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LOTTE OPERAIE: “GLI ESUBERI DI ELECTROLUX E LE LOGICHE DISTORTE DEL CAPITALISMO FINANZIARIO”
L’annuncio di Electrolux, con il licenziamento di 1700 dipendenti (circa il 40 per cento di tutta la forza lavoro in Italia) ha spinto i sindacati confederali a proclamare lo stato di agitazione, con i primi sciopero e picchetti ai cancelli nella giornata di martedì 12 maggio. Ora il Ministro delle Imprese e del Made in Italy Urso ha convocato lunedì 25 maggio a Roma un tavolo sulla vertenza. Invitati i vertici del colosso svedese degli elettrodomestici, sindacati (Fiom, Uilm e Fim) e le Regioni in cui sono presenti stabilimenti Electrolux – a partire dalla Lombardia, dove nella fabbrica milanese di Solaro (in foto, lo sciopero e assemblea del 12 maggio) ci sono 650 dipendenti indeterminati e 112 precari-, Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Veneto e Marche, dove si trova l’impianto anconetano di Cerreto D’Esi, fabbrica anconetana che produce cappe per cucine e che Electrolux vuole chiudere del tutto, lasciando a casa 170 dipendenti diretti. Per Urso il tavolo ha “l’obiettivo di approfondire le ricadute occupazionali e industriali della vertenza e di esaminare le possibili azioni a tutela dei lavoratori e della continuità produttiva”. Quale sia il piano del Governo, però, non lo sa nessuno, così come non si capisce da dove arrivi l’ottimismo ostentato dal ministro, che si è detto fiducioso “nella risoluzione positiva della crisi”. Il colosso degli elettrodomestici svedese è in Italia dal 1984 e, solo nell’ultimo decennio “ha beneficiato di oltre 12 milioni di euro di contributi pubblici”. Ora i 1.700 esuberi, che premiano la linea di azionisti di Electrolux come i fondi speculativi internazionali “BlackRock e Amf, preoccupati solo dei rendimenti ai propri investitori. Le politiche neoliberiste dell’Ue che hanno premiato il basso costo del lavoro in Polonia hanno fatto il resto. La deindustrializzazione continua” spiega, in un articolo comparso su Altreconomia, Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea a Scienze politiche di Pisa. Volpi si occupa in particolare dei processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento ed è autore di diversi libri, a partire da “Nelle mani dei fondi. Il controllo invisibile della grande finanza” (Altreconomia, 2024). In particolare Volpi sottolinea come “La famiglia svedese Wallemberg tramite la holding di famiglia, Investor AB, detiene oggi poco meno del 20% dei diritti di voto. Il resto del capitale è nelle mani di grandi fondi svedesi e Usa”. I più rilevanti sono “BlackRock, il principale gestore di risparmio al mondo, e Amf, un grande fondo di gestione svedese in cui confluiscono i risparmi pensionistici di molte imprese e sindacati svedesi: sia BlackRock sia Amf hanno quindi la necessità di rendimenti finanziari importanti per remunerare i propri risparmiatori. Chiudere gli impianti italiani è perfettamente coerente con le logiche del capitalismo finanziario fondato sul risparmio”. L’intervista di Radio Onda d’Urto sulla vertenza Electrolux con lo storico e docente universitario Alessandro Volpi. Ascolta o scarica  
May 13, 2026
Radio Onda d`Urto
Citta depredate: salviamole dagli speculatori. Il 15 maggio a Pisa
Pisa Città in Comune e Rifondazione comunista invitano all’incontro pubblico CITTÀ DEPREDATE. SALVIAMOLE DAGLI SPECULATORI  con Ilaria Agostini, urbanista, Università di Bologna Paolo Berdini, urbanista e saggista Alessandro Volpi, storico dell’economia, Università di Pisa Venerdì 15 maggio … Leggi tutto L'articolo Citta depredate: salviamole dagli speculatori. Il 15 maggio a Pisa sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
GUERRA MEDIO ORIENTE: “HO L’IMPRESSIONE CHE LA SOLUZIONE DI TRUMP ALLA GUERRA SIA IL DISASTRO”. L’ANALISI DI ALESSANDRO VOLPI
Nuova ondata di attacchi israeliani e statunitensi contro l’Iran. Violente esplosioni a Teheran, Isfahan e Zanjan, con estesi blackout elettrici in tutto il paese e con l’Iran, che replica con decine di missili e 11 feriti tra Tel Aviv, Haifa, Gerusalemme. Colpiti anche i paesi del Golfo con basi Usa; a Dubai in fiamme una petroliera kuwaitiana, esplosioni a Erbil, nel Kurdistan iraniano: 2 feriti in Arabia Saudita. Nel mentre il parlamento iraniano ha approvato i piani per l’introduzione di un pedaggio per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz. Gli Houthi, in Yemen, hanno intanto deciso di partecipare alla guerra a fianco dell’Iran. Ciò significa che oltre allo Stretto di Hormuz, potrebbe chiudersi anche lo stretto di Bab el Mandeb, un passaggio di meno di 30 km, indispensabile per far funzionare il Canale di Suez. Si tratterebbe del collasso dell’economia globale a cominciare dai paesi del Mediterraneo, dove l’unica apertura rimarrebbe quella di Gibilterra. In questo scenario suona sempre più distopica la narrazione di Trump che parla di ‘grandi progressi’ nelle discussioni ma poi minaccia conseguenze devastanti in caso di fallimento delle trattative. ‘Se un accordo non sarà raggiunto a breve distruggeremo completamente i loro impianti elettrici, i pozzi petroliferi e l’isola di Kharg’, avverte il tycoon, non escludendo un’operazione di terra, salvo poi fare filtrare alla stampa Usa la possibilità di fermare le operazioni militari anche senza accordo su Hormuz e scaricando così la patata bollente a europei e alleati del Golfo. “Ho l’impressione che la soluzione di Trump alla guerra sia il disastro. Trump ha intrapreso la guerra in Iran perché la profondità della crisi degli Stati Uniti – con un debito insostenibile, pubblico e privato, con un dollaro in declino, con una strutturale debolezza produttiva e con un costante disavanzo commerciale – lo ha convinto che la sola strada praticabile fosse quella dell’imperialismo, basata sulla conquista del monopolio energetico in un mondo dipendente ancora molto dai combustibili fossili. Il presidente Usa conosceva le difficoltà di una simile soluzione ma, insieme ad Israele, pensava di non trovare troppi ostacoli e così di restaurare l’egemonia in una vasta area geografica e, appunto, di ottenere una nuova credibilità in grado di reggere debito e dollaro, altrimenti spacciati. Ora la guerra è diventata complicatissima e Trump vuole uscirne, a mio parere, con il disastro. Se non è possibile una vittoria chiara, allora meglio far deflagrare una vera e propria guerra dell’energia destinata a causare una drammatica recessione, da cui Trump spera che gli Stati Uniti, proprio perché potenza fossile, possano uscire meglio di economie dipendenti dall’energia importata e da merci che devono passare dall’incendiato percorso di Hormuz, Suez, Gibuti e persino dello Stretto di Malacca. In estrema sintesi un mondo molto più povero, in preda ad una crisi economica senza precedenti, dove gli Stati Uniti starebbero meno peggio di altri: per evitare un inesorabile e rapido crollo,gli Stati Uniti scommettono sulla loro capacità di tenuta in un pianeta in fiamme. La geopolitica dell’egoismo malvagio. L’analisi di Alessandro Volpi, docente di Storia contemporanea a Scienze Politiche a Pisa e collaboratore di Altreconomia. Ascolta o scarica 
March 31, 2026
Radio Onda d`Urto
La bancarotta in pillole n. 10
L’economia mondiale naviga verso il disastro come una nave verso lo stretto di Hormuz. L’economia degli USA rischia il tracollo, opportunamente celato dalle agenzie di rating (a loro volta controllate dai grandi fondi USA). L’economia israeliana si regge solo grazie alle decine di miliardi annui di finanziamenti statunitensi, e se tracollano gli USA tracolla anche lei. E a noi mancano