Confindustria nautica e Guardia di Finanza firmano un memorandum, ma non lo rendono pubblico
Il 20 marzo 2026 è stato firmato a Roma un memorandum tecnico-operativo tra
Confindustria Nautica e Guardia di Finanza (GdF), che crea un quadro stabile di
collaborazione fra i due enti. Il nocciolo dell’intesa è rappresentato dalla
sinergia tra l’attività imprenditoriale della Confindustria e il presidio di
controllo dell’intera filiera del mare che la GdF rappresenta. Purtroppo il
testo dell’accordo non è stato reso pubblico – come spesso avviene nei memoranda
che coinvolgono settori delle Forze dell’Ordine – e, pertanto, non è possibile
farne un’analisi puntuale. Ciononostante i comunicati stampa dei due enti
firmatari ne lasciano intravedere le finalità principali.
Al centro del memorandum si trovano i previsti interventi congiunti in istituti
tecnici, ITS e Università, per promuovere l’economia marittima e la “legalità
imprenditoriale” nel settore: una scelta che prosegue nel solco della
militarizzazione dell’istruzione, come denunciamo da tempo con l’Osservatorio
contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Altri aspetti
riguardano l’organizzazione di attività promozionali e di orientamento per gli
imprenditori del mare – con la finalità di promuovere una maggiore integrazione
di filiera e un orientamento comune di massima degli interventi imprenditoriali
–, l’istituzione di un tavolo di confronto stabile semestrale fra le due parti
firmatarie e il contrasto ai traffici marittimi illeciti.
Viene da chiedersi se dietro un accordo di così alto livello non vi sia
dell’altro. Del resto il 17 dicembre scorso il Parlamento Europeo ha approvato
il pacchetto sulla mobilità militare dell’UE, che prevede l’ammodernamento delle
infrastrutture logistiche (in particolar modo delle ferrovie) per facilitare il
trasporto di mezzi militari e truppe. Pertanto la domanda è lecita: nell’accordo
è compresa la parziale riconversione delle infrastrutture portuali, e delle aree
logistiche antistanti le banchine, a fini militari?
L’Italia ha dei fondi da spendere in questo senso – provenienti dal Connecting
Europe Facility, facente parte dell’Action Plan 2.0 militare europeo – e, per
quanto oltre il 50% di questi sia destinato al trasporto su rotaia, una parte è
dedicata alle infrastrutture logistiche portuali e, in particolare,
all’adeguamento delle banchine al trasporto di mezzi militari pesanti e al
collegamento intermodale con il trasporto su strada e rotaia.1
Inoltre, esistono anche altri fondi dedicati ai porti; ad esempio quelli del
Pnrr,2 che serviranno a fornire energia elettrica da terra alle navi ormeggiate.
In conclusione: necessitiamo di conoscere il testo integrale dell’accordo, che
può essere tranquillamente richiesto da associazioni sindacali di categoria. Nel
frattempo il sospetto è la migliore arma che abbiamo ed è, senza ombra di
dubbio, più che motivato.
Emiliano Gentili, Federico Giusti, Osservatorio contro la militarizzazione delle
scuole e delle università
1 Redazione Trasporto Europa, European ports prepare for war, 9 Luglio 2025.
2 M3C2 – Investimento 2.3 “Elettrificazione delle banchine portuali (Cold
Ironing)”.
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