Intervista al pacifista israeliano Omri Evron: “Non smettiamo di mobilitarci, in Israele e in tutto il mondo”
D: Non smette di stupirci questo movimento pacifista arabo-israeliano, che
settimana dopo settimana sta riguadagnando la piazza, o meglio le piazze, perché
le manifestazioni che si sono mobilitate questo ultimo week end (in particolare
sabato sera, 11 aprile) erano davvero tante: Tel Aviv, Gerusalemme, Haifa, ben
17 le postazioni che hanno risposto all’appello.
E il primo a dichiararsi stupito è lo stesso Omri Evron, pacifista da sempre,
oltre che membro attivo di Hadash (Partito Comunista Israeliano) e da un paio
d’anni alla co-direzione della Peace Partnership Coalition che è stata il
principale motore di questa mobilitazione. Lo abbiamo raggiunto per telefono ed
ecco il suo commento:
R: Se penso alle prime uscite in risposta all’attacco israelo/americano all’Iran
del 28 febbraio, non riesco quasi a credere alla partecipazione cui abbiamo
assistito l’altra sera: straordinaria, colorata, rumorosa, creativa, da
pochissimi che eravamo siamo cresciuti moltissimo in poco più di un mese. E
nonostante la repressione che avevamo subito il 4 aprile, quando siamo stati
violentemente aggrediti dalle forze dell’ordine, dispersi con gli idranti, per
non dire dei 17 arresti, eccoci di nuovo in tanti l’altra sera a Tel Aviv:
Habima Sq. traboccante di cartelli, striscioni, tamburi, caroselli, pupazzi con
le facce di Trump e Netanyahu da mandare a casa, eravamo almeno dieci mila. Un
successo reso possibile dalla quantità di organizzazioni che hanno aderito alla
convocazione, impossibile citarle tutte ma ti basti dare un’occhiata alla
locandina: una sessantina di loghi diversi e il dato importante è la compresenza
di sigle arabe insieme a quelle israeliane. Una risposta che chiaramente esprime
un netto calo di consensi verso questo regime di guerra infinita che il governo
di Netanyahu vorrebbe imporci come unica sicurezza possibile!
D: Raccontaci la tua storia: israeliano, comunista e convintamente pacifista…
R: Sono nato a Giaffa che originariamente era una città palestinese, poi
assorbita dall’espansione di Tel Aviv. Sono quindi cresciuto in un ambiente
misto, dove l’ebraismo si trova a convivere per forza con le tradizioni arabe,
il che è raro per chi vive in Israele e inevitabilmente soffre di una semi
totale mutua segregazione, con pochissime possibilità di incontro. Mi considero
un privilegiato, sia per l’ambiente che per la famiglia che mi ha generato, per
niente allineata con la dominante ideologia sionista: i miei nonni erano
comunisti, i miei genitori mi hanno sostenuto in tutte le mie scelte soprattutto
quelle più difficili. Per esempio quando a 18 anni, in risposta alla chiamata
per il servizio militare, ho promosso quella lettera degli shministim (giovani
obiettori di coscienza).
Era il 2005, nel pieno della 2nda intifada, e siccome eravamo in 250 a
dichiararci refusenik la cosa fece rumore. Oltre a costare ad alcuni di noi
qualche mese di prigione, perché l’IDF non ha mai riconosciuto l’obiezione di
coscienza. In compenso la nostra iniziativa venne non poco apprezzata
all’estero, e un paio di anni dopo eccomi invitato da varie situazioni pacifiste
anche in Italia (compreso il Sereno Regis ndr). Bello vedere tanti giovani
israeliani che stanno seguendo il nostro esempio… Quanto al mio impegno
politico: ho cominciato da ragazzino, affiliato alla Gioventù Comunista e sempre
più presente alle proteste contro l’occupazione in Cisgiordania. Da un paio di
anni sono alla guida di questa Peace Partnership Coalition che, oltre a opporsi
alla guerra come unica e permanente non-soluzione, rappresenta un raro esempio
di riuscita coesistenza, tra tante diverse realtà sia ebraiche che arabe, sempre
più spesso attive congiuntamente. Un ruolo molto coinvolgente e impegnativo, che
ho il privilegio di condividere con la palestinese Sulafa Makhoul.
D: Come è nata questa Peace Partnership Coalition, e in che senso si differenza
dalla coalizione It’s Time che il 30 aprile si ritroverà per il Peace Summit di
Tel Aviv?
R: Siamo nati in reazione agli eventi del 7 ottobre. Era il dicembre del 2023 e
tutte le componenti del cosiddetto ‘campo di pace’ israeliano erano allo sbando:
nessuno osava esprimersi in dissenso nei confronti del governo, e ogni minima
espressione di pubblica protesta, anche da parte di Hadash che pure gode di
legale riconoscimento, veniva dispersa dalle forze dell’ordine.
La conclusione fu tentare la carta della coalizione: se da soli non contavamo
quasi più nulla, insieme potevamo sperare di renderci un po’ meno invisibili,
sebbene in minoranza rispetto al maggioritario bellicismo della società
israeliana. E così è stato: la maggior parte delle manifestazioni di denuncia
contro l’occupazione e contro la guerra che sono state inscenate in Israele
durante questi due anni e mezzo sono successe grazie a questa nostra Peace
Partnership Coalition che ormai conta una sessantina di sigle. Naturalmente
aderiamo alla It’s Time Coalition, con la quale condividiamo gli obiettivi di
fondo, oltre alle decine di sigle che fanno parte di entrambe i fronti.
L’unica differenza è operativa. Mentre loro si concentrano su uno o due grandi
eventi all’anno, la nostra coalizione è espressione di una mobilitazione
pressoché permanente a livello di base, grazie al contributo dei tanti comitati
attivi in Israele all’interno di Hadash e alle situazioni equivalenti in
Cisgiordania. Il fatto che siano numericamente in crescita conferma il valore di
questa nostra rete, in risposta al crescere delle criticità a livello sociale.
Possiamo quindi definirci un ponte, o meglio un diffuso punto di ascolto: tra il
movimento pacifista all’interno di Israele, con la sua storia, e le
rappresentanze attive su traiettorie analoghe all’interno della società
palestinese. Un indubbio punto di forza della nostra coalizione è Hadash e il
credito di cui gode all’interno del fronte arabo: in radicale opposizione
all’apartheid e al genocidio; e in difesa dei valori democratici, in condizioni
di totale parità di diritti.
A cominciare dal diritto all’autodeterminazione: passaggio imprescindibile per
il riconoscimento del popolo palestinese e unico presupposto per una pace
duratura e sostenibile in questa regione.
D: Però i sondaggi parlano di un crescente consenso per Netanyahu,e proprio
grazie alla guerra con l’Iran…
R: Credo che la situazione sia ben più dinamica di quel che fotografano i
sondaggi, le cose cambiano molto rapidamente. È vero che all’inizio dell’attacco
israelo-americano contro l’Iran c’era un generale consenso a favore della
guerra,il che spiega lo scarso successo dellenostre prime manifestazioni subito
disperse dalle Forze dell’Ordine e sbeffeggiate sui social.
Ma rispetto alle guerre precedenti il consenso si è sgretolato più velocemente
.Anche se non sta soffrendo come a Gaza o in Libano, lapopolazione israeliana è
stanca di questo stato di guerra permanente, senza alcuna prospettiva
all’orizzonte. Già prima del fragile cessate il fuoco si avvertiva una generale
avversioneverso questo stato di cose e la situazione è destinata ad aggravarsi
con il fallimento dei negoziati di Islamabad. Ed è per questo che dobbiamo
continuare a mobilitarci, in Israele come in tutto il mondo, cosa che sta
succedendo. Io resto ottimista.
Articolo originale:
https://serenoregis.org/2026/04/13/intervista-al-pacifista-israeliano-omri-evron-non-smettiamo-di-mobilitarci-in-israele-e-in-tutto-il-mondo/
Daniela Bezzi