Elezioni in Brasile: un bivioIl risultato uscito dalle urne la sera del 4 ottobre nelle elezioni brasiliane è
stato del tutto diverso dalle previsioni dei sondaggi di indirizzi e metodologie
differenti. Ne è emerso un Paese sconosciuto, abitato da masse ignote assorbite
da una destra estrema che ha fagocitato ampie aree del centro destra e del
centro. Al momento risultano definitivamente eletti gli organismi legislativi
della Federazione e degli Stati e alcuni governatori, mentre parte di questi
ultimi e il Presidente della Repubblica andranno al ballottaggio il 25 ottobre.
Particolarmente preoccupante per la tenuta democratica e istituzionale è il
prevalere di Flavio Bolsonaro (con il 47,07% dei voti validi) su Lula (con il
45,12%). Per valutare le conseguenze, nelle istituzioni e nel Paese, di queste
elezioni occorrerà vedere quale dei due candidati presidenti prevarrà. Qui mi
limito, dunque, ad alcune informazioni sullo stato delle cose, rinviando a un
secondo momento scenari e interpretazioni privi oggi di riscontri reali.
Due fatti dominano su tutti. Il primo riguarda i governatori degli Stati. Nello
Stato di San Paolo l’esponente di destra Tarcísio de Freitas è stato rieletto al
primo turno con il 62,65% dei voti validi e il maggiore collegio del Paese, con
46 milioni di abitanti, incide molto sul risultato complessivo. In altri 19
Stati il governatore è già assegnato, con il successo dell’estrema destra nella
regione Sud. In solo tre unità prevale la sinistra. Mancano sette Stati, fra cui
Rio de Janeiro, pesantemente contaminato dalle milizie, che andranno al
ballottaggio. L’onda lunga dell’antipolitica è giunta anche in Brasile con 33
milioni di astensioni, mentre 3 milioni 700.000 schede sono risultate nulle e 2
milioni 300.000 bianche. Quindi il suffragio di 40 milioni, pari a un quarto
degli aventi diritto al voto, non è entrato nel computo. Un brutto panorama,
dunque, che si conferma nella composizione delle assemblee legislative. Va
tenuto anche presente che i governatori hanno potere esecutivo sulle polizie
militari e civili degli Stati, corpi armati (molto armati), propensi alla
gestione repressiva dell’ordine pubblico caro alle destre.
Il secondo fatto ormai consolidato è la composizione del Senato, di cui sono
stati rinnovati due terzi, cioè due eletti per ogni Stato. Si è rafforzato
l’obiettivo prioritario dell’area bolsonarista di controllare questo ramo del
Parlamento. Perché? Perché alla Camera alta sono attribuiti dalla Costituzione
poteri su importanti passaggi istituzionali (deposizione del presidente, dei
giudici del Tribunale Supremo Federale e di alti quadri giudiziari e
amministrativi, nonché convalida di nomine di prerogativa del Presidente della
Repubblica) che spesso richiedono una maggioranza di due terzi, cioè a 54 voti
necessari su 81, al fine di evitare che il Senato blocchi provvedimenti già
approvati dalla Camera e che sia alterato l’impianto istituzionale). Il Partito
Liberale/PL, di cui fa parte la famiglia Bolsonaro, inoltre, intende imporre
un’amnistia per i condannati del tentativo di colpo di Stato dell’8 gennaio 2023
rendendo di fatto del Parlamento, titolare del potere legislativo, un revisore
delle decisioni giudiziarie (in questo caso delle sentenze dell’odiato Tribunale
Supremo Federale). Anche la Camera dei Deputati si è ulteriormente spostata a
destra.
In teoria si può pensare che gli elettori abbiano scelto il proprio candidato in
base al programma depositato da ciascuno di loro presso il Tribunale Superiore
Elettorale/TSE, un documento vincolante al di là di semplici promesse di
campagna. Scorrere tali programmi consente di cogliere la divergenza insanabile
fra i due percorsi proposti. Probabilmente pochi elettori hanno avuto conoscenza
di questi testi, che tuttavia si può immaginare che saranno presenti nel
confronto delle prossime settimane. Provo, quindi, a riassumere e confrontare le
posizioni espresse da Lula e Flavio, l’uno l’opposto dell’altro. Il progetto di
Lula ha come filo conduttore la difesa attiva della sovranità e delle risorse
naturali e la riduzione delle diseguaglianze, che in Brasile sono enormi e
radicate in tutti i versanti, economico, culturale, sanitario, razziale,
religioso, di genere e di età. Giustizia tributaria, reindustrializzazione,
durata e qualità della giornata lavorativa, programmi sociali per alimentazione,
casa, educazione, impegno instancabile per la salute pubblica universale sono i
temi dominanti. Il progetto di Flavio è molto tecnologico, nel senso che prevede
il ricorso all’informatizzazione per risolvere nodi fiscali, catastali,
amministrativi nei servizi pubblici, sanitari, del ciclo scolastico
obbligatorio: un’azione quantitativa il cui risultato dipende da ciò che viene
imputato. I punti centrali sono equilibrio fiscale, controllo del costo del
lavoro e “resistenza alla Repubblica sindacale”, ordine pubblico attraverso
repressione primitiva (castrazione chimica, abbassamento dell’età penale a 14-16
anni, riconoscimento facciale capillare, omologazione fra criminalità
organizzata e terrorismo). Anche i luoghi nei quali i due schieramenti svolgono
la propria campagna elettorale sono diversi. La compagine di sinistra/centro
sinistra si rende visibile soprattutto con comizi, manifestazioni (l’ultima
molto partecipata a San Paolo il 3 ottobre), incontri nei luoghi di lavoro,
nelle piazze ecc. L’alleanza di destra/centro destra ha i suoi canali di
organizzazione in buona parte attraverso le infinite parrocchie neopentecostali
che controllano in modo severo non solo il comportamento dei propri aderenti, ma
anche, e forse soprattutto, le loro opzioni e azioni politiche (oltre a vigilare
con meticolosità sulla decima obbligatoria). La criminalità organizzata
indirizza i voti dei territori nei quali ha influenza, ovviamente con la
minaccia e l’uso della brutalità. Le forze armate al momento tacciano, ma non è
dato sapere quale vento soffia nelle caserme. Potente è la capacità della destra
di usare le reti e gli influencer, spesso giovani violenti urlanti e vuoti e
quindi facilmente assimilabili, che drenano milioni di voti. Non è una novità,
poi, che la stampa di proprietà di grandi gruppi privati appoggi sempre le
posizioni meno o per niente democratiche e sociali.
Ma se non si è parlato di programmi durante il periodo elettorale di che cosa si
è parlato? Le prime settimane di propaganda sono state dominate dall’esplosione
di una profonda crisi nel Tribunale Supremo Federale, attizzata da una serie di
iniziative anomale di alcuni giudici volte a proteggere Flavio dalle ricadute di
un possibile enorme illecito finanziario che lo minaccia da vicino. Le settimane
successive hanno visto una novità importante, cioè il ritorno sulla scena
pubblica, dopo una lunga non innocente assenza, della Chiesa cattolica
attraverso il suo massimo organo, la CNBB/Conferenza nazionale dei vescovi
brasiliani, con esplicita difesa dell’indiscutibilità della democrazia.
Gli aventi diritto al voto sono i cittadini e le cittadine brasiliane, ma altri
si prendono la libertà di partecipare. Mi riferisco ovviamente agli Stati Uniti
e in scala minore all’Europa nella sua espressione UE. Il governo Trump intende
dominare in modalità coloniale l’intera America Latina e ha delegato la funzione
all’imbroglione maniacale Marco Rubio. Il sequestro di Maduro è stato il lancio
di tale progetto, ma interferenze più discrete si sono ripetute nelle elezioni
degli Stati affacciati sul Pacifico (Perù, Colombia, Equador, Honduras) e anche
nella continentale Bolivia. Tuttavia lo sforzo maggiore di condizionamento è
stato ed è applicato al Brasile per il suo peso regionale. Qui la campagna
elettorale statunitense contro il governo è iniziata a luglio 2025 con dazi alle
stelle, sanzioni ad personam contro alti magistrati, minacce intorno ai processi
contro i golpisti, sospensione di visti (cose tutte documentabili con date,
numeri, attori). Una seconda ondata di misure similari è stata lanciata a
distanza di un anno nel luglio agosto 2026. Per tutto il periodo il governo
Trump/Rubio ha coltivato rapporti privilegiati e di protezione con il gruppo di
autoesiliati variamente golpisti rifugiati negli Stati del sud degli Usa e ha
promosso continui inviti e incontri ad alto livello con Flavio, vassallo
portatore di promesse di fedeltà e tributi. Senza questa quinta colonna interna
al Brasile il gioco statunitense sarebbe ben difficile. Per completare venerdì 2
ottobre, a meno di 48 ore dall’apertura delle urne, il Dipartimento di Stato con
grandi annunci ha chiuso le sedi diplomatiche in Brasile dichiarando la
situazione pericolosa. Anche l’Australia ha fatto lo stesso, sa il cielo perché.
Una pressione psicologica rozza, un incitamento al panico senza fondamento.
Delle normali elezioni sono dunque pericolose?
In tutto il percorso di attacco alle istituzioni che il Brasile ha conosciuto in
questi anni l’Europa ha brillato per omissione, fingendo di non vedere ciò che
stava accadendo in America Latina. Valvassore pavido, l’Europa ha mandato un
messaggio negativo al governo brasiliano sospendendo il 3 settembre 2026 (un
mese e un giorno prima delle elezioni) l’importazione di proteine animali per
motivi di controlli chimici. L’Italia, valvassino genuflesso, si è adoperata per
ospitare sul proprio territorio personaggi con doppia cittadinanza già
ampiamente condannati in Brasile per reati gravissimi.
A San Paolo siamo nei primi giorni della primavera australe, con il compito
immane di contenere un’onda avvelenata che vuole minare i pilastri di una
fragile e incompiuta impalcatura democratica, costruita sulla difficile uscita
da vent’anni di dittatura militare e sostenuta dalla Costituzione del 1988,
imperfetta ma molto degna e minacciata. Un cielo caliginoso ammorba l’aria e,
per riprendere una felice espressione del presidente Lula nel suo discorso in
apertura dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2026, siamo
di fronte a un bivio: democrazia o mistificazione, dei corpi, dei luoghi, dei
sogni.
Redazione Italia