Francesco Pecoraro / Futuro sempre più stretto
Cosa cercare nel nuovo libro di Francesco Pecoraro dal titolo più che mai
evocativo La fine del mondo? Non certo un romanzo distopico e nemmeno
un‘iperbole disfattista e/o falsamente entusiasta intorno a eventi genericamente
“straordinari”. No, qui si tratta proprio di una narrazione di tutt’altro
genere: del senso della vita dal punto di vista di una persona anziana che fa i
conti con il suo abbondante passato, con il suo esiguo futuro e soprattutto con
quello che percepisce come il suo desolante presente.
Il quadro è chiaro fin dall’inizio: il mondo è un disastro, il mondo è alla
fine. Il nostro mondo è attraversato da orrende crisi climatiche, da guerre
senza senso, da epidemie incontrollate, da nuove specie di pesci e crostacei che
infestano il mare e da altre malattie più o meno previste dall’incedere
dell’età. Tutto è riversato nella vita e sulle spalle di un uomo solo che, nella
sua casa situata in un quartiere borghese di Roma si sta preparando un caffè con
l’uso della cialda. Tra ironia e inquietudine, tra malinconici e dolci ricordi
d’infanzia e qualche cedimento alla depressione, Pecorare riprende alcuni dei
suoi temi più cari per svilupparli in forma per molti aspetti definitiva. Il suo
protagonista è in pensione ormai da vent’anni. Non ha volontà o particolari
aspettative: «ormai non voleva niente di niente, su niente di niente, colpito da
una grave sindrome di nolontà, abitava quella casa come un universo di
dis-appartenenza». È stato architetto, gli rimane ancora questa sensibilità per
la bellezza e per la geometria, vive in un quartiere dove regna l’ipotassi: un
disegno urbano in cui tutto è subordinato a una piazza centrale. Forse avrebbe
potuto sceglierne un altro visto che è nato e vive in una città dalle decine di
quartieri diversi per stile, età e conformazione urbanistica, ma rimane ancorato
lì.
Nella narrazione, Roma è una sorta di città-mondo e si offre come coprotagonista
di un disegno narrativo e di uno stato d’animo in cui tutto si mescola «frutto
abusivo della mente umana». E la città è «la cosa più importante che facciamo,
non solo è la cosa che dura di più, ma è anche quella che non vorremmo mai, o
quasi mai, veder cambiare». Ci affezioniamo anche agli spazi che non ci
piacciono, come facciamo con i famigliari. E qui entra in ballo uno dei bilanci
più malinconici del ragionamento del protagonista di questo libro fatto quasi da
appunti, da suggestioni proposte random, di riflessioni affacciate alla finestra
senza una trama.
Il bilancio di chi ha pensato di poter lottare per cambiare il mondo ma non c’è
riuscito ed è rimasto deluso dal suo fallimento e dal fallimento dei suoi
compagni di avventura, ideale e politica. Ma è il senso del mondo e della vita
che progressivamente viene meno. Non solo perché sente incombere la fine su di
sé e sul mondo, ma anche perché nel ragionamento dell’ultraottantenne, dal suo
punto di vista, tutto inizia a svuotarsi progressivamente di significato. Sembra
allora vacillare quello che a un certo punto del libro sembrava essere diventato
un riparo sicuro dal “cascame sociale post-borghese”: la vecchiaia come forma di
resistenza e forse di eversione. In tutto questo ci si potrebbe anche affidare
alla natura. Ma come la vediamo noi esseri umani, questa dimensione appare
sempre più terribile. Rimaniamo compiaciuti dei video violenti di aggressioni
tra animali che egli stesso definisce “porno-violenza naturale”. Ma allora chi
siamo? Come siamo fatti? Molte pagine dedicate alla dissezione di cadaveri e
allo studio dell’anatomia umana e non solo, non ci aiutano a risolvere il
problema. Tutti noi, che progressivamente “siamo diventati americani” a partire
dal giorno di quegli sbarchi che ci hanno aiutato a liberarci dal nazifascismo,
sembriamo essere come svuotati di senso. Stare in piedi sulla terra, per una
legge fisica, che appare quanto mai evocativa, è semplicemente “una caduta
impedita”.
Alla fine di tutti i discorsi e delle tante riflessioni, può venire in mente un
famosissimo romanzo tedesco del 1963, Opinioni di un clown. In quell’occasione,
il suo autore, Heinrich Böll smascherò la borghesia tedesca che si era tuffata
nel denaro facile della ricostruzione post-bellica e il mondo cattolico ottuso
che copriva tutto questo, “rubandogli” per giunta anche la sua amata Maria. Di
li a poco ci sarebbero stati i moti studenteschi e operai per tentare di
ribellarsi a quell’ordine delle cose. Oggi l’anziano protagonista del libro di
Pecoraro ha difficoltà a distinguere il vero dal falso, la distruzione dalla
costruzione, il passato dal futuro e rimane fermo a guardare fuori dalla
finestra. Egli si consola parzialmente con la frase di Ernesto De Martino in
esergo per la quale la fine del mondo è solo la fine del proprio mondo. Ma
rimane una piccola fiamma accesa che definisce un percorso analitico ed emotivo
nel pensiero gentile e affettuoso verso l’amico greco Kostas, «marinaio e
capitano di nave prima e pescatore e albergatore poi, ma sempre uomo libero».
Intanto il caffè è pronto.
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