruttare e > militarizzare. La logica coloniale, razzista ed estrattiva che devasta la > Palestina è la stessa che trasforma il Mediterraneo in una frontiera armata, i > nostri porti in snodi bellici e il lavoro in un > ingranaggio di morte. > > Per questo lo sciopero del 29 maggio non riguarda solo la Palestina. Riguarda > tutte e tutti noi. Riguarda il diritto di sciopero, attaccato e represso > proprio quando prova a colpire i nodi reali del potere economico. Riguarda le > lavoratrici e i lavoratori della logistica, dei porti, dei trasporti, dei > servizi, chiamati a scegliere se continuare a essere usati dentro l’economia > di guerra o diventare forza capace di interromperla. Come ricordano i Giovani > Palestinesi d’Italia, la repressione contro chi ha scioperato e manifestato > non è un fatto isolato: si inserisce nella politica di guerra dello Stato > italiano, che restringe gli spazi di dissenso mentre aumenta le spese > militari, sostiene Israele, criminalizza la solidarietà e tenta di colpire lo > sciopero come strumento politico decisivo. > > È il momento di allargare la mobilitazione e bloccare la filiera bellica. > > Invitiamo tutte le realtà solidali, sociali, sindacali, politiche, > studentesche, ecologiste, femministe e antirazziste della Calabria a unirsi al > presidio. > > Venerdì 29 maggio, ore 17:00 > Presidio davanti al Porto di Gioia Tauro > Conferenza stampa ore 18.30 – lungomare di San Ferdinando > > Con lo sciopero generale per la Palestina e contro la guerra > Blocchiamo la filiera bellica. > Fuori la guerra dai nostri porti. > Non lavoriamo per il genocidio. > Palestina libera. > > Firmato (in ordine alfabetico) > > * BDS Calabria e gruppo embargo militare > * Coordinamento Calabria per la Palestina > * Global Sumud Calabria > * global-intifada.org > * Thousand Madleens to Gaza Maddalena Brunasti
May 26, 2026
Pressenza
Anche alle Presenze di Pace diciamo, Teva: no grazie!
Le Presenze di Pace del sabato mattina sono momenti collettivi. Si riuniscono padri, madri, associazioni, gruppi, tutti accomunati dalla volontà di dire no alle guerre, un’affermazione che detta tutti insieme diventa più visibile, più efficace. Cos’altro possiamo fare per affermare questa volontà e opporsi a questa violenza? Sanitari per Gaza insieme a BDS Italia propongono un’ulteriore modalità per “far sentire la propria voce”, in questo caso specifico riferito ai farmaci. Come? Boicottando, ovvero comunicando con le aziende che producono beni più o meno essenziali grazie agli acquisti che non facciamo più, un’azione non violenta per far sentire la propria voce. I farmaci in questione sono quelli prodotti dall’azienda farmaceutica israeliana Teva, leader mondiale nella produzione di farmaci generici ma produttrice anche di farmaci specialistici nei settori dell’immunologia, dell’immuno-oncologia e delle patologie del sistema nervoso centrale. È proprietaria anche dei marchi Ratiopharm, Dorom e Cephalon. L’azienda risulta in crescita: i bilanci indicano che il suo fatturato è salito da 14,9 miliardi di dollari nel 2022, a 15,8 miliardi di dollari nel 2023 con un aumento del 7% e a 16,5 miliardi di dollari nel 2024 con un aumento del 6%. Nonostante un’immagine attenta e sensibile alle necessità di cura, l’azienda ha potuto sfruttare i benefici della situazione palestinese ben prima del genocidio conseguente ai fatti del 7 ottobre. Fin dalla prima metà degli anni 90 ha potuto lavorare nella situazione di indubbio vantaggio commerciale conseguente agli Accordi di Oslo. Il primo, la Dichiarazione dei Principi di Oslo fu firmata il 20 agosto 1993 e ratificata settembre con la famosissima foto di Arafat che stringe la mano di Rabin accompagnati dalle braccia aperte di Clinton. Le relazioni commerciali ed economiche fra Israele e Territori Occupati vengono definite qualche mese dopo con il Protocollo di Parigi dell’aprile del 1994. Con quest’accordo di stabilisce a livello commerciale la totale dipendenza dei Territori Palestinesi Occupati e della Striscia di Gaza da Israele. Tutte le risorse economiche chiave come terra, acqua, forza lavoro e capitali, vengono legate alla giurisdizione israeliana così come il controllo delle frontiere, la gestione dei flussi di merci, la riscossione delle tasse per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese fino all’uso della moneta israeliana, lo shekel. Secondo il dossier curato da BDS Italia sono stati tre i fattori che hanno caratterizzato il settore farmaceutico israeliano e palestinese: * L’industria farmaceutica palestinese ha dovuto affrontare un forte aumento dei costi di produzione dovuto alle tasse imposte sulle materie prime importate, oneri che non gravano sui prodotti israeliani che riuscivano così a mantenere prezzi più bassi. * I farmaci non potevano transitare dall’aeroporto Ben Gurion per presunte ragioni di sicurezza dovendo essere esportati via mare attraverso la Giordania, con il risultato di un aumento dei prezzi. * I prodotti palestinesi erano proibiti negli ospedali, nelle farmacie di Gerusalemme Est così come vietata era la somministrazione di vaccini nelle scuole per la presunta bassa qualità dei farmaci di produzione palestinese. Teva ha potuto quindi sfruttare i vantaggi di una situazione genericamente a favore dell’economia israeliana. Ma il boicottaggio nasce da considerazioni più recenti. L’azienda ha sempre agito in maniera diretta a favore dell’esercito israeliano, l’Israel Defense Forces (IDF). Nel periodo 2014-2016, ad esempio, donò circa 27.000 dollari all’anno per il programma “Adopt a Battalion” con l’obiettivo di dare l’opportunità di sviluppare “relazioni profonde e durature con i soldati dell’IDF” attraverso la partecipazione alle cerimonie di adozione e l’incontro con i soldati nelle basi militari. Dall’ottobre del 2023 in poi, nessuno ai vertici dell’azienda ha mai espresso contrarietà rispetto a quanto avveniva nella Striscia di Gaza. Nonostante gli impegni umanitari di Teva vogliano trasmettere la rassicurante immagine di un’azienda attenta alle esigenze di benessere fisico e psichico, di cura e salute, non si è registrata nessuna azione di aiuto e sostegno ai civili gazawi ridotti allo stremo e con un sistema sanitario al collasso. Questo vale ancora oggi. Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 morti e feriti sono solo diminuiti ma la situazione non può dirsi in alcun modo pacificata: dalla dichiarazione della tregua sono stati uccisi 591 palestinesi e 1.591 sono rimasti feriti. Malattie che qui in Europa curiamo facilmente diventano terribili se non si hanno pulizia e cure mediche adeguate, per un aggiornamento recentissimo è molto utile leggere questo articolo de Il Manifesto. E queste cure nella Striscia non ci sono. I farmaci mancano, Teva li produce ma nessun aiuto è arrivato in quelle terre martoriate. Ecco perché il boicottaggio dei farmaci Teva, come di altri prodotti legati all’economia israeliana, è quanto mai necessario e utile visto che ci mette in condizione di mandare un segnale chiaro e inequivocabile, in maniera capitalisticamente significativa. Il boicottaggio dei prodotti Teva è proposto da BDS Italia insieme ai Sanitari per Gaza e sostenuto dalla rete #DigiunoGaza.   Sara Panarella
April 23, 2026
Pressenza
Boicottaggi, armi e finanza: democrazia sotto attacco
“Basta complicità!”. In Emilia-Romagna prende forma una carovana di eventi per denunciare come diritti civili, economia e politica siano sempre più intrecciati in un clima di crescente repressione e corsa al riarmo. Quattro fatti recenti mostrano quanto sia urgente agire; in fondo all’articolo sono indicate alcune petizioni da firmare. Libertà di espressione sotto accusa Una inchiesta della rivista Altreconomia ha rivelato che due corsi di formazione per forze di polizia italiane, disponibili sulla piattaforma Sisfor e finanziati dall’Unione europea con la collaborazione dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, definiscono il boicottaggio dei prodotti israeliani e l’incitamento ad esso come forme di “antisemitismo” e di “incitamento all’odio”. Questa impostazione costituisce una potenziale repressione del dissenso: in Europa vi sono crescenti preoccupazioni sul fatto che l’eccessiva criminalizzazione della protesta e l’equiparazione di critica politica a odio possano dissuadere dal dissentire in modo pacifico e legittimo. Rapporti di Amnesty International evidenziano come restrizioni e pratiche repressive producano un clima di paura che scoraggia la partecipazione a proteste e il sostegno alle popolazioni oppresse. Tali dinamiche possono avere un effetto restrittivo sulla libertà di espressione e di assemblea (chilling effect). La Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza dell’11 giugno 2020, ha invece affermato che l’appello al boicottaggio di prodotti di uno Stato accusato di gravi violazioni dei diritti umani rientra nella libertà di espressione tutelata dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Escalation normativa: pena di morte per palestinesi Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato una legge che introduce in Israele la pena di morte per i palestinesi in determinate circostanze giudiziarie, sanzioni di atti definiti “terroristici”. La legge è entrata in vigore con 62 voti favorevoli e 48 contrari e consente alle corti militari e, in molti casi, a quelle civili di Israele di impiccare persone entro 90 giorni dalla sentenza, con limitate possibilità di appello o clemenza. Organizzazioni internazionali hanno espresso forte condanna, definendo la misura discriminatoria, contraria al diritto internazionale e suscettibile di violare i princìpi democratici fondamentali. Questo provvedimento si inserisce in un contesto già segnato da gravi violazioni del diritto internazionale: un’inchiesta di Al Jazeera (febbraio 2026) ha documentato l’impiego a Gaza di munizioni termiche e termobariche, il cui utilizzo in aree densamente popolate solleva rilevanti criticità in relazione al diritto umanitario, in particolare ai principi di distinzione e proporzionalità. Complicità industriale: porti, aziende e flussi militari Domenica 29 marzo a Roma, è stato presentato il dossier indipendente Made in Italy: le prove della collaborazione al genocidio, redatto da ricercatori palestinesi e civili. Il rapporto documenta il ruolo delle infrastrutture italiane – porti, aeroporti, catene logistiche – e l’operato di imprese italiane nell’invio di carburanti, materiali e componenti militari funzionali allo sforzo bellico di Israele. Tra le evidenze, emergono: * la funzione strategica dei porti italiani come nodi di passaggio per merci e carburanti legati al conflitto; * la continuità delle esportazioni militari italiane, anche in violazione di leggi come la 185/1990; * la complicità di grandi aziende e molte PMI italiane nelle catene di fornitura di armamenti e componenti; attraverso documenti di trasporto, manifesti di carico e fonti aperte che aggirano l’opacità istituzionale, rendono visibili dati finora nascosti. Secondo il rapporto, le esportazioni italiane di armi e componenti militari, formalmente sospese, continuano in forme indirette o ambigue. Sono documentati flussi di carburanti e materiali diretti verso aree di conflitto attraverso rotte mercantili strategiche. Tra le aziende citate vi è anche il gruppo Leonardo, già oggetto di azioni legali da parte di associazioni come Rete Pace Disarmo, ARCI e Movimento Nonviolento per presunte violazioni della legge 185/1990 sul commercio di armamenti. Finanza sotto accusa: Boicottaggi, Disinvestimento, Sanzioni Parallelamente alle responsabilità industriali e ai livelli politico ed economico, nasce la nuova campagna Banche Complici promossa da BDS Italia, presente anche alla presentazione del dossier. La campagna denuncia il ruolo del settore finanziario nel sostenere aziende implicate nell’occupazione militare e nelle violazioni del diritto internazionale, con tre obiettivi principali: * Trasparenza: chiedere alle banche di rendere pubblici gli investimenti e i servizi finanziari forniti a entità coinvolte nel conflitto; * Disinvestimento: fare pressione affinché istituti come Unicredit, Intesa Sanpaolo e BNL‑BNP Paribas cessino i rapporti con imprese collegate a pratiche di apartheid o operazioni militari; * Sensibilizzazione: educare correntisti e cittadini a scegliere istituti con politiche etiche e responsabili. Le risposte dei gruppi bancari si sono rivelate finora vaghe o inesistenti, evidenziando la distanza tra gli interessi delle grandi istituzioni finanziarie e i diritti umani universali. Questi quattro fatti – controllo civico e libertà di espressione, escalation penale e discriminatoria, complicità economica e responsabilità finanziaria – rappresentano un unico processo di erosione delle garanzie democratiche. In questo contesto, se lo Stato stesso viola la legge e manca di trasparenza, la mobilitazione civica è uno strumento concreto per resistere a derive autoritarie e riaffermare i diritti umani. Convergenza: il potere dei cittadini Ricordiamo che nel febbraio 2025, al porto di Ravenna, è stato sequestrato un carico di circa 13 tonnellate di componenti metalliche destinate inizialmente “a uso civile”, ma collegate all’industria militare israeliana. L’Agenzia delle Dogane, su disposizione del Tribunale di Ravenna, ha rilevato l’assenza delle autorizzazioni previste dalla legge italiana 185/1990, aprendo un procedimento penale. Il sequestro ha evidenziato come materiali classificati come armamenti possano essere dichiarati per uso civile senza i necessari permessi, rivelando illegalità e criticità nel controllo delle esportazioni italiane verso contesti di conflitto e il rischio di complicità in operazioni belliche. Le istituzioni si sono mosse solo dopo la pressione di associazioni civiche e cittadini attivi, fondamentali nel sollecitare controlli e trasparenza. In questo contesto, movimenti come BDS Italia sono essenziali per tutelare lavoratori, whistleblowers, docenti e ricercatori minacciati di licenziamento, permettendo a chiunque di dare il proprio contributo e di segnalare il passaggio di armi in modo sicuro e anonimo. Sono disponibili schede con QR code che consentono ai dipendenti di denunciare container sospetti senza esporsi. A livello regionale, la mobilitazione prende forma con la campagna 𝐁𝐀𝐒𝐓𝐀 𝐂𝐎𝐌𝐏𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐀’ – Rispettiamo il diritto internazionale: stop ai rapporti economici con Israele, promossa in Emilia-Romagna. L’iniziativa chiede alla Regione azioni concrete per interrompere le complicità locali con l’occupazione e le violazioni dei diritti dei palestinesi, intervenendo in ambiti come il porto di Ravenna, fiere, appalti pubblici, accordi con multinazionali delle armi e scuole. Circa 60 realtà locali e nazionali hanno già aderito. Sono previsti incontri aperti a tutte le realtà culturali, artistiche e politiche, oltre che a singoli cittadini interessati a informarsi. Dal primo incontro a Rimini il 1° aprile all’ultimo a Piacenza il 22 aprile, questi appuntamenti offrono a tutti l’opportunità di conoscere le complicità presenti nella regione e di unirsi ai movimenti. Partecipare significa agire concretamente per fermare complicità economiche e difendere i diritti umani. La mobilitazione civica e il volontariato sono strumenti essenziali per resistere a derive autoritarie. Chiunque può contribuire, anche da remoto e senza esperienza: informatevi e scrivete alle associazioni. Abbiamo bisogno più che mai di nuove mani. InformAzioni: BDS Italia * La petizione nazionale: FUORI LE ARMI DA PORTI, FERROVIE E AEROPORTI ITALIANI Basta Complicità – Emilia Romagna: * La petizione regionale: BASTA COMPLICITA Redazione Romagna
March 31, 2026
Pressenza