Marguerite Duras / Una decisiva coppia di amanti
«Penso che ci sia nella musica un compimento, un tempo che attualmente non
possiamo ricevere. Nella musica c’è una specie di annuncio di un tempo a venire
in cui si potrà sentirla». Così parlava Marguerite Duras in I miei luoghi.
Conversazioni con Michelle Porte (Clichy, 2013). La Musica e La Musica seconda
(rispettivamente del 1965 e 1985), nel loro essere anticipo e ripetizione di sé,
sono un unico lavoro “sulla ripetizione, sul tempo e sull’impossibilità di
concludere un dialogo amoroso”: così nota l’editore italiano, L’Orma, nel
riprendere l’edizione di Gallimard, curata da Arnaud Rykner e forte di un ricco
apparato critico.
In un hôtel di Évreux, oziosa cittadina tra Parigi e la Normandia, un uomo e una
donna s’incontrano di nuovo. Ripetizione e entre-deux. Si sono amati, si sono
lasciati, si rivedono adesso e sarà l’ultima volta. Oppure no. Forse proprio
adesso capiscono che si ameranno per sempre. Ma dove? L’incontro all’hôtel
sembra fortuito, ma non lo è. Si capisce, man mano che si ascolta (Duras
desiderava addirittura che gli attori leggessero il testo, in scena), che
quell’albergo era stato teatro della loro prima felicità quando, sposi novelli,
erano in cerca di una casa in quella città. Una casa che, trovata, non sarà mai
desiderata da lui. Michel la fugge, Anne-Marie la abita. Il nome del luogo, La
Boissière, ne nasconde un altro: il bosco (bois, in francese). La casa,
verosimilmente isolata, e il bosco: spazi chiave nell’universo durassiano,
abitati da donne in un’assenza di tempo. “Solo le donne abitano i luoghi”,
diceva l’autrice. Entrambi, dunque, approdano in quest’albergo con la segreta
speranza di ritrovare l’altro, di capire se qualcosa si è davvero concluso.
Sulla scena cala una luce impietosa, “un’illuminazione violenta”,
cinematografica (Duras trasformò la pièce in film nel 1967, curandone la regia
insieme a Paul Seban), che sarà fagocitata dall’oscurità con l’avanzare del
dialogo.
Vent’anni dopo la prima, nel 1985, Duras volle riprendere e intensificare il
tema: si sarebbe ripetuta, ma variata, La Musica del 1965 e se ne sarebbe
aggiunto un “secondo atto”, “impossibile da eseguire da solo”, secondo esplicita
indicazione dell’autrice. Questo insieme costituisce La Musica Seconda. Qui,
precise sono anche le indicazioni musicali: il primo movimento (Adagio) della
sonata in sol minore n. 2 per violoncello e pianoforte di Beethoven,
nell’esecuzione di Pablo Casals e Rudolf Serkin, e Black and Tan Fantasy di Duke
Ellington. Si prolunga e si amplifica, célinianamente, la conversazione fino al
termine della notte.
I due si ricordano del dolore, ora che non fa più male. La gelosia di lui, nello
scoprire il tradimento di Anne-Marie; l’inseguimento, la caccia quasi, nel bosco
dove lei si rifugia e dove lui non osa entrare (ancora tornano alla mente le
parole di Duras su I luoghi: «Il bosco è proibito… noi [donne] ci inseriamo nel
bosco, ci intrufoliamo. Gli uomini ci vanno per cacciare, per punire, per
sorvegliare»); Michel, con la testa tra le mani e gli occhi chiusi, è un “morto
vivente”, che scopre di amare Anne-Marie solo ora, ora che lei è l’unica che gli
sia proibita. E anche Anne-Marie sente di amarlo. Per un attimo entrambi
sfiorano il pensiero che l’unico luogo capace di accoglierli sia proprio
quell’albergo, di fare come gli …. – e nessuno dei due ha il coraggio di finire
la frase. Non saranno amanti, perché sarebbe esserlo “come tutti” – e loro, come
tutti, si sono già amati e già lasciati. Non si vedranno mai più, perché
sull’amore non si fa mai, per riprendere il titolo al quale Duras aveva
inizialmente pensato per questa pièce, La piena luce.
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