Tag - sea watch 5

Sea-Watch 5, dopo gli spari dei libici indagine penale contro il capitano
All’arrivo al porto di Brindisi con 166 persone soccorse, è stata avviata un’indagine penale contro il capitano della nave di soccorso Sea-Watch 5, con l’accusa di «favoreggiamento dell’ingresso illegale». Verso mezzogiorno, agenti della Guardia Costiera italiana e della Polizia sono saliti a bordo della Sea-Watch 5. Sono rimasti sul ponte di comando della nave fino a ben oltre la mezzanotte, hanno sequestrato documenti e attrezzature e hanno condotto due membri dell’equipaggio alla stazione di polizia per un interrogatorio. Per oggi è previsto anche un interrogatorio del capitano della Sea-Watch 5. Siamo davanti a un’escalation paradossale, dopo che lunedì due motovedette e un’altra unità della cosiddetta Guardia Costiera libica avevano attaccato e sparato una raffica di colpi contro la nave e minacciato di dirottarla verso Tripoli. Motovedette donate alla Libia dall’Italia nel quadro dell’intesa tra i due Paesi. «L’indagine contro l’operato di Sea-Watch è un altro feroce attacco alla solidarietà in mare e un’aggressione allo stato di diritto. Invece di fare luce sulle responsabilità dell’attacco contro i civili sulla nostra nave, lo Stato prima manda i militari italiani a Tripoli a riparare i motori delle motovedette che compiono azioni criminali in mare e poi accusa chi ha soccorso vite in mare» dichiara Giorgia Linardi, portavoce di Sea-Watch «La criminalizzazione della società civile è ormai prassi, ma anche davanti a questa escalation non ci lasceremo intimidire». In passato, l’Italia ha sistematicamente utilizzato le indagini penali per tenere lontane dal Mediterraneo centrale le navi di soccorso e criminalizzare il soccorso civile. Lo abbiamo vissuto con Carola Rackete nel 2019 e in oltre 20 casi di indagini per favoreggiamento e in alcuni casi, persino associazione a delinquere, ai danni di chi salva vite in mare. Nella grande maggioranza le indagini sono state archiviate e le accuse non hanno mai portato a nulla. Ma mentre il governo cerca a tutti i costi di etichettare la società civile come trafficanti, continua a finanziare e proteggere i veri responsabili della tratta di esseri umani, come i ricercati internazionali pluriomicidi Bija e Almasri, invitati in Italia a discutere accordi politici o rimpatriati con volo di Stato, alimentando un efferato ciclo di abusi con le tasse dei cittadini. L’11 maggio scorso la nave Sea-Watch 5, poco dopo aver soccorso 90 persone in pericolo in acque internazionali, è stata raggiunta da un’imbarcazione armata della cosiddetta Guardia Costiera libica, che ha aperto il fuoco contro la nave e ne ha minacciato l’abbordaggio e il dirottamento. Una seconda motovedetta ha in seguito intimato alla Sea-Watch di consegnarle le persone soccorse per rapirle e riportarle in Libia. Il nostro capitano ha agito anteponendo la protezione delle persone a bordo sotto la sua responsabilità, rifiutandosi di compiere una grave violazione del diritto internazionale se si fosse reso complice di un respingimento. Da anni siamo quotidianamente testimoni di episodi di violenza in mare perpetrati ai danni delle persone in fuga dai libici, spesso noti criminali ricercati e membri di milizie violente e denunciamo pubblicamente l’Italia e l’UE per il loro sostegno, che garantisce totale impunità. Nell’episodio di lunedì 11 maggio, l’unità coinvolta era scortata dalla Murzuq 662, una motovedetta donata dall’Italia alla cosiddetta Guardia Costiera libica nel giugno 2023, nell’ambito del quadro di cooperazione UE-Libia SIBMMIL. Più tardi quel giorno, la Sea-Watch 5 è stata inseguita anche dalla Ras Jadir 648, un’altra nave che l’Italia aveva già ceduto ad attori libici nel maggio 2017, coinvolta in diversi casi documentati di violenza in mare. Spari libici e criminalizzazione italiana sono due facce della stessa medaglia per attaccare la società civile e il soccorso in mare. Spiega Giorgia Linardi: «La società civile nel Mediterraneo è testimone scomoda delle ingiustizie commesse dal governo con i soldi dei contribuenti e per questo da eliminare. Non a caso a poche settimane dall’adozione della legge sul blocco navale, a cui abbiamo dichiarato opposizione nel nome del diritto.» «Il governo – conclude Linardi – ha perso dinanzi a ogni giudice, e si troverà a rispondere al giudizio della storia. Noi continuiamo fermamente a stare dalla parte del diritto, insieme al nostro capitano, che da civile ha onorato gli obblighi che lo Stato calpesta.» Sea Watch
May 16, 2026
Pressenza
Spari sulla Sea-Watch 5
Abbiamo ricevuto questo messaggio: > Ci sparano addosso. > Poco fa la nave di una milizia libica ha aperto il fuoco sparando 15 colpi > contro la nostra Sea-Watch 5. Il nostro equipaggio aveva appena terminato il > soccorso di 90 persone. Ora le milizie libiche ci stanno seguendo e > minacciando. Seguiranno aggiornamenti Se arrivano altre informazioni le pubblicheremo Sea Watch
May 11, 2026
Pressenza
L’odissea dell’Aurora nel Mediterraneo
Dopo aver soccorso 44 persone rimaste bloccate sulla piattaforma petrolifera abbandonata Didon, a Lampedusa la nave di soccorso di Sea-Watch dalle autorità italiane è stata sequestrata per 45 giorni e multata di 7˙500 €. Il sequestro si basa sulla cosiddetta legge Piantedosi e sul rifiuto di Sea-Watch di comunicare con le autorità marittime libiche. Un recente rapporto delle Nazioni Unite ha confermato che le autorità libiche fanno parte di un sistema di sparizioni forzate, violenze sessuali e torture contro chi cerca protezione, compresi i bambini, e che è reso possibile da attori europei come Frontex. Secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni dall’inizio dell’anno il bilancio delle vittime nel Mediterraneo centrale è salito a oltre 770 persone, il dato più alto degli ultimi dieci anni. Questo quinto fermo di una nave di soccorso dell’alleanza Justice Fleet dal dicembre 2025 comporta una grave limitazione delle capacità di soccorso in una delle rotte migratorie più letali al mondo. Inoltre, l’organizzazione Sea-Watch ha ora presentato una denuncia penale contro la cosiddetta Guardia Costiera libica in risposta agli spari contro la nave di soccorso Sea-Watch 5 avvenuti lo scorso anno. «Di fronte a cinque provvedimenti di fermo per un totale di 150 giorni, denunciamo con forza la strategia di escalation sconsiderata e letale del governo italiano contro le organizzazioni non governative di ricerca e soccorso – afferma Wasil Schauseil, portavoce dell’alleanza Justice Fleet – Con la Sea-Watch 5 e ora l’Aurora, due navi di soccorso ben equipaggiate sono state illegittimamente bloccate in Italia, mentre secondo le segnalazioni, solo dal 27 marzo, si presume che più di 180 persone siano morte o disperse nel Mediterraneo a causa delle politiche europee di deliberata negligenza». La Sea-Watch 5 è stata fermata alla fine di marzo, mentre la Humanity 1 è rimasta bloccata per 60 giorni a partire dal 13 febbraio, impedendo così a due delle più grandi imbarcazioni della flotta civile di soccorrere le persone in pericolo per settimane. Attualmente, entrambe le navi di Sea-Watch sono bloccate nei porti italiani. Il 5 novembre 2025, 13 organizzazioni di ricerca e soccorso hanno quindi costituito l’alleanza Justice Fleet e interrotto le comunicazioni operative con le autorità libiche. In due casi, i tribunali italiani si sono già pronunciati a loro favore. Negli ultimi anni, i tribunali italiani hanno ripetutamente sottolineato il ruolo salvavita della ricerca e del soccorso civile e hanno chiarito che la cosiddetta Guardia Costiera libica e il Centro di coordinamento del soccorso marittimo libico non sono attori di soccorso legittimi e che il rispetto delle loro istruzioni viola il diritto internazionale.   Maggiori informazioni sulla Justice Fleet sono disponibili qui. Un elenco degli atti di estrema violenza commessi dalle milizie libiche è disponibile qui. Ulteriori informazioni sul fermo dell’Aurora sono disponibili sul sito web di Sea-Watch alla voce Notizie. Sea Watch
April 14, 2026
Pressenza
Sea-Watch 5 fermata per 20 giorni. Quarto fermo di una nave della Justice Fleet in quattro mesi
Ieri la nave di soccorso Sea-Watch 5 è stata fermata dalle autorità italiane per 20 giorni dopo aver rifiutato di comunicare con il Centro di coordinamento marittimo libico, che opera sotto il comando della cosiddetta Guardia Costiera libica. Prima del fermo, l’equipaggio aveva soccorso 93 persone in difficoltà nel Mediterraneo centrale. Il fermo della Sea-Watch 5 è il quarto fermo di una nave appartenente all’alleanza Justice Fleet dal dicembre 2025. Da allora, le autorità italiane hanno imposto fermi alle navi dell’alleanza per un totale di 115 giorni, con conseguente, significativa riduzione delle capacità di soccorso nel Mediterraneo centrale. La cosiddetta Guardia Costiera libica è composta da vari gruppi di milizie ed è stata ripetutamente collegata a gravi violazioni dei diritti umani nei confronti di persone in cerca di protezione, sia in mare che nei centri di detenzione e tortura in Libia, come documentato dal Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite. Inoltre, la cosiddetta Guardia Costiera libica ha ripetutamente minacciato o attaccato navi umanitarie in mare. Alla luce di questi risultati, la Justice Fleet non riconosce le autorità marittime libiche come attori legittimi di ricerca e soccorso e chiede la cessazione immediata della cooperazione europea con esse. Puniti per aver difeso il diritto internazionale A seguito del salvataggio, le autorità italiane hanno assegnato alla Sea-Watch 5 un porto distante oltre 1.100 chilometri, Marina di Carrara. Quando inizialmente alla nave è stato impedito di entrare in porto, l’equipaggio ha dichiarato lo stato di necessità il 15 marzo per garantire cure mediche urgenti ai sopravvissuti. La decisione di entrare nel porto più vicino di Trapani è stata un atto di disobbedienza contro ordini illegittimi da parte dell’Italia che mettevano in pericolo delle vite, sostiene Sea-Watch, e un passo necessario per difendere i diritti fondamentali dei sopravvissuti ai sensi del diritto internazionale, compreso il diritto alla vita e alla protezione da trattamenti inumani o degradanti ai sensi dell’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. “Fermare le navi di soccorso per aver rifiutato di cooperare con soggetti responsabili di gravi violazioni dei diritti umani non è applicare la legge, è ostruzionismo motivato politicamente”, afferma Wasil Schauseil, portavoce della Justice Fleet. “Assegnando porti lontani e ritardando l’accesso a un porto sicuro, le autorità italiane stanno deliberatamente minando la protezione della vita in mare. Per noi della Justice Fleet, difendere i diritti umani in mare non è facoltativo: è un obbligo legale e morale. Continueremo ad agire di conseguenza”. La Justice Fleet unita a difesa del diritto internazionale Nonostante le crescenti pressioni, la Justice Fleet rimane impegnata nella difesa dei diritti umani e del diritto marittimo internazionale. Recenti sentenze dei tribunali italiani hanno ripetutamente confermato che i fermi delle navi delle ONG sono illegali e che non è possibile esigere un coordinamento con gli attori libici, date le ben documentate violazioni dei diritti umani. Le organizzazioni annunciano che continueranno a contestare queste misure in sede giudiziaria. Ulteriori informazioni Maggiori informazioni sulla Justice Fleet sono disponibili qui. Un elenco degli atti di estrema violenza commessi dalle milizie libiche è disponibile qui. Il materiale fotografico e video del salvataggio della Sea-Watch 5 è disponibile qui. Ulteriori informazioni sul fermo della Sea-Watch 5 sono disponibili sul sito web di Sea-Watch.   Redazione Italia
March 31, 2026
Pressenza
Sea-Watch punita con la massima sanzione per aver disobbedito agli ordini disumani del governo italiano
La Sea-Watch 5 è stata fermata per 20 giorni e multata di 10.000 euro, cioè con la sanzione massima prevista dalla Legge Piantedosi in questi casi, dopo il rifiuto dell’equipaggio di eseguire ordini che mettevano a rischio la vita delle persone soccorse e che le avrebbero sottoposte a una vera e propria tortura di Stato, costringendole a giorni di navigazione verso un porto lontano. Due settimane fa, la Sea-Watch 5 ha soccorso 93 persone in pericolo in acque internazionali, tra cui donne incinte, bambini e minori non accompagnati. Nelle ore successive, 36 persone sono state evacuate per emergenze mediche su disposizione del Tribunale dei Minori di Palermo. Tra loro c’erano una bambina di due anni in condizioni critiche e diversi minori con le loro famiglie. Nonostante la situazione sanitaria a bordo, con persone che presentavano ustioni da carburante e gravi condizioni di vulnerabilità, le autorità italiane hanno assegnato un porto a oltre 1.100 km dal luogo del soccorso, imponendo giorni di navigazione aggiuntiva. Di fronte al peggioramento delle condizioni a bordo, l’equipaggio ha rifiutato di eseguire ordini incompatibili con il diritto internazionale, procedendo allo sbarco delle persone rimaste a bordo nel porto di Trapani. Con l’applicazione della Legge Piantedosi le navi umanitarie sono state costrette a percorrere tra 300 e 800 miglia nautiche per raggiungere i porti assegnati, con un surplus di 155–425 miglia per missione e una media di due o tre giorni di navigazione in più, sottratti alla ricerca e soccorso. Parliamo di 4.260 miglia nautiche in più per la sola Sea-Watch 5, per un totale di almeno 213.000 euro spesi per solo carburante extra: risorse sottratte al soccorso per adeguarsi a politiche che ritardano lo sbarco, riducono la presenza in mare e mettono ulteriormente a rischio vite umane. “La punizione nei confronti di Sea Watch per l’azione di disobbedienza civile in difesa del diritto internazionale è purtroppo in linea con l’approccio repressivo che il governo sta adottando in maniera sempre più aggressiva nei confronti delle libertà e dei diritti civili”, dichiara la portavoce di Sea-Watch Giorgia Linardi. “Tutto ciò nel silenzio della politica sull’ecatombe nel Mediterraneo, dove solo negli ultimi giorni hanno perso la vita altre 65 persone, morte annegate o di stenti alla deriva, in attesa di soccorsi. Sea-Watch risponde con una nuova missione della nostra nave veloce Aurora.” Sea Watch
March 30, 2026
Pressenza