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Gioventù guerriera, rivoltosa e maranza davanti alla Ragione militare
GIOVENTÙ GUERRIERA Il giornalista Gianni Lannes, il guerriero della luce come troviamo scritto sul suo profilo, è, in questo caso, un cavaliere dell’Apocalisse. Il suo documentatissimo articolo sul rapporto fra la Benelli (https://benelli.it/it/) e la scuola superiore “Enrico Mattei” (ITIS di Urbino) dà conto del preoccupante intreccio fra le industrie delle armi e i percorsi di orientamento al lavoro nelle scuole superiori. Nell’ultima definizione formale, e ridefinizione sostanziale, la FSL (formazione scuola lavoro ex PCTO) collega esplicitamente i protocolli che siglano la collaborazione fra istituti scolastici e Forze Armate, le norme che consentono le amicizie con le aziende che producono morte, in modalità dual use o direttamente con il manufatto finito e pronto all’uso, di cui nelle pagine dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università quotidianamente ci occupiamo. Il blog su cui appare l’articolo di Lannes è quello della rivista «Su la testa!», voce del Partito della Rifondazione Comunista, quindi sarà facile tacciare la segnalazione come frutto del consueto estremismo di sinistra. Ma non potranno esserci smentite, il giornalista cita fatti e non fa astratte analisi (clicca qui per la notizia). Su questo sito si trovano numerosi articoli sul perverso rapporto fra il mondo dell’istruzione e quello del mercato del lavoro, cioè commercio, scambio impari fra forza lavoro e aziende di ogni tipologia (clicca qui per Vicenza; oppure qui per Grosseto; o anche qui per Pomigliano D’Arco; o qui per Bellano; o qui per Cagliari; infine qui per Livorno). Si delinea, analizzando il fenomeno della FSL, con chiarezza lapidaria in cosa consista lo sfruttamento, a diversi livelli, del capitale umano, opera di messa a valore nella catena di produzione capitalista dei corpi e delle menti, il lavoro vivo e le sue progressive trasformazioni in merce, diremmo con il Moro (Karl Marx). Sono parte di tale capitalizzazione non solo i nostri giovani ma, in funzione di manodopera di riserva anche coloro già più volte scartati, i licenziati, gli inoccupati/disoccupati, i cassaintegrati, i Neet (coloro che ormai non cercano più nulla, né a scuola né sul mercato). Il percorso scuola-lavoro non è formativo e orientativo nel senso a cui entrambe le parole dovrebbero fare riferimento. È un vicolo cieco, è la morsa che svilisce proprio la formazione come educazione libera durante un’età e in un luogo separati, dove sviluppare propri desideri e attitudini, senza adesione precoce al mondo adulto, in cui la scelta assomiglia oggi a un destino di classe a cui è impossibile sottrarsi. Orientare significa oggi insegnare un fiacco adattamento all’esistente, diversamente disegnato nell’immaginario collettivo e politico per i figli delle élite, gli ereditieri come furono chiamati in un classico saggio sociologico, analisi mai superata, neanche nei tempi migliori del benessere anni Sessanta e del riformismo anni Settanta, per quelli delle classi medie in decadenza, e per il vasto sottoproletariato, per i destinati alla maranza. Termine di odiosa fattura su cui tornerò (P. Bourdieu; J-C. Passeron, Les Héritiers. Les étudiants et la culture, Les éditions de minuit, Paris 1964). GIOVENTÙ RIVOLTOSA Mi sposto a monte del fenomeno e provo a guardare alla cornice politica, a quello sfaldamento del tessuto sociale che si legge sullo sfondo delle grandi manifestazioni e proteste giovanili in Francia, Spagna, Germania, Belgio. Vere e proprie rivolte. La repressione ferocissima che tenta di sedarle ne dà la dimensione, ne dice l’ampiezza e la paura che incutono ai governi. Diverse analisi le osservano a caldo, in primis nella stessa Francia, e in Italia. Il quotidiano Libération in numerosi articoli descrive la lenta cancellazione del futuro che i giovani avvertono, che le famiglie per loro temono presagendola vicina, già qui (https://www.liberation.fr/societe/education/ ; clicca qui). Presagio che trova attualizzazione nella difficoltà manifestata dai giovanissimi a stare a scuola, per i maggiorenni nelle università, quando nulla ha più a che vedere con quel patto fra salariati e capitale che aveva garantito le loro famiglie, il welfare, lo stato soccorrevole e destabilizzante il libero mercato, come lo hanno definito i portavoce del capitale. Non ci si può emancipare uscendo dalla casa genitoriale, il costo delle abitazioni è fuori dalla misura di qualsiasi salario, stipendio, economia famigliare. Abitare le grandi città è un lusso, abitare le campagne spopolate ugualmente. Anche in Italia non esiste un piano-casa credibile del Governo (si veda il decreto liquidato di recente, 2026), la bolla finanziaria legata al mercato immobiliare non è di fatto mai stata riassorbita, le Fondazioni Bancarie, le Casse Private di Previdenza, speculano. In Italia la Cassa Depositi e Prestiti che gestisce il risparmio dei lavoratori, gioca in borsa con i fondi finanziari (Altreconomia n. 294 luglio/agosto 2026 pp 14/21; clicca qui). A Roma si è sviluppata una sorta di concorrenza fra l’incerta politica abitativa del Governo e il Campidoglio, ma l’approccio sembra lo stesso a detta dei commentatori, fra alienazioni, acquisizioni, valorizzazione e deleghe ai fondi immobiliari (clicca qui). L’accesso al lavoro per una vita dignitosa, dunque equo nei tempi e nella erogazione del salario, che consenta di accedere a quella parte dell’economia fondamentale, non consumistica ma desiderante altro, oltre la giornata lavorativa, è un miraggio. La cultura è immessa nella soffocante retorica delle proposte del Life Long Learning, tutta la vita in formazione secondo le regole imposte dalle agende europee. Vivere nei Paesi con l’economia più avanzata non cambia la condizione se non si è già ricchi. Scrive Domenico Moro, che destra e sinistra puntano tutta l’attenzione alla voce del debito pubblico e la risposta è sempre la stessa, riduzione della spesa sociale, sulla sanità, sulla scuola, e dunque austerità. Austerità che non si cita quando si tratta di aumentare le spese militari (il Warlife!). Continuiamo a documentarne la crescita sulle pagine dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, è la sfida del sangue, potremmo definirla, quella che dall’alto delle presidenze e dei ministeri ci dicono che dobbiamo pur far affrontare ai nostri giovani. Se così esplicito è stato Emmanuel Macron, da noi passa la locuzione difesa totale, e il termine deterrenza, che altro non è  se non lo spavento che si induce come evitamento del rischio peggiore, clicca qui). Contrappunto all’analisi di Moro, è il commento di Lavinia Marchetti, con i profili dei giovani rivoltosi che, meglio che in qualsiasi altra lettura, testimoniano del disagio che è diventato rabbia (clicca qui). GIOVENTÙ ALLEVATA La storia del lavoro giovanile per formare e orientare a quello adulto, è lunga. Un interessante precedente della chiarezza ideologica con cui vengono macinati i destini sono le vecchie scuole aziendali. Le grandi imprese del nostro passato industriale allevavano i figli dei dipendenti, li addestravano nelle loro scuole, ne facevano operai, anche di élite, impiegati, fidelizzati alle sorti dell’azienda, in bona fide rispetto alla garanzia del lavoro, del salario. La FIAT, quando ancora stava sotto lo sguardo vigile del suo fondatore e dei suoi eredi diretti, com’è tipico delle imprese famigliari, operava la sua selezione mediante La Scuola Allievi FIAT e far entrare i propri figli era per gli operai un privilegio e una messa in sicurezza del futuro. Attiva dal 1922 al 1976, dopo cambi di sede e di indirizzo, oggi fa parte della musealità di Torino, città convertita dalla spericolata gestione familistica degli ultimi rami della dinastia di Giovanni Agnelli (padre e figlio), in una sorta di gioiello per turisti che non si spostano oltre il Quadrilatero, verso la povertà delle periferie e dell’hinterland, con le macerie lasciate dall’indotto ormai finito con la fine della grande fabbrica (clicca qui). Questa esperienza, anche se è anticaglia, ci segnala cosa significa rimanere prigionieri nella condizione sociale in cui si è nati e cresciuti. Del resto, la tanto citata formazione duale tedesca è proprio questo: si sceglie presto il proprio indirizzo di studi e quello segna il cammino obbligato (clicca qui). In Italia, per i giovani senza futuro, ci sono gli istituti tecnico-professionali in quattro anni, più eventuali due di inutili Accademy pensate per promuovere un Made in Italy arrivato al capolinea, e i percorsi di formazione scuola lavoro svolti ai danni anche delle poche ore rimaste alle discipline inutili. Quelle utili sono funzionali a conseguire le competenze STEM, quando va bene anche con la recente nobilitazione in STEAM, dove la A sta per arte e si capisce, la necessaria competenza alla creatività personale (clicca qui). Se il tirocinio lavorativo data da prima della Buona Scuola di Matteo Renzi e del suo Jobs Act (tutti ricorderemo il Primo Ministro illustrare alla lavagna di ardesia, gessetto alla mano), il gioiello della sua riforma è proprio l’alternanza scuola lavoro, capace di portare la scuola verso il mercato e sdoganarla dal vecchiume delle lavagne nere e della polvere di gesso e condurla verso il futuro radioso della tecnologia, dell’innovazione, su cui molto lavora oggi la quarta missione del PNRR. La normativa è cambiata più volte e ha diversamente regolato il tirocinio nell’extra scuola, portandolo nel giro di qualche anno al compimento del 15esimo anno, e con il suo ingresso nei curricola scolastici. Si occupano di fornire ragguagli su questo percorso innumerevoli agenzie di consulenza sui cui siti abbondano, in trasversalità, orientamento, eccellenza, valori dell’imprenditorialità (clicca qui ; oppure qui). Andrebbe letto Il sillabo per l’imprenditorialità che traccia il percorso virtuoso di una delle più inquietanti fra le otto competenze fissate dall’Europa e fatte proprie da INVALSI, INDIRE, enti e agenzie di formazione, Università e, ovviamente, scuole che ne fanno il perno dell’Offerta Formativa ai clienti-studenti (clicca qui). Imprendere, intraprendere un’impresa implica molte capacità trasversali, quelle competenze che rendono meritevoli di successo le azioni di cui il profitto è l’obiettivo. Spesso, molto spesso frustrato, come mostrano le aperture e chiusure delle start up negli ultimi anni. Bisogna essere abbastanza spregiudicati, bisogna avere le spalle coperte da redditi famigliari, bisogna essere competitivi. Del resto, le otto competenze fanno eco al Quadro Europeo delle Qualificazioni (EQF)  suggerito dalla raccomandazione della Commissione Europa nel 2008, fattosi norma con la circolare del 2017 e rinnovato in occasione del decimo anniversario nel febbraio 2018 (clicca qui). Per un commento politico al patto scellerato fra scuola e imprese rimando al paragrafo di Luca Malgioglio e Alessandro Giarrettino, tra l’altro in perfetto dialogo con gli altri contributi – origini del management, militarizzazione, scuola dei meritevoli – in un testo di recente pubblicazione (R. Leoni, R. Puleo, E. Walken, Cantiere Scuola. Scavare fra le macerie e ricostruire fra utopie, visioni e attrezzi per andare oltre, Aracne, Roma 2026 pp. 41-70). GIOVENTÙ MARANZA (INTERMEZZO SUL TAMARRO CHE DIR SI VOGLIA) Paolo insegna italiano in un istituto tecnico da poco nei ruoli dopo, nonostante i concorsi superati, essere stato parcheggiato per anni in graduatorie di precari mai esaurite. Condizione precaria, come instabile è quella dei colleghi, della Dirigente che vagheggia megaprogetti con ENI, dei ragazzi, per lo più maschi, che ancora non hanno capito perché devono andare a scuola e sono esempi di quella maranza a cui accennavo più su. “Metti via il cellulare! E non bestemmiare!”, “Prof, guardo la fine del film e metto via, giurowalla!”. Dialoghi ordinari fra altri decisamente feroci, risse che lasciano rancori, alleanze, rese dei conti, come fra si conviene fra gang. Il territorio, di cui tanto amano parlare le aziende e il Ministero del Merito, come luogo dalle tante opportunità lavorative, nel superamento del fantomatico mismatching fra scuola e mercato del lavoro, è la Motor Valley. Marchi: Maserati, Ferrari, Lamborghini. L’autodromo di Imola, il Motor Show, sulla via Emilia, zona di produzione di miti che hanno abitato l’immaginario collettivo degli italiani, dalla utilitaria per tutti della vecchia Fiat di Torino, alle auto per pochissimi, ai Suv di Stellantis, alla Tesla di Elon Musk. Le idiosincrasie del vecchio Ferrari, raccontate in film e biografie, la mitopoiesi dell’auto, petit objet @, Jacques Lacan in versione meccanica, droga-pharmakon come la Coca Cola. Scriveva Illich nel 1973 in “Convivialità”, divenuta oggi bibbia degli hacker in convivio amorevole con i loro dispositivi, che l’americano-medio dedicava 4 ore al giorno alla sua auto, prediceva l’attuale inversione mezzi-fini fra tecnica e vita, la conversione del soggetto in protesi della macchina. Malgrado le cifre sui carcinomi giustifichino il soprannome per l’automotive emiliana in Tumor Valley, malgrado le morti e gli incidenti nell’alternanza scuola -lavoro, oggi PCTO, i patti orientativi al lavoro fra scuola e aziende, competano in scala con i 1400 morti sul lavoro nel 2023, la pubblicità paesaggio-bucolico-auto-squalo-silenzioso, continua a nutrire l’immaginario dei giovani. Abbandoni, NEET, nuove schiavitù della logistica, sono solo numeri degli sfigati nei grafici, presto coperti da quelli sui titoli in borsa. Nessun ordine di scuola come quello dove lavora Paolo, rappresenta meglio la crisi attuale di scuola e società, degli istituti tecnici, su cui il ministro meritevole ha da tempo messo occhi e decreti: via l’insegnamento della storia, meno roba letteraria (sic), più compiti reali da svolgere nelle ore di orientamento e di alternanza, quattro anni di durata complessiva, si è detto. (Paolo La Valle, Gli automotivati. La love story tra scuola e motori, Alegre, Roma 2024). Odiare nel tamarro, nel maranza, la stessa età giovane. Anche gli alternanti sono divisi da una logica di classe sociale. Nei licei si va a lavorare in biblioteca, si preparano convegni e presentazioni di libri, si gironzola per le stanze di un ufficio (li ho visti all’ufficio delle entrate: non sapevano bene dove fossero finiti, nello sconcerto degli impiegati). A morire sulle impalcature, o per un incidente su un camion dove non avrebbero dovuto salire, sono i ragazzi dei tecnico-professionali. Ma, anche per le organizzazioni sindacali maggioritarie che mai hanno contrastato tali attività, è solo un problema di sicurezza sui luoghi di lavoro, di tutorato svolto bene a scuola e nelle aziende, nelle imprese che li ospitano. A un incontro organizzato a Roma proprio a ridosso di un grave incidente mortale durante una esperienza di alternanza, un giovane veneto mi ha detto che per lui è una fortuna andare qualche ora in un piccolo magazzino invece di stare a scuola, i padroni gli hanno offerto anche un lavoro estivo e lui e la sua famiglia ne hanno bisogno. Prima esco dalla scuola, prima guadagno i miei soldi. CONVERTIRE E RICONVERTIRE La riconversione industriale del nostro governo si può riassumere nella risposta che la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dato all’opposizione durante un confronto in aula sul caso ILVA: «se avevate un piano per l’ILVA potevate proporlo!». E c’è un elemento di verità in questa affermazione perché, se il combinato interministeriale Difesa, Politiche del Lavoro ha in mente una riconversione di quel che resta dell’industria dell’acciaio in produzione bellica, la sinistra non ha mai preso seriamente in considerazioni altre opzioni, né per Taranto, né per altre aree industriali del Paese (clicca qui; oppure qui). Intanto il mondo cattolico sembra più allertato. Il vescovo di Genova Marco Tasca ha incontrato i lavoratori, durante la fermata temporanea degli impianti di produzione a Cornigliano e a Novi Ligure di Acciaierie Italia, difendere le famiglie è un dovere, pare abbia dichiarato (clicca qui). Le famiglie le ha a cuore anche la Meloni, madre cristiana, nel momento in cui è convinta che il loro bene sia la difesa di uno straccio di lavoro, costi quel che costi, anche la salute, quando non la vita, dei figli. E, allora, meno male che esiste la possibilità di arruolarsi, di entrare in uno dei tanti corpi delle Forze Armate, magari anche come Alpini o Carabinieri, così legati ai territori dove sono ubicate le loro caserme. La carriera militare è roba forte per soggetti resi audaci da accademie durissime. Per uomini e donne, è ormai finita la discriminazione di genere, semmai si può lavorare a valorizzare le residue differenze nelle abilità affettivo-relazionali, ma sempre sotto la scorza dell’obbedienza giurata alla bandiera. In fondo, guidare un caccia o saper manovrare un drone è esperienza eccitante, la scuola militare è perfino lussuosa come la Nunziatella di Napoli o come le caserme costruite dalla COBAR (clicca qui). Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il 4 novembre non è la nostra festa! Appello dell’Osservatorio contro la militarizzazione
In questi giorni si stanno moltiplicando in tutto il Paese le circolari e gli inviti alle scuole per le iniziative legate alla celebrazione del 4 novembre come Giornata dell’unità nazionale e delle forze armate. Simili celebrazioni rappresentano un ulteriore passo in avanti rispetto al processo di normalizzazione della guerra e di marginalizzazione della cultura della pace che quotidianamente come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denunciamo. Si tratta a nostro avviso di una ennesima narrazione falsa ed edulcorata, che tace sulla violenza e sulle distruzioni della guerra, facendo leva su quegli interventi delle Forze armate – in occasione, per esempio, di calamità naturali – che in realtà potrebbero essere svolti da un altrettanto valido servizio civile. Un tentativo di far accettare supinamente alle nuove generazioni l’inevitabilità delle guerre, eludendo ogni forma di riflessione critica sul tema. Si profila quindi un altro 4 novembre che mira a portare dentro le scuole una forte ventata di nazionalismo, attraverso la retorica del compimento dell’unità nazionale, e di militarismo, facendo ricorso alla retorica del sacrificio: «si intende ricordare, in special modo, tutti coloro che, anche giovanissimi molto giovani, hanno sacrificato il bene supremo della vita per un ideale di Patria e di attaccamento al dovere: valori immutati nel tempo, per i militari di allora e quelli di oggi». Noi, proprio perché abbiamo il massimo rispetto per chi ha perso la vita nel corso del primo conflitto mondiale, pensiamo che la riflessione sul 4 novembre debba indagare i fatti storici, sottraendoli alla retorica militarista. Il nostro obiettivo è quello di “gettare” finalmente la guerra fuori dalla storia. Va innanzitutto ricordato che la Prima guerra mondiale fu per il nostro Paese una guerra di aggressione. Fu, infatti, l’Italia a dichiarare guerra all’Austria, dopo aver sottoscritto il Patto di Londra, un accordo con il quale Francia, Gran Bretagna e Russia assicuravano all’Italia, in caso di vittoria, l’espansione dei propri confini anche in territori in cui la popolazione italiana era in netta minoranza. Territori nei quali pochi anni dopo avvenne l’italianizzazione forzata ai danni di lingue e tradizioni autoctone. È di tutta evidenza che non si trattava tanto di completare il percorso risorgimentale verso l’unità nazionale, intriso anch’esso di massacri di popolazioni del Sud inermi e di false promesse di riforme sociali, quanto invece di riaffermare il carattere imperialistico di un’Italia che rivendicava il diritto all’occupazione e allo sfruttamento economico di altri Paesi, né più né meno di altre potenze coloniali europee. Contro questa narrazione a senso unico è fondamentale ricordare la diffusa opposizione di tanti soldati verso i comandi, che sfociò in diversi episodi di diserzione e renitenza alla leva con conseguenti condanne nei tribunali militari e decimazioni al fronte: circa 870mila denunciati, 350mila processi celebrati, 170mila condanne eseguite. La ferocia dei comandi militari, le decimazioni, le condizioni bestiali in cui i militari italiani si trovarono in trincea sono tutti elementi, ampiamente riconosciuti dalla storiografia, che devono di necessità entrare in una riflessione didattica attorno alla Prima guerra mondiale. Un conflitto che Papa Benedetto XV definì prima “un’orrenda carneficina” che disonora l’Europa e successivamente una “inutile strage”. Ci sono dunque fondati motivi per evitare una ricostruzione storica tanto acritica quanto appiattita sulla propaganda militarista odierna o, ancor peggio, retorica e bellicista, di questo tragico periodo storico. Soprattutto oggi, in un mondo ancora attraversato da numerosi conflitti, quello in Ucraina e quello che ha già visto il massacro di 42.000 palestinesi, compresi donne e bambini,, è necessario difendere e diffondere la cultura della pace per contribuire a realizzare il fine politico e storico della “pace perpetua” per l’intera umanità, così come prescritto nella nostra Costituzione. Nel contesto attuale, le celebrazioni del 4 novembre, Giornata dell’Unità nazionale e delle Forze armate, diventano, perciò, l’occasione per esaltare non solo il passato bellicista, ma il presente sostegno alla guerra. Così scriveva don Lorenzo Milani: «Era nel ‘22 che bisognava difendere la Patria aggredita. Ma l’esercito non la difese. Così la Patria andò in mano a un pugno di criminali che violò ogni legge umana e divina e, riempiendosi la bocca della parola Patria, condusse la Patria allo sfacelo». Non intendiamo, a cent’anni di distanza da quei tragici eventi, annacquare la storia e la storiografia nell’esaltazione acritica delle idee di patria e del dovere dentro un sistema di disvalori in cui il sacrificio della propria vita e l’annientamento del nemico vanno a braccetto con le malsane idee di vittoria e gloria perpetua. La guerra, qualsiasi guerra, è solo morte e distruzione. La guerra non ammette vincitori. Per tutte queste ragioni, e per molte altre osservazioni che potrebbero essere aggiunte, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università propone per il prossimo 4 novembre una giornata di riflessione e approfondimento, una giornata da declinare nelle forme che le realtà territoriali riterranno opportune, individuando luoghi e percorsi che possano contribuire a rimettere in discussione la “voglia di guerra” che attraversa le classi dirigenti, e non solo loro, del nostro Paese. Facciamo appello, in particolare, a tutte le persone che operano nell’ambito della formazione, ma non solo a loro, per la segnalazione di tutte le iniziative che vedono coinvolte le Forze Armate nelle scuole e delle università per diffondere la narrazione militarista legata alla celebrazione del 4 novembre. Invitiamo, inoltre, le realtà territoriali e le associazioni pacifiste, antimilitariste e nonviolente a mobilitarsi per di una giornata di studio, a scuola e fuori dalla scuola, atta a promuovere la cultura della pace per opporsi alla crescente militarizzazione di ogni spazio sociale. Per segnalazioni e contatti: osservatorionomili@gmail.com Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
On The Road (again) ad Agrigento: perché diciamo no alla scuola in divisa
A darne notizia è il portale del Ministero degli Interni, dal quale si apprende che si è tenuta ad Agrigento, sul finire del mese di Settembre, l’ennesima iniziativa del progetto “On The Road”, in collaborazione anche con il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (clicca qui per la notizia). L’iniziativa non è nuova e siamo intervenuti come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università in diverse occasioni (clicca qui). Il progetto nasce nel 2007 ed è stato realizzata in numerose realtà italiane. Lo schema è sempre lo stesso, a coordinare il tutto vi è la Prefettura tramite un Protocollo territoriale, che mette insieme istituzioni, enti e organizzazioni operative della provincia. Siamo davanti alla martellante propaganda securitaria, ma anche ad una mistificazione delle problematiche sociali. Non è affiancando un poliziotto, un agente di polizia municipale o un militare della guardia di finanza che i giovani prenderanno coscienza delle problematiche. Sono altri i percorsi di sensibilizzazione delle giovani generazioni, a partire dai bisogni reali e non da quelli indotti secondo una logica securitaria. Il progetto andrebbe definito con altre modalità e approcci pedagogici, non mettendo al centro della società il ruolo delle forze dell’ordine, le logiche securitarie, l’insieme di norme che ruotano attorno ai Decreti sicurezza. La sensibilizzazione su questi temi si rende necessaria, ma per aprire gli occhi ai problemi reali della nostra società: la sanità e l’istruzione, bisognosi di finanziamenti, la manutenzione del territorio, la salvaguardia dei beni comuni, da tempo soggetti ad abbandono o privatizzazione. Chi parla di rafforzare la cultura della legalità e della sicurezza dovrebbe adoperarsi per una sicurezza sociale, oggi negata da anni di politiche improntate a tagli e riduzione di spesa, mentre si scopre che la nuova manovra assegna ben 4,6 miliari di euro (+ 0,19% PIL). Progetti del genere offrono una visione ristretta e parziale del concetto stesso di legalità, soffermandosi sull’operato delle forze dell’ordine e mai su cause e conseguenze della illegalità. La presa di coscienza dei problemi reali non rientra negli obiettivi delle Istituzioni. Siamo alla ricerca dei comportamenti deviati senza mai comprendere quali siano i percorsi di cura. Vogliono formare i cittadini e le cittadine di domani, ma si stratta di cittadini e cittadine incapaci di affrontare criticamente le problematiche sociali, l’esatto contrario di quella cittadinanza attiva, critica e disobbediente a regole ingiuste. Screenshot Osservatorio contro la militarizzaiozne delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Pax Christi Pistoia: La pace si impara: smilitarizziamo le scuole
COUNICATO STAMPA Pax Christi Punto Pace Pistoia esprime preoccupazione per il coinvolgimento delle scuole pistoiesi nella Festa della Brigata Paracadutisti Folgore, prevista il 23 ottobre allo stadio Melani. La preoccupazione è ancora maggiore perché la manifestazione si svolge nell’anniversario della battaglia di El Alamein, combattuta nel 1942 dall’esercito dell’Italia fascista. Celebrare una guerra combattuta per gli obiettivi coloniali e razzisti del regime fascista è particolarmente grave, soprattutto quando si coinvolgono le giovani generazioni. La scuola deve essere un luogo di conoscenza, pensiero critico ed educazione alla pace, non uno spazio di celebrazione della cultura militare. Per questo Pax Christi si impegna, attraverso la campagna “Scuole smilitarizzate” e la partecipazione di Pax Christi Italia all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, a contrastare la presenza crescente del mondo militare nei luoghi della formazione. Crediamo che ragazze e ragazzi debbano essere educati ai valori della Costituzione, a partire dall’articolo 11: l’Italia ripudia la guerra. E’ importante studiare la storia per imparare a riconoscere le conseguenze della guerra, prevenirne le cause e costruire alternative alla violenza. Non crediamo che la guerra sia una soluzione inevitabile. Lavoriamo per la pace, il disarmo, la difesa civile nonviolenta e l’autodeterminazione dei popoli. Vogliamo una scuola che aiuti le nuove generazioni a costruire un futuro in cui i conflitti si affrontino con il dialogo, la diplomazia e la cooperazione, non con le armi. Educare alla pace significa scegliere la Costituzione, custodire la memoria storica per costruire alternative alla guerra. Pax Christi – Punto Pace Pistoia -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
L’Indipendente: L’esercito entra nelle scuole di Emilia-Romagna e Toscana per spingere i ragazzi ad arruolarsi
DI VALERIA CASOLARO SU L’INDIPENDENTE DEL 13 OTTOBRE 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Valeria Casolaro e pubblicato su L’indipendente il 13 ottobre 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in occasione dell’ingresso dei militari nelle scuole dell’Emilia-Romagna e della Toscana. «Conferenze, incontri formativi, orientamento e visite guidate: anche quest’anno, con l’appoggio degli Uffici Scolastici Regionali e Provinciali, l’Esercito prepara il proprio programma per formare i ragazzi all’interno delle scuole. La denuncia arriva dall’Osservatorio contro la Militarizzazione nelle Scuole: dopo la Toscana, anche l’Emilia-Romagna apre le porte ai militari per l’anno scolastico 2026-27. L’offerta formativa è strutturata e mirato a spingere sempre più giovani a valutare un futuro all’interno delle Forze Armate, tramite programmi differenti e specifici per ogni fascia d’età, in quello che l’Osservatorio ha definito un chiaro tentativo di reclutamento direttamente nelle scuole.…continua a leggere su www.lindipendente.online. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
A Salerno l’anno scolastico si inaugura con l’alzabandiera
A Salerno sono fermi al 17 marzo 1861 tanto che il 14 settembre 2026 presso l’Istituto di Istruzione Superiore “G. Galilei-R. Di Palo” l’anno scolastico è stato è inaugurato con l’alzabandiera, un gesto patriottico, in salsa militarizzata e impolverata da oltre un secolo e mezzo di retorica (clicca qui per le informazioni). L’evento ha visto la partecipazione di una rappresentanza del Reggimento “Cavalleggeri Guide” (19°) dell’Esercito Italiano che ha issato il Tricolore nel piazzale della scuola, sulle note dell’immancabile inno di Mameli. Alla cerimonia hanno preso parte circa 200 studenti e studentesse, insieme ai/alle docenti e al dirigente scolastico Emiliano Barbuto. Ci chiediamo se sia proprio necessario invitare l’esercito e inscenare con loro queste rappresentazioni solenni «per un momento – si legge sul sito istituzionale della scuola – dedicato alla riflessione sui valori civici, sulla responsabilità e sulla cittadinanza attiva». Sempre dal sito di legge, quasi fossimo, appunto, tornati indietro di 150anni, «il Comandante del Reggimento, Colonnello Andrea Enzo Gottardo Crivellotto, ha richiamato il valore simbolico della bandiera per tutti gli italiani e ricordato i caduti di tutte le guerre». Ma non finisce qui, perché il “Galilei-Palo” si propone anche come agenzia di collocamento/orientamento dei propri ragazzi e ragazze, sulla base di una sinergia che spazia dagli aspetti cultural-propagandistici («particolare attenzione è stata dedicata alla collaborazione tra Scuola ed Esercito, due realtà chiamate, nei rispettivi ambiti, a contribuire alla formazione delle nuove generazioni e alla diffusione dei valori di democrazia, Patria, pace e libertà») a quelli, appunto professionali, e lavorativi («nel campetto sportivo dell’Istituto è stato allestito un Info Point dell’Esercito, presso il quale personale qualificato del Reggimento ha incontrato gli studenti e illustrato le opportunità formative e professionali offerte dalle Forze Armate. L’iniziativa ha permesso così ai ragazzi di conoscere più da vicino l’Esercito, le sue attività e i diversi percorsi disponibili, trasformando la giornata inaugurale in un momento di incontro, orientamento e partecipazione»). Il sito richiama importanti e condivisibili concetti per un’agenzia formativa qual è un istituto secondario superiore: cittadinanza, responsabilità, senso di appartenenza alla comunità. In una società avviata verso l’economia di guerra e in presenza di conflitti che ci vedono, purtroppo, protagonisti in varie parti del mondo oppure conniventi, come nel genocidio in corso a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania, questi concetti risuonano come parole vuote e tragicamente ridondanti, per non dire false. Consigliamo al dott. Barbuto di tirar fuori dal cassetto della propria scrivania la “bussola pedagogica” del proprio Istituto e orientarla verso la parola “Pace” un termine meno di moda, ma che oggi merita più della parola Patria la “P” maiuscola. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il Comune di Rezzato (BS) parla il linguaggio della pace
Il Comune di Rezzato (BS) con il progetto “PratiCAA” (Comunicazione Aumentativa Alternativa) nelle mense, ma anche nei parchi pubblici, utilizzando simboli e immagini facili da capire per aiutare anche chi ha difficoltà di comunicazione, propone un linguaggio di pace. Si parte dunque dal presupposto che la “pace” si può insegnare: in fondo, molto semplicemente, è una modalità relazionale tra gli esseri umani che parte da una comunicazione tra di essi che evita il muro contro muro rappresentato, appunto, dalla guerra. Dal conflitto, inteso non come un’anomalia o una “malattia” della società, da evitare o reprimere, ma come una modalità relazionale accesa e vistosamente animata, o a volte comprensibilmente violenta, la cultura odierna propone, invece, il passaggio quasi ineludibile, al conflitto armato giustificandolo, spesso, con la banalizzazione del detto latino “si vis pacem para bellum“, (cioè “se vuoi la pace prepara la guerra”) ispirato da un passo dello scrittore romano Vegezio (IV-V secolo d.C.), che scriveva precisamente: “Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum“. Dopo le mense scolastiche, l’uso di questo linguaggio universale è stato esteso ai principali parchi gioco della città per rendere ogni spazio davvero accessibile (https://www.facebook.com/share/p/1Jo2JE7Qwh/). All’interno delle aree verdi (a partire dal Parco dei Giusti a Virle, per poi estendersi ai parchi Ferrari, Gennari e Donatori di Sangue) sono stati installati grandi pannelli descrittivi che utilizzano i simboli della Comunicazione Aumentativa Alternativa (CAA) (clicca qui). Attraverso riquadri colorati, icone e disegni universali affiancati al testo, i bambini e le bambine possono indicare facilmente i giochi che desiderano fare, esprimere stati d’animo (come divertimento, noia o paura) o comprendere al volo le regole dell’area giochi. L’iniziativa non è isolata, ma è il frutto di una stretta collaborazione tra il Comune di Rezzato (https://www.comune.rezzato.bs.it/area_letturaEvento/10531/pagsistema.html), l’Istituto Comprensivo di Rezzato (capofila di una rete nazionale per la CAA) e la cooperativa La Nuvola nel Sacco. Prima di arrivare nei parchi, la CAA era già stata introdotta con successo nelle mense scolastiche e sotto forma di libri accessibili (“inbook”) nella biblioteca comunale. Grazie a questo sistema, il gioco all’aria aperta diventa un’esperienza davvero democratica: non servono le parole per capirsi, basta un dito per indicare un simbolo e iniziare a giocare insieme. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle Scuole e delle Università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Contropiano: Una petizione contro la militarizzazione della formazione
DI TOMMASO MARCON SU CONTROPIANO DEL 29 AGOSTO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Tommaso Marcon, pubblicato su Contropiano il 29 agosto 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione alla petizione della campagna La conoscenza non marcia. «Dopo mesi di lavoro, in molti di loro si erano incontrati il 18 luglio per l’Assemblea Nazionale della Campagna (ospitata a Paestum dalle organizzazioni studentesche Cambiare Rotta e OSA, che ne fanno parte, presso il campeggio Sierra Maestra Camp). Erano presenti realtà come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, i comparti scuola e università dell’Usb, la sigla Sanitari per Gaza come quella di Antropolog per la Palestina, oltre che accademici di una decina di atenei italiani nell’incontro che ha lanciato questa proposta….continua a leggere su www.contropiano.org. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La guerra in testa. Contro la militarizzazione del pensiero di Davide Borrelli
DI DAVIDE BORRELLI, DOCENTE DI SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI E COMUNICATIVI PRESSO L’UNIVERSITÀ DEL SALENTO E A L’UNIVERSITÀ “SUOR ORSOLA BENINCASA” DI NAPOLI, PUBBLICATO IL 26 GIUGNO 2026 SU WWW.ZENODO.ORG IN COPYLEFT. Abstract Oggi l’Europa sembra conoscere solo il linguaggio del riarmo: ha la guerra in testa. La diplomazia tace e la politica si eclissa, mentre l’emergenza militare domina il discorso pubblico. Questo pamphlet denuncia la penetrazione della frenesia bellica nel nostro immaginario e nella nostra mentalità, svelando come abbia alterato percezioni, relazioni e politiche. Attraverso un’analisi culturale e sociologica, il testo smaschera la normalizzazione della guerra come risposta automatica alle crisi globali, mostrando come termini, concetti e narrazioni militariste deformino la realtà e anestetizzino la coscienza critica. L’Europa della pace si è trasformata in una fortezza, materiale non meno che simbolica. In un’epoca segnata dall’assuefazione alla minaccia e dall’esaltazione della “resilienza” come virtù bellica, questo libro lancia un appello radicale: disarmare il linguaggio per ricostruire un’antropologia della convivenza. Contro il ritorno delle “virtù guerriere” come fondamento del legame sociale, auspicato da certi intellettuali, è urgente ripensare il futuro partendo dalla mitezza dei giusti, dall’apertura all’altro e dal ripudio della guerra. Indice Premessa Verso una governamentalità bellica La fortezza Europa Nemici a noi stessi Un’occasione perduta, una possibilità da riscoprire La cura della pace Dalla persona al ruolo: la guerra come macchina di annientamento simbolico Normalizzare la guerra per governare l’instabilità Le trappole della deterrenza La banalizzazione della guerra e il nuovo “spirito” dell’Europa La guerrificazione discorsiva della società: un’analisi culturale Scomode rivelazioni Guerra di parole contro gli outsider L’università della pace e l’arte dei rapporti umani: la lezione di Virginia Woolf L’università della guerra La nuova scuola militarista La resilienza: da virtù economica a virtù bellica Armiamoci e partite! Potenza del neutro: per una politica di equivicinanza Il colore del grano: per una pedagogia della pace La sostanza di cui è fatta la pace: dalla tolleranza al desiderio L’etica silenziosa dei giusti Critica e clinica: disarmare il discorso, curare il mondo Fare orecchie da mercante nell’età del realismo bellicista Le sfide che ci attendono: un nuovo sguardo sul pianeta Riferimenti bibliografici > Chi scopre con piacere un’etimologia […] > Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. > Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo. > (Jorge Luis Borges, I giusti, 1981) > Per cui se servirà del sangue ad ogni costo andate a dare il vostro se vi > divertirà. > (Ivano Fossati, Il disertore, 1992) > Fino a quando penseremo di avere il monopolio del “bene”,  > fino a che parleremo della nostra civiltà come la civiltà, > ignorando le altre, non saremo sulla buona strada > (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, 2002) Premessa “Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa”. Sono le parole con cui lo scrittore maledetto per eccellenza, Louis-Ferdinand Céline (1934, p. 26), descriveva gli effetti della sua personale esperienza della guerra, a partire dal momento in cui, da giovane corazziere a cavallo, fu gravemente ferito a un orecchio combattendo nella prima guerra mondiale. A giudicare da come l’Europa ha gestito l’aggressione della Russia all’Ucraina, le derive genocidiarie di Israele a Gaza e, da ultimo, l’escalation in Medio Oriente, il Vecchio Continente sembra aver decisamente smarrito la capacità di immaginare soluzioni che non siano dettate dalla logica militare. Nella vicenda ucraina ha puntato quasi esclusivamente sul sostegno armato; nel caso di Gaza ha tollerato a lungo ciò che dichiarava di deplorare; di fronte all’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran si è mostrato assai più preoccupato delle ricadute economiche del conflitto che della tenuta del diritto internazionale. In qualche caso è arrivato perfino ad adottare atteggiamenti pilateschi che pretendevano di non condividere e insieme di non condannare. Se Céline ha descritto la guerra come un’ossessione che si insedia nella coscienza individuale, oggi potremmo affermare che è l’Europa tutta a essersi “beccata la guerra in testa”. Anzi, per sfruttare tutte le sfumature di senso connotate da una pittoresca espressione del dialetto partenopeo, sarebbe proprio il caso di dire che la comunità politica di cui siamo parte soffra ormai di una vera e propria sindrome della “guerra ‘n capa”. L’ossessione per la guerra si riflette anche in scelte simboliche apparentemente marginali, ma che si rivelano emblematiche del clima culturale che stiamo vivendo. È il caso, ad esempio, delle dichiarazioni rilasciate dal presidente della Regione Piemonte, che alla vigilia della Festa della Liberazione del 25 aprile del 2025 ha reso omaggio agli alpini caduti in Russia nella Seconda guerra mondiale, dicendo che si sarebbero sacrificati “per la nostra libertà”. Un’affermazione che suona quanto meno sorprendente visto che spaccia per eroico atto di difesa dei valori democratici quella che è stata in realtà una tragica campagna d’aggressione militare condotta da Mussolini e da Hitler. Sono cose che succedono, appunto, quando si ha la “guerra ‘n capa”. Da qualche tempo l’Unione Europea sembra preda di una fatale ebbrezza bellicista. La minaccia di un attacco russo, reale o presunta, monopolizza ormai il dibattito pubblico e orienta una quota crescente delle decisioni politiche. Mentre si precipita a condannare fermamente Putin, l’Europa resta invece sostanzialmente inerte di fronte alle stragi di Gaza. Ne è prova l’incapacità di raggiungere il consenso necessario per sospendere l’Accordo di associazione con Israele del 2000, per via del veto posto in particolare da Germania e Italia. Ma l’Europa ha la guerra in testa anche perché, a quanto pare, ha deciso di dare impulso alla propria stagnante economia trasferendo investimenti dalle infrastrutture civili a quelle militari e dirottando, in particolare, i Fondi di coesione (cioè quelli destinati a ridurre le disparità regionali fra i Paesi membri) verso l’industria delle armi, salvo poi piegarsi ai diktat di Trump e rassegnarsi a finanziare quella degli Stati Uniti nell’ambito dell’iniziativa PURL (Prioritised Ukraine Requirements List) promossa dalla NATO. E, infine, ha la guerra in testa soprattutto perché sta cercando in ogni modo di normalizzarla, di renderla un’opzione accettabile fra le altre. Lo fa, ad esempio, promuovendo fin dai programmi educativi la formazione di una cultura bellicista, ossia di una mentalità che giustifica l’uso della forza come risposta plausibile alle sfide del presente, spingendo opinione pubblica e istituzioni a considerare la guerra una componente normale dell’attuale ordine geopolitico e dei meccanismi di sicurezza degli Stati membri. Non si tratta più soltanto di una risposta militare, ma di una trasformazione profonda del nostro modo di essere e di pensare. Rispetto a politiche come questa, che mirano a mitridatizzarci e a sensibilizzarci alla guerra, c’è solo da constatare con rammarico quanto ci siamo allontanati e come sia stato letteralmente capovolto lo spirito dell’UNESCO, nella cui dichiarazione istitutiva si legge: “poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace”. Senza dubbio viviamo in un mondo agitato da molte e gravi tensioni internazionali, alcune delle quali noi Europei abbiamo in qualche misura contribuito a far esplodere per interesse, per insipienza o semplicemente per ignavia. Tuttavia, anche ammesso che la minaccia russa sia concreta e le preoccupazioni europee effettivamente fondate, siamo convinti che sia doveroso vigilare su come questo allarme venga interiorizzato e si vada traducendo in scelte politiche, culturali, simboliche e comunicative. C’è, infatti, un altro motivo per ritenere che la “guerra in testa” esprima la nostra attuale condizione di europei sull’orlo di un esaurimento di nervi. L’ossessione della guerra è un pensiero fisso che ci attanaglia e non lascia spazio ad altri pensieri: rivendica priorità assoluta e pretende attenzione esclusiva, fino a mettere in secondo piano ogni altra preoccupazione. D’altra parte, “tenere ‘a guerra ‘n capa” è una frase che si utilizza per descrivere uno stato di profondo dissidio interiore (un conflitto, una guerra appunto) tra impulsi opposti, tra un pensiero e il suo contrario. Ad esempio, se ne può considerare un tipico sintomo essersi a lungo aspettati l’imminente crollo militare della Russia per manifesta inferiorità e, poi, tutto ad un tratto e sfidando apertamente il principio di non contraddizione per cui una proposizione non può essere vera e falsa a seconda delle convenienze, correre precipitosamente a riarmarsi per paura di esserne invasi. Analogo atteggiamento schizofrenico emerge anche a proposito della mattanza dei civili palestinesi che Israele compie praticamente indisturbata: mentre si pretende il rispetto dei diritti umani e in qualche caso addirittura si proclama il riconoscimento dello stato di Palestina, non si disdegna di continuare a foraggiare Israele di armi e ad assicurargli copertura politica e giuridica in quanto starebbe in fondo facendo il “lavoro sporco” per noi, come ha candidamente ammesso il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Paradossi come questi evidenziano una tensione più generale che è emblematica della guerra che abbiamo in testa: il fatto è che il pensiero dominante della guerra stride con l’immagine edificante che coltiviamo di noi stessi e con i valori fondativi di quella che ci inorgoglisce considerare la nostraidentità democratica e civile. In questo atteggiamento c’è con tutta evidenza qualcosa di psicopoliticamente patologico, il che è anche il segno tangibile di una modernità divenuta ormai emotivamente “esplosiva” (Illouz 2024), in cui “molte delle principali caratteristiche istituzionali sono entrate in conflitto tra loro, creando profonde tensioni e contraddizioni nell’individuo” (p. 15). L’ansia, la frustrazione e la paura collettiva che ne derivano si riflettono e si amplificano a livello politico, alimentando un circolo vizioso che influenza in modo perverso le decisioni e le priorità della nostra società e finisce per convertire questioni politiche e diplomatiche in problemi esclusivamente militari. L’ossessione paranoica che oggi si concentra sul riarmo scaturisce da un dissidio lacerante tra due propensioni divergenti che si esprimono in orientamenti all’azione antitetici: da un lato, il nostro nuovo assetto di guerra e, dall’altro, la nostra tradizionale cultura di dialogo e di pace. Insomma, “’a guerra ‘n capa” è una sorta di mise en abyme: un’espressione così densa di senso da provocare una vertigine che rischia di farci venire essa stessa la guerra in testa. Ci restituisce l’immagine di un continente attraversato da tensioni profonde, sospeso tra ciò che teme, ciò da cui dice di difendersi, e ciò che, forse senza averlo davvero deciso in modo consapevole e democratico, sta pericolosamente diventando. È proprio su questo slittamento – silenzioso ma inesorabile e costante, come la classica bollitura della rana nella pentola a fuoco lento – che intendiamo provocare una riflessione critica. Oggetto di questo testo non è la guerra in sé, e nemmeno il riarmo militare: se sia giusto o sbagliato eticamente, adeguato o inefficace politicamente. Contro la narrazione egemonica che mira a persuaderci dell’inevitabilità del riarmo e a intrappolarci in un destino segnato dalla tensione bellica, è opportuno richiamare un celebre testo del pioniere della peace research Johan Galtung, dal titolo Ci sono alternative!. È un potente invito a ricordarci che anche nelle situazioni di conflitto che sembrano più compromesse e prive di vie d’uscita, esiste sempre, in realtà, la possibilità (e diremmo, la necessità) di immaginare una soluzione diversa. Un’affermazione di principio, quella dello studioso norvegese, che si pone evidentemente in netto contrasto con la filosofia che governa il nostro mondo, esemplificata dal motto thatcheriano there is no alternative, siache si applichi alla razionalità economica, sia a quella bellica. Lo stesso Galtung, al culmine della guerra fredda, metteva in luce come dietro conflitti presentati come inevitabili si celassero spesso le strategie delle superpotenze, interessate a innescare guerre per procura e di logoramento contro il proprio rivale. In una riflessione lucida che suona oggi particolarmente attuale si chiedeva: “forse l’intenzione è quella di mantenere sempre vivo il conflitto? Oppure può darsi che la superpotenza voglia tenere il conflitto lontano da se stessa e cerchi di ‘dividere costi e rischi’ alimentando e addirittura creando dei conflitti tra gli alleati di rango minore e l’altra superpotenza? E questa strategia non sarebbe esattamente in linea con quella delle basi avanzate, di modo che le superpotenze possano nascondersi dietro a stabili processi di formazione del conflitto tra i paesi di rango minore di entrambi gli schieramenti?” (Galtung 1984, p. 244). L’impressione è che, da parte della superpotenza americana, il conflitto in Ucraina costituisca una versione aggiornata di questa collaudata strategia da guerra fredda: non più, cioè, soltanto un tentativo difensivo di esternalizzare il conflitto e ripartirne i costi con gli alleati europei, ma un vero e proprio progetto di trarne profitto economico sfruttando un’emergenza militare, provocata o lasciata deliberatamente degenerare, per arginare l’enorme debito pubblico degli Stati Uniti verso l’estero. Le guerre che fino a pochi anni fa gli Stati Uniti caldeggiavano e intraprendevano in prima persona hanno rappresentato un costo che nel tempo si è rivelato finanziariamente insostenibile. Al contrario, la sfida militare contro la Russia di cui oggi il gigante americano indebitato spinge l’Europa a farsi carico, costituisce per esso un’imperdibile occasione di ricentralizzazione dei capitali, risanamento economico e riequilibrio della bilancia dei pagamenti (Brancaccio, Giammetti e Lucarelli 2022). Da questo punto di vista, la zelante e resistibilissima fascinazione dell’Europa per il riarmo fa venire in mente, purtroppo, l’improvvido atteggiamento di chi si innamora della corda con cui lui stesso è destinato a essere impiccato. Gli USA si arricchiscono vendendo a noi europei l’arsenale necessario per fare dell’Ucraina un “porcospino di acciaio” inattaccabile dalla Russia (per usare l’espressione di Ursula von der Leyen): il rischio tangibile del nostro avere la guerra in testa è di ritrovarci presto a dover fare i conti con costosissime armi sullo stomaco. Il trattamento sprezzante che Trump si sente autorizzato a riservare ai leader europei (compresa la sedicente  “pontiera” Giorgia Meloni) dipende senza dubbio dalla concezione imperiale delle relazioni internazionali che gli è propria, ma anche dalla postura servile che l’Europa non perde occasione di assumere di fronte alle priorità e agli interessi strategici degli Stati Uniti. Del resto, è quanto mai attuale il monito di Kant, “chi si fa verme non può poi lamentarsi di essere calpestato” (1797, p. 491). Oggetto del nostro discorso non è, in ogni caso, lo scenario economico e geopolitico che fa da sfondo al conflitto russo-ucraino. Più specificamente, ci interessa il riarmo culturale e comunicativo, ossia la “guerrificazione” del discorso pubblico e del senso comune che autorevoli opinion leader e intellettuali stanno attivamente promuovendo con sempre maggiore insistenza e forza persuasiva. È questo fenomeno a costituire, a nostro avviso, l’aspetto più significativo del cambiamento culturale in atto, della nostra personale e inquietante “guerra ‘n capa”. Non è tanto della guerra come conflitto combattuto che vogliamo parlare, dunque, né del suo carico di orrori e di disperazione. Neanche intendiamo discutere dell’opportunità geopolitica per l’Europa di perseguire il riarmo come primo embrione di una coscienza politica europea. Anzi, a scanso di equivoci, lo dichiariamo subito, crediamo che se come europei vogliamo davvero arrivare a dotarci di una reale ed efficace unione politica è necessario che la costruiamo su una serie di fattori condivisi tra i Paesi membri, come ad esempio una politica estera e un debito comune, un fisco unico, un sistema sanitario e un welfare che abbiano standard di funzionamento omogenei e da ultimo, come conseguenza di tutto ciò, eventualmente anche un sistema di difesa integrato e interoperabile. In mancanza di queste infrastrutture comunitarie, il rischio è di passare da un’Europa dei mercati a un’Europa in assetto bellico senza soluzioni di continuità. Ma lo ribadiamo, non è di questi aspetti propriamente politici che si occupa il libro. La nostra è un’analisi culturale e mediologica più che geopolitica (cfr. Bennato, Farci e Fiorentino 2023): accende i riflettori sul ruolo dei leader di opinione più che sulle decisioni dei leader governativi, si occupa di discorsi che danno forma al senso comune prima ancora che di decisioni che si concretizzano in specifiche linee di azione e programmi militari. Nostro obiettivo specifico è denunciare il riarmo delle parole e delle menti prima ancora che quello dei missili e dei droni. Intendiamo, cioè, analizzare e criticare ciò che definiamo come “guerrificazione” discorsiva della società, ossia la trasformazione, attivamente e ostinatamente perseguita, del nostro modo di essere e di pensare perché possa assecondare, sostenere e legittimare un assetto armato che si compatti intorno a una mentalità bellica. Ne è un esempio significativo la dichiarazione del segretario generale della NATO Mark Rutte del 15 gennaio 2025: “abbiamo piani militari solidi, la prontezza delle nostre forze è aumentata, le esercitazioni militari sono più grandi e più frequenti – ha spiegato l’ex premier olandese -. Tutto questo è essenziale, ma non è sufficiente per affrontare i pericoli che ci attendono nei prossimi quattro o cinque anni. Lo ripeto: per prevenire la guerra dobbiamo prepararci”. Occorrerebbe, a suo avviso, un urgente “passaggio a una mentalità di guerra”, insomma una vera e propria pedagogia bellicista con tanto di maîtres a penser e di intellettuali organici disposti a praticarla. Ecco un’efficace esemplificazione di ciò che definiamo guerrificazione discorsiva della società. Sul ruolo e sulla responsabilità degli intellettuali diremo in seguito, adesso è il caso di esaminare le ragioni della frenesia bellica che pervadono il Vecchio Continente. Scarica qui il pdf del testo completo di Davide Borrelli. 25 giugno 2026_la guerra in testaDownload RINGRAZIAMO IL PROF. DAVIDE BORRELLI PER L’INTERESSANTE LAVORO SULLA MILITARIZZAZIONE DELLA SCUOLA, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA SOCIETÀ CIVILE, IN CUI È STATO ANCHE CITATO L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Appello dell’Osservatorio contro la militarizzazione: «condividiamo iniziative didattiche per una Scuola di Pace»
PREMESSA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è un gruppo di scopo i cui obiettivi sono: 1. Monitorare e denunciare, attraverso specifiche segnalazioni, le attività militari nelle scuole di ogni ordine e grado, spesso agite nel silenzio complice e/o intimorito degli insegnanti e delle famiglie; 2. Mettere in luce la virata subita dalla ricerca universitaria verso le esigenze economiche, finanziarie, di controllo sociale dei grandi complessi dell’industria militare; 3. Aprire alla riflessione su temi attinenti il concetto di difesa della Patria (art 52 della Costituzione Italiana) ricontestualizzandolo nell’attuale situazione storica; 4. Offrire strumenti di lotta negli Organi Collegiali ai docenti e di opposizione alla presenza militare  ai genitori (si vedano sul sito il manifesto, l’elenco dei valori di riferimento, il Vademecum). 5. Sensibilizzare sui contesti di guerra nel mondo e, in particolare, sul genocidio che si sta consumando in Palestina. L’Osservatorio, al fine di una maggiore efficacia anche di studio delle situazioni segnalate, si è dotato di sottogruppi di lavoro che elaborano proposte su campi specifici (università, leva, genitori, eventi, ecc.). Uno di questi è dedicato alla raccolta, alla diffusione e allo studio di attività scolastiche, di cui sul nostro sito esiste già un piccolo archivio denominato “didattica”. È però necessario che non si archivino iniziative episodiche, ma esperienze capaci di capillarizzarsi fra docenti, famiglie, studenti, in grado di intaccare i paradigmi stessi delle discipline insegnate. Pertanto, è fondamentale tenere salda la barra politica che informa gli scopi dell’osservatorio. Serve elaborare un chiaro orientamento che riesca a incidere sulle scelte pedagogiche (quadro teorico relativo ai processi di educazione rivolti all’età evolutiva), sulle forme assunte dall’ideologia propria dell’agenda politica del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), definibili come orto-pedagogia o psico-istruzione. Per il MIM, attraverso indicazioni nazionali sui traguardi formativi, protocolli con le forze armate, note e circolari, si tratta di piegare abilità cognitive e affettivo relazionali (soft skills) al pensiero convergente, accettante la logica della difesa totale, interna ed esterna, l’obbedienza come postura etica, la negazione del dissenso. La premessa ci indica la necessità di evitare la confusione fra mezzi e fini, fra elementi valoriali e strumenti attraverso i quali si fa scuola. È altresì necessario sdoganare il politico dalla politica come ideologia e tecnica di governo, per ricondurlo al significato classico aristotelico: ciascuno di noi è animale politico, per il quale la facoltà di parola si deve tradurre in attività nella polis, attività capace di instaurare cambiamenti nel modello sociale in cui viviamo e operiamo. Una scelta di Vita activa, nella consapevolezza che l’azione è parola politica, non solo opera e lavoro (Hannah Arendt). Occorre che la didattica venga ridefinita come insieme degli strumenti, delle strategie, dei materiali di lavoro direttamente derivante dagli scopi su richiamati. L’EDUCAZIONE ALLA PACE, COME CAPACITÀ DI ELABORARE CONFLITTI FUORI DALLA LOGICA AMICO-NEMICO, LO SVILUPPO DEL SENSO CRITICO E ANTAGONISTA VERSO IL MODELLO DI SOCIETÀ CHE ALIMENTA I VENTI DI GUERRA, DEVE ESSERE CAPOSALDO DELLE INIZIATIVE DIDATTICHE. PROPOSTA Il gruppo di lavoro dell’Osservatorio che si occupa di didattica si è proposto di cominciare a raccogliere, archiviare, rendere fruibili proposte e progetti la cui condivisione, studio, discussione tra insegnanti permetta di ricostruire una riflessione pedagogica alternativa e di opposizione rispetto alla didattica del sistema, finalizzata a rafforzare l’ordine neoliberista e il suo apparato militare-industriale. La didattica promossa dal sistema neoliberista è quella che abitua gli studenti ai crediti, ai questionari e test a risposta chiusa, all’uso acritico della tecnologia, alla finalizzazione dello studio al mondo del lavoro  (o meglio del lavoro sfruttato), alla burocrazia insensata, alla militarizzazione della società. Un modello di scuola classista, militarista, sessista che ha come scopo quello di produrre individui privi di senso critico, anestetizzati e incapaci di immaginare mondi diversi e di agire per renderli possibili. A partire da questa analisi, il gruppo didattica dell’Osservatorio ritiene fondamentale entrare in relazione con chi quotidianamente porta dentro le aule scolastiche, e non solo, pratiche e progetti che mettono al centro un’educazione alla pace, alle differenze, allo sviluppo del pensiero critico e all’agire collettivo e trasformativo di un esistente, sempre più cupo, violento e asfittico. Nella consapevolezza che sono molti i gruppi e le realtà che si occupano con una prospettiva simile di pedagogia e didattica, senza avere pretese di esaustività o sussunzione, ci piacerebbe porre al centro di questo lavoro il nesso tra didattica, resistenza e lotta contro la militarizzazione della scuola e della società, promuovendo su questa tema dibattito e condivisione tra insegnanti, anche attraverso lo scambio e la connessione con le realtà che già da molto tempo lavorano in questa direzione. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università invita docenti di ogni ordine e grado a inviare al GRUPPO DIDATTICA (clicca qui per iscriverti e partecipare alle attività) esperienze che siano capaci di costituire un esempio, un modello transdisciplinare pervasivo, critico verso l’impianto epistemologico delle materie scolastiche, del taglio che manuali e libri di testo a esse conferiscono. Esperienze lontane da suggerimenti di diretta fonte ministeriale, da percorsi di formazione proni al modello calato dall’alto, da proposte  orientate da interessi  privati. Il materiale inviato, che sarà pubblicato sulla pagina dedicata alla didattica scolastica, dovrebbe caratterizzarsi come resoconto di un processo, non tanto di un risultato finale, un prodotto, una performance. Pertanto, si chiede di indicare ad ogni invio: 1. Gli scopi pedagogici 2. Il contesto in cui si opera (tipologia di istituto scolastico, discipline coinvolte, situazione socioculturale del territorio) 3. Obiettivi a lungo e medio termine 4. Mezzi e strategie 5. Valutazione rispetto agli scopi e agli obiettivi: formativa con gli alunni (valorizzazione del percorso complessivo e del lavoro per gruppi cooperativi); sintetica/finale restitutiva verso i docenti (in considerazione di errori, attesi imprevisti, provvisorietà strategica, complessità di tutto il processo, effetti di rilancio, ecc.). I MATERIALI ANDRANNO INVIATI A: OSSERVATORIONOMILI@GMAIL.COM. GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Gruppo didattica -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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