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Anche alle Presenze di Pace diciamo, Teva: no grazie!
Le Presenze di Pace del sabato mattina sono momenti collettivi. Si riuniscono padri, madri, associazioni, gruppi, tutti accomunati dalla volontà di dire no alle guerre, un’affermazione che detta tutti insieme diventa più visibile, più efficace. Cos’altro possiamo fare per affermare questa volontà e opporsi a questa violenza? Sanitari per Gaza insieme a BDS Italia propongono un’ulteriore modalità per “far sentire la propria voce”, in questo caso specifico riferito ai farmaci. Come? Boicottando, ovvero comunicando con le aziende che producono beni più o meno essenziali grazie agli acquisti che non facciamo più, un’azione non violenta per far sentire la propria voce. I farmaci in questione sono quelli prodotti dall’azienda farmaceutica israeliana Teva, leader mondiale nella produzione di farmaci generici ma produttrice anche di farmaci specialistici nei settori dell’immunologia, dell’immuno-oncologia e delle patologie del sistema nervoso centrale. È proprietaria anche dei marchi Ratiopharm, Dorom e Cephalon. L’azienda risulta in crescita: i bilanci indicano che il suo fatturato è salito da 14,9 miliardi di dollari nel 2022, a 15,8 miliardi di dollari nel 2023 con un aumento del 7% e a 16,5 miliardi di dollari nel 2024 con un aumento del 6%. Nonostante un’immagine attenta e sensibile alle necessità di cura, l’azienda ha potuto sfruttare i benefici della situazione palestinese ben prima del genocidio conseguente ai fatti del 7 ottobre. Fin dalla prima metà degli anni 90 ha potuto lavorare nella situazione di indubbio vantaggio commerciale conseguente agli Accordi di Oslo. Il primo, la Dichiarazione dei Principi di Oslo fu firmata il 20 agosto 1993 e ratificata settembre con la famosissima foto di Arafat che stringe la mano di Rabin accompagnati dalle braccia aperte di Clinton. Le relazioni commerciali ed economiche fra Israele e Territori Occupati vengono definite qualche mese dopo con il Protocollo di Parigi dell’aprile del 1994. Con quest’accordo di stabilisce a livello commerciale la totale dipendenza dei Territori Palestinesi Occupati e della Striscia di Gaza da Israele. Tutte le risorse economiche chiave come terra, acqua, forza lavoro e capitali, vengono legate alla giurisdizione israeliana così come il controllo delle frontiere, la gestione dei flussi di merci, la riscossione delle tasse per conto dell’Autorità Nazionale Palestinese fino all’uso della moneta israeliana, lo shekel. Secondo il dossier curato da BDS Italia sono stati tre i fattori che hanno caratterizzato il settore farmaceutico israeliano e palestinese: * L’industria farmaceutica palestinese ha dovuto affrontare un forte aumento dei costi di produzione dovuto alle tasse imposte sulle materie prime importate, oneri che non gravano sui prodotti israeliani che riuscivano così a mantenere prezzi più bassi. * I farmaci non potevano transitare dall’aeroporto Ben Gurion per presunte ragioni di sicurezza dovendo essere esportati via mare attraverso la Giordania, con il risultato di un aumento dei prezzi. * I prodotti palestinesi erano proibiti negli ospedali, nelle farmacie di Gerusalemme Est così come vietata era la somministrazione di vaccini nelle scuole per la presunta bassa qualità dei farmaci di produzione palestinese. Teva ha potuto quindi sfruttare i vantaggi di una situazione genericamente a favore dell’economia israeliana. Ma il boicottaggio nasce da considerazioni più recenti. L’azienda ha sempre agito in maniera diretta a favore dell’esercito israeliano, l’Israel Defense Forces (IDF). Nel periodo 2014-2016, ad esempio, donò circa 27.000 dollari all’anno per il programma “Adopt a Battalion” con l’obiettivo di dare l’opportunità di sviluppare “relazioni profonde e durature con i soldati dell’IDF” attraverso la partecipazione alle cerimonie di adozione e l’incontro con i soldati nelle basi militari. Dall’ottobre del 2023 in poi, nessuno ai vertici dell’azienda ha mai espresso contrarietà rispetto a quanto avveniva nella Striscia di Gaza. Nonostante gli impegni umanitari di Teva vogliano trasmettere la rassicurante immagine di un’azienda attenta alle esigenze di benessere fisico e psichico, di cura e salute, non si è registrata nessuna azione di aiuto e sostegno ai civili gazawi ridotti allo stremo e con un sistema sanitario al collasso. Questo vale ancora oggi. Dopo il cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 morti e feriti sono solo diminuiti ma la situazione non può dirsi in alcun modo pacificata: dalla dichiarazione della tregua sono stati uccisi 591 palestinesi e 1.591 sono rimasti feriti. Malattie che qui in Europa curiamo facilmente diventano terribili se non si hanno pulizia e cure mediche adeguate, per un aggiornamento recentissimo è molto utile leggere questo articolo de Il Manifesto. E queste cure nella Striscia non ci sono. I farmaci mancano, Teva li produce ma nessun aiuto è arrivato in quelle terre martoriate. Ecco perché il boicottaggio dei farmaci Teva, come di altri prodotti legati all’economia israeliana, è quanto mai necessario e utile visto che ci mette in condizione di mandare un segnale chiaro e inequivocabile, in maniera capitalisticamente significativa. Il boicottaggio dei prodotti Teva è proposto da BDS Italia insieme ai Sanitari per Gaza e sostenuto dalla rete #DigiunoGaza.   Sara Panarella
April 23, 2026
Pressenza
Boicottaggi, armi e finanza: democrazia sotto attacco
“Basta complicità!”. In Emilia-Romagna prende forma una carovana di eventi per denunciare come diritti civili, economia e politica siano sempre più intrecciati in un clima di crescente repressione e corsa al riarmo. Quattro fatti recenti mostrano quanto sia urgente agire; in fondo all’articolo sono indicate alcune petizioni da firmare. Libertà di espressione sotto accusa Una inchiesta della rivista Altreconomia ha rivelato che due corsi di formazione per forze di polizia italiane, disponibili sulla piattaforma Sisfor e finanziati dall’Unione europea con la collaborazione dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, definiscono il boicottaggio dei prodotti israeliani e l’incitamento ad esso come forme di “antisemitismo” e di “incitamento all’odio”. Questa impostazione costituisce una potenziale repressione del dissenso: in Europa vi sono crescenti preoccupazioni sul fatto che l’eccessiva criminalizzazione della protesta e l’equiparazione di critica politica a odio possano dissuadere dal dissentire in modo pacifico e legittimo. Rapporti di Amnesty International evidenziano come restrizioni e pratiche repressive producano un clima di paura che scoraggia la partecipazione a proteste e il sostegno alle popolazioni oppresse. Tali dinamiche possono avere un effetto restrittivo sulla libertà di espressione e di assemblea (chilling effect). La Corte europea dei diritti dell’uomo, con una sentenza dell’11 giugno 2020, ha invece affermato che l’appello al boicottaggio di prodotti di uno Stato accusato di gravi violazioni dei diritti umani rientra nella libertà di espressione tutelata dall’articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Escalation normativa: pena di morte per palestinesi Il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato una legge che introduce in Israele la pena di morte per i palestinesi in determinate circostanze giudiziarie, sanzioni di atti definiti “terroristici”. La legge è entrata in vigore con 62 voti favorevoli e 48 contrari e consente alle corti militari e, in molti casi, a quelle civili di Israele di impiccare persone entro 90 giorni dalla sentenza, con limitate possibilità di appello o clemenza. Organizzazioni internazionali hanno espresso forte condanna, definendo la misura discriminatoria, contraria al diritto internazionale e suscettibile di violare i princìpi democratici fondamentali. Questo provvedimento si inserisce in un contesto già segnato da gravi violazioni del diritto internazionale: un’inchiesta di Al Jazeera (febbraio 2026) ha documentato l’impiego a Gaza di munizioni termiche e termobariche, il cui utilizzo in aree densamente popolate solleva rilevanti criticità in relazione al diritto umanitario, in particolare ai principi di distinzione e proporzionalità. Complicità industriale: porti, aziende e flussi militari Domenica 29 marzo a Roma, è stato presentato il dossier indipendente Made in Italy: le prove della collaborazione al genocidio, redatto da ricercatori palestinesi e civili. Il rapporto documenta il ruolo delle infrastrutture italiane – porti, aeroporti, catene logistiche – e l’operato di imprese italiane nell’invio di carburanti, materiali e componenti militari funzionali allo sforzo bellico di Israele. Tra le evidenze, emergono: * la funzione strategica dei porti italiani come nodi di passaggio per merci e carburanti legati al conflitto; * la continuità delle esportazioni militari italiane, anche in violazione di leggi come la 185/1990; * la complicità di grandi aziende e molte PMI italiane nelle catene di fornitura di armamenti e componenti; attraverso documenti di trasporto, manifesti di carico e fonti aperte che aggirano l’opacità istituzionale, rendono visibili dati finora nascosti. Secondo il rapporto, le esportazioni italiane di armi e componenti militari, formalmente sospese, continuano in forme indirette o ambigue. Sono documentati flussi di carburanti e materiali diretti verso aree di conflitto attraverso rotte mercantili strategiche. Tra le aziende citate vi è anche il gruppo Leonardo, già oggetto di azioni legali da parte di associazioni come Rete Pace Disarmo, ARCI e Movimento Nonviolento per presunte violazioni della legge 185/1990 sul commercio di armamenti. Finanza sotto accusa: Boicottaggi, Disinvestimento, Sanzioni Parallelamente alle responsabilità industriali e ai livelli politico ed economico, nasce la nuova campagna Banche Complici promossa da BDS Italia, presente anche alla presentazione del dossier. La campagna denuncia il ruolo del settore finanziario nel sostenere aziende implicate nell’occupazione militare e nelle violazioni del diritto internazionale, con tre obiettivi principali: * Trasparenza: chiedere alle banche di rendere pubblici gli investimenti e i servizi finanziari forniti a entità coinvolte nel conflitto; * Disinvestimento: fare pressione affinché istituti come Unicredit, Intesa Sanpaolo e BNL‑BNP Paribas cessino i rapporti con imprese collegate a pratiche di apartheid o operazioni militari; * Sensibilizzazione: educare correntisti e cittadini a scegliere istituti con politiche etiche e responsabili. Le risposte dei gruppi bancari si sono rivelate finora vaghe o inesistenti, evidenziando la distanza tra gli interessi delle grandi istituzioni finanziarie e i diritti umani universali. Questi quattro fatti – controllo civico e libertà di espressione, escalation penale e discriminatoria, complicità economica e responsabilità finanziaria – rappresentano un unico processo di erosione delle garanzie democratiche. In questo contesto, se lo Stato stesso viola la legge e manca di trasparenza, la mobilitazione civica è uno strumento concreto per resistere a derive autoritarie e riaffermare i diritti umani. Convergenza: il potere dei cittadini Ricordiamo che nel febbraio 2025, al porto di Ravenna, è stato sequestrato un carico di circa 13 tonnellate di componenti metalliche destinate inizialmente “a uso civile”, ma collegate all’industria militare israeliana. L’Agenzia delle Dogane, su disposizione del Tribunale di Ravenna, ha rilevato l’assenza delle autorizzazioni previste dalla legge italiana 185/1990, aprendo un procedimento penale. Il sequestro ha evidenziato come materiali classificati come armamenti possano essere dichiarati per uso civile senza i necessari permessi, rivelando illegalità e criticità nel controllo delle esportazioni italiane verso contesti di conflitto e il rischio di complicità in operazioni belliche. Le istituzioni si sono mosse solo dopo la pressione di associazioni civiche e cittadini attivi, fondamentali nel sollecitare controlli e trasparenza. In questo contesto, movimenti come BDS Italia sono essenziali per tutelare lavoratori, whistleblowers, docenti e ricercatori minacciati di licenziamento, permettendo a chiunque di dare il proprio contributo e di segnalare il passaggio di armi in modo sicuro e anonimo. Sono disponibili schede con QR code che consentono ai dipendenti di denunciare container sospetti senza esporsi. A livello regionale, la mobilitazione prende forma con la campagna 𝐁𝐀𝐒𝐓𝐀 𝐂𝐎𝐌𝐏𝐋𝐈𝐂𝐈𝐓𝐀’ – Rispettiamo il diritto internazionale: stop ai rapporti economici con Israele, promossa in Emilia-Romagna. L’iniziativa chiede alla Regione azioni concrete per interrompere le complicità locali con l’occupazione e le violazioni dei diritti dei palestinesi, intervenendo in ambiti come il porto di Ravenna, fiere, appalti pubblici, accordi con multinazionali delle armi e scuole. Circa 60 realtà locali e nazionali hanno già aderito. Sono previsti incontri aperti a tutte le realtà culturali, artistiche e politiche, oltre che a singoli cittadini interessati a informarsi. Dal primo incontro a Rimini il 1° aprile all’ultimo a Piacenza il 22 aprile, questi appuntamenti offrono a tutti l’opportunità di conoscere le complicità presenti nella regione e di unirsi ai movimenti. Partecipare significa agire concretamente per fermare complicità economiche e difendere i diritti umani. La mobilitazione civica e il volontariato sono strumenti essenziali per resistere a derive autoritarie. Chiunque può contribuire, anche da remoto e senza esperienza: informatevi e scrivete alle associazioni. Abbiamo bisogno più che mai di nuove mani. InformAzioni: BDS Italia * La petizione nazionale: FUORI LE ARMI DA PORTI, FERROVIE E AEROPORTI ITALIANI Basta Complicità – Emilia Romagna: * La petizione regionale: BASTA COMPLICITA Redazione Romagna
March 31, 2026
Pressenza