Commercio militare Italia-Israele “attivo, strutturato, politicamente protetto”
«Sulla base dei dati, emerge chiaramente che il commercio militare (dell’Italia
ndr.) con Israele è rimasto attivo, strutturato e politicamente protetto».
Dall’ottobre 2023 ad oggi, almeno 416 spedizioni legate all’ambito militare e
oltre 224 chilotonnellate di carburante originarie dall’Italia sono state
inviate in Israele
Ad affermarlo con assoluta certezza sono i ‘Giovani Palestinesi d’Italia’ (GPI),
organizzazione della diaspora araba e palestinese in lotta contro il sionismo.Il
loro report appena pubblicato (con il contributo di altre sigle
palestinesi), Made in Italy per l’industria del genocidio, entra nel dettaglio
delle spedizioni di armi, attrezzature per droni, carburante, forniture militari
e dual use.
Materiale inviato dal nostro Paese durante tutto il periodo del compimento del
genicidio contro Gaza.
«Questi trasferimenti includevano spedizioni dirette legate allo Stato, avionica
specializzata per aerei da combattimento, componenti per droni e sistemi
di guerra elettronica», si legge.
Armi, sistemi idraulici, carburante necessario a sostenere la mobilità e le
operazioni militari sono parte dell’export sotto accusa.
«Non si tratta di casi isolati, ma di anelli di una catena di approvvigionamento
continua e strutturata», scrivono.
> Un passaggio importante messo in luce dal report è proprio quello che riguarda
> il carburante abbondantemente fornito dall’Italia, e senza il quale la
> macchina della guerra non si muove.
Come scrivono i GPI: «non è un elemento secondario dell’offensiva israeliana
contro Gaza, ma una sua parte essenziale».
Il continuo accesso al carburante rimane una «necessità fondamentale» per
sostenere le operazioni militari di Israele a Gaza e nella regione circostante.
Le infrastrutture e l’energia sono anche parte integrante del progetto delle
colonie, poiché «la rete elettrica israeliana integra direttamente gli
insediamenti illegali e non li distingue dalle infrastrutture all’interno della
Linea Verde».
Il petrolio greggio è «un elemento fondamentale nella catena di
approvvigionamento di carburante militare di Israele.
Le raffinerie di Haifa e Ashdod trasformano il petrolio greggio in prodotti
energetici utilizzati in tutto il settore militare israeliano, tra cui
carburante per aerei e gasolio.
> Solo nel 2023, il Gruppo Bazan, che gestisce la raffineria di Haifa, ha
> prodotto 723 chilotonnellate di carburante per aerei militari».
A fronte di tutto ciò, se il coinvolgimento di aziende come Leonardo S.p.a,
Almaviva (azienda tecnologica con sede a Roma), Cyberdife (integrazione
tecnologica e consulenza in materia di sicurezza) e altre, è molto chiaro e
documentato, più opaco resta il contributo fornito da Eni ad Israele.
Chi ha inviato tutto quel carburante e come?
I GPI spiegano bene che
«sono state individuate diverse spedizioni segrete di petrolio greggio in
partenza dal porto italiano di Taranto, per un totale di 85,6 chilotonnellate,
dal luglio 2024».
Queste spedizioni, «analogamente a quelle turche di petrolio greggio individuate
a gennaio, hanno disattivato i propri localizzatori AIS per una parte del
viaggio, nascondendo la loro destinazione verso Israele».
Nonostante la multinazionale del gas e petrolio Eni si sia sfilata di recente da
un altro capitolo importante della predazione, quello del gas nelle acque di
Gaza, resta però un enorme punto interrogativo sul ruolo giocato nell’export di
carburante verso Israele.
Risulta infatti da altri report, che Eni avrebbe venduto 30mila tonnellate di
greggio allo Stato ebraico, estraendolo da un impianto in Basilicata: il Centro
Olio in Val D’Agri.
> Eni ribatte che il greggio prodotto lì «viene interamente destinato alla
> raffineria di Taranto per essere lavorato nei propri impianti».
Eppure l’accusa si basa su dati certi, citati anche da ReCommon: si tratta
dell’analisi condotta da Oil Change International e Data Desk contenuta nel
report “Behind the Barrell”.
Nel quale si denuncia il coinvolgimento di Eni nell’approvvigionamento
energetico di Israele durante il conflitto, tracciando le spedizioni di
petrolio dalla Val d’Agri.
Il 54% delle spedizioni di carburante verso Israele nel 2024 sarebbe avvenuto
dopo la raccomandazione della Corte internazionale di giustizia del 26 gennaio,
che ha richiamato gli Stati all’obbligo di prevenire il genocidio.
Eni si defila da ogni accusa, e diffida persino gli attivisti di ReCommon che
avevano riportato correttamente le notizie relative al suo coinvolgimento in
almeno tre ambiti, tra cui quello del riforimento di petrolio.
Tuttavia la complicità della multinazionale italiana dell’energia in questa
guerra (genocidio), sebbene meno evidente rispetto ad altre aziende militarmente
coinvolte, resta una delle incognite aperte e di certo ancora da indagare.
Fonte: Peace and war
Redazione Italia