Del buon uso di una strategia che possa davvero tradursi in agire politico
Pubblichiamo la nota politica del Collettivo Militant che ha per sottotiolo “Su
Pd, Avs e generazione Gaza, ovvero come saper vivere dentro le contraddizioni
politiche del presente”. Un contributo al dibattito sui movimenti, dopo l’enorme
successo del No sul referendum e la grande manifestazione No Kings dell’altro
ieri con trecentomila in piazza a Roma[accì]
Il corteo “No Kings” è stato un successo di partecipazione oltre ogni più
ottimistica aspettativa. Relegare, regalare, questa partecipazione alle
mefitiche sorti del “campo largo” sarebbe, prima ancora che falso (un falso
molto interessato però), un errore politico. La piazza di sabato è stata, in
primo luogo, una piazza internazionale, di gente che lotta da Milwaukee a Gaza,
da Roma a Caracas. Otto milioni di persone in tremila manifestazioni per il
mondo.
Non è stata “la piazza del centrosinistra”, a meno di non voler regalare il Blm
e la mobilitazione contro l’Ice all’azione di Schlein e Bonelli, non voler
regalare la generazione Gaza agli accordicchi della famiglia Fratoianni. È
stata, poi, una piazza di popolo, ma di un popolo particolare, non generico né
interessato alle sirene della sintesi elettorale: è stata una prosecuzione
naturale delle piazze della Palestina e che è a sua volta proseguita un po’
inaspettatamente dentro il NO alla “riforma della magistratura”. Una piazza
giovane, radicale, cosciente – di una coscienza all’altezza dei tempi che
corrono, ovviamente.
Non servono voli pindarici o ingegnerie politiche per verificare i limiti e le
potenzialità – queste decisamente superiori ai limiti – di tale esigenza di
partecipazione. È così che si muove la protesta, fregandosene delle etichette e
delle appartenenze, dei giochi politici e delle ideologie assestate e mature. A
volte questa partecipazione prende le forme della radicalità ingestibile, a
volte è rinchiusa nei vincoli di una sorta di falsa coscienza di se stessi, del
proprio stare al mondo, delle possibilità concrete del proprio agire politico,
dei suoi alleati. È per questo – è proprio per questo – che sabato era giusto
stare in piazza al netto degli interessi politici di taluni partiti, in
particolare Avs, e al netto della confusione – una confusione stavolta vitale! –
delle idee e delle parole d’ordine.
“No King” è una protesta importata dagli Usa, si è detto: e quindi? Se questa è
la cornice occasionale entro cui far vivere la mobilitazione reale, che importa
dell’occasione in sé? Così come poco importa dei singoli soggetti politici che
la animavano: lo spauracchio Avs era ben presente anche nelle mobilitazioni
contro il genocidio sionista, eppure? Eppure la generazione Gaza non ha avuto
problemi a esondare i diversi soggetti politici e culturali che partecipavano a
quelle manifestazioni, da Avs a Pap, dai centri sociali al pacifismo cattolico:
tutti importanti, nessuno davvero necessario. Perché la convocazione delle
piazze era solo l’occasione, una delle tante possibili, per esprimere il proprio
rifiuto attivo all’ordine di cose esistenti. La piazza ha usato di volta in
volta le piccole organizzazioni senza venirne usata. È questo il dato di novità
di questa stagione della politica, è questo il carattere che va protetto e
coltivato. Questa generazione vuole unità, non una qualsiasi unità al ribasso,
ma anche fuori dagli schemi consolidati, corretti e stantii allo stesso tempo.
Qui si situa il nodo del rapporto tra la contraddizione principale e le
contraddizioni immediate, un nodo che vive nella protesta e paradossalmente la
alimenta. Ottima è la situazione quando grande è la confusione, avrebbe detto
Mao con la sua spregiudicata fiducia nell’avvenire. Individuare nel Pd l’agente
più compiuto della controrivoluzione liberista ed europeista nel paese Italia è
sicuramente corretto. Individuare nelle sue sponde esplicite e implicite un
problema, è anch’esso un punto qualificante. Poi però c’è il movimento reale
delle cose e delle persone, che individua di volta in volta – è un individuare
impersonale, spontaneo, occasionale e sapiente al tempo stesso – il problema
principale, e questo non rimanda sempre e per forza alla contraddizione politica
principale individuata una volta per tutte nelle nostre giuste analisi.
Certo, “Trump” rimarrà sempre una contraddizione minore rispetto al capitalismo
globalmente inteso, ma davvero un pensiero politico che si vuole efficace non
riesce ad andare oltre questa banalità? Certo, la lotta al governo Meloni,
rispetto alle disgrazie dell’Unione europea o alla tragedia della guerra in
Ucraina, sarà sempre un filo sotto al giusto ordine gerarchico delle priorità
dei lavoratori italiani: davvero pensiamo di convincere questi stessi lavoratori
attorno all’immediato menù delle contraddizioni ideologicamente principali?
Persino il referendum sulla magistratura non aveva caratteri davvero “di
sinistra” – al di là della blanda e asfittica “difesa della Costituzione” buona
per ogni stagione e per ogni pacificazione – eppure anche quello è stato un
terreno usato virtuosamente.
Questo deve tradursi in un’apertura sconsiderata alle ragioni dell’opposizione
purchessia al governo delle destre in Italia? Assolutamente no, così come – però
– non può diventare il ritornello sempre uguale che usa l’analisi (un’analisi
ghiacciata) per disinnescare la voglia di mobilitazione di una generazione
nuova, diversa da noi ma animata dallo stesso spirito di rivolta. La dialettica
sta nella capacità di saper convivere con queste contraddizioni, spostandole un
po’ più in là, un po’ più a sinistra, spezzando il rischio della compatibilità.
Non è facile, anzi è più sicura la sconfitta della riuscita, ma non provarci non
è mai un’opzione.
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D’AUTUNNO
Redazione Italia