Antigone al Parco, fra le macerie
Bisogna difendere la società, e che cazzo (per citare Foucault).
C’erano ben 91 anarchici (91, più del doppio dei ladroni di Ali Babà), venuti
per di più da tutt’Italia, come ha svelato il “Corriere”, che minacciavano di
invadere il Parco degli Acquedotti paralizzando una città, il giorno dopo la
mobilitazione di 300k vandali assatanati contro Re e Regine.
Per le romane e i romani, abituati a condurre nel suddetto parco i cani sciolti
dal guinzaglio o a correre essi medesimi ansimando, non c’è bisogno di
spiegazioni, ma alle altre e agli altri è giovevole ricordare che si tratta di
un vasto appezzamento erboso periferico (ben noto come set filmico e televisivo)
poggiato ai resti imponenti di sette acquedotti antichi, sotterranei e in
elevato, a volta a doppio ordine. In uno dei casolari sparsi su questo
superstite lacerto del devastato Agro Romano si erano rifugiati due presunti
bombaroli rimasti sepolti dal crollo del soffitto, forse mentre stavano
allestendo un ordigno rudimentale di incerta destinazione. Le e i loro 91
compagne e compagni intendevano rendere un omaggio postumo e deporre dei fiori
sui resti del manufatto.
Audacia ben presto repressa per il solerte intervento della Digos, che il giorno
prima, in un hotel nei pressi della stazione Termini, aveva identificato e
interrogato, su input dei validi colleghi tedeschi e ungheresi, una minacciosa
martellatrice, che purtroppo avevano dovuto subito mollare per la sua qualità di
eurodeputata.
Certo, non ci sarebbe voluto molto, ai solerti agenti, per individuare prima
dell’irruzione quanto scottasse quel nominativo coperto da immunità e stranoto a
livello mediatico. Ma un’irruzione alle 7 di mattina fa notizia ed è una ghiotta
provocazione per il corteo che stava per cominciare – non prendiamocela dunque
con due piantoni ma guardiamo un pochino più in alto nella catena gerarchica. In
ogni caso un flop e per colmo di sfrontatezza il corteo ci ha pattinato sopra.
Occorreva rimediare e come, se non sferrando un colpo alla “galassia anarchica”?
Che tanti dolori apporta a Piantedosi e alla “figlia del popolo” di cui è il
braccio operativo.
> Tuttavia facciamo un salto di qualità – dalla cronaca ai sensi riposti della
> Storia e domandiamoci: ma noi che abbiamo a che fare con Sara Ardizzone e
> Alessandro Marcogliano e con le altre anarchiche e gli altri anarchici fermati
> mentre si accingevano a rendere loro omaggio? E con Cospito, per cui
> intendevano chiedere, niente meno, la fine del 41 bis? Mica siamo anarchici,
> che ce ne sbatte?
E infatti, per tanti secoli, che gliene ne sbatteva ai posteri delle intricate
vicende dell’antica Tebe, di quella rompicoglioni isterica, figlia di un
assassino cecato, che si ostinava a rivendicare il diritto di seppellire il
fratello, giustamente lasciato insepolto in base a una legge dello Stato (con la
S maiuscola). Quella voleva onorare un nemico dello Stato (sempre con la S) e
sfidarne l’autorità in nome del cuore, di un diritto familiare primigenio e
prestatale che nessuno sa bene cosa sia e proteggere la nuda vita indifesa e
altre sciocchezze simili. E giù per secoli ad arrovellarsi su questa figura
della pietà e della disobbedienza, con il rischio di tirar su una generazione di
disobbedienti piantagrane, vittime che reclamano giustizia assoluta e via
blaterando. Mica la conoscevano di persona – filosofi, tragici, sovversivi e
sovversive di ogni banda, come noi non abbiamo mai conosciuto Sara e Alessandro
e tanto meno quelli che andavano a portare fiori fra le macerie della casupola.
Però tanta gente ne ha discusso in passato e pure oggi, se venissero a prendere
me o i compagni che conosco perché ci accingiamo a una protesta o a un gesto di
solidarietà, in un pratone deserto o su una tangenziale, se ci sanzionassero
arbitrariamente (per ora con successiva comunicazione al procuratore e rilascio
una volta cessata l’occasione di pericolo), se – per dirla in termini più
generali – in base a qualsiasi provvedimento legale, per quanto ingiusto e
incostituzionale incappassimo nel trattamento che si addice a chi non accetta la
legge del Padre e della Nazione, a chi diserta la guerra e il potere, beh allora
sarebbe davvero un problema nostro e Tebe è la nostra sventurata patria e Meloni
e Piantedosi i nostri Creonte. Da operetta, ma pur sempre pericolosi.
> E prima o poi ci sarà un giudice – categoria che senza febbrile amore abbiamo
> difeso nel referendum – che si accorgerà del carattere incostituzionale del
> fermo preventivo come di altre norme del nefasto pacchetto Sicurezza e la
> rinvierà alla Corte Costituzionale.
Ci accontentiamo di poco, mica pretendiamo di riscrivere la Fenomenologia dello
Spirito o di portare fiori a chiunque. Magari – visto che siamo in argomento –
ci piacerebbe abolire il 41 bis, sì, e applicarlo brevemente per l’ultima volta
a qualche bistecchiere d’Italia riciclatore di soldi mafiosi, e poi basta con
questo obbrobrio giuridico.
La copertina è di Felipe Tofani (Flickr)
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