La guerra in testa. Contro la militarizzazione del pensiero di Davide Borrelli
DI DAVIDE BORRELLI, DOCENTE DI SOCIOLOGIA DEI PROCESSI CULTURALI E
COMUNICATIVI PRESSO L’UNIVERSITÀ DEL SALENTO E A L’UNIVERSITÀ “SUOR ORSOLA
BENINCASA” DI NAPOLI, PUBBLICATO IL 26 GIUGNO 2026 SU WWW.ZENODO.ORG IN
COPYLEFT.
Abstract
Oggi l’Europa sembra conoscere solo il linguaggio del riarmo: ha la guerra in testa. La diplomazia tace e la politica si eclissa, mentre l’emergenza militare domina il discorso pubblico. Questo pamphlet denuncia la penetrazione della frenesia bellica nel nostro immaginario e nella nostra mentalità, svelando come abbia alterato percezioni, relazioni e politiche. Attraverso un’analisi culturale e sociologica, il testo smaschera la normalizzazione della guerra come risposta automatica alle crisi globali, mostrando come termini, concetti e narrazioni militariste deformino la realtà e anestetizzino la coscienza critica. L’Europa della pace si è trasformata in una fortezza, materiale non meno che simbolica. In un’epoca segnata dall’assuefazione alla minaccia e dall’esaltazione della “resilienza” come virtù bellica, questo libro lancia un appello radicale: disarmare il linguaggio per ricostruire un’antropologia della convivenza. Contro il ritorno delle “virtù guerriere” come fondamento del legame sociale, auspicato da certi intellettuali, è urgente ripensare il futuro partendo dalla mitezza dei giusti, dall’apertura all’altro e dal ripudio della guerra.
Indice
Premessa
Verso una governamentalità bellica
La fortezza Europa
Nemici a noi stessi
Un’occasione perduta, una possibilità da riscoprire
La cura della pace
Dalla persona al ruolo: la guerra come macchina di annientamento simbolico
Normalizzare la guerra per governare l’instabilità
Le trappole della deterrenza
La banalizzazione della guerra e il nuovo “spirito” dell’Europa
La guerrificazione discorsiva della società: un’analisi culturale
Scomode rivelazioni
Guerra di parole contro gli outsider
L’università della pace e l’arte dei rapporti umani: la lezione di Virginia
Woolf
L’università della guerra
La nuova scuola militarista
La resilienza: da virtù economica a virtù bellica Armiamoci e partite!
Potenza del neutro: per una politica di equivicinanza
Il colore del grano: per una pedagogia della pace
La sostanza di cui è fatta la pace: dalla tolleranza al desiderio
L’etica silenziosa dei giusti
Critica e clinica: disarmare il discorso, curare il mondo
Fare orecchie da mercante nell’età del realismo bellicista
Le sfide che ci attendono: un nuovo sguardo sul pianeta
Riferimenti bibliografici
> Chi scopre con piacere un’etimologia […]
> Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
> Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.
> (Jorge Luis Borges, I giusti, 1981)
> Per cui se servirà del sangue ad ogni costo andate a dare il vostro se vi
> divertirà.
> (Ivano Fossati, Il disertore, 1992)
> Fino a quando penseremo di avere il monopolio del “bene”,
> fino a che parleremo della nostra civiltà come la civiltà,
> ignorando le altre, non saremo sulla buona strada
> (Tiziano Terzani, Lettere contro la guerra, 2002)
Premessa
“Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa”. Sono le
parole con cui lo scrittore maledetto per eccellenza, Louis-Ferdinand Céline
(1934, p. 26), descriveva gli effetti della sua personale esperienza della
guerra, a partire dal momento in cui, da giovane corazziere a cavallo, fu
gravemente ferito a un orecchio combattendo nella prima guerra mondiale.
A giudicare da come l’Europa ha gestito l’aggressione della Russia all’Ucraina,
le derive genocidiarie di Israele a Gaza e, da ultimo, l’escalation in Medio
Oriente, il Vecchio Continente sembra aver decisamente smarrito la capacità di
immaginare soluzioni che non siano dettate dalla logica militare. Nella vicenda
ucraina ha puntato quasi esclusivamente sul sostegno armato; nel caso di Gaza ha
tollerato a lungo ciò che dichiarava di deplorare; di fronte all’attacco di
Israele e Stati Uniti contro l’Iran si è mostrato assai più preoccupato delle
ricadute economiche del conflitto che della tenuta del diritto internazionale.
In qualche caso è arrivato perfino ad adottare atteggiamenti pilateschi che
pretendevano di non condividere e insieme di non condannare.
Se Céline ha descritto la guerra come un’ossessione che si insedia nella
coscienza individuale, oggi potremmo affermare che è l’Europa tutta a essersi
“beccata la guerra in testa”. Anzi, per sfruttare tutte le sfumature di senso
connotate da una pittoresca espressione del dialetto partenopeo, sarebbe proprio
il caso di dire che la comunità politica di cui siamo parte soffra ormai di una
vera e propria sindrome della “guerra ‘n capa”. L’ossessione per la guerra si
riflette anche in scelte simboliche apparentemente marginali, ma che si rivelano
emblematiche del clima culturale che stiamo vivendo. È il caso, ad esempio,
delle dichiarazioni rilasciate dal presidente della Regione Piemonte, che alla
vigilia della Festa della Liberazione del 25 aprile del 2025 ha reso omaggio
agli alpini caduti in Russia nella Seconda guerra mondiale, dicendo che si
sarebbero sacrificati “per la nostra libertà”. Un’affermazione che suona quanto
meno sorprendente visto che spaccia per eroico atto di difesa dei valori
democratici quella che è stata in realtà una tragica campagna d’aggressione
militare condotta da Mussolini e da Hitler. Sono cose che succedono, appunto,
quando si ha la “guerra ‘n capa”.
Da qualche tempo l’Unione Europea sembra preda di una fatale ebbrezza
bellicista. La minaccia di un attacco russo, reale o presunta, monopolizza ormai
il dibattito pubblico e orienta una quota crescente delle decisioni politiche.
Mentre si precipita a condannare fermamente Putin, l’Europa resta invece
sostanzialmente inerte di fronte alle stragi di Gaza. Ne è prova l’incapacità di
raggiungere il consenso necessario per sospendere l’Accordo di associazione con
Israele del 2000, per via del veto posto in particolare da Germania e Italia. Ma
l’Europa ha la guerra in testa anche perché, a quanto pare, ha deciso di dare
impulso alla propria stagnante economia trasferendo investimenti dalle
infrastrutture civili a quelle militari e dirottando, in particolare, i Fondi di
coesione (cioè quelli destinati a ridurre le disparità regionali fra i Paesi
membri) verso l’industria delle armi, salvo poi piegarsi ai diktat di Trump e
rassegnarsi a finanziare quella degli Stati Uniti nell’ambito dell’iniziativa
PURL (Prioritised Ukraine Requirements List) promossa dalla NATO. E, infine, ha
la guerra in testa soprattutto perché sta cercando in ogni modo di
normalizzarla, di renderla un’opzione accettabile fra le altre. Lo fa, ad
esempio, promuovendo fin dai programmi educativi la formazione di una cultura
bellicista, ossia di una mentalità che giustifica l’uso della forza come
risposta plausibile alle sfide del presente, spingendo opinione pubblica e
istituzioni a considerare la guerra una componente normale dell’attuale ordine
geopolitico e dei meccanismi di sicurezza degli Stati membri. Non si tratta più
soltanto di una risposta militare, ma di una trasformazione profonda del nostro
modo di essere e di pensare. Rispetto a politiche come questa, che mirano a
mitridatizzarci e a sensibilizzarci alla guerra, c’è solo da constatare con
rammarico quanto ci siamo allontanati e come sia stato letteralmente capovolto
lo spirito dell’UNESCO, nella cui dichiarazione istitutiva si legge: “poiché le
guerre nascono nella mente degli uomini, è nello spirito degli uomini che devono
essere poste le difese della pace”.
Senza dubbio viviamo in un mondo agitato da molte e gravi tensioni
internazionali, alcune delle quali noi Europei abbiamo in qualche misura
contribuito a far esplodere per interesse, per insipienza o semplicemente per
ignavia. Tuttavia, anche ammesso che la minaccia russa sia concreta e le
preoccupazioni europee effettivamente fondate, siamo convinti che sia doveroso
vigilare su come questo allarme venga interiorizzato e si vada traducendo in
scelte politiche, culturali, simboliche e comunicative. C’è, infatti, un altro
motivo per ritenere che la “guerra in testa” esprima la nostra attuale
condizione di europei sull’orlo di un esaurimento di nervi. L’ossessione della
guerra è un pensiero fisso che ci attanaglia e non lascia spazio ad altri
pensieri: rivendica priorità assoluta e pretende attenzione esclusiva, fino a
mettere in secondo piano ogni altra preoccupazione. D’altra parte, “tenere ‘a
guerra ‘n capa” è una frase che si utilizza per descrivere uno stato di profondo
dissidio interiore (un conflitto, una guerra appunto) tra impulsi opposti, tra
un pensiero e il suo contrario. Ad esempio, se ne può considerare un tipico
sintomo essersi a lungo aspettati l’imminente crollo militare della Russia per
manifesta inferiorità e, poi, tutto ad un tratto e sfidando apertamente il
principio di non contraddizione per cui una proposizione non può essere vera e
falsa a seconda delle convenienze, correre precipitosamente a riarmarsi per
paura di esserne invasi. Analogo atteggiamento schizofrenico emerge anche a
proposito della mattanza dei civili palestinesi che Israele compie praticamente
indisturbata: mentre si pretende il rispetto dei diritti umani e in qualche caso
addirittura si proclama il riconoscimento dello stato di Palestina, non si
disdegna di continuare a foraggiare Israele di armi e ad assicurargli copertura
politica e giuridica in quanto starebbe in fondo facendo il “lavoro sporco” per
noi, come ha candidamente ammesso il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Paradossi come questi evidenziano una tensione più generale che è emblematica
della guerra che abbiamo in testa: il fatto è che il pensiero dominante della
guerra stride con l’immagine edificante che coltiviamo di noi stessi e con i
valori fondativi di quella che ci inorgoglisce considerare la nostraidentità
democratica e civile.
In questo atteggiamento c’è con tutta evidenza qualcosa di psicopoliticamente
patologico, il che è anche il segno tangibile di una modernità divenuta ormai
emotivamente “esplosiva” (Illouz 2024), in cui “molte delle principali
caratteristiche istituzionali sono entrate in conflitto tra loro, creando
profonde tensioni e contraddizioni nell’individuo” (p. 15). L’ansia, la
frustrazione e la paura collettiva che ne derivano si riflettono e si
amplificano a livello politico, alimentando un circolo vizioso che influenza in
modo perverso le decisioni e le priorità della nostra società e finisce per
convertire questioni politiche e diplomatiche in problemi esclusivamente
militari. L’ossessione paranoica che oggi si concentra sul riarmo scaturisce da
un dissidio lacerante tra due propensioni divergenti che si esprimono in
orientamenti all’azione antitetici: da un lato, il nostro nuovo assetto di
guerra e, dall’altro, la nostra tradizionale cultura di dialogo e di pace.
Insomma, “’a guerra ‘n capa” è una sorta di mise en abyme: un’espressione così
densa di senso da provocare una vertigine che rischia di farci venire essa
stessa la guerra in testa. Ci restituisce l’immagine di un continente
attraversato da tensioni profonde, sospeso tra ciò che teme, ciò da cui dice di
difendersi, e ciò che, forse senza averlo davvero deciso in modo consapevole e
democratico, sta pericolosamente diventando.
È proprio su questo slittamento – silenzioso ma inesorabile e costante, come la
classica bollitura della rana nella pentola a fuoco lento – che intendiamo
provocare una riflessione critica. Oggetto di questo testo non è la guerra in
sé, e nemmeno il riarmo militare: se sia giusto o sbagliato eticamente, adeguato
o inefficace politicamente. Contro la narrazione egemonica che mira a
persuaderci dell’inevitabilità del riarmo e a intrappolarci in un destino
segnato dalla tensione bellica, è opportuno richiamare un celebre testo del
pioniere della peace research Johan Galtung, dal titolo Ci sono alternative!. È
un potente invito a ricordarci che anche nelle situazioni di conflitto che
sembrano più compromesse e prive di vie d’uscita, esiste sempre, in realtà, la
possibilità (e diremmo, la necessità) di immaginare una soluzione diversa.
Un’affermazione di principio, quella dello studioso norvegese, che si pone
evidentemente in netto contrasto con la filosofia che governa il nostro mondo,
esemplificata dal motto thatcheriano there is no alternative, siache si applichi
alla razionalità economica, sia a quella bellica. Lo stesso Galtung, al culmine
della guerra fredda, metteva in luce come dietro conflitti presentati come
inevitabili si celassero spesso le strategie delle superpotenze, interessate a
innescare guerre per procura e di logoramento contro il proprio rivale. In una
riflessione lucida che suona oggi particolarmente attuale si chiedeva: “forse
l’intenzione è quella di mantenere sempre vivo il conflitto? Oppure può darsi
che la superpotenza voglia tenere il conflitto lontano da se stessa e cerchi di
‘dividere costi e rischi’ alimentando e addirittura creando dei conflitti tra
gli alleati di rango minore e l’altra superpotenza? E questa strategia non
sarebbe esattamente in linea con quella delle basi avanzate, di modo che le
superpotenze possano nascondersi dietro a stabili processi di formazione del
conflitto tra i paesi di rango minore di entrambi gli schieramenti?” (Galtung
1984, p. 244). L’impressione è che, da parte della superpotenza americana, il
conflitto in Ucraina costituisca una versione aggiornata di questa collaudata
strategia da guerra fredda: non più, cioè, soltanto un tentativo difensivo di
esternalizzare il conflitto e ripartirne i costi con gli alleati europei, ma un
vero e proprio progetto di trarne profitto economico sfruttando un’emergenza
militare, provocata o lasciata deliberatamente degenerare, per arginare l’enorme
debito pubblico degli Stati Uniti verso l’estero. Le guerre che fino a pochi
anni fa gli Stati Uniti caldeggiavano e intraprendevano in prima persona hanno
rappresentato un costo che nel tempo si è rivelato finanziariamente
insostenibile. Al contrario, la sfida militare contro la Russia di cui oggi il
gigante americano indebitato spinge l’Europa a farsi carico, costituisce per
esso un’imperdibile occasione di ricentralizzazione dei capitali, risanamento
economico e riequilibrio della bilancia dei pagamenti (Brancaccio, Giammetti e
Lucarelli 2022). Da questo punto di vista, la zelante e resistibilissima
fascinazione dell’Europa per il riarmo fa venire in mente, purtroppo,
l’improvvido atteggiamento di chi si innamora della corda con cui lui stesso è
destinato a essere impiccato. Gli USA si arricchiscono vendendo a noi europei
l’arsenale necessario per fare dell’Ucraina un “porcospino di acciaio”
inattaccabile dalla Russia (per usare l’espressione di Ursula von der Leyen): il
rischio tangibile del nostro avere la guerra in testa è di ritrovarci presto a
dover fare i conti con costosissime armi sullo stomaco. Il trattamento
sprezzante che Trump si sente autorizzato a riservare ai leader europei
(compresa la sedicente “pontiera” Giorgia Meloni) dipende senza dubbio dalla
concezione imperiale delle relazioni internazionali che gli è propria, ma anche
dalla postura servile che l’Europa non perde occasione di assumere di fronte
alle priorità e agli interessi strategici degli Stati Uniti. Del resto, è quanto
mai attuale il monito di Kant, “chi si fa verme non può poi lamentarsi di essere
calpestato” (1797, p. 491).
Oggetto del nostro discorso non è, in ogni caso, lo scenario economico e
geopolitico che fa da sfondo al conflitto russo-ucraino. Più specificamente, ci
interessa il riarmo culturale e comunicativo, ossia la “guerrificazione” del
discorso pubblico e del senso comune che autorevoli opinion leader e
intellettuali stanno attivamente promuovendo con sempre maggiore insistenza e
forza persuasiva. È questo fenomeno a costituire, a nostro avviso, l’aspetto più
significativo del cambiamento culturale in atto, della nostra personale e
inquietante “guerra ‘n capa”.
Non è tanto della guerra come conflitto combattuto che vogliamo parlare, dunque,
né del suo carico di orrori e di disperazione. Neanche intendiamo discutere
dell’opportunità geopolitica per l’Europa di perseguire il riarmo come primo
embrione di una coscienza politica europea. Anzi, a scanso di equivoci, lo
dichiariamo subito, crediamo che se come europei vogliamo davvero arrivare a
dotarci di una reale ed efficace unione politica è necessario che la costruiamo
su una serie di fattori condivisi tra i Paesi membri, come ad esempio una
politica estera e un debito comune, un fisco unico, un sistema sanitario e un
welfare che abbiano standard di funzionamento omogenei e da ultimo, come
conseguenza di tutto ciò, eventualmente anche un sistema di difesa integrato e
interoperabile. In mancanza di queste infrastrutture comunitarie, il rischio è
di passare da un’Europa dei mercati a un’Europa in assetto bellico senza
soluzioni di continuità.
Ma lo ribadiamo, non è di questi aspetti propriamente politici che si occupa il
libro. La nostra è un’analisi culturale e mediologica più che geopolitica (cfr.
Bennato, Farci e Fiorentino 2023): accende i riflettori sul ruolo dei leader di
opinione più che sulle decisioni dei leader governativi, si occupa di discorsi
che danno forma al senso comune prima ancora che di decisioni che si
concretizzano in specifiche linee di azione e programmi militari.
Nostro obiettivo specifico è denunciare il riarmo delle parole e delle menti
prima ancora che quello dei missili e dei droni. Intendiamo, cioè, analizzare e
criticare ciò che definiamo come “guerrificazione” discorsiva della società,
ossia la trasformazione, attivamente e ostinatamente perseguita, del nostro modo
di essere e di pensare perché possa assecondare, sostenere e legittimare un
assetto armato che si compatti intorno a una mentalità bellica. Ne è un esempio
significativo la dichiarazione del segretario generale della NATO Mark Rutte del
15 gennaio 2025: “abbiamo piani militari solidi, la prontezza delle nostre forze
è aumentata, le esercitazioni militari sono più grandi e più frequenti – ha
spiegato l’ex premier olandese -. Tutto questo è essenziale, ma non è
sufficiente per affrontare i pericoli che ci attendono nei prossimi quattro o
cinque anni. Lo ripeto: per prevenire la guerra dobbiamo prepararci”.
Occorrerebbe, a suo avviso, un urgente “passaggio a una mentalità di guerra”,
insomma una vera e propria pedagogia bellicista con tanto di maîtres a penser e
di intellettuali organici disposti a praticarla. Ecco un’efficace
esemplificazione di ciò che definiamo guerrificazione discorsiva della società.
Sul ruolo e sulla responsabilità degli intellettuali diremo in seguito, adesso è
il caso di esaminare le ragioni della frenesia bellica che pervadono il Vecchio
Continente.
Scarica qui il pdf del testo completo di Davide Borrelli.
25 giugno 2026_la guerra in testaDownload
RINGRAZIAMO IL PROF. DAVIDE BORRELLI PER L’INTERESSANTE LAVORO SULLA
MILITARIZZAZIONE DELLA SCUOLA, DELL’UNIVERSITÀ E DELLA SOCIETÀ CIVILE, IN CUI È
STATO ANCHE CITATO L’OSSERVATORIO CONTRO LA MILITARIZZAZIONE DELLE SCUOLE E
DELLE UNIVERSITÀ.
--------------------------------------------------------------------------------
Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo
donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui:
FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM
Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo!
Fai una donazione
--------------------------------------------------------------------------------
FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE
Apprezziamo il tuo contributo.
Dona mensilmente
--------------------------------------------------------------------------------
FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE
Apprezziamo il tuo contributo.
Dona annualmente