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I No Ponte orgogliosamente presenti nella marea romana di ieri
In tanti si erano chiesti dove fosse finita quella marea che aveva invaso le strade di tutte le città, spesso bloccandole, per cercare di fermare il genocidio in Palestina. L’autunno era stato imponente come mai, ma l’inverno sembrava freddo. C’è stata, poi, la determinata mobilitazione a difesa di Askatasuna e la vittoria del No al referendum sulla giustizia, dove una giovane generazione e il Sud hanno cambiato l’esito che dalla parte del Governo davano quasi per scontato qualche mese fa. Con la manifestazione di ieri a Roma è arrivata la primavera. Una enorme moltitudine, composta da tutte le generazioni, ma dove, davvero, i giovani hanno fatto la differenza, ha detto che non accetta di assistere inerme a una storia nella quale la guerra è diventata uno strumento ordinario della politica. Quando le dimensioni di un corteo sono quelle che ieri il corteo di Roma aveva non c’è limite che possa tenere. Così, il corteo, che doveva terminare a San Giovanni, si è diretto con postura naturale verso la tangenziale, occupandola. Senza alcuna titubanza da parte di nessuno. Siamo orgogliosi del fatto che lo striscione No ponte sia stato presente in quel corteo, prima per le strade di Roma, e, poi, sulla tangenziale. Ah, già, ieri c’è stata anche la manifestazione Sì ponte a Messina. Verrebbe da dire che, in fondo, tutte le manifestazioni del pensiero siano positive perché appunto espressione di partecipazione, ma purtroppo quello che ritorna da quella piazza è l’immagine dei vassalli che parlano ad un piccolo popolo afono. Avremmo voluto dire che erano pochi, ma che avrebbero potuto fare di meglio in futuro, ma abbiamo gli occhi troppo pieni della bellezza della piazza romana per rovinare quella sensazione con la tristezza di quella piazza ferma, bloccata, con lo sguardo in su, ad ascoltare piccoli reucci in una crisi di nervi. Redazione Sicilia
March 29, 2026
Pressenza
Roma, la marea umana dei “No Kings” invia l’avviso di sfratto al governo delle armi
Oggi Roma non ha messo in scena una semplice sfilata, ma ha dato voce al respiro potente di un Paese che non si arrende. Altro che i numeri ridimensionati dalla Questura o le piazze stanche descritte dai palazzi. La capitale è stata attraversata da una marea imponente, viva, determinata e straordinariamente gioiosa. Trecentomila persone — secondo gli organizzatori — hanno inondato il percorso da Piazza della Repubblica a San Giovanni, per poi continuare fino alla Tangenziale Est, trasformando il centro città in un caleidoscopio di resistenza. È stata la risposta più limpida e forte a chi pensava di poter recintare il dissenso. Una piazza straordinaria che ha gridato con una chiarezza accecante che questo governo non rappresenta più il Paese reale. Il resto, i tentativi di minimizzare dai palazzi del potere e i resoconti edulcorati delle veline ufficiali, è solo propaganda di regime destinata a infrangersi contro la realtà dei fatti. Dovremmo quasi chiedere scusa al Ministro Piantedosi, visto che oggi abbiamo rovinato il suo racconto horror. Per mesi, il Viminale e la destra di governo hanno seminato terrore su questa manifestazione, cercando di costruire una provocazione scientifica sulla pelle dell’opposizione sociale e politica. Hanno sperato in incidenti, hanno evocato scenari di guerriglia urbana, hanno alimentato una narrazione tossica nell’auspicio che qualche scontro potesse coprire il loro abissale fallimento politico e giustificare nuove strette autoritarie. Invece, quello che è andato in scena è stato uno spettacolo di democrazia dal basso: uno sfilare infinito di bandiere, cartelli colorati, palloncini, musica e striscioni creativi e ironici.   Il tentativo di strumentalizzare la sicurezza per colpire il dissenso è il segno della loro disperazione. Un potere che, non avendo più argomenti per convincere, prova a trasformare il conflitto sociale in un mero problema di ordine pubblico. Comportamenti che svelano una paura folle della partecipazione di massa. Questo governo sa di essere ormai bollito e reagisce con i riflessi condizionati del regime, cercando di marcare a uomo chiunque osi dare voce al malcontento. Il momento di massima tensione simbolica e politica si è consumato quando il fiume umano, non sazio della tradizionale conclusione a San Giovanni, ha deciso di proseguire la sua marcia. La testa del corteo ha percorso via dello Scalo di San Lorenzo e, con un’azione di straordinaria forza collettiva, ha effettuato un’invasione pacifica della Tangenziale Est. Vedere tante persone riprendersi l’asfalto della grande arteria stradale, intonando cori unanimi per chiedere le dimissioni del governo Meloni, è stata la dimostrazione plastica che il potere non può bloccare il desiderio di cambiamento quando questo si fa corpo e comunità. I manifestanti hanno trasformato un simbolo del traffico urbano in una tribuna politica a cielo aperto, ribadendo che non esistono “zone rosse” invalicabili per la volontà popolare. C’erano i movimenti, le associazioni pacifiste con i loro arcobaleni, le organizzazioni sindacali e politiche, tutti uniti in un unico grande abbraccio collettivo. Veder sfilare così tanti giovani — studenti medi, universitari, precari — è stata la smentita più bella a chi dipinge le nuove generazioni come apatiche. Erano loro il motore della piazza e dell’occupazione simbolica della Tangenziale, con la loro energia vivace, i loro cori contro il riarmo e la loro voglia di un futuro che non sia fatto di bombe e contratti a termine. Questa piazza non è un evento isolato, ma la continuazione diretta e il secondo tempo del voto referendario di pochi giorni fa. La clamorosa e bruciante batosta del NO, che ha trionfato con il 54% dei voti lo scorso 23 marzo, ha sancito ufficialmente la fine della legittimità politica di Giorgia Meloni. Milioni di persone hanno già sfiduciato il governo nelle urne, respingendo le controriforme autoritarie sulla giustizia e lo smantellamento dei principi costituzionali. La vittoria del NO non è stata un incidente di percorso, ma un giudizio politico netto, globale e devastante per il governo della destra. Meloni fa finta di niente, si rifugia nei videomessaggi social, ma la verità è che ha perso il consenso popolare nelle strade, nei luoghi di lavoro e nei territori che oggi hanno inondato Roma. Governa contro il Paese, aggrappata al potere solo grazie a un sistema mediatico compiacente che prova a nascondere la polvere sotto il tappeto. Mentre le famiglie lottano contro il carovita e l’inflazione, l’esecutivo continua a dilapidare miliardi nelle industrie belliche. La piazza di oggi ha respinto con forza questa economia di morte, ribadendo che i soldi devono andare alla sanità, ai servizi sociali e alla scuola, non ai cannoni. Il messaggio che parte da Roma è un grido che si salda con le lotte dei lavoratori e con l’opposizione al Decreto Sicurezza, uno strumento che vorrebbe rendere illegale il dissenso, ma che oggi è stato travolto dalla marea umana. Nonostante l’elicottero che sorvegliava il corteo e l’enorme spiegamento di forze di polizia, la piazza ha dimostrato che la democrazia vive nella partecipazione e non nelle caserme. Oggi da Roma arriva un avviso di sfratto che non può essere ignorato. Questo governo è minoranza nel Paese ed è politicamente finito. Continuare a governare in queste condizioni è un atto di arroganza istituzionale. Il Ministro Piantedosi, che ha cercato ossessivamente lo scontro mediatico fallendo miseramente davanti alla determinazione del corteo, dovrebbe fare mea culpa davanti al Paese. Meloni prenda atto della realtà, in quanto non ha più alcun mandato popolare reale. Se esiste ancora rispetto per la sovranità dei cittadini, l’unica strada è quella delle dimissioni immediate di tutto il governo delle armi e della precarietà. Il popolo ha già deciso. Il tempo dei “signori della guerra” è scaduto. La forza di questa piazza, capace di fermare la circolazione di una metropoli come Roma per rivendicare diritti universali, è la garanzia che il percorso di liberazione iniziato con le urne referendarie non si fermerà fino a quando il palazzo non sarà restituito alla volontà popolare. Foto di Mauro Zanella e Rete No Bavaglio Giovanni Barbera
March 28, 2026
Pressenza