La guerra passa dai nostri porti: il ruolo del porto di Piombino.
IL PROSSIMO 30 OTTOBRE SARÀ LA SECONDA GRANDE GIORNATA INTERNAZIONALE DI LOTTA
DEI PORTUALI CONTRO LA GUERRA, IL RIARMO E LA MILITARIZZAZIONE DEI PORTI.
Abbiamo riempito l’Arabia Saudita di armi. E oggi ci chiediamo perché la guerra
arrivi fin dentro i nostri confini.
Da circa un anno i carichi di armi, mezzi militari ed esplosivi movimentati
attraverso il porto di Piombino sono aumentati in maniera significativa. Quello
che per molto tempo è apparso come un fenomeno episodico si è progressivamente
trasformato in una presenza ricorrente.
Tra la fine di marzo e i primi giorni di aprile 2026, nel pieno dell’escalation
militare tra Stati Uniti, Israele e Iran e del coinvolgimento dei Paesi della
regione, la nave Capucine, utilizzata dal Ministero della Difesa italiano,
arriva nel porto toscano.
Grazie a una segnalazione veniamo a conoscenza del possibile carico e,
soprattutto, della destinazione: il porto di Gedda, in Arabia Saudita. Una
destinazione che, per quella nave, rappresentava una novità.
Mentre arrivavano le consuete rassicurazioni da parte di alcuni esponenti vicini
ad ambienti militari e imprenditoriali — «sono armi italiane che servono
soltanto per semplici esercitazioni» — l’Unione Sindacale di Base decide di
rivolgersi immediatamente alle autorità competenti e invia un esposto urgente
alla Procura della Repubblica di Livorno, alla Capitaneria di Porto, all’Agenzia
delle Dogane, alla Guardia di Finanza e all’Autorità di Sistema Portuale.
Nell’esposto USB segnalava che la Capucine, battente bandiera maltese, sarebbe
entrata nel porto di Piombino per effettuare il carico di:
* cartucce;
* detonatori;
* bombole di azoto;
* batterie;
* TNT (tritolo).
La destinazione indicata era il porto di Gedda, in Arabia Saudita.
Nell’esposto USB evidenziava inoltre come l’Arabia Saudita fosse direttamente
coinvolta nello scenario di conflitto e come non risultasse, sulla base delle
informazioni disponibili in quel momento, la presenza di un contingente militare
italiano nel Paese tale da giustificare quel tipo di trasferimento.
Da qui nasceva un interrogativo preciso: quel materiale era destinato realmente
a esigenze delle forze armate italiane oppure era diretto verso altri apparati
militari impegnati nello scenario mediorientale? Non era un interrogativo
teorico.
Come Unione Sindacale di Base proclamammo lo sciopero nel porto di Piombino in
concomitanza con le operazioni di carico e partecipammo al presidio delle Donne
in Nero, uno dei pochi soggetti che, insieme al sindacato, ha continuato a
denunciare pubblicamente il traffico di armi nello scalo piombinese. Alla fine
la Capucine caricò il materiale e partì verso l’Arabia Saudita.
E proprio nei giorni in cui la nave arrivava a Gedda, la Presidente del
Consiglio Giorgia Meloni si recava a sua volta nella città saudita, dove
incontrava il primo ministro Mohammed bin Salman.
Di fronte a quella vicenda, nessuno degli enti preposti ritenne necessario,
almeno pubblicamente, aprire un’indagine o fornire chiarimenti.
Da un episodio a una rotta. Quello che accadde con la Capucine non rimase un
episodio isolato.
Da marzo in poi sono stati diversi i carichi di materiale bellico partiti da
Piombino verso il Medio Oriente, con il coinvolgimento sia della Capucine sia
della nave Severine.
Una dinamica documentata anche dall’inchiesta della giornalista Linda Maggiori,
che ha ricostruito le rotte e la crescente frequenza degli scali delle due navi.
Nel frattempo, però, le informazioni sono diventate sempre più difficili da
ottenere.
Le navi hanno iniziato in diversi casi a rendere più difficile il loro
tracciamento attraverso lo spegnimento dei transponder. Alcuni passaggi sono
stati segnalati davanti alle coste israeliane, prima della prosecuzione della
navigazione verso il Canale di Suez, o nella direzione opposta.
L’Agenzia delle Dogane, inoltre, non ha fornito le informazioni richieste sui
carichi e sulle destinazioni.
Un fatto che assume un peso particolare se letto alla luce di quanto messo nero
su bianco dall’Avvocatura dello Stato nel contesto del ricorso al TAR di Bologna
e della successiva udienza presso il Consiglio di Stato promosso da Linda
Maggiori: «nell’attuale contesto storico politico, in cui, come è a tutti noto,
è in corso una guerra mondiale “a pezzi” ed “ibrida” che coinvolge, tra gli
altri, anche l’Italia». Non stiamo dunque parlando di un problema astratto.
Stiamo parlando di porti italiani, di navi che trasportano materiale militare,
di rotte internazionali e di un Paese che dichiara di non essere parte dei
conflitti ma che, allo stesso tempo, è sempre più inserito nei meccanismi
logistici che consentono alla macchina bellica di funzionare.
L’ultimo carico della Severine è avvenuto poche settimane fa.
L’inchiesta di Linda Maggiori ha documentato proprio nel 2026 la crescente
frequenza degli scali delle due navi a Piombino e la presenza di materiale
bellico nello scalo toscano. I porti non sono neutrali quando trasportano la
guerra. È proprio da qui che dobbiamo partire.
Mentre il nostro Paese aumenta il proprio coinvolgimento nello scenario bellico
e mentre il riarmo diventa una delle priorità dichiarate dei governi europei, i
lavoratori portuali di Europa e Mediterraneo hanno deciso di rispondere con una
mobilitazione internazionale.
Il 30 ottobre sarà la seconda grande giornata internazionale di lotta dei
portuali contro la guerra, il riarmo e la militarizzazione dei porti.
La mobilitazione coinvolgerà organizzazioni sindacali di Francia, Grecia, Paesi
Baschi, Turchia, Marocco e Italia e rappresenterà lavoratori di oltre 40 porti
del Mediterraneo e dell’Europa.
A questa rete si è aggiunta anche ORSA Porti di Gioia Tauro.
Non è una semplice giornata di testimonianza. È una mobilitazione che nasce
dalla consapevolezza che i porti rappresentano uno dei nodi fondamentali
attraverso cui passano le merci, le risorse e anche gli strumenti della guerra.
Per questo i lavoratori portuali rivendicano che i porti non vengano utilizzati
per il trasporto di armi, munizioni, mezzi militari e truppe destinati ai teatri
di guerra. E rivendicano che le risorse pubbliche siano destinate ai bisogni
sociali, ai salari, alle pensioni, ai servizi pubblici e al lavoro, anziché
essere assorbite dai programmi di riarmo.
In Italia l’Unione Sindacale di Base è tra i promotori di questa giornata
internazionale, insieme ad ORSA Porti di Gioia Tauro.
Non basta denunciare. Bisogna fermare il meccanismo. Da troppo tempo la guerra
viene raccontata come qualcosa che accade lontano. Ma la guerra passa dai nostri
porti. Passa dalle navi. Passa dai lavoratori chiamati a movimentare quelle
merci. Passa dalle infrastrutture civili trasformate progressivamente in snodi
logistici della macchina militare. E passa anche dalle conseguenze economiche
che ricadono sulla popolazione: dall’aumento delle spese militari alla
sottrazione di risorse ai servizi pubblici, fino all’aumento dei costi
dell’energia, dei beni essenziali e soprattutto della benzina
Per questo non possono bastare i comunicati di denuncia. Non possono bastare le
dichiarazioni di principio.
La mobilitazione del 30 ottobre nasce dalla volontà di intervenire concretamente
su uno dei meccanismi che alimentano la guerra: la sua logistica. I lavoratori
non vogliono essere considerati semplicemente una parte neutrale della catena ma
dicono no alla movimentazione di materiale destinato ai conflitti. Vogliono
poter esercitare il diritto all’obiezione di coscienza quando il proprio lavoro
viene utilizzato per alimentare una guerra. Vogliono che i porti rimangano
luoghi di lavoro e non diventino basi operative della militarizzazione.
È una posizione che comporta anche dei rischi. Significa, per un lavoratore,
esporsi alle pressioni delle aziende, a possibili conseguenze disciplinari e al
rischio di perdere il proprio posto di lavoro.
Per questo il 30 ottobre non sarà soltanto una giornata contro la guerra.
Sarà soltanto la prima tappa di un percorso che dovrà portarci nuovamente in
piazza, in massa, per fermare tutto ancora una volta.
Una nuova stagione di scioperi, mobilitazioni e di conflitto.
Unione Sindacale di Base