Giornalisti palestinesi uccisi a Gaza e minorenni israeliani arruolati nelle milizie di coloni
“L’immagine è presente, la penna è presente, la voce è presente e i volti sono
presenti, nonostante tutte le perdite, il dolore e la stanchezza”: questo il
testo del cartello che ieri i giornalisti hanno esposto dove un anno fa venivano
assassinati Anas Al-Sharif, corrispondente di Al-Jazeera, i reporter Mohammed
Al-Khalidi e Mohammed Qariqa e i cameramen Mohammed Noufal, Ibrahim Zahere e
Mo’men Aliwa.
Il 10 agosto 2025 un raid aereo israeliano ha bersagliato la tenda adibita a
postazione stampa di fronte all’ospedale Al-Shifa di Gaza City, colpendo
l’obiettivo mentre i sei giornalisti stavano svolgendo il proprio lavoro.
Filmati d’archivio mostrano che il drone israeliano ha sparato il missile pochi
istanti dopo che nella tenda erano rientrati Qariqa e Zahere, che avevano appena
trasmesso una diretta a cui erano presenti anche Al-Sharif, Nawfal e Aliwa.
Nato nel 1996 nel campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza,
Anas al-Sharif è stato una delle figure di spicco del giornalismo palestinese a
Gaza. Ha trasmesso immagini di bombardamenti, sfollamenti e fame da ospedali,
strade e rifugi nonostante sapesse di essere nel ‘mirino’ dell’IDF,
pubblicamente minacciato da alti ufficiali israeliani.
Poco prima di venire assassinato aveva scritto: “Queste minacce sono continue e
persistenti, compresi i tentativi di intimidamento da parte dell’esercito di
occupazione per impedirmi di trasmettere queste immagini. Ma questo è il mio
dovere, e sto diffondendo le immagini con la massima professionalità e
credibilità”.
Con bombardamenti mirati, dall’ottobre 2023 a oggi a Gaza Israele ha ucciso 262
giornalisti, per la maggior parte palestinesi. Di altri 3 non si sa più nulla da
quando sono ‘spariti’, inghiottiti nei campi di concentramento israeliano nel
deserto del Negev.
E oggi, all’alba, le forze di occupazione israeliane hanno demolito la casa del
contadino palestinese Farouq Ramadan, ucciso nel suo terreno nei pressi del
villaggio di Tell, a sud-ovest di Nablus, dove era stato attaccato dai coloni
ebrei israeliani armati e, riuscito a strappare il mitra dalle mani di uno dei
suoi aggressori, aveva colpito a morte due soldati intervenuti a supporto dei
coloni.
Questa sparatoria, in cui sono stati uccisi anche Farouq Ramadan e suoi 3
cugini, è stata oggetto di molte polemiche e uno scandaloso servizio del
giornalista RAI Giovan Battista Brunori che mostrava l’attacco terroristico
palestinese definendo i coloni armati degli ‘escursionisti’.
Un nostro contatto a Tell ha riferito che prima delle squadre del genio militare
sono intervenute le forze israeliane supportate da decine di veicoli militari.
Le truppe hanno fatto irruzione nel villaggio e costretto decine di famiglie
palestinesi ad evacuare le proprie abitazioni, quindi circondato l’area intorno
alla costruzione, un edificio di tre piani, che hanno minato e fatto esplodere.
GAZA – Saba Naeem Abdullah al-Hashash, tredicenne, è deceduta ieri a causa delle
ferite riportate in seguito ai colpi di artiglieria israeliana nella zona di
al-Mawasi, a Khan Younis. Diversi civili palestinesi sono rimasti feriti dai
colpi di artiglieria israeliana a Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza.
Nostri contatti locali hanno riferito che l’artiglieria israeliana ha bombardato
diverse aree di Khan Younis, al-Bureij e Beit Lahia. Veicoli militari israeliani
hanno aperto il fuoco anche nella zona di Qizan Rashwan, a sud di Khan Younis.
Secondo i rapporti del ministero della sanità, il numero totale di palestinesi
uccisi dall’11 ottobre, data dell’accordo di Sharm Sheikh, è salito a 1.259, con
4.139 feriti e 807 corpi recuperati da sotto le macerie.
EMERGENZA UMANITARIA – Il sistema di trasporto e spedizione nella Striscia di
Gaza è stato completamente paralizzato dalla distruzione, da parte di Israele,
delle infrastrutture stradali e di stoccaggio, dagli attacchi contro gli autisti
e dal blocco dell’ingresso di pezzi di ricambio. L’Organizzazione
euro-mediterranea per i Diritti Umani, che ha sede a Ginevra, ha affermato che
Israele sta attuando “una politica vendicativa volta a smantellare la catena di
approvvigionamento, dal momento in cui anche le poche merci e aiuti che entrano
attraverso i valichi non è possibile trasferirle all’interno per essere
distribuite alla popolazione”.
Prima dell’invasione israeliana, nella Striscia operava una flotta di circa
1.200 camion, che coprivano i bisogni della popolazione in termini di cibo,
medicine, carburante, foraggio, materiali da costruzione e altri beni di prima
necessità. Solo circa 400 camion sono sopravvissuti ai bombardamenti e alla
distruzione israeliani, di cui circa 100 si sono guastati a causa
dell’impedimento dell’ingresso di pezzi di ricambio, pneumatici, oli e batterie,
così che il numero di camion attualmente operativi è solo di circa 300, ovvero
il 25% della dimensione della flotta precedente.
CISGIORDANIA – Ieri, lunedì 10 agosto, le forze di occupazione israeliane hanno
lanciato una campagna di arresti contro 25 palestinesi, tra cui nel
governatorato di El-Khalil (Hebron) un giornalista del campo di Al-Fawwar, e in
concomitanza alla dichiarazione del villaggio di Al-Taybeh “zona militare
chiusa” hanno effettuato raid e demolito due case.
Nostri contatti locali hanno riferito che a Taybeh i coloni insediati nei
terreni della comunità di Ka’abneh hanno attaccato attivisti internazionali per
la solidarietà e che venerdì il villaggio è stato anche teatro di un attacco da
parte dei coloni contro i suoi abitanti.
I palestinesi della zona vivono in uno stato di paura e apprensione, poiché la
scena di giovani coloni che assaltano i loro villaggi, supportati dall’esercito,
diventa sempre più frequente. Questa operazione sistematica mira a stringere la
morsa intorno a loro e a costringerli ad abbandonare le loro terre, nell’ambito
di una continua espansione degli insediamenti volta a modificare la composizione
demografica della Cisgiordania, con una sostituzione etnica, cacciando i nativi.
Un residente, che per timore di ritorsioni ha preferito rimanere anonimo, ha
espresso il timore che “l’occupazione ci ucciderà o ci costringerà a lasciare le
nostre case, come ha fatto con le nostre famiglie”, una scena che riflette la
realtà quotidiana di paura e oppressione vissuta dai palestinesi nella zona.
Il ruolo dei coloni è combinato con le attività militari, con l’obiettivo di
deportare coercitivamente la popolazione nativa. I testimoni palestinesi
intervistati hanno confermato che i coloni arrivano armati e scortati
dall’esercito.
Un’indagine ha rivelato una rete organizzata che persegue gli obiettivi degli
insediamenti nella città di Deir Jarir e nelle aree circostanti a nord-est di
Ramallah.
MINORENNI ARRUOLATI NELLE MILIZIE DEI COLONI – Un rinomato leader, considerato
il padre spirituale del movimento dei “giovani coloni delle colline” e risiede
su una collina che domina migliaia di dunam, recluta minorenni per compiere atti
di intimidazione che hanno costretto gli abitanti della città di Yanoun alla
deportazione forzata.
Per quanto riguarda la provenienza di questi ragazzi, un’inchiesta spiega che
sono adolescenti “ribelli contro le loro famiglie” o “affetti da difficoltà di
apprendimento”. Il Ministero dell’Istruzione israeliano ha istituito per loro un
programma chiamato Terapia nella Natura, che prevede il loro impiego sulle
montagne della Cisgiordania. In seguito, il Ministero della Difesa israeliano ha
adottato un altro programma chiamato Forza del Cuore, che mira a valorizzare le
potenzialità di questi ragazzi e a fornire loro supporto educativo e
terapeutico, arruolandoli nelle milizie che attaccano i villaggi palestinesi.
L’inchiesta documenta un addestramento militare estenuante dei minorenni tra le
colline e le valli della Cisgiordania, comprese esercitazioni di attacco e
controllo, guidate da un ufficiale dell’esercito israeliano che pubblica video,
diffusi sui suoi profili personali, in cui appare in uniforme militare e si
vanta apertamente, dalla cima delle colline, di ciò che sta facendo, invitando
gli altri a non “perdere l’occasione” e a partecipare a “questa missione”.
Le dichiarazioni di alcuni leader dei coloni confermano che stanno lavorando per
preparare una generazione che “formerà un esercito più capace di controllare il
territorio ed espellere chiunque non sia uno di loro”, rivelando una strategia a
lungo termine volta a consolidare il controllo dei coloni attraverso successive
generazioni di minori addestrati militarmente.
Gli osservatori dei diritti umani sottolineano che questi programmi offrono
protezione legale ai minorenni di fronte agli organismi internazionali, poiché
la loro giovane età viene sfruttata come scudo per eludere le proprie
responsabilità. Nel frattempo, l’intero sistema israeliano è responsabile
dell’organizzazione e della direzione di questa violenza, ponendo questi ragazzi
in prima linea negli attacchi contro i nativi palestinesi.
ANBAMED