Roma, la marea umana dei “No Kings” invia l’avviso di sfratto al governo delle armiOggi Roma non ha messo in scena una semplice sfilata, ma ha dato voce al respiro
potente di un Paese che non si arrende. Altro che i numeri ridimensionati dalla
Questura o le piazze stanche descritte dai palazzi. La capitale è stata
attraversata da una marea imponente, viva, determinata e straordinariamente
gioiosa. Trecentomila persone — secondo gli organizzatori — hanno inondato il
percorso da Piazza della Repubblica a San Giovanni, per poi continuare fino alla
Tangenziale Est, trasformando il centro città in un caleidoscopio di resistenza.
È stata la risposta più limpida e forte a chi pensava di poter recintare il
dissenso. Una piazza straordinaria che ha gridato con una chiarezza accecante
che questo governo non rappresenta più il Paese reale. Il resto, i tentativi di
minimizzare dai palazzi del potere e i resoconti edulcorati delle veline
ufficiali, è solo propaganda di regime destinata a infrangersi contro la realtà
dei fatti.
Dovremmo quasi chiedere scusa al Ministro Piantedosi, visto che oggi abbiamo
rovinato il suo racconto horror. Per mesi, il Viminale e la destra di governo
hanno seminato terrore su questa manifestazione, cercando di costruire una
provocazione scientifica sulla pelle dell’opposizione sociale e politica. Hanno
sperato in incidenti, hanno evocato scenari di guerriglia urbana, hanno
alimentato una narrazione tossica nell’auspicio che qualche scontro potesse
coprire il loro abissale fallimento politico e giustificare nuove strette
autoritarie. Invece, quello che è andato in scena è stato uno spettacolo di
democrazia dal basso: uno sfilare infinito di bandiere, cartelli colorati,
palloncini, musica e striscioni creativi e ironici.
Il tentativo di strumentalizzare la sicurezza per colpire il dissenso è il segno
della loro disperazione. Un potere che, non avendo più argomenti per convincere,
prova a trasformare il conflitto sociale in un mero problema di ordine pubblico.
Comportamenti che svelano una paura folle della partecipazione di massa. Questo
governo sa di essere ormai bollito e reagisce con i riflessi condizionati del
regime, cercando di marcare a uomo chiunque osi dare voce al malcontento.
Il momento di massima tensione simbolica e politica si è consumato quando il
fiume umano, non sazio della tradizionale conclusione a San Giovanni, ha deciso
di proseguire la sua marcia. La testa del corteo ha percorso via dello Scalo di
San Lorenzo e, con un’azione di straordinaria forza collettiva, ha effettuato
un’invasione pacifica della Tangenziale Est. Vedere tante persone riprendersi
l’asfalto della grande arteria stradale, intonando cori unanimi per chiedere le
dimissioni del governo Meloni, è stata la dimostrazione plastica che il potere
non può bloccare il desiderio di cambiamento quando questo si fa corpo e
comunità. I manifestanti hanno trasformato un simbolo del traffico urbano in una
tribuna politica a cielo aperto, ribadendo che non esistono “zone rosse”
invalicabili per la volontà popolare.
C’erano i movimenti, le associazioni pacifiste con i loro arcobaleni, le
organizzazioni sindacali e politiche, tutti uniti in un unico grande abbraccio
collettivo. Veder sfilare così tanti giovani — studenti medi, universitari,
precari — è stata la smentita più bella a chi dipinge le nuove generazioni come
apatiche. Erano loro il motore della piazza e dell’occupazione simbolica della
Tangenziale, con la loro energia vivace, i loro cori contro il riarmo e la loro
voglia di un futuro che non sia fatto di bombe e contratti a termine.
Questa piazza non è un evento isolato, ma la continuazione diretta e il secondo
tempo del voto referendario di pochi giorni fa. La clamorosa e bruciante batosta
del NO, che ha trionfato con il 54% dei voti lo scorso 23 marzo, ha sancito
ufficialmente la fine della legittimità politica di Giorgia Meloni. Milioni di
persone hanno già sfiduciato il governo nelle urne, respingendo le controriforme
autoritarie sulla giustizia e lo smantellamento dei principi costituzionali. La
vittoria del NO non è stata un incidente di percorso, ma un giudizio politico
netto, globale e devastante per il governo della destra.
Meloni fa finta di niente, si rifugia nei videomessaggi social, ma la verità è
che ha perso il consenso popolare nelle strade, nei luoghi di lavoro e nei
territori che oggi hanno inondato Roma. Governa contro il Paese, aggrappata al
potere solo grazie a un sistema mediatico compiacente che prova a nascondere la
polvere sotto il tappeto. Mentre le famiglie lottano contro il carovita e
l’inflazione, l’esecutivo continua a dilapidare miliardi nelle industrie
belliche. La piazza di oggi ha respinto con forza questa economia di morte,
ribadendo che i soldi devono andare alla sanità, ai servizi sociali e alla
scuola, non ai cannoni. Il messaggio che parte da Roma è un grido che si salda
con le lotte dei lavoratori e con l’opposizione al Decreto Sicurezza, uno
strumento che vorrebbe rendere illegale il dissenso, ma che oggi è stato
travolto dalla marea umana. Nonostante l’elicottero che sorvegliava il corteo e
l’enorme spiegamento di forze di polizia, la piazza ha dimostrato che la
democrazia vive nella partecipazione e non nelle caserme.
Oggi da Roma arriva un avviso di sfratto che non può essere ignorato. Questo
governo è minoranza nel Paese ed è politicamente finito. Continuare a governare
in queste condizioni è un atto di arroganza istituzionale. Il Ministro
Piantedosi, che ha cercato ossessivamente lo scontro mediatico fallendo
miseramente davanti alla determinazione del corteo, dovrebbe fare mea culpa
davanti al Paese. Meloni prenda atto della realtà, in quanto non ha più alcun
mandato popolare reale. Se esiste ancora rispetto per la sovranità dei
cittadini, l’unica strada è quella delle dimissioni immediate di tutto il
governo delle armi e della precarietà. Il popolo ha già deciso. Il tempo dei
“signori della guerra” è scaduto. La forza di questa piazza, capace di fermare
la circolazione di una metropoli come Roma per rivendicare diritti universali, è
la garanzia che il percorso di liberazione iniziato con le urne referendarie non
si fermerà fino a quando il palazzo non sarà restituito alla volontà popolare.
Foto di Mauro Zanella e Rete No Bavaglio
Giovanni Barbera