Le aziende di Bergamo e la complicità con Israele
I casi Fassi e Battaggion
“Viviamo senza elettricità e acqua corrente. A luglio gli ufficiali
dell’Amministrazione civile israeliana hanno confiscato i pannelli fotovoltaici
che avevamo ricevuto quattro mesi prima da una Ong. Dobbiamo comprare l’acqua da
cisterne vicine. Invece i coloni, appena sono arrivati, si sono subito collegati
alla rete e hanno piantato degli olivi”.
Zahrah Ayub, donna palestinese del villaggio di Khirbet Tall al-Himma (area Nord
della Valle del Giordano, in Cisgiordania), denunciava così nel dicembre 2017 la
confisca e le demolizioni che aveva subito pochi mesi prima a opera
dell’esercito israeliano e di funzionari dell’amministrazione civile. Non sarà
la prima volta per la sua famiglia, né per i 22.349 palestinesi che dal 2009 a
oggi sono stati sfollati a causa della demolizione di 14.096 strutture (dati
Ocha), spesso accompagnate da azioni violente da parte di coloni israeliani che
vivono nei vicini insediamenti illegali. Ma se questa realtà non rappresenta
nulla di nuovo nel contesto dell’occupazione israeliana della Palestina, la
storia di Zahran potrebbe invece svelare per la prima volta l’utilizzo di
macchinari italiani nella demolizione e confisca di proprietà palestinesi.
Prodotte dall’azienda Fassi Gru Spa (parte di Fassi Group, con sede ad Albino,
in provincia di Bergamo), le gru rosse che rimuovevano i pannelli solari della
famiglia Ayub sono state le prime a essere identificate dal Coordinamento
giovanile bergamasco, da mesi attivo nella denuncia delle complicità tra aziende
locali e Israele.
Il dossier, pubblicato il 18 marzo, si pone l’obiettivo di “bloccare ogni legame
tra Bergamo e il genocidio” portato avanti da Israele dal 7 ottobre 2023 e
riconosciuto tale da numerosi organismi internazionali. “È necessario che
studenti e lavoratori inizino a comprendere ciò che viene prodotto nella nostra
zona e le relative conseguenze altrove”, dichiarano ad Altreconomia alcuni
rappresentanti del Coordinamento, tra cui i curatori del dossier, Filip Misic e
Nico Foglieni.
La ricerca è strutturata in una prima parte in cui si mostra il coinvolgimento
dell’azienda nel settore bellico -le gru Fassi, nell’area bergamasca, sono
conosciute ai più per il loro caratteristico colore rosso con la scritta in
bianco che spiccano solitamente in vari cantieri- e in una seconda in cui, a
partire da video, foto e testimonianze ricavate dal lavoro delle Ong israeliane
B’Tselem e “Who Profits?”, si dimostra come l’azienda sia direttamente coinvolta
nella demolizione di case, strutture e beni palestinesi in Cisgiordania.
È stata proprio “Who Profits?”, in un rapporto già del 2018, a denunciare il
ruolo di Fassi nella confisca dei pannelli solari palestinesi, spesso installati
grazie al finanziamento di Organizzazioni non governative e fondi europei. Se
quel fatto in Italia è passato inosservato, ora è messo nero su bianco
dal dossier del Coordinamento giovanile bergamasco. Secondo il quale le gru
Fassi -che rispetto a quella denuncia non rispose alle domande pubbliche poste
dall’organizzazione Business and human rights centre– sono state documentate in
almeno 17 casi, dal 2017 al 2022.
Ci sarebbe anche un caso più recente del 2025 nella Striscia di Gaza, tuttavia,
va chiarito, non verificabile, di una gru rossa che muove blocchi di cemento
gialli e che somiglia molto a un modello della Fassi già osservato in azione in
Cisgiordania. Qualora fosse confermato anche questo episodio, sottolinea
il dossier -ricordando che la cosiddetta “linea gialla” è la demarcazione che
l’esercito israeliano sta utilizzando per il nuovo piano di occupazione e
sterminio di Gaza-, “sarebbe un’altra dimostrazione della complicità del settore
civile con il genocidio”.
È proprio questo aspetto ad aver motivato il Coordinamento -composto da liste
universitarie, collettivi, gruppi giovanili di partito, tra cui anche i Giovani
palestinesi d’Italia (Gpi)- nel lavoro di ricerca. “Il genocidio e la pulizia
etnica in Palestina sono ancora in atto, e ne vediamo ancor più gravi le
conseguenze regionali con l’attuale guerra all’Iran, ma anche qui in Italia con
il rincaro dei prezzi -affermano gli studenti-. C’è ancora tanto da capire delle
nostre complicità, a partire dalla nostra provincia, e dobbiamo fare di tutto
affinché la nostra economia non leda il diritto internazionale, che sia con
delle gru civili o con materiali d’armamento”.
Prima del dossier “Fassi”, il Coordinamento aveva pubblicato un’altra ricerca a
febbraio su una seconda azienda bergamasca coinvolta in scambi commerciali con
Israele. Si tratta della Battaggion Spa, che produce impastatrici e miscelatori
per polveri, liquidi e solidi per vari settori di applicazione, incluso quello
militare. Il suo rapporto con Israele, già svelato un anno fa da Linda
Maggiori -autrice del dossier di Altreconomia “La flotta del genocidio”-, si è
tradotto negli ultimi tre anni nella fornitura di miscelatori industriali per la
produzione di esplosivi per l’ammontare di circa sei milioni di euro.
“Non è la sola società a esportare prodotti d’armamento nella provincia di
Bergamo, essendoci almeno altre otto aziende che vendono materiali militari
verso Israele. Tra queste, la Battaggion è quella che incrementa maggiormente il
valore delle nuove autorizzazioni all’export ottenute dal 2022 a oggi, proprio
mentre lo Stato di Israele veniva accusato di genocidio dalla Corte
internazionale di giustizia per le sue azioni nella Striscia di Gaza”, racconta
Michele Cremaschi, ricercatore indipendente che ha iniziato ad indagare
sull’azienda sin dall’ottobre scorso.
I lavori di ricerca di Cremaschi e del Coordinamento -entrambi basati sullo
studio della legge 185 del 1990 e l’analisi di dati dell’Unità per le
autorizzazioni dei materiali d’armamento (Uama) del ministero dell’Economia-
hanno dato il via a una mobilitazione della società civile bergamasca. Una
petizione online, lanciata già a ottobre 2025 da Cremaschi e dalla Campagna per
il disarmo del territorio Bergamasco (ovvero l’equipaggio di terra della Global
sumud flotilla), richiede alla Battaggion l’interruzione immediata di ogni
esportazione di materiali d’armamento verso Israele e il ritiro delle commesse
per ulteriori cinque milioni di euro in attesa di autorizzazione governativa.
Inoltre, dallo scorso novembre, si sono tenuti diversi incontri pubblici e
presidi di fronte alla sede dell’azienda.
Nell’ultimo, il 18 marzo, è emerso un duplice appello alla consapevolezza e
all’azione cittadina, andando oltre il silenzio, fino ad ora, di istituzioni e
dell’Università di Bergamo, che non ha concesso al Coordinamento di presentare
il dossier Battaggion al proprio interno. “È spaventoso che la produzione
industriale, anche italiana, collabori e si renda complice, direttamente o
indirettamente, per interessi economici non solo in una guerra ma in un
genocidio”, ha commentato un partecipante al presidio, a testimonianza di come
la questione stia andando oltre l’interesse di gruppi della società civile
organizzata.
I casi Fassi e Battaggion -entrambe le aziende, contattate da Altreconomia, non
hanno risposto a una richiesta di intervista o commento- rappresentano solo
l’inizio della mobilitazione. “Da quel che ci risulta, il volume di affari tra
la sola provincia di Bergamo e Israele ammonta a circa 120 milioni di euro”,
sottolineano gli studenti del Coordinamento, che chiamano a una nuova
mobilitazione il prossimo primo aprile. “Il motto che ci siamo dati è ‘neanche
un chiodo a Israele’, per sottolineare la necessità di un boicottaggio totale
contro Tel Aviv e di una lotta contro la logica di militarizzazione che sta
colpendo l’Europa e il sistema imperialista occidentale”.
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