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Brasile. Bolsonaro e Lula sono testa a testa, secondo i sondaggi
Diciannove giorni dopo che i sondaggi hanno negato quasi tutti i sondaggi, Flávio Bolsonaro ha poco più di un punto dal vantaggio che aveva preso al primo turno. Il senatore del Partito Liberale (PL) ha concluso il 4 ottobre con quasi due punti di vantaggio su Luiz Inácio Lula da […] L'articolo Brasile. Bolsonaro e Lula sono testa a testa, secondo i sondaggi su Contropiano.
October 22, 2026
Contropiano
Brasile. Il ballottaggio sarà tra Lula e la Casa Bianca
Dopo un’elezione combattuta segnata da geopolitica e alto astensionismo, ci sarà un secondo turno in Brasile. Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente di estrema destra imprigionato a Brasilia per un fallito colpo di stato nel gennaio 2023, ha ottenuto il 47,06% dei voti contro il 45,13% di Luiz Inacio Lula da […] L'articolo Brasile. Il ballottaggio sarà tra Lula e la Casa Bianca su Contropiano.
October 17, 2026
Contropiano
Elezioni in Brasile: un bivio
Il risultato uscito dalle urne la sera del 4 ottobre nelle elezioni brasiliane è stato del tutto diverso dalle previsioni dei sondaggi di indirizzi e metodologie differenti. Ne è emerso un Paese sconosciuto, abitato da masse ignote assorbite da una destra estrema che ha fagocitato ampie aree del centro destra e del centro. Al momento risultano definitivamente eletti gli organismi legislativi della Federazione e degli Stati e alcuni governatori, mentre parte di questi ultimi e il Presidente della Repubblica andranno al ballottaggio il 25 ottobre. Particolarmente preoccupante per la tenuta democratica e istituzionale è il prevalere di Flavio Bolsonaro (con il 47,07% dei voti validi) su Lula (con il 45,12%). Per valutare le conseguenze, nelle istituzioni e nel Paese, di queste elezioni occorrerà vedere quale dei due candidati presidenti prevarrà. Qui mi limito, dunque, ad alcune informazioni sullo stato delle cose, rinviando a un secondo momento scenari e interpretazioni privi oggi di riscontri reali. Due fatti dominano su tutti. Il primo riguarda i governatori degli Stati. Nello Stato di San Paolo l’esponente di destra Tarcísio de Freitas è stato rieletto al primo turno con il 62,65% dei voti validi e il maggiore collegio del Paese, con 46 milioni di abitanti, incide molto sul risultato complessivo. In altri 19 Stati il governatore è già assegnato, con il successo dell’estrema destra nella regione Sud. In solo tre unità prevale la sinistra. Mancano sette Stati, fra cui Rio de Janeiro, pesantemente contaminato dalle milizie, che andranno al ballottaggio. L’onda lunga dell’antipolitica è giunta anche in Brasile con 33 milioni di astensioni, mentre 3 milioni 700.000 schede sono risultate nulle e 2 milioni 300.000 bianche. Quindi il suffragio di 40 milioni, pari a un quarto degli aventi diritto al voto, non è entrato nel computo. Un brutto panorama, dunque, che si conferma nella composizione delle assemblee legislative. Va tenuto anche presente che i governatori hanno potere esecutivo sulle polizie militari e civili degli Stati, corpi armati (molto armati), propensi alla gestione repressiva dell’ordine pubblico caro alle destre. Il secondo fatto ormai consolidato è la composizione del Senato, di cui sono stati rinnovati due terzi, cioè due eletti per ogni Stato. Si è rafforzato l’obiettivo prioritario dell’area bolsonarista di controllare questo ramo del Parlamento. Perché? Perché alla Camera alta sono attribuiti dalla Costituzione poteri su importanti passaggi istituzionali (deposizione del presidente, dei giudici del Tribunale Supremo Federale e di alti quadri giudiziari e amministrativi, nonché convalida di nomine di prerogativa del Presidente della Repubblica) che spesso richiedono una maggioranza di due terzi, cioè a 54 voti necessari su 81, al fine di evitare che il Senato blocchi provvedimenti già approvati dalla Camera e che sia alterato l’impianto istituzionale). Il Partito Liberale/PL, di cui fa parte la famiglia Bolsonaro, inoltre, intende imporre un’amnistia per i condannati del tentativo di colpo di Stato dell’8 gennaio 2023 rendendo di fatto del Parlamento, titolare del potere legislativo, un revisore delle decisioni giudiziarie (in questo caso delle sentenze dell’odiato Tribunale Supremo Federale). Anche la Camera dei Deputati si è ulteriormente spostata a destra. In teoria si può pensare che gli elettori abbiano scelto il proprio candidato in base al programma depositato da ciascuno di loro presso il Tribunale Superiore Elettorale/TSE, un documento vincolante al di là di semplici promesse di campagna. Scorrere tali programmi consente di cogliere la divergenza insanabile fra i due percorsi proposti. Probabilmente pochi elettori hanno avuto conoscenza di questi testi, che tuttavia si può immaginare che saranno presenti nel confronto delle prossime settimane. Provo, quindi, a riassumere e confrontare le posizioni espresse da Lula e Flavio, l’uno l’opposto dell’altro. Il progetto di Lula ha come filo conduttore la difesa attiva della sovranità e delle risorse naturali e la riduzione delle diseguaglianze, che in Brasile sono enormi e radicate in tutti i versanti, economico, culturale, sanitario, razziale, religioso, di genere e di età. Giustizia tributaria, reindustrializzazione, durata e qualità della giornata lavorativa, programmi sociali per alimentazione, casa, educazione, impegno instancabile per la salute pubblica universale sono i temi dominanti. Il progetto di Flavio è molto tecnologico, nel senso che prevede il ricorso all’informatizzazione per risolvere nodi fiscali, catastali, amministrativi nei servizi pubblici, sanitari, del ciclo scolastico obbligatorio: un’azione quantitativa il cui risultato dipende da ciò che viene imputato. I punti centrali sono equilibrio fiscale, controllo del costo del lavoro e “resistenza alla Repubblica sindacale”, ordine pubblico attraverso repressione primitiva (castrazione chimica, abbassamento dell’età penale a 14-16 anni, riconoscimento facciale capillare, omologazione fra criminalità organizzata e terrorismo). Anche i luoghi nei quali i due schieramenti svolgono la propria campagna elettorale sono diversi. La compagine di sinistra/centro sinistra si rende visibile soprattutto con comizi, manifestazioni (l’ultima molto partecipata a San Paolo il 3 ottobre), incontri nei luoghi di lavoro, nelle piazze ecc. L’alleanza di destra/centro destra ha i suoi canali di organizzazione in buona parte attraverso le infinite parrocchie neopentecostali che controllano in modo severo non solo il comportamento dei propri aderenti, ma anche, e forse soprattutto, le loro opzioni e azioni politiche (oltre a vigilare con meticolosità sulla decima obbligatoria). La criminalità organizzata indirizza i voti dei territori nei quali ha influenza, ovviamente con la minaccia e l’uso della brutalità. Le forze armate al momento tacciano, ma non è dato sapere quale vento soffia nelle caserme. Potente è la capacità della destra di usare le reti e gli influencer, spesso giovani violenti urlanti e vuoti e quindi facilmente assimilabili, che drenano milioni di voti. Non è una novità, poi, che la stampa di proprietà di grandi gruppi privati appoggi sempre le posizioni meno o per niente democratiche e sociali. Ma se non si è parlato di programmi durante il periodo elettorale di che cosa si è parlato? Le prime settimane di propaganda sono state dominate dall’esplosione di una profonda crisi nel Tribunale Supremo Federale, attizzata da una serie di iniziative anomale di alcuni giudici volte a proteggere Flavio dalle ricadute di un possibile enorme illecito finanziario che lo minaccia da vicino. Le settimane successive hanno visto una novità importante, cioè il ritorno sulla scena pubblica, dopo una lunga non innocente assenza, della Chiesa cattolica attraverso il suo massimo organo, la CNBB/Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani, con esplicita difesa dell’indiscutibilità della democrazia. Gli aventi diritto al voto sono i cittadini e le cittadine brasiliane, ma altri si prendono la libertà di partecipare. Mi riferisco ovviamente agli Stati Uniti e in scala minore all’Europa nella sua espressione UE. Il governo Trump intende dominare in modalità coloniale l’intera America Latina e ha delegato la funzione all’imbroglione maniacale Marco Rubio. Il sequestro di Maduro è stato il lancio di tale progetto, ma interferenze più discrete si sono ripetute nelle elezioni degli Stati affacciati sul Pacifico (Perù, Colombia, Equador, Honduras) e anche nella continentale Bolivia. Tuttavia lo sforzo maggiore di condizionamento è stato ed è applicato al Brasile per il suo peso regionale. Qui la campagna elettorale statunitense contro il governo è iniziata a luglio 2025 con dazi alle stelle, sanzioni ad personam contro alti magistrati, minacce intorno ai processi contro i golpisti, sospensione di visti (cose tutte documentabili con date, numeri, attori). Una seconda ondata di misure similari è stata lanciata a distanza di un anno nel luglio agosto 2026. Per tutto il periodo il governo Trump/Rubio ha coltivato rapporti privilegiati e di protezione con il gruppo di autoesiliati variamente golpisti rifugiati negli Stati del sud degli Usa e ha promosso continui inviti e incontri ad alto livello con Flavio, vassallo portatore di promesse di fedeltà e tributi. Senza questa quinta colonna interna al Brasile il gioco statunitense sarebbe ben difficile. Per completare venerdì 2 ottobre, a meno di 48 ore dall’apertura delle urne, il Dipartimento di Stato con grandi annunci ha chiuso le sedi diplomatiche in Brasile dichiarando la situazione pericolosa. Anche l’Australia ha fatto lo stesso, sa il cielo perché. Una pressione psicologica rozza, un incitamento al panico senza fondamento. Delle normali elezioni sono dunque pericolose? In tutto il percorso di attacco alle istituzioni che il Brasile ha conosciuto in questi anni l’Europa ha brillato per omissione, fingendo di non vedere ciò che stava accadendo in America Latina. Valvassore pavido, l’Europa ha mandato un messaggio negativo al governo brasiliano sospendendo il 3 settembre 2026 (un mese e un giorno prima delle elezioni) l’importazione di proteine animali per motivi di controlli chimici. L’Italia, valvassino genuflesso, si è adoperata per ospitare sul proprio territorio personaggi con doppia cittadinanza già ampiamente condannati in Brasile per reati gravissimi. A San Paolo siamo nei primi giorni della primavera australe, con il compito immane di contenere un’onda avvelenata che vuole minare i pilastri di una fragile e incompiuta impalcatura democratica, costruita sulla difficile uscita da vent’anni di dittatura militare e sostenuta dalla Costituzione del 1988, imperfetta ma molto degna e minacciata. Un cielo caliginoso ammorba l’aria e, per riprendere una felice espressione del presidente Lula nel suo discorso in apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2026, siamo di fronte a un bivio: democrazia o mistificazione, dei corpi, dei luoghi, dei sogni.   Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
Elezioni presidenziali in Brasile: Bolsonaro in vantaggio, ma sarà ballottaggio con Lula
Si sono aperte nella mattinata di domenica 4 ottobre le urne per oltre 150 milioni di elettori brasiliani, chiamati a scegliere il nuovo presidente dell’ultimo grande Paese sudamericano rimasto ad arginare l’ondata del trumpismo. I candidati erano tredici, ma la vera partita si è giocata tra il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva e lo sfidante Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, attualmente agli arresti domiciliari con una condanna a 27 anni per tentato colpo di Stato. La campagna elettorale, svoltasi in un clima di scontro acceso e diretto tra i due candidati, ha visto Lula rilanciare un programma che sottolinea il ruolo centrale dello Stato per promuovere sviluppo e giustizia sociale, mentre Bolsonaro ha puntato molto sulle politiche securitarie e sull’austerità fiscale. Al primo turno, Bolsonaro ha staccato Lula di meno di due punti, fermandosi al 47% dei voti validi, al di sotto della soglia di maggioranza necessaria per evitare il ballottaggio. I due candidati si batteranno dunque al secondo turno, in programma il 25 ottobre. I risultati ufficiali del primo turno delle presidenziali brasiliane fissano l’affluenza al 78,92%, in leggero calo rispetto al 79,05% della precedente tornata elettorale, svoltasi nel 2022. Bolsonaro guida la corsa con il 47,03% delle preferenze, seguito dal presidente in carica Lula con il 45,16%. Dei tredici candidati, escludendo Bolsonaro e Lula, solo tre hanno ottenuto almeno un punto percentuale: lo scrittore Augusto Cury, del partito centrista Avante, ha ottenuto il 2,89%; Renan Santos, del partito di destra Missão, è arrivato al 2,24%; Ronaldo Caiado, del Partido Social Democrático, di centrodestra, si è fermato al 2,18%. In passato Avante ha appoggiato Lula nella coalizione di governo, ma Cury ha affermato che manterrà «il più assoluto silenzio riguardo a chi parteciperà al ballottaggio». Anche il candidato di Missão ha annunciato la neutralità del proprio partito, così come il leader del PSD, Gilberto Kassab. Il ballottaggio è previsto per il prossimo 25 ottobre e la corsa è ancora aperta. Lula ha proposto un programma che mette al centro il ruolo dello Stato nell’economia, mantenendo l’attuale cornice fiscale e puntando sugli investimenti strategici. Lula intende raggiungere la sovranità energetica promuovendo una spinta sulle fonti rinnovabili, ma anche rilanciando il colosso petrolifero del Paese, Petrobras. Propone inoltre il rafforzamento della sovranità nazionale, attraverso l’istituzione di un Consiglio Nazionale ad hoc e il potenziamento dell’infrastruttura nazionale dei dati. Il programma di Bolsonaro, invece, ruota attorno a una riduzione della spesa pubblica, una generale sburocratizzazione e una maggiore apertura ai mercati esteri, nell’ottica di attrarre investimenti. Bolsonaro promette inoltre un piano per semplificare la nascita di nuove imprese. Il programma del figlio dell’ex presidente è orientato anche verso una generale svolta securitaria e prevede, tra le altre misure, l’abbassamento dell’età per il riconoscimento della responsabilità penale, l’introduzione della castrazione chimica, e un generale inasprimento delle pene. La campagna elettorale tra i due candidati non ha visto sconti. Gli Stati Uniti sono stati inoltre particolarmente coinvolti, con l’amministrazione Trump accusata da esponenti del governo e dell’intelligence brasiliani di tentare di influenzare il voto a favore di Bolsonaro. Anche il rapporto con le piattaforme digitali è stato al centro di tensioni: a settembre Meta ha temporaneamente disabilitato gli annunci pubblicitari sul profilo Facebook di Lula, ripristinandoli poche ore dopo senza fornire una spiegazione. Parallelamente, un’inchiesta di Agência Pública ha rilevato che almeno 1.069 annunci con riferimenti a Lula o Flávio Bolsonaro sono stati finanziati in dollari durante la campagna elettorale, per un valore complessivo di almeno 120.800 dollari. Negli ultimi mesi, i rapporti tra Lula e Trump sono stati particolarmente tesi, anche a causa delle divergenze sulla politica commerciale e sulla regolamentazione delle piattaforme digitali. Trump ha invece mantenuto stretti rapporti con la famiglia Bolsonaro, e Flávio, suo alleato politico, ha incontrato il presidente statunitense alla Casa Bianca a maggio. Trump ha sempre mantenuto un rapporto di vicinanza con la famiglia Bolsonaro, maggiormente propensa ad aprire il mercato brasiliano agli investimenti statunitensi. Il Brasile è oggi uno dei pochi Paesi sudamericani – nonché il più importante – rimasti a opporsi manifestamente a Trump: negli ultimi anni, le tornate elettorali del continente hanno infatti visto affermarsi diversi candidati vicini al presidente degli Stati Uniti, anche in Paesi come la Colombia, precedentemente guidati da presidenti che mantenevano rapporti più conflittuali con Washington. La vittoria di Bolsonaro segnerebbe una svolta significativa per il continente, sempre più vicino a tornare a essere il «cortile di casa» degli USA. L'Indipendente
October 5, 2026
Pressenza
Il baratto che umilia la Costituzione
Il ritiro dell’emendamento sul ballottaggio ha svelato ciò che era già nell’aria: un accordo tra Fratelli d’Italia, Forza Italia e Roberto Vannacci. E forse il pacchetto prevede anche il sacrificio della Lega di Salvini, già in difficoltà per gli smottamenti interni. La rinuncia allo strumento che doveva emarginare Vannacci, in cambio della sua benedizione a Giorgia Meloni per il Quirinale. Il leader di Futuro Nazionale, sanzionato e sospeso dal ministro Crosetto, diventa l’ago della bilancia della destra. La legge elettorale contro la massima carica dello Stato. Disposti a tutto. Ora, con il premio di maggioranza monstre ormai cosa fatta, il sostegno di Vannacci minaccia di cancellare quel residuo di democrazia che il Paese conserva. Perché un premio così schiacciante, che consegna il Parlamento a una sola parte, realizza di fatto un premierato senza riforma costituzionale e cancella le istituzioni di garanzia. La forma resta parlamentare, la sostanza è presidenziale. Il Presidente della Repubblica, di fronte a una maggioranza così compatta, non avrebbe altra scelta che affidare il governo al candidato prescelto dalla coalizione relativamente vincitrice. L’indicazione politica diventa un vincolo, non un suggerimento. A parlare di “mera indicazione” al Capo dello Stato si omette un aspetto fondamentale: il Presidente, in quel sistema, non potrebbe discostarsene senza provocare una crisi istituzionale. È dunque una reticenza che nasconde la verità: il premierato di fatto è già qui, senza che nessuno abbia avuto il coraggio di discuterne pubblicamente, né di scriverlo in Costituzione. È un sistema che aggira la Carta costituzionale senza modificarla che nessuno sembra voler fermare. Il centrosinistra, in questo quadro, latita. Incapace di sfruttare il vantaggio potenziale che gli deriva dall’atteggiamento antisistema di Futuro Nazionale ed incapace di trovare una linea comune, si limita a guardare. E nel farlo, asseconda e legittima una deriva che pure blandamente denuncia, tra un’invocazione di primarie web e l’altra ai gazebo, senza mai dire quale sia la sua prospettiva politica. Né da una parte, né dall’altra conoscono la Vergogna ed è questo il segnale più grave. Gregorio De Falco
September 4, 2026
Pressenza
Juntos por el Perú: processo elettorale caratterizzato da gravi irregolarità
Nel corso di una conferenza stampa tenutasi oggi, il partito Juntos por el Perú, guidato dal candidato Roberto Sánchez, ha allertato la popolazione sulle gravi irregolarità che caratterizzano il processo elettorale e sul fatto che non sia stato “garantito il voto dall’estero”. Mentre lo spoglio dei voti è giunto al 99,4% e la candidata Keiko Fujimori rimane in testa grazie ai voti degli espatriati, si riscontrano irregolarità che devono essere rese note alla popolazione, investigate e spiegate dalle autorità competenti. MODIFICHE AL BALLOTTAGGIO L’avvocato di «Juntos por el Perú», Roy Mendoza, ha contestato il fatto che «sette giorni prima delle elezioni sia stato ordinato ai consoli all’estero di non digitalizzare né scansionare i verbali». Inoltre, «cosa ha spinto a trattenere i verbali in diversi paesi? Ad esempio, nel caso di Buenos Aires, dove abbiamo presentato un ricorso di nullità per 294 seggi. Buenos Aires, a 4 ore da Lima, con 9 voli giornalieri: perché i verbali sono stati trattenuti fino alle 22:00?», ha affermato. Inoltre, l’ONPE ha approvato in modo irregolare, per il ballottaggio, che il materiale fisico fosse inviato tramite valigia diplomatica «e altri mezzi», il che ha permesso che il materiale elettorale fosse trasportato senza le misure di sicurezza previste dalla Convenzione di Vienna, che esige inviolabilità, contenuto riservato e garanzia di trasparenza per il trasporto dei voti, con la corretta sigillatura e lacratura delle valigie diplomatiche. Le modifiche alla procedura includono anche «la presenza di funzionari consolari nei seggi, nel caso in cui i membri del seggio abbandonassero le proprie funzioni». «Pertanto, ciò costituisce per noi gravi irregolarità e giustifica il nostro ricorso di nullità. Per questo motivo, a partire da domani, affronteremo le udienze che non solo sono state programmate dalla Commissione Elettorale Nazionale (JNE) in merito alle nullità, ma anche in merito ai verbali contestati», ha sottolineato Mendoza. IL VOTO DALL’ESTERO NON È STATO PRESERVATO Da parte sua, l’avvocato Marco Zevallos ha precisato che «ciò che stiamo contestando non è il diritto dei peruviani e delle peruviane di esercitare il proprio voto fuori dal Paese; ciò che contestiamo è che le autorità – il Ministero degli Affari Esteri, l’ONPE, i consolati –, che avevano l’obbligo di garantire la salvaguardia di quel voto, non abbiano adempiuto alla loro responsabilità; e non bisogna dimenticare che il Ministero degli Affari Esteri fa parte del governo parlamentare, che, come sappiamo, è guidato dalla signora K». «L’ONPE ci ha informato che, su richiesta del Ministero degli Esteri, una settimana prima del ballottaggio ha disposto che non venisse scansionato alcun verbale. È legittimo nutrire seri dubbi sull’intero scrutinio che si è svolto all’estero? Considerando che tale disposizione dell’ONPE era limitata esclusivamente al voto dei peruviani all’estero, è legittimo che sussistano dei dubbi», ha affermato il membro del team legale. DIFESA DEL VOTO POPOLARE Alla conferenza stampa erano presenti anche Luzmila Ayay, tesoriera di «Juntos por el Perú», Analí Márquez, candidata alla prima vicepresidenza, e Brigida Curo, candidata alla seconda vicepresidenza. Luzmila Ayay ha illustrato la destinazione dei contributi solidali ricevuti dal partito da parte della popolazione, finalizzati alla presentazione di ricorsi di nullità dei seggi elettorali. Grazie ai contributi solidali, «è stato possibile sostenere la difesa del voto popolare, presentando ricorsi in appello relativi a richieste di annullamento dei seggi elettorali a Lima Metropolitana e negli Stati Uniti, ottenendo l’accoglimento del primo ricorso in appello per l’annullamento di 1.751 seggi a Lima». Ayay ha sottolineato: «L’importo totale raccolto ammonta a S/787.599,00, risorse che hanno permesso l’acquisto di 744 tasse, per sostenere i ricorsi presentati in difesa della volontà popolare». I conti bancari e il portafoglio digitale Yape utilizzati per la campagna di raccolta fondi saranno messi a disposizione dell’ONPE e saranno chiusi con atto notarile. MARCIA PACIFICA QUESTO VENERDÌ 19 Da parte sua, il candidato presidenziale di Juntos por el Perú, Roberto Sánchez, ha affermato: «Cambiare le regole del gioco, rendendo meno rigida la catena di custodia, con ritardi eccessivi nel trasporto, presumibilmente non nemmeno in valigie diplomatiche o consolari, ma come qualsiasi altro carico consolidato. Esigiamo rispetto e trasparenza, perché questo processo non è concluso». Ha inoltre annunciato che «domani, venerdì, si terrà una giornata di protesta per esigere giustizia elettorale, trasparenza e il riconoscimento della vittoria del popolo. La questione non è chiusa: hanno cercato di ignorare, nel rispetto del giusto processo, i ricorsi di impugnazione che alla fine sono stati ammessi, e nei prossimi giorni sono previste diverse udienze relative a tali ricorsi», ha concluso. Redacción Perú
June 19, 2026
Pressenza
Allarme “false flag” in Colombia, mentre la disinformazione parla di sospensione di Petro
A meno di due settimane dal decisivo ballottaggio presidenziale del 21 giugno, lo scontro politico in Colombia è sempre più polarizzato, in un paese che potrebbe vivere anche momenti di pericolosa escalation interna. Lunedì il candidato del Pacto Histórico, Iván Cepeda, ha diffuso un comunicato nel quale mette in guardia […] L'articolo Allarme “false flag” in Colombia, mentre la disinformazione parla di sospensione di Petro su Contropiano.
June 11, 2026
Contropiano
Colombia al ballottaggio tra estrema destra e Pacto Historico, che denuncia brogli
La polarizzazione della politica colombiana è stata sancita anche nelle urne, dal primo turno delle elezioni presidenziali svoltesi ieri. I risultati sono ancora preliminari, ma ormai piuttosto precisi, con la corsa alla successione di Gustavo Petro che si deciderà al ballottaggio del prossimo 21 giugno, e che vedrà sfidarsi l’estrema […] L'articolo Colombia al ballottaggio tra estrema destra e Pacto Historico, che denuncia brogli su Contropiano.
June 1, 2026
Contropiano
La candidata di sinistra Jeannette Jara vince il primo turno delle elezioni cilene in uno scenario molto sfavorevole per il ballottaggio
Con una percentuale di voti pari al 26,74%, la candidata comunista che rappresenta le forze socialdemocratiche e di sinistra ha sconfitto i candidati delle diverse forze di destra che domenica 16 novembre si sono affrontati al primo turno delle elezioni cilene. Tuttavia, tale percentuale non sarebbe sufficiente per competere al ballottaggio. Il 14 dicembre Jeannette Jara dovrà affrontare José Antonio Kast, che ha ottenuto il 24,07% in questo primo turno e che la sera di domenica ha ricevuto il sostegno esplicito di due dei candidati di destra, Johannes Kaiser (13,94%) ed Evelyn Matthei (12,62%), mentre il populista Franco Parisi ha dichiarato che consulterà virtualmente i suoi elettori per definire il suo sostegno al secondo turno. Quest’ultimo candidato ha ottenuto il 19,52% dei voti. D’altra parte, la candidata progressista non ha ricevuto parole di sostegno da nessuno dei candidati che potrebbero eventualmente unirsi a lei, come Harold Mayne-Nicholls, che rappresenta il centro e ha ottenuto l’1,27%, mentre i candidati di sinistra Eduardo Artés e Marco Enríquez-Ominami hanno ottenuto insieme l’1,85%. Sarà quindi un ballottaggio difficile, in cui i settori socialdemocratici e di sinistra dovranno raccogliere la sfida di vincere la contesa per formare un governo che promuova le trasformazioni sociali e migliori la qualità della democrazia e, allo stesso tempo, cerchi di frenare la possibilità che si imponga l’estrema destra. Tuttavia, già da ora tutte le previsioni annunciano la sconfitta e l’ingresso del Cile nel gruppo di Paesi come Argentina, Ecuador, El Salvador, Stati Uniti, Ungheria e Italia, dove si è instaurata una tendenza ultraconservatrice. Sono state le prime elezioni presidenziali e quelle per rinnovare la metà del Senato e l’intera Camera dei deputati e delle deputate con voto obbligatorio, dopo che le due consultazioni sul cambiamento della Costituzione hanno introdotto il voto obbligatorio. Coloro che non si sono recati alle urne subiranno multe considerevoli. Ciononostante, si sono verificati casi di assenteismo, voti nulli e schede bianche, i cui dati definitivi devono ancora essere resi noti. Nei prossimi giorni forniremo informazioni sul rapporto di forze che si stabilirà al Senato e alla Camera, dove al momento si registra una tendenza maggioritaria a favore delle forze di destra. Sulla base dei dati attuali, tra i deputati non sarebbero stati eletti i personaggi emblematici dell’umanesimo, come il presidente di Acción Humanista Tomás Hirsch; l’unica deputata rimasta potrebbe essere Ana María Gazmuri. I partiti politici che non otterranno almeno quattro deputati o il 5% dei voti saranno sciolti e per ricostituirsi dovranno ottenere un numero di iscritti tre volte superiore a quello finora necessario, imponendo una tendenza a ridurre il numero dei partiti invece della possibilità di arricchire la democrazia grazie all’incorporazione di nuove forze. In questa situazione si trovano diverse organizzazioni politiche che vedono a rischio la loro permanenza legale. Nei prossimi giorni forniremo informazioni più dettagliate sui risultati delle elezioni.     Pía Figueroa
November 17, 2025
Pressenza
Cile. Dal grigio al nero, come previsto…
La previsione di fondo fatta da noi, e anche altri in Cile, sul risultato di questa prima tornata elettorale per l’ elezione presidenziale si è rivelata giusta. L’esito non è stato perciò una sorpresa. Una vittoria della candidata governativa Jannette Jara di stretta misura sul Repubblicano Kast (26,8 contro 23,9). […] L'articolo Cile. Dal grigio al nero, come previsto… su Contropiano.
November 17, 2025
Contropiano