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La guerra in testa. Contro la militarizzazione del pensiero di Davide Borrelli
DI DAVIDE BORRELLI, DOCENTE DI SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI E COMUNICATIVI PRESSO L’UNIVERSITÀ DEL SALENTO E A L’UNIVERSITÀ “SUOR ORSOLA BENINCASA” DI NAPOLI, PUBBLICATO IL 26 GIUGNO 2026 SU WWW.ZENODO.ORG IN COPYLEFT. Abstract Oggi l’Europa sembra conoscere solo il linguaggio del riarmo: ha la guerra in testa. La diplomazia tace e la politica si eclissa, mentre l’emergenza militare domina il discorso pubblico. Questo pamphlet denuncia la penetrazione della frenesia bellica nel nostro immaginario e nella nostra mentalità, svelando come abbia alterato percezioni, relazioni e politiche. Attraverso un’analisi culturale e sociologica, il testo smaschera la normalizzazione della guerra come risposta automatica alle crisi globali, mostrando come termini, concetti e narrazioni militariste deformino la realtà e anestetizzino la coscienza critica. L’Europa della pace si è trasformata in una fortezza, materiale non meno che simbolica. In un’epoca segnata dall’assuefazione alla minaccia e dall’esaltazione della “resilienza” come virtù bellica, questo libro lancia un appello radicale: disarmare il linguaggio per ricostruire un’antropologia della convivenza. Contro il ritorno delle “virtù guerriere” come fondamento del legame sociale, auspicato da certi intellettuali, è urgente ripensare il futuro partendo dalla mitezza dei giusti, dall’apertura all’altro e dal ripudio della guerra. Indice Premessa Verso una governamentalità bellica La fortezza Europa Nemici a noi stessi Un’occasione perduta, una possibilità da riscoprire La cura della pace Dalla persona al ruolo: la guerra come macchina di annientamento simbolico Normalizzare la guerra per governare l’instabilità Le trappole della deterrenza La banalizzazione della guerra e il nuovo “spirito” dell’Europa La guerrificazione discorsiva della società: un’analisi culturale Scomode rivelazioni Guerra di parole contro gli outsider L’università della pace e l’arte dei rapporti umani: la lezione di Virginia Woolf L’università della guerra La nuova scuola militarista La resilienza: da virtù economica a virtù bellica Armiamoci e partite! Potenza del neutro: per una politica di equivicinanza Il colore del grano: per una pedagogia della pace La sostanza di cui è fatta la pace: dalla tolleranza al desiderio L’etica silenziosa dei giusti Critica e clinica: disarmare il discorso, curare il mondo Fare orecchie da mercante nell’età del realismo bellicista Le sfide che ci attendono: un nuovo sguardo sul pianeta Riferimenti bibliografici > Chi scopre con piacere un’etimologia […] > Chi preferisce che abbiano ragione gli altri. > Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo. > (Jorge Luis Borges, I giusti, 1981) > Per cui se servirà del sangue ad ogni costo andate a dare il vostro se vi > divertirà. > (Ivano Fossati, Il disertore, 1992) > Fino a quando penseremo di avere il monopolio del “bene”,  > fino a che parleremo della nostra civiltà come la civiltà, > ignorando le altre, non saremo sulla buona strada > (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, 2002) Premessa “Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa”. Sono le parole con cui lo scrittore maledetto per eccellenza, Louis-Ferdinand Céline (1934, p. 26), descriveva gli effetti della sua personale esperienza della guerra, a partire dal momento in cui, da giovane corazziere a cavallo, fu gravemente ferito a un orecchio combattendo nella prima guerra mondiale. A giudicare da come l’Europa ha gestito l’aggressione della Russia all’Ucraina, le derive genocidiarie di Israele a Gaza e, da ultimo, l’escalation in Medio Oriente, il Vecchio Continente sembra aver decisamente smarrito la capacità di immaginare soluzioni che non siano dettate dalla logica militare. Nella vicenda ucraina ha puntato quasi esclusivamente sul sostegno armato; nel caso di Gaza ha tollerato a lungo ciò che dichiarava di deplorare; di fronte all’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran si è mostrato assai più preoccupato delle ricadute economiche del conflitto che della tenuta del diritto internazionale. In qualche caso è arrivato perfino ad adottare atteggiamenti pilateschi che pretendevano di non condividere e insieme di non condannare. Se Céline ha descritto la guerra come un’ossessione che si insedia nella coscienza individuale, oggi potremmo affermare che è l’Europa tutta a essersi “beccata la guerra in testa”. Anzi, per sfruttare tutte le sfumature di senso connotate da una pittoresca espressione del dialetto partenopeo, sarebbe proprio il caso di dire che la comunità politica di cui siamo parte soffra ormai di una vera e propria sindrome della “guerra ‘n capa”. L’ossessione per la guerra si riflette anche in scelte simboliche apparentemente marginali, ma che si rivelano emblematiche del clima culturale che stiamo vivendo. È il caso, ad esempio, delle dichiarazioni rilasciate dal presidente della Regione Piemonte, che alla vigilia della Festa della Liberazione del 25 aprile del 2025 ha reso omaggio agli alpini caduti in Russia nella Seconda guerra mondiale, dicendo che si sarebbero sacrificati “per la nostra libertà”. Un’affermazione che suona quanto meno sorprendente visto che spaccia per eroico atto di difesa dei valori democratici quella che è stata in realtà una tragica campagna d’aggressione militare condotta da Mussolini e da Hitler. Sono cose che succedono, appunto, quando si ha la “guerra ‘n capa”. Da qualche tempo l’Unione Europea sembra preda di una fatale ebbrezza bellicista. La minaccia di un attacco russo, reale o presunta, monopolizza ormai il dibattito pubblico e orienta una quota crescente delle decisioni politiche. Mentre si precipita a condannare fermamente Putin, l’Europa resta invece sostanzialmente inerte di fronte alle stragi di Gaza. Ne è prova l’incapacità di raggiungere il consenso necessario per sospendere l’Accordo di associazione con Israele del 2000, per via del veto posto in particolare da Germania e Italia. Ma l’Europa ha la guerra in testa anche perché, a quanto pare, ha deciso di dare impulso alla propria stagnante economia trasferendo investimenti dalle infrastrutture civili a quelle militari e dirottando, in particolare, i Fondi di coesione (cioè quelli destinati a ridurre le disparità regionali fra i Paesi membri) verso l’industria delle armi, salvo poi piegarsi ai diktat di Trump e rassegnarsi a finanziare quella degli Stati Uniti nell’ambito dell’iniziativa PURL (Prioritised Ukraine Requirements List) promossa dalla NATO. E, infine, ha la guerra in testa soprattutto perché sta cercando in ogni modo di normalizzarla, di renderla un’opzione accettabile fra le altre. Lo fa, ad esempio, promuovendo fin dai programmi educativi la formazione di una cultura bellicista, ossia di una mentalità che giustifica l’uso della forza come risposta plausibile alle sfide del presente, spingendo opinione pubblica e istituzioni a considerare la guerra una componente normale dell’attuale ordine geopolitico e dei meccanismi di sicurezza degli Stati membri. Non si tratta più soltanto di una risposta militare, ma di una trasformazione profonda del nostro modo di essere e di pensare. Rispetto a politiche come questa, che mirano a mitridatizzarci e a sensibilizzarci alla guerra, c’è solo da constatare con rammarico quanto ci siamo allontanati e come sia stato letteralmente capovolto lo spirito dell’UNESCO, nella cui dichiarazione istitutiva si legge: “poiché le guerre nascono nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono essere poste le difese della pace”. Senza dubbio viviamo in un mondo agitato da molte e gravi tensioni internazionali, alcune delle quali noi Europei abbiamo in qualche misura contribuito a far esplodere per interesse, per insipienza o semplicemente per ignavia. Tuttavia, anche ammesso che la minaccia russa sia concreta e le preoccupazioni europee effettivamente fondate, siamo convinti che sia doveroso vigilare su come questo allarme venga interiorizzato e si vada traducendo in scelte politiche, culturali, simboliche e comunicative. C’è, infatti, un altro motivo per ritenere che la “guerra in testa” esprima la nostra attuale condizione di europei sull’orlo di un esaurimento di nervi. L’ossessione della guerra è un pensiero fisso che ci attanaglia e non lascia spazio ad altri pensieri: rivendica priorità assoluta e pretende attenzione esclusiva, fino a mettere in secondo piano ogni altra preoccupazione. D’altra parte, “tenere ‘a guerra ‘n capa” è una frase che si utilizza per descrivere uno stato di profondo dissidio interiore (un conflitto, una guerra appunto) tra impulsi opposti, tra un pensiero e il suo contrario. Ad esempio, se ne può considerare un tipico sintomo essersi a lungo aspettati l’imminente crollo militare della Russia per manifesta inferiorità e, poi, tutto ad un tratto e sfidando apertamente il principio di non contraddizione per cui una proposizione non può essere vera e falsa a seconda delle convenienze, correre precipitosamente a riarmarsi per paura di esserne invasi. Analogo atteggiamento schizofrenico emerge anche a proposito della mattanza dei civili palestinesi che Israele compie praticamente indisturbata: mentre si pretende il rispetto dei diritti umani e in qualche caso addirittura si proclama il riconoscimento dello stato di Palestina, non si disdegna di continuare a foraggiare Israele di armi e ad assicurargli copertura politica e giuridica in quanto starebbe in fondo facendo il “lavoro sporco” per noi, come ha candidamente ammesso il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Paradossi come questi evidenziano una tensione più generale che è emblematica della guerra che abbiamo in testa: il fatto è che il pensiero dominante della guerra stride con l’immagine edificante che coltiviamo di noi stessi e con i valori fondativi di quella che ci inorgoglisce considerare la nostraidentità democratica e civile. In questo atteggiamento c’è con tutta evidenza qualcosa di psicopoliticamente patologico, il che è anche il segno tangibile di una modernità divenuta ormai emotivamente “esplosiva” (Illouz 2024), in cui “molte delle principali caratteristiche istituzionali sono entrate in conflitto tra loro, creando profonde tensioni e contraddizioni nell’individuo” (p. 15). L’ansia, la frustrazione e la paura collettiva che ne derivano si riflettono e si amplificano a livello politico, alimentando un circolo vizioso che influenza in modo perverso le decisioni e le priorità della nostra società e finisce per convertire questioni politiche e diplomatiche in problemi esclusivamente militari. L’ossessione paranoica che oggi si concentra sul riarmo scaturisce da un dissidio lacerante tra due propensioni divergenti che si esprimono in orientamenti all’azione antitetici: da un lato, il nostro nuovo assetto di guerra e, dall’altro, la nostra tradizionale cultura di dialogo e di pace. Insomma, “’a guerra ‘n capa” è una sorta di mise en abyme: un’espressione così densa di senso da provocare una vertigine che rischia di farci venire essa stessa la guerra in testa. Ci restituisce l’immagine di un continente attraversato da tensioni profonde, sospeso tra ciò che teme, ciò da cui dice di difendersi, e ciò che, forse senza averlo davvero deciso in modo consapevole e democratico, sta pericolosamente diventando. È proprio su questo slittamento – silenzioso ma inesorabile e costante, come la classica bollitura della rana nella pentola a fuoco lento – che intendiamo provocare una riflessione critica. Oggetto di questo testo non è la guerra in sé, e nemmeno il riarmo militare: se sia giusto o sbagliato eticamente, adeguato o inefficace politicamente. Contro la narrazione egemonica che mira a persuaderci dell’inevitabilità del riarmo e a intrappolarci in un destino segnato dalla tensione bellica, è opportuno richiamare un celebre testo del pioniere della peace research Johan Galtung, dal titolo Ci sono alternative!. È un potente invito a ricordarci che anche nelle situazioni di conflitto che sembrano più compromesse e prive di vie d’uscita, esiste sempre, in realtà, la possibilità (e diremmo, la necessità) di immaginare una soluzione diversa. Un’affermazione di principio, quella dello studioso norvegese, che si pone evidentemente in netto contrasto con la filosofia che governa il nostro mondo, esemplificata dal motto thatcheriano there is no alternative, siache si applichi alla razionalità economica, sia a quella bellica. Lo stesso Galtung, al culmine della guerra fredda, metteva in luce come dietro conflitti presentati come inevitabili si celassero spesso le strategie delle superpotenze, interessate a innescare guerre per procura e di logoramento contro il proprio rivale. In una riflessione lucida che suona oggi particolarmente attuale si chiedeva: “forse l’intenzione è quella di mantenere sempre vivo il conflitto? Oppure può darsi che la superpotenza voglia tenere il conflitto lontano da se stessa e cerchi di ‘dividere costi e rischi’ alimentando e addirittura creando dei conflitti tra gli alleati di rango minore e l’altra superpotenza? E questa strategia non sarebbe esattamente in linea con quella delle basi avanzate, di modo che le superpotenze possano nascondersi dietro a stabili processi di formazione del conflitto tra i paesi di rango minore di entrambi gli schieramenti?” (Galtung 1984, p. 244). L’impressione è che, da parte della superpotenza americana, il conflitto in Ucraina costituisca una versione aggiornata di questa collaudata strategia da guerra fredda: non più, cioè, soltanto un tentativo difensivo di esternalizzare il conflitto e ripartirne i costi con gli alleati europei, ma un vero e proprio progetto di trarne profitto economico sfruttando un’emergenza militare, provocata o lasciata deliberatamente degenerare, per arginare l’enorme debito pubblico degli Stati Uniti verso l’estero. Le guerre che fino a pochi anni fa gli Stati Uniti caldeggiavano e intraprendevano in prima persona hanno rappresentato un costo che nel tempo si è rivelato finanziariamente insostenibile. Al contrario, la sfida militare contro la Russia di cui oggi il gigante americano indebitato spinge l’Europa a farsi carico, costituisce per esso un’imperdibile occasione di ricentralizzazione dei capitali, risanamento economico e riequilibrio della bilancia dei pagamenti (Brancaccio, Giammetti e Lucarelli 2022). Da questo punto di vista, la zelante e resistibilissima fascinazione dell’Europa per il riarmo fa venire in mente, purtroppo, l’improvvido atteggiamento di chi si innamora della corda con cui lui stesso è destinato a essere impiccato. Gli USA si arricchiscono vendendo a noi europei l’arsenale necessario per fare dell’Ucraina un “porcospino di acciaio” inattaccabile dalla Russia (per usare l’espressione di Ursula von der Leyen): il rischio tangibile del nostro avere la guerra in testa è di ritrovarci presto a dover fare i conti con costosissime armi sullo stomaco. Il trattamento sprezzante che Trump si sente autorizzato a riservare ai leader europei (compresa la sedicente  “pontiera” Giorgia Meloni) dipende senza dubbio dalla concezione imperiale delle relazioni internazionali che gli è propria, ma anche dalla postura servile che l’Europa non perde occasione di assumere di fronte alle priorità e agli interessi strategici degli Stati Uniti. Del resto, è quanto mai attuale il monito di Kant, “chi si fa verme non può poi lamentarsi di essere calpestato” (1797, p. 491). Oggetto del nostro discorso non è, in ogni caso, lo scenario economico e geopolitico che fa da sfondo al conflitto russo-ucraino. Più specificamente, ci interessa il riarmo culturale e comunicativo, ossia la “guerrificazione” del discorso pubblico e del senso comune che autorevoli opinion leader e intellettuali stanno attivamente promuovendo con sempre maggiore insistenza e forza persuasiva. È questo fenomeno a costituire, a nostro avviso, l’aspetto più significativo del cambiamento culturale in atto, della nostra personale e inquietante “guerra ‘n capa”. Non è tanto della guerra come conflitto combattuto che vogliamo parlare, dunque, né del suo carico di orrori e di disperazione. Neanche intendiamo discutere dell’opportunità geopolitica per l’Europa di perseguire il riarmo come primo embrione di una coscienza politica europea. Anzi, a scanso di equivoci, lo dichiariamo subito, crediamo che se come europei vogliamo davvero arrivare a dotarci di una reale ed efficace unione politica è necessario che la costruiamo su una serie di fattori condivisi tra i Paesi membri, come ad esempio una politica estera e un debito comune, un fisco unico, un sistema sanitario e un welfare che abbiano standard di funzionamento omogenei e da ultimo, come conseguenza di tutto ciò, eventualmente anche un sistema di difesa integrato e interoperabile. In mancanza di queste infrastrutture comunitarie, il rischio è di passare da un’Europa dei mercati a un’Europa in assetto bellico senza soluzioni di continuità. Ma lo ribadiamo, non è di questi aspetti propriamente politici che si occupa il libro. La nostra è un’analisi culturale e mediologica più che geopolitica (cfr. Bennato, Farci e Fiorentino 2023): accende i riflettori sul ruolo dei leader di opinione più che sulle decisioni dei leader governativi, si occupa di discorsi che danno forma al senso comune prima ancora che di decisioni che si concretizzano in specifiche linee di azione e programmi militari. Nostro obiettivo specifico è denunciare il riarmo delle parole e delle menti prima ancora che quello dei missili e dei droni. Intendiamo, cioè, analizzare e criticare ciò che definiamo come “guerrificazione” discorsiva della società, ossia la trasformazione, attivamente e ostinatamente perseguita, del nostro modo di essere e di pensare perché possa assecondare, sostenere e legittimare un assetto armato che si compatti intorno a una mentalità bellica. Ne è un esempio significativo la dichiarazione del segretario generale della NATO Mark Rutte del 15 gennaio 2025: “abbiamo piani militari solidi, la prontezza delle nostre forze è aumentata, le esercitazioni militari sono più grandi e più frequenti – ha spiegato l’ex premier olandese -. Tutto questo è essenziale, ma non è sufficiente per affrontare i pericoli che ci attendono nei prossimi quattro o cinque anni. Lo ripeto: per prevenire la guerra dobbiamo prepararci”. Occorrerebbe, a suo avviso, un urgente “passaggio a una mentalità di guerra”, insomma una vera e propria pedagogia bellicista con tanto di maîtres a penser e di intellettuali organici disposti a praticarla. Ecco un’efficace esemplificazione di ciò che definiamo guerrificazione discorsiva della società. Sul ruolo e sulla responsabilità degli intellettuali diremo in seguito, adesso è il caso di esaminare le ragioni della frenesia bellica che pervadono il Vecchio Continente. Scarica qui il pdf del testo completo di Davide Borrelli. 25 giugno 2026_la guerra in testaDownload RINGRAZIAMO IL PROF. DAVIDE BORRELLI PER L’INTERESSANTE LAVORO SULLA MILITARIZZAZIONE DELLA SCUOLA, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA SOCIETÀ CIVILE, IN CUI È STATO ANCHE CITATO L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Appello dell’Osservatorio contro la militarizzazione: «condividiamo iniziative didattiche per una Scuola di Pace»
PREMESSA L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è un gruppo di scopo i cui obiettivi sono: 1. Monitorare e denunciare, attraverso specifiche segnalazioni, le attività militari nelle scuole di ogni ordine e grado, spesso agite nel silenzio complice e/o intimorito degli insegnanti e delle famiglie; 2. Mettere in luce la virata subita dalla ricerca universitaria verso le esigenze economiche, finanziarie, di controllo sociale dei grandi complessi dell’industria militare; 3. Aprire alla riflessione su temi attinenti il concetto di difesa della Patria (art 52 della Costituzione Italiana) ricontestualizzandolo nell’attuale situazione storica; 4. Offrire strumenti di lotta negli Organi Collegiali ai docenti e di opposizione alla presenza militare  ai genitori (si vedano sul sito il manifesto, l’elenco dei valori di riferimento, il Vademecum). 5. Sensibilizzare sui contesti di guerra nel mondo e, in particolare, sul genocidio che si sta consumando in Palestina. L’Osservatorio, al fine di una maggiore efficacia anche di studio delle situazioni segnalate, si è dotato di sottogruppi di lavoro che elaborano proposte su campi specifici (università, leva, genitori, eventi, ecc.). Uno di questi è dedicato alla raccolta, alla diffusione e allo studio di attività scolastiche, di cui sul nostro sito esiste già un piccolo archivio denominato “didattica”. È però necessario che non si archivino iniziative episodiche, ma esperienze capaci di capillarizzarsi fra docenti, famiglie, studenti, in grado di intaccare i paradigmi stessi delle discipline insegnate. Pertanto, è fondamentale tenere salda la barra politica che informa gli scopi dell’osservatorio. Serve elaborare un chiaro orientamento che riesca a incidere sulle scelte pedagogiche (quadro teorico relativo ai processi di educazione rivolti all’età evolutiva), sulle forme assunte dall’ideologia propria dell’agenda politica del Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), definibili come orto-pedagogia o psico-istruzione. Per il MIM, attraverso indicazioni nazionali sui traguardi formativi, protocolli con le forze armate, note e circolari, si tratta di piegare abilità cognitive e affettivo relazionali (soft skills) al pensiero convergente, accettante la logica della difesa totale, interna ed esterna, l’obbedienza come postura etica, la negazione del dissenso. La premessa ci indica la necessità di evitare la confusione fra mezzi e fini, fra elementi valoriali e strumenti attraverso i quali si fa scuola. È altresì necessario sdoganare il politico dalla politica come ideologia e tecnica di governo, per ricondurlo al significato classico aristotelico: ciascuno di noi è animale politico, per il quale la facoltà di parola si deve tradurre in attività nella polis, attività capace di instaurare cambiamenti nel modello sociale in cui viviamo e operiamo. Una scelta di Vita activa, nella consapevolezza che l’azione è parola politica, non solo opera e lavoro (Hannah Arendt). Occorre che la didattica venga ridefinita come insieme degli strumenti, delle strategie, dei materiali di lavoro direttamente derivante dagli scopi su richiamati. L’EDUCAZIONE ALLA PACE, COME CAPACITÀ DI ELABORARE CONFLITTI FUORI DALLA LOGICA AMICO-NEMICO, LO SVILUPPO DEL SENSO CRITICO E ANTAGONISTA VERSO IL MODELLO DI SOCIETÀ CHE ALIMENTA I VENTI DI GUERRA, DEVE ESSERE CAPOSALDO DELLE INIZIATIVE DIDATTICHE. PROPOSTA Il gruppo di lavoro dell’Osservatorio che si occupa di didattica si è proposto di cominciare a raccogliere, archiviare, rendere fruibili proposte e progetti la cui condivisione, studio, discussione tra insegnanti permetta di ricostruire una riflessione pedagogica alternativa e di opposizione rispetto alla didattica del sistema, finalizzata a rafforzare l’ordine neoliberista e il suo apparato militare-industriale. La didattica promossa dal sistema neoliberista è quella che abitua gli studenti ai crediti, ai questionari e test a risposta chiusa, all’uso acritico della tecnologia, alla finalizzazione dello studio al mondo del lavoro  (o meglio del lavoro sfruttato), alla burocrazia insensata, alla militarizzazione della società. Un modello di scuola classista, militarista, sessista che ha come scopo quello di produrre individui privi di senso critico, anestetizzati e incapaci di immaginare mondi diversi e di agire per renderli possibili. A partire da questa analisi, il gruppo didattica dell’Osservatorio ritiene fondamentale entrare in relazione con chi quotidianamente porta dentro le aule scolastiche, e non solo, pratiche e progetti che mettono al centro un’educazione alla pace, alle differenze, allo sviluppo del pensiero critico e all’agire collettivo e trasformativo di un esistente, sempre più cupo, violento e asfittico. Nella consapevolezza che sono molti i gruppi e le realtà che si occupano con una prospettiva simile di pedagogia e didattica, senza avere pretese di esaustività o sussunzione, ci piacerebbe porre al centro di questo lavoro il nesso tra didattica, resistenza e lotta contro la militarizzazione della scuola e della società, promuovendo su questa tema dibattito e condivisione tra insegnanti, anche attraverso lo scambio e la connessione con le realtà che già da molto tempo lavorano in questa direzione. L’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università invita docenti di ogni ordine e grado a inviare al GRUPPO DIDATTICA (clicca qui per iscriverti e partecipare alle attività) esperienze che siano capaci di costituire un esempio, un modello transdisciplinare pervasivo, critico verso l’impianto epistemologico delle materie scolastiche, del taglio che manuali e libri di testo a esse conferiscono. Esperienze lontane da suggerimenti di diretta fonte ministeriale, da percorsi di formazione proni al modello calato dall’alto, da proposte  orientate da interessi  privati. Il materiale inviato, che sarà pubblicato sulla pagina dedicata alla didattica scolastica, dovrebbe caratterizzarsi come resoconto di un processo, non tanto di un risultato finale, un prodotto, una performance. Pertanto, si chiede di indicare ad ogni invio: 1. Gli scopi pedagogici 2. Il contesto in cui si opera (tipologia di istituto scolastico, discipline coinvolte, situazione socioculturale del territorio) 3. Obiettivi a lungo e medio termine 4. Mezzi e strategie 5. Valutazione rispetto agli scopi e agli obiettivi: formativa con gli alunni (valorizzazione del percorso complessivo e del lavoro per gruppi cooperativi); sintetica/finale restitutiva verso i docenti (in considerazione di errori, attesi imprevisti, provvisorietà strategica, complessità di tutto il processo, effetti di rilancio, ecc.). I MATERIALI ANDRANNO INVIATI A: OSSERVATORIONOMILI@GMAIL.COM. GRAZIE PER LA COLLABORAZIONE! Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, Gruppo didattica -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. 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Torino, la gamification al Salone del Libro: strategia didattica… Dell’Esercito Italiano
L’Esercito Italiano è “ospite” fisso ormai da anni al Salone Internazionale del Libro di Torino (come pure Marina Militare, Polizia di Stato e Aeronautica Militare) dove grazie all’investimento del Ministero della Difesa ha allestito tutto un suo padiglione (così occupando un altro spazio del mondo civile). Quest’anno l’esercito, fra altri temi, si è focalizzato proprio su una di quelle “strategie didattiche innovative” descritte dai manuali di didattica e pedagogia moderni: la gamification. Come Osservatorio abbiamo deciso di approfondire. Il padiglione è uno spazio in cui l’Esercito Italiano attraverso libri, conferenze, laboratori diffonde alle giovani generazioni la Cultura della Difesa: la presenza delle Forze Armate negli spazi civili fa parte di una strategia militare per avvicinare la popolazione ai – cosiddetti – “valori della difesa e della sicurezza nazionale”, per -così dire – “difendere i valori democratici della nostra società”. Quest’anno al Salone del libro dal 14 maggio e il 18 maggio, tra i vari eventi proposti dall’Esercito, uno in particolare salta all’occhio: > «La Gamification per l’attrazione e la valorizzazione dei talenti”. La Difesa > evolve: simulatori e gamification potenziano l’uso di droni FPV e modelli > autocostruiti. Un metodo che abbatte i costi e accelera il reclutamento, > ottimizzando l’efficacia sul campo.» Sebbene la gamification, traducibile in italiano come “ludicizzazione”, consista nel contesto educativo nell’utilizzare il gioco per facilitare il processo d’apprendimento, nel contesto militare del Salone del Libro di Torino si è inteso come l’utilizzo di elementi tratti dai videogiochi all’interno di contesti non ludici [ndr: bellici] e viene ampiamente utilizzata dalle Forze Armate, in particolare nel reclutamento, addestramento dei soldati e l’utilizzo dei droni. Così, attraverso l’uso di simulatori, giochi a punti e ricompense, il comparto militare riesce ad attrarre giovani e a normalizzare l’idea della guerra. L’utilizzo per la prima volta di questa strategia è stato nel 2002 negli Stati Uniti quando, dopo l’attentato alle torri gemelle, l’esercito americano ha sviluppato e pubblicato il videogioco “America’s Army”. L’obiettivo era quello di informare, istruire e di fornire un’esperienza ludica alle potenziali reclute. Gli Stati Uniti non sono un caso isolato: Israele infatti nel 2012 nel blog delle forze armate israeliane, Israel Defense forces (IDF), ha inserito il virtual game “IDF Ranks: The Virtual Army Game”. Il gioco consiste nel premiare i lettori in base al supporto e alle condivisioni fornite attraverso punti e badge fino ad ottenere il massimo grado di “Lieutenant General” che significa comandante virtuale dell’esercito israeliano. La gamification viene utilizzata anche per lo scopo di addestrare, migliorare la performance e la motivazione dei soldati. Un esempio recente è l’utilizzo della gamification tra i soldati ucraini. I soldati vengono premiati a colpire mezzi o truppe russe tramite l’utilizzo dei droni: in base alla difficoltà del bersaglio, come soldati russi, carri armati, sistema lanciarazzi, vengono assegnati dei punti. Lo scopo del sistema da una parte è quello di dare motivazione alle unità militari e dall’altro di avere un flusso continuo di dati utili. Uno degli utilizzi della gamification da parte dell’Esercito Italiano è esemplificato dalla loro presenza decennale alla fiera del fumetto Lucca Comics & Games. Nel loro stand è possibile simulare guide di mezzi militari in scenari operativi, sfogliare la loro rivista e parlare a tu per tu con qualche ufficiale. È evidente che come nel caso del Salone del Libro di Torino, l’Esercito Italiano non sia una presenza neutra. Come Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università rifiutiamo questa ingerenza sempre più massiccia delle Forze Armate all’interno degli spazi pubblici. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Alessandra Alberti su Radio Onda d’Urto: la scuola dei talenti alla carriera militare
Nella puntata del 23 maggio 2026 della trasmissione Scuola Resistente a Radio Onda D’Urto, Stefano Bertoldi ha intervistato Alessandra Alberti, docente dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Riportiamo qui una sintesi del contributo, in cui ha commentato l’articolo di Rossella Latempa La scuola dei talenti: per i poveri soft skills, filiera e sane regole di vita militare, uscito su ROARS lo scorso 16 maggio. Latempa smaschera la retorica dell’individuazione del “talento” di ciascun studente o studentessa tanto cara a questo Ministero dell’Istruzione e del Merito, spiegando che in realtà la cosiddetta “personalizzazione” dell’apprendimento nasconde una precoce differenziazione dei percorsi didattici volti non a cambiare la situazione socio-economica-culturale di partenza, bensì a cristallizzarla. Attraverso lo strumento degli INVALSI, introdotto peraltro già alle elementari, si effettua una raccolta dati già in grado di prevedere il possibile “insuccesso”, cioè la proporzione di studenti e studentesse a rischio di dispersione scolastica alla fine delle medie. Sono questi gli interlocutori principali – dice Latempa – cui si rivolgono tutte le riforme attuate da questo Governo – sebbene il processo di “modernizzazione” della scuola pubblica sia iniziato decenni fa – il quale però spinge il piede sull’acceleratore nella direzione di una scuola neoliberale che rende quest’ultima funzionale alle esigenze del mercato. Orientamento, filiera 4+2 (e la recentissima riforma degli istituti tecnici), soft skills, intelligenza artificiale sono le “parole mito” – così le chiama l’autrice – di una neolingua basata su principi e bisogni estranei al mondo educativo. L’Orientamento precoce, il percorso di studio breve co-gestito da scuola e imprese chiamato filiera 4+2 e le soft skills vale a dire competenze socio-emotive che emergono come elementi sempre più fondamentali perché, ai più poveri “più che saperi e conoscenze basta una buona educazione di tipo socio-comportamentale e civica”. E il gioco è fatto: dare meno scuola a chi ha meno, perché “in fondo non è ha bisogno”. Ma nell’articolo viene aggiunto un tassello fondamentale tutto organico a questa costruzione di un’idea di futuro: quello della militarizzazione. In una recente intervista al Ministro Crosetto si parla di “riserva” su base volontaria di persone pronte a servire il Paese. L’introduzione di un anno di leva volontaria si trasforma in un’occasione di riscatto per i giovani dei territori difficili, che potranno scegliere “tra i tentacoli delle mafie e le sane regole di vita delle forze armate”. Da anni l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia la presenza sempre più pervasiva delle Forze dell’Ordine e delle Forze Armate nelle scuole. Oggi, in una prospettiva di guerra, soprattutto i giovani e le giovani meno abbienti potranno beneficiare dell’Orientamento che nelle classi finali delle scuole superiori vede la presentazione della carriera militare al pari di quella universitaria ma, come recita il titolo di un convegno tenutosi a Torino l’anno scorso, quello del soldato “non è un mestiere come un altro”. E’ preciso dovere degli e delle insegnanti riappropriarsi del proprio ruolo di educatori della scuola della Costituzione e non appiattirsi su una presunta “innovazione” tutta tesa a formare giovani resilienti. In fondo, ce lo dice l’Europa: vivendo in una situazione di emergenza costante, il principio della preparedness diventa parte del bagaglio delle competenze di ciascun cittadino. Ma la scelta non può e non deve essere tra morire in un sparatoria tra bande mafiose oppure per la difesa della propria “Patria”. Ascolta qui l’intervista a Alessandra Alberti per Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: MAKE A ONE-TIME DONATION Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Donate -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A MONTHLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate monthly -------------------------------------------------------------------------------- MAKE A YEARLY DONATION Your contribution is appreciated. Donate yearly
Mamme contro la militarizzazione delle scuole a Monte Romano (VT): «Dovere di genitori proteggere i figli da pratiche di indottrinamento propagandistico!»
PUBBLICHIAMO UNA LETTERA-SEGNALAZIONE GIUNTA DA UNA MAMMA DI VITERBO ESTREMAMENTE PREOCCUPATA PER LE INIZIATIVE MILITARISTICHE PROPOSTE NELLA SCUOLA DI SUO FIGLIO, DEL RESTO SENZA ADEGUATA COMUNICAZIONE. COME OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E DELLE UNIVERSITÀ SIAMO PARTICOLARMENTE CONTENTI CHE IL LAVORO DI DISSEMINAZIONE PACIFISTA E ANTIMILITARISTA SIA GIUNTO A FAR COMPRENDERE AI GENITORI (COME A MODICA E MONZA) IL PERICOLO DELLA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E CHE I GENITORI PRENDANO CONTROMISURE PER OPPORSI A QUESTO FENOMENO DILAGANTE NEL NOSTRO PAESE, FUNZIONALE A NORMALIZZARE LA GUERRA NELLE TESTE DEI NOSTRI FIGLI E DELLE NOSTRE FIGLIE. INVITIAMO I GENITORI E LA SOCIETÀ CIVILE A SEGNALARE E AD OPPORSI, INVIANDO LE EVENTUALI COMUNICATI A OSSERVATORIONOMILI@GMAIL.COM. La sera del 20 maggio 2026 mio figlio mi riferisce che l’indomani si recherà, con la classe e i professori, presso il poligono militare di Monte Romano (VT) per cantare l’Inno d’Italia e, successivamente, per prendere parte alla colazione offerta dai militari. Contatto la rappresentante dei genitori per chiedere conferma se effettivamente fosse prevista questa attività, poiché sul registro elettronico e sul resoconto dell’interclasse non è presente alcun avviso al riguardo né tantomeno avevo firmato in precedenza un avviso cartaceo. La mamma, da me contattata, conferma quanto riferito da mio figlio e mi dice che l’attività durerà circa un’ora e mezzo, ma non ricorda se fosse stata emanata una circolare. Ne abbiamo parlato in famiglia e abbiamo deciso che nostro figlio il giorno seguente non sarebbe andato a scuola, visto e considerato che non abbiamo firmato alcun consenso per questa attività scolastica e che siamo contrari alla militarizzazione della scuola poiché in contrasto con i nostri principi educativi, volti alla giustizia e alla pace e motivo l’assenza dando questa stessa spiegazione. Il giorno seguente contatto due mamme e chiedo loro come fossero venute a conoscenza dell’attività al poligono militare, mi rispondono entrambe (in tempi e luoghi diversi), che gli era stato riferito dai rispettivi figli a voce e anche loro non avevano ricevuto alcun avviso scritto. La mia indignazione e perplessità nasce dal fatto che, vivendo in un clima bellicistico in cui i venti di guerra soffiano all’impazzata, nessuno dei genitori si sia posto delle domande su queste iniziative… eppure le classi coinvolte sono state quattro: prima, seconda e terza secondaria di primo grado e la quinta classe della scuola primaria. Parlando con le mamme alle quali mi sono rivolta ho percepito che la situazione non ha destato stupore, non ha stimolato la propria responsabilità genitoriale perché, forse, considerata normale o indifferente. Poi, ho fatto due conti e mi sono resa conto che il paese in cui vivo è fortemente militarizzato, difatti, numerosissime sono le famiglie appartenenti all’esercito e alle forze dell’ordine; ma questa spiegazione non mi soddisfa e rifletto ancora un po’ perché la guerra non può e non deve essere normalizzata, non può essere resa affascinante a dei bambini e bambine perché qualunque persona mentalmente sana è consapevole che la guerra porta solo orrore, morte e distruzione. È DOVERE DI NOI GENITORI PROTEGGERE I NOSTRI FIGLI E LE NOSTRE FIGLIE DA QUESTE PRATICHE DI INDOTTRINAMENTO PROPAGANDISTICO! La scuola deve restarne fuori, anzi proprio in questi tempi incerti e arroganti, dovrebbe farsi motore di cambiamento sulle nuove generazioni, stimolando lo spirito critico e sviluppando la capacità di discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ingiusto. La scuola dovrebbe contrastare l’indifferenza, affinché possa quanto prima affermarsi un nuovo umanesimo, fondato sui principi di giustizia, uguaglianza, solidarietà e pace disarmata. Le bandiere, le nazioni, i muri e i confini sono tutte sovrastrutture create dall’essere umano, in verità facciamo tutti parte di un’unica grande famiglia umana. Freniamoci. Resettiamo un bel po’ di cose e poi ripartiamo, educando con la gentilezza, la pace e la giustizia le donne e gli uomini di domani. Forse non ce ne rendiamo conto, ma il futuro è tra le nostre mani, davanti ai nostri occhi e sono i nostri bambini, le nostre bambine e le nostre giovani e i nostri giovani. La nostra speranza viva. Di seguito la locandina di una corsa podistica svoltasi a Monte Romano (VT) inviata dalla stessa mamma della lettera a dimostrazione di come vi sia in atto una militarizzazione dei territori, considerando che l’iniziativa è in collaborazione, inspiegabilmente, con l’Esercito italiano. È un peccato che la società civile non si sia mossa in anticipo per scongiurare che si svolgesse un «evento sportivo di trail, corsa e passeggiata nell’esclusiva cornice del poligono di Monte Romano» (come scritto qui). Ricordiamo che a Gioia del Colle (BA) un evento podistico simile, che prevedeva il passaggio all’interno dell’aeroporto militare, è stato bloccato dalla mobilitazione e dalle proteste delle associazioni pacifiste (clicca qui). -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. 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Intervista a Radio Onda d’Urto sulla scuola neoliberista tra militarizzazione e riforma del 4+2
Nella puntata del 16 maggio 2026di Scuola Resistente, Mario Sanguinetti, promotore del giovane sindacato SSB (Sindacato Sociale di Base) e tra i fondatori dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, torna a parlarci della stretta connessione tra professionalizzazione in chiave “confindustriale” dei tecnici e professionali ridotti a quattro anni e la scuola vista ormai anche come luogo di addestramento più che di formazione critica ed educazione ad una cittadinanza attiva. L’enfasi perdurante data alle cosiddette competenze digitali, le recenti dichiarazioni di un ex-rappresentante delle industrie armiere, Guido Crosetto, l’ossessione nel voler cavalcare l’onda dell’artificiale nella vana speranza di contrastarne le sue ingerenze anchilosanti nei processi di apprendimento e memorizzazione sono tutti segnali che indicano, come rotta futura, una mobilitazione culturale, calata dall’alto, intorno ad una “cultura della difesa” che necessita, appunto, di un reclutamento anche e soprattutto tra i banchi scolastici. Se da un lato, tra le varie aziende che vampirizzano il sistema scolastico negli ITS Academy Leonardo SpA spesso fa capolino, non va mai dimenticato che a Roma, da tre anni scolastici, va avanti indisturbato un liceo pubblico, il Matteucci, direttamente sponsorizzato e finanziato da Leonardo SpA con la sua Fondazione Leonardo – La Civiltà della Macchine, con tanto di “tutor aziendale” e continui andirivieni degli studenti, tra scuola e azienda. Questo liceo è stato inaugurato in pompa magna da Luciano Violante. In tal proposito Mario Sanguinetti, a più riprese, ha ricordato come proprio gli ambienti cosiddetti progressisti, nel corso degli ultimi decenni, siano stati i veri protagonisti della creazione di un sistema educativo asservito all’economia neoliberista, in ultima analisi diremo anche all’economia di guerra, tendente alla standardizzazione tramite, ad esempio, sistemi di valutazione come l’INVALSI, ed una visione economicistica del processo educativo. Si tratta di elementi tutti molto coerenti con, appunto, un’economia di guerra che richiede come atteggiamento, un rispetto a critico delle norme, (la cosiddetta “educazione alla legalità”), una citazione passiva di tutti gli elementi repressivi che si sperimentano in tutte le scuole ormai da anni a partire dai presidi-sceriffo. Dal Berlinguer del sistema dei crediti e del 3+2, ad un Renzi della “buona scuola” in buon compagnia anche di altri ministri sempre del centro-sinistra, sono innumerevoli gli esempi di deriva neoliberista e liberale nell’impostazione generale del sistema formativo ed educativo. Da questo punto di vista, anche la recente ordinanza ministeriale che sistematizza rendendola più operativa e concreta, la possibilità di anticipare al quarto anno l’esame di Stato, rappresenta un passo in avanti inaugurato, appunto, dalla “buona scuola” di Renzi, ma ideato da gestioni precedenti che va nella direzione di un individualismo competitivo e performante: una sorta di corsa verso il mondo del lavoro improntata ad una velocità che rappresenta l’antitesi della formazione non solo culturale ma anche come cittadino-persona consapevole in stretta relazione/collaborazione con altre persone. Ascolta qui l’intervista a Mario Sanguinetti per Radio Onda d’Urto. Stefano Bertoldi, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il Fatto Quotidiano: Alunni invitati a vedere i mezzi dell’Aeronautica, insorgono le mamme: “Basta ingerenze militari nelle scuole”
DI ALEX CORLAZZOLI SU IL FATTO QUOTIDIANO DEL 18 MAGGIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Alex Corlazzoli, pubblicato su Il Fatto Quotidiano il 18 maggio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo, in particolare in relazione all’episodio della mamme di Modica. «Le mamme si schierano contro la scuola e il Comune di Ragusa, “colpevoli” di aver organizzato un “corso di addestramento” promosso dall’Aeronautica militare. Circa 180 alunni e alunne delle scuole superiori di Modica, Ragusa, Vittoria e Comiso sarebbero stati coinvolti in un’uscita dove i militari hanno mostrato ai ragazzi i loro mezzi. A ribellarsi, stavolta, è il gruppo “Movimento delle mamme di Modica”. Le donne hanno voluto dire la loro scrivendo all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e dell’università invitando i sindaci dei quattro comuni a rivedere la loro posizione rispetto a questo progetto...continua a leggere su www.ilfattoquotidiano.it. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Scuola Allievi Carabinieri al Polo Tecnico Professionale “Righi-Boccioni-Fermi” di Reggio Calabria
Il Polo Tecnico Professionale “Righi-Boccioni-Fermi” di Reggio Calabria ha organizzato, nello scorso aprile per le classi del quinto anno, un incontro con la Scuola Allievi Carabinieri della città. La segnalazione, arrivata con una circolare della scuola all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, riguardava un’attività con scopi e intenti impegnativi (https://www.righiboccionifermi.edu.it/circolare/incontro-didattico-presso-la-scuola-allievi-carabinieri-di-reggio-calabria/). La nota interna rivolta a studenti, studentesse e insegnanti richiamava argomenti che molti istituti superiori ritengono non prescindibili, a livello didattico, ovvero gli strumenti, le tecniche atti a dar corpo ai curricula di Educazione Civica, alla Formazione Scuola Lavoro, e propedeutici alla preparazione per l’esame di maturità. Dunque, compiti educativi – in primis – rivolti ad alunni e alunne maggiorenni con pieno godimento dei diritti a partecipare all’attività civica e politica della Repubblica. In cosa consistano questi compiti di “innovazione didattica” (sic, come si specifica i vari documenti ministeriali), propri della funzione-docente, lo si evince dal riferimento, specificato nella circolare dell’ufficio di dirigenza dell’istituto, alla cultura della legalità, al principio della difesa nazionale come obbligazione etica di ciascun cittadino. Trovano quindi rilievo le “tematiche di rilevanza sociale” che non fatichiamo a individuare nei temi del rispetto delle differenze di genere, del bullismo in tutte le sue forme, dell’obbedienza alle regole anche quando in contrasto con la coscienza personale, dunque illegittime seppur formalmente legali. Del resto, con buona pace dell’autonomia scolastica, i dirigenti sempre più stretti in una logica gerarchico-discendente  e, paradossalmente manageriale, non fanno che rispettare il protocollo che tre dicasteri, istruzione, difesa, lavoro hanno firmato con le Forze Armate, diventati anche  singoli accordi formali con i diversi corpi dell’Esercito, della Marina, dell’Aeronautica, dell’Arma dei Carabinieri (clicca qui). L’incontro in oggetto, immagino, sarà stato condotto da un ufficiale con la presenza di allievi della scuola-accademia, insomma giovani esempio per altri giovani, modello importante in un periodo storico in cui è proprio la gioventù a essere criminalizzata, oggetto di misure repressive per qualsiasi espressione di dissenso o per comportamenti considerati devianti, anticamera di futuri reati (si vedano in proposito i recenti commenti di Vincenzo Scalia, sociologo del diritto e della devianza presso l’Università di Firenze: https://volerelaluna.it/autori/vincenzo-scalia/; https://www.sinistrasindacale.it/; altri testate e siti on line). La scuola allievi bandisce – con periodicità variabile – concorsi di ammissione che prevedono, in alcuni casi, anche 3000 posti, per una ferma di 4 anni in cui poter sviluppare arti militari, addestramento tecnico, attività volte al conseguimento della prestanza fisica. Dopo il superamento della prova concorsuale (test, elaborati scritti, esami orali) si può chiedere l’arruolamento e svolgere la carriera mediante i concorsi interni. Insomma, un esempio di attività lavorativa che può incoraggiare i giovani, sempre più disorientati rispetto alle scelte future. I contenuti dell’incontro, precisa ancora la nota interna della scuola, sono inoltre utili alla redazione del capolavoro finale, da presentare all’esame di maturità insieme agli altri crediti e da inserire nel curriculum dello studente. Il capolavoro è veramente un capolavoro di manipolazione. Si tratta di autorappresentarsi con i propri interessi, con le attività che si svolgono, con le proprie aspirazioni e, soprattutto, competenze. Competenze oggi soprattutto digitali come recita l’Ordinanza Ministeriale sul nuovo esame di maturità, attualmente oggetto di consultazione da parte delle forze sociali (https://www.mim.gov.it/-/ordinanza-ministeriale-n-54-del-26-marzo-2026). Inutile sottolineare come il capolavoro diventi con il portfolio personale un ghiotto magazzino di dati personali che potranno esser usati dai soliti predatori in piattaforma. Sul sito della scuola la voce relativa alla descrizione del contesto è desolante. Il polo situato in zona semiperiferica accoglie alunni di provenienza sociale marginale, fino a forme di notevole pauperizzazione. Del resto, è un dato comune ad ampie aree urbanizzate e a siti rurali della Calabria. Forse, l’impegno per trovare sbocchi lavorativi ai propri alunni è giustificata ma, la realtà è ben più amara e a poco vale forzare percorsi di scuola-lavoro, il lavoro non c’è. Ecco dove arrivano i corpi delle Forze Armate con i loro incontri orientativi: offerte di impiego futuro di fatto obbligatoriamente orientati al servizio militare.    Qualche nota sulla intitolazione della scuola come faccio spesso, chiedendomi quanto gli studenti e le studentesse ne sappiano dei cognomi che appaiono nelle intestazioni dei siti e dei documenti ufficiali. Cognomi associati, frutto degli sconsiderati accorpamenti fra istituti (il Polo in questione ha 950 alunni,65 classi!). Forse il meno noto è Augusto Righi, fisico e senatore del Regno d’Italia. Più famoso Umberto Boccioni, il futurismo, il dinamismo, la velocità come obiettivi e come forma di vita artistica e personale: il suo interventismo nella Prima Guerra Mondiale sembrava frustrato dalla mancanza di un desiderato sbocco eroico, la guerra era “una noia”. Ma il destino tenne in scacco l’artista con un colpo imprevisto, la morte – non proprio eroica – a soli 33 anni per una caduta durante un addestramento equestre. Di Enrico Fermi, ragazzo di Via Panisperna, massone, premio Nobel nel 1938, sappiamo molto, magari di questi tempi si tende a oscurare la sua compromissione con il fascismo e quella con la ricerca statunitense che portò alla bomba atomica. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
La pedagogia della guerra. L’educazione ai diritti umani e la “cultura della difesa”
In occasione dell’iniziativa svoltasi il 24 gennaio 2025 presso la Biblioteca Universitaria di Genova con Antonio Mazzeo, di cui abbiamo dato notizia anche attraverso il nostro sito (clicca qui), l’organizzatrice del progetto, Stella Acerno, Presidente del Centro per l’Educazione ai Diritti Umani OdV, ha curato la pubblicazione degli atti con il volume dal titolo La pedagogia della guerra. L’educazione ai diritti umani e la “cultura della difesa”. Nell’introduzione del volume Stella Acerno scrive: «Ci si può chiedere se docenti o genitori possono opporsi alle attività di formazione militare nelle scuole. Ricordiamo a questo proposito il ruolo dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, costituitosi per monitorare e denunciare l’attività di militarizzazione nelle scuole e nelle università. Per rispondere a questa domanda l’Osservatorio mette a disposizione per i docenti modelli di mozioni da presentare nel Collegio docenti e opzioni di minoranza. Ha inoltre redatto un Vademecum contro la militarizzazione delle scuole: strumenti pratici e mozioni». Indice Ringraziamenti – Stella Acerno Prefazione – Roberto Sinigaglia Premessa: Ripensare la scuola – Andrea Carosso Introduzione – Stella Acerno Il processo di militarizzazione dell’istruzione riguarda tutta l’Italia – Antonio Mazzeo Un modello di ispirazione fascista – Giuseppe Giliberti Il conflitto è dentro di noi – Nitamo Montecucco Militarizzare la scuola. Un ossimoro diseducativo – Fabio Bajetto La presenza delle forze armate nelle scuole tedesche – Intervista a Martina Schmerr a cura di Anne Drerup Bibliografia Clicca qui per scaricare il libro in pdf. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Documento per Gaza e la Cisgiordania del Collegio Docenti del Liceo Scientifico “Dini” di Pisa
PUBBLICHIAMO VOLENTIERI IL TESTO DEL DOCUMENTO PRODOTTO DAL COLLEGIO DOCENTI DEL LICEO “DINI” DI PISA SULLE VICENDE CHE RIGUARDANO IL GENOCIDIO A GAZA E IN CISGIORDANIA. Il 15 settembre 2025 abbiamo osservato un minuto di silenzio per le migliaia di bambini e bambine e di civili uccisi/e a Gaza dall’esercito israeliano. Le notizie che continuano ad arrivare da Gaza e dalla Cisgiordania, dopo il cessate il fuoco dell’ottobre 2025, ci impongono di esprimerci ancora, come docenti, come cittadini e cittadine che sentono un imperativo morale: “Non tacere”. Nella notte tra il 29 e il 30 aprile 2026, pochi giorni fa, la marina israeliana ha attaccato, ancora una volta in acque internazionali, 22 barche della Flotilla, 175 attivisti e attiviste da 55 Paesi. I militari hanno minacciato gli equipaggi con le armi, li hanno fatti inginocchiare, hanno sabotato motori e strumentazione, lasciando le barche in balia delle onde. Due attivisti, Thiago Avila e Saif Abukeshek, sono stati arrestati e portati in Israele (sono stati liberati solo il 9 maggio, anche a seguito di una mobilitazione internazionale per il loro rilascio). Il 30 marzo, il Parlamento Israeliano ha approvato la legge che introduce la pena di morte per atti di terrorismo compiuti dai palestinesi: uno dei primi a rischiare di venir condannato a morte è il dottor Hussam Abu Safiya, arrestato dall’esercito israeliano il 27 dicembre 2024 mentre cercava di negoziare l’evacuazione dell’ospedale Kamal Adwan, circondato da pazienti costretti a lasciare l’ospedale in mutande, tra due file di carri armati israeliani. A Gaza prosegue la distruzione sistematica delle infrastrutture e degli ultimi presidi sanitari, l’81 % degli edifici è distrutto, il 58 % dei territori è stata dichiarata zona interdetta ai palestinesi, presidiata dall’esercito. Dal cessate il fuoco, sono state uccise più di 500 persone. 37 Ong non possono più operare a Gaza, il blocco totale degli aiuti umanitari prosegue, costringendo i palestinesi della striscia a una sopravvivenza ormai oltre il limite, in assenza quasi totale di cibo, di medicinali,  di acqua potabile, di carburante. 20.000 bambini uccisi, 42.000 feriti, 21.000 invalidi a vita, migliaia affetti da estrema denutrizione, malattie della pelle, traumi psicologici (fonte Save the Children). Le famiglie, sotto tende fatiscenti, devono difendersi anche dai cani selvatici e dai topi. Intanto, il piano di “ricostruzione” di Gaza non prevede l’autodeterminazione dei palestinesi. Non ci sono quasi più giornalisti che possano testimoniare ciò che avviene nella striscia, dal 7 ottobre 2023 sono circa 300 i giornalisti uccisi dall’esercito israeliano. Per quanto riguarda la Cisgiordania, non esistono più le aree A, B o C: tutta la Cisgiordania viene ogni giorno occupata in maniera sempre più massiccia, illegalmente, dai coloni. Lo stesso accade a Gerusalemme Est. La situazione dei bambini e delle bambine palestinesi è drammatica; 350 minori sono detenuti nelle carceri israeliane (già a 12 anni un bambino palestinese può venire arrestato), l’accusa di aver lanciato pietre può portare a una condanna fino a 20anni di carcere. Né parenti né legali vengono informati immediatamente sul luogo di detenzione  e sul capo di accusa, 4 bambini su 5 vengono picchiati al momento dell’arresto, la metà feriti. Il 60% dei minori è in isolamento, anche fino a 48 ore. Le scuole vengono sistematicamente attaccate e distrutte dai coloni; i bambini e le bambine che ancora riescono ad avere una parvenza di scuola devono attraversare zone occupate illegalmente dai coloni, che le/li minacciano con droni, armi, cani; devono superare checkpoint (900 in Cisgiordania) e perquisizioni. Dal 2011 permane il divieto assoluto di usare libri palestinesi. Le librerie vengono chiuse; due librai di Gerusalemme Est, Ahmed e Mahmoud Muna, sono stati arrestati con l’accusa di “terrorismo”, poi di “disturbo della quiete pubblica”, per aver venduto libri palestinesi. Tra i libri proibiti, 1984 di Orwell. Tutta la Cisgiordania è attraversata da cancelli che impediscono l’accesso ai palestinesi: cancelli gialli controllati dall’esercito, arancio dai coloni. E potremmo continuare per pagine e pagine a raccontare una realtà dove regna l’assoluta assenza di diritto, di regole: solo paura, minacce, violenza, sopruso, morte. In quanto docenti, sentiamo la responsabilità di non tacere e ci assumiamo l’imperativo etico di denunciare tutto questo in difesa del diritto, della giustizia, della salvaguardia della vita e dell’autodeterminazione del popolo palestinese. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente