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Taty Almeida, madre dei 30 000 desaparecidos
Un paio di mesi fa, in occasione del cinquantesimo anniversario del Golpe in Argentina, ho avuto modo di rivedere più volte Taty Almeida. Era in sedia a rotelle, consapevolmente a un passo della morte, ma la stessa di sempre: allegra in apparenza, certo generosa e portatrice di una vitalità debordante, paragonabile alle donne forti della Bibbia. È stata fino alla fine nemica mortale della violenza che costituisce la vera faccia del neoliberismo, per come si è imposto e continua a imporsi in Argentina. Ma non solo, perché la violenza brutale è il DNA del neoliberismo in cui viviamo immersi e come tale si svela ancora oggi quando trova opposizione: furono, allora, i 30.000 desaparecidos, di tutti i quali Taty fu madre, come le altre Madri, d’altronde, e sono, oggi, i rapimenti e gli assassinii , senza precedenti, di capi di Stato, il genocidio a Gaza, l’aggressione all’Iran, lanciati o proseguiti dal Caligola che siede alla Casa Bianca e ha pure re/inventato il Colosseo , mentre si arrovella nel desiderio del Nobel per la pace. Ma è anche, ancora oggi, la guerra in Ucraina, costruita a tavolino dai suoi predecessori e abbracciata a tamburo battente da una classe dirigente europea che una cosa soltanto dovrebbe avere il coraggio di fare: dimettersi e sparire, travolta dalla Storia. Brutalità e ipocrisia, cui bisogna aggiungere la vergogna di un sistema eliminazionista nei confronti dei migranti, cui un Occidente in crisi affibbia oggi il ruolo di capro espiatorio, che fu assegnato agli ebrei dall’Europa nazi-fascista. Il giorno del cinquantenario, all’urlo incontenibile e viscerale insieme di “Madres de la Plaza, el pueblo las abraza”, con cui all’unisono un milione e passa di voci, la vera Voce Umana, le acclamava quando ancora una volta le poche madri rimaste sono entrate in Plaza de Mayo, dalla sua sedia a rotelle Taty rilanciava con un altrettanto vibrante e potente “Non ci avete vinto” ed elencava, implacabile, i misfatti dell’attuale governo argentino e le richieste di un popolo umiliato e sfruttato, ma non sconfitto. La forza delle Madri e, tra loro, di Taty, è la forza di un’Antigone che tiene testa all’attuale Creonte, spalleggiata, questa volta, da un coro che è il popolo argentino. Portavoce dell’unico Paese che ha saputo portare in tribunale e condannare dopo regolare processo i governanti che si sono macchiati di crimini contro l’umanità, Taty fino all’ultimo respiro ci ha ripetuto che opporsi alla violenza con la non violenza è l’unica lotta da cui non ci si può esimere e che, se portata avanti con le categorie fondanti di Memoria, Verità e Giustizia, è destinata ad essere vincente.   Redazione Roma
June 19, 2026
Pressenza
Che dicano dove sono! Il popolo argentino scende in piazza a 50 anni dal colpo di Stato
Centinaia di migliaia di argentini e argentine sono scesi in piazza martedì 24 marzo per rafforzare il processo di Memoria, Verità e Giustizia che, promosso dalle organizzazioni per i diritti umani, è diventato una politica di Stato e un sentimento profondamente radicato nella cultura argentina. Le mobilitazioni di massa che hanno avuto luogo in molte città in tutto il paese testimoniano il tracciato di una linea rossa. Un messaggio chiaro a questo e a tutti i governi, che il «Mai più» è ancora presente e vigente nel cuore della maggioranza. Si poteva percorrere le strade del centro di Buenos Aires gremite, immersi in quella marea umana che si muoveva a ritmo e dove il tono era alto, caloroso. Molte famiglie, bambini di tutte le età, studenti, giovani che si esprimevano con striscioni improvvisati, ma anche pensionati, anziani che, nonostante il caldo e la folla, non potevano mancare. Organizzazioni politiche, sindacali, culturali e di ogni genere si incrociavano e condividevano i loro interventi. A 50 anni dal colpo di Stato sono rifioriti l’ispirazione, le lotte e le convinzioni. >   > > > > > Ver esta publicación en Instagram > > > > >   > > Una publicación compartida por teleSUR (@telesurtv) Il documento letto in piazza parlava del passaggio generazionale: «Oggi sono qui presenti in questa piazza e vogliamo che le nuove generazioni e l’intera società sappiano chi erano, come pensavano, come vivevano, quali sogni nutrivano e per cosa lottavano quei 30.000 uomini e donne (il numero complessivo delle vittime, N.d.T.). Ecco perché oggi marciamo con le loro foto. Perché siamo qui per ricordare quelle generazioni che a metà del secolo scorso hanno iniziato a organizzarsi, per lottare contro coloro che, come oggi, volevano trasformare l’Argentina in una colonia dell’imperialismo yankee ed europeo». Il simbolo del fazzoletto delle Madri e delle Nonne di Plaza de Mayo era presente in ogni gruppo di manifestanti e si è trasformato in una sorta di faro morale ed etico per la società argentina. Anche il manifesto è stato esplicito nel definire le intenzioni della dittatura civile-militare, in un momento in cui il governo cerca di raccontare la storia in modo diverso. “Il colpo di Stato del 1976 ha instaurato in Argentina un nuovo modello economico basato sulla valorizzazione finanziaria del capitale, sulla deindustrializzazione e sul predominio dell’economia, accompagnato da un’apertura indiscriminata alle importazioni. La dittatura scatenò un genocidio ricorrendo al terrorismo di Stato, il cui obiettivo era smantellare l’alto livello di partecipazione politica e coscienza sociale che ampi settori del popolo argentino avevano raggiunto nei decenni precedenti”, hanno ricordato. «I crimini contro l’umanità non può cadere in prescrizione, e la sparizione forzata è un crimine che continua a essere commesso finché non si conosce la sorte di ogni persona scomparsa. Per questo la sparizione forzata non è una questione del passato, ma del presente; ne sono prova i 12 compagni assassinati a La Perla e identificati di recente dall’Equipo Argentino de Antropología Forense. “Che dicano dove sono” , “Diciamo basta a ritardi giudiziari”  e “Basta a privilegi e arresti domiciliari” sono state le richieste centrali in questo cinquantesimo anniversario del 24 marzo 1976. Il manifesto ha anche denunciato l’arresto per motivi politici di Cristina Fernández, Milagro Sala, Facundo Jones Huala, tra gli altri, e ha protestato contro l’impunità delle vittime della violenza di Stato in democrazia, come quelle di Santiago Maldonado, Luciano Arruga, Carlos Fuentealba o Rafael Nahuel. Il documento ha espresso solidarietà a tutti i settori che stanno subendo attacchi da parte del governo di Javier Milei: disabili, insegnanti, pensionati, bambini e adolescenti, giornalisti e tutti i lavoratori ai quali sono stati negati i diritti con l’approvazione di una riforma del lavoro che distrugge conquiste di oltre un secolo di organizzazione sindacale. Dopo aver denunciato l’embargo contro Cuba e avanzato altre rivendicazioni internazionali, dai microfoni del palco in Plaza de Mayo è stato affermato che «Milei è allineato con il sionismo genocida. Ci schieriamo a favore di una Palestina libera, condanniamo il genocidio a Gaza e l’aggressione degli Stati Uniti e di Israele contro il popolo iraniano. Diciamo NO al genocidio, NO alla guerra». La manifestazione si è conclusa con gli storici slogan «Né oblio, né perdono, né riconciliazione» e l’appello dei 30 mila davanti alla sede del governo «a quel Potere dello Stato che non li cerca, mentre li nega». «Perché siamo il Paese del Mai Più e del fazzoletto bianco. Perché continueremo, come sosteneva Paco Urondo, finché tutto non sarà come lo sogniamo e come lo combattiamo», hanno concluso. >   > > > > > Ver esta publicación en Instagram > > > > >   > > Una publicación compartida por Radio Gráfica (@radiografica893) TRADUZIONE DALLO SPAGNOLO DI THOMAS SCHMID CON L’AUSILIO DI TRADUTTORE AUTOMATICO. Mariano Quiroga
March 26, 2026
Pressenza