Scuola e università tra guerra e formazione: la deriva della militarizzazione culturaleIn un contesto internazionale segnato da conflitti globali, riarmo e nuove
tensioni geopolitiche, s’infiamma anche in Italia il dibattito sull’ingresso
delle logiche militari nei sistemi educativi. Un fenomeno sempre più diffuso che
interroga il ruolo stesso dell’istruzione pubblica.
I bambini e i ragazzi hanno diritto a crescere in ambienti educativi liberi,
aperti e orientati alla pace, non condizionati da una presenza militare invasiva
che può generare paura e confusione. La scuola dovrebbe essere uno spazio di
dialogo, confronto e sviluppo del pensiero critico, non un luogo in cui si
normalizzano logiche di guerra e gerarchie autoritarie. Esporre precocemente i
giovani a simboli, linguaggi e strutture militari rischia di influenzare la loro
percezione della realtà, rendendo accettabile ciò che dovrebbe invece essere
interrogato e compreso criticamente.
Difendere i più giovani significa proteggerli da ogni forma di pressione
ideologica e garantire loro un’educazione fondata su valori come la
cooperazione, la solidarietà e il rispetto reciproco. La presenza militare nelle
aule, se pervasiva, può limitare la libertà educativa e la pluralità dei punti
di vista. I ragazzi devono poter immaginare il futuro senza sentirsi indirizzati
verso modelli unici e rigidi.
Una scuola davvero democratica forma cittadini consapevoli, non sudditi
disciplinati. Per questo è fondamentale preservare gli spazi educativi da ogni
forma di militarizzazione, tutelando il diritto dei giovani a crescere in un
clima di pace, libertà e dignità.
La crescente penetrazione della cultura militare nei sistemi educativi
rappresenta dunque una delle trasformazioni più controverse e meno discusse del
panorama contemporaneo dell’istruzione pubblica e universitaria. In un contesto
globale segnato da conflitti permanenti, riarmo internazionale, crisi
geopolitiche e ridefinizione degli equilibri di potere, scuole e università
sembrano progressivamente perdere la loro funzione originaria di luoghi deputati
alla formazione critica della persona, per diventare spazi attraversati da
logiche securitarie, nazionalistiche e produttive sempre più vicine agli
interessi degli apparati militari e industriali.
Riflettere criticamente sul militarismo nell’istruzione significa interrogarsi
non soltanto sulla presenza materiale delle istituzioni armate nei contesti
formativi, ma anche sulle strutture culturali, economiche e simboliche che
rendono tale presenza socialmente accettabile e politicamente legittimata.
L’educazione moderna, almeno nella sua formulazione democratica e
costituzionale, nasce storicamente come strumento di emancipazione collettiva.
Pensatori come John Dewey hanno concepito la scuola come laboratorio della
democrazia, mentre Paulo Freire ha insistito sulla necessità di un’educazione
capace di sviluppare coscienza critica e liberazione dalle strutture oppressive.
Anche Antonio Gramsci aveva riconosciuto nella formazione culturale uno degli
strumenti fondamentali per l’autonomia delle classi subalterne.
In questa prospettiva, l’ingresso delle forze armate nei processi educativi
appare come una torsione radicale della missione pedagogica originaria:
l’istituzione scolastica non viene più orientata prioritariamente alla
costruzione di cittadini consapevoli, ma alla normalizzazione della guerra come
elemento strutturale della vita politica contemporanea.
La militarizzazione dell’istruzione assume forme molteplici e spesso indirette.
Può manifestarsi attraverso protocolli d’intesa tra ministeri dell’istruzione e
della difesa, programmi di orientamento professionale che promuovono carriere
militari tra adolescenti e giovani adulti, presenza delle forze armate durante
eventi scolastici, percorsi di alternanza scuola-lavoro presso enti collegati
alla difesa, finanziamenti universitari destinati alla ricerca dual use e
collaborazioni accademiche con industrie belliche.
In numerosi paesi occidentali tali pratiche sono state progressivamente
normalizzate attraverso una retorica fondata sulla sicurezza nazionale,
sull’innovazione tecnologica e sulle opportunità occupazionali. Tuttavia, questa
normalizzazione produce un mutamento profondo: gli studenti vengono educati a
percepire la guerra non come fallimento della politica, ma come componente
inevitabile della stabilità internazionale.
L’analisi di questo fenomeno richiede anche una riflessione sulle trasformazioni
del capitalismo contemporaneo. Il complesso militare-industriale, descritto da
Dwight D. Eisenhower nel celebre discorso del 1961, ha assunto oggi una
dimensione ancora più pervasiva. Non si tratta più soltanto dell’intreccio tra
apparati militari e industrie della difesa, ma di una rete globale che coinvolge
università, centri di ricerca, piattaforme tecnologiche, aziende informatiche e
governi.
Le università diventano così nodi strategici di produzione scientifica
applicabile tanto al settore civile quanto a quello militare. Le discipline STEM
vengono frequentemente valorizzate in funzione della competitività strategica
nazionale, mentre le scienze umane e sociali subiscono processi di
marginalizzazione che riducono la capacità critica delle istituzioni
accademiche.
La militarizzazione culturale opera anche attraverso i linguaggi. Termini come
resilienza, sicurezza, minaccia, strategia e difesa penetrano progressivamente
nel lessico educativo, contribuendo a ridefinire l’immaginario delle nuove
generazioni. La pedagogia viene subordinata alla gestione del rischio; la
cittadinanza viene reinterpretata come adesione disciplinata alle esigenze dello
Stato; il dissenso può essere delegittimato come atteggiamento irresponsabile
nei confronti della sicurezza collettiva.
In questa dinamica si intravede ciò che Michel Foucault aveva definito come il
rapporto tra sapere e potere: le istituzioni educative producono soggetti
compatibili con specifiche configurazioni di dominio.
Le conseguenze etiche di tale processo sono profonde. Una società che abitua i
giovani alla presenza ordinaria delle strutture militari nei luoghi della
formazione rischia di ridurre la sensibilità verso la sofferenza prodotta dai
conflitti armati. Le guerre contemporanee vengono spesso rappresentate in
maniera astratta, attraverso narrazioni tecnologiche che occultano le
devastazioni umane nei territori colpiti. L’esperienza di popolazioni civili in
aree come la Striscia di Gaza, l’Ucraina, lo Yemen o il Sudan dimostra invece
che ogni conflitto produce distruzione sociale, trauma intergenerazionale e
regressione democratica.
Un’educazione autenticamente umanistica dovrebbe rendere visibili queste
conseguenze, piuttosto che occultarle dietro retoriche patriottiche o
tecnocratiche.
In questo scenario assumono particolare rilevanza le attività di osservatori
indipendenti e studiosi critici che denunciano tali processi. Il lavoro di
Michele Lucivero, insieme a quello di giornalisti e ricercatori come Antonio
Mazzeo e Federico Giusti, contribuisce a costruire una contro-narrazione
fondamentale, capace di riportare al centro del dibattito pubblico il ruolo
dell’istruzione.
Opporsi alla militarizzazione non significa ignorare la complessità delle
relazioni internazionali né negare l’esistenza dei conflitti. Significa
piuttosto riaffermare il primato dell’educazione come spazio di libertà critica.
Le scuole e le università dovrebbero insegnare il valore della cooperazione
internazionale, della diplomazia, del diritto internazionale, della risoluzione
non violenta dei conflitti e della giustizia globale.
La posta in gioco è profondamente civile e democratica. Se l’educazione rinuncia
alla propria autonomia critica e accetta di essere integrata nei dispositivi
della guerra permanente, l’intera società rischia di perdere uno dei suoi
principali strumenti di emancipazione.
Difendere scuole e università dalla militarizzazione significa difendere la
possibilità stessa di immaginare un ordine internazionale fondato non sulla
forza, ma sulla dignità umana, sulla verità storica, sulla pace e sulla libertà.
In questa prospettiva, la resistenza culturale contro il militarismo non è una
battaglia marginale, ma una delle questioni decisive del nostro tempo.
Laura Tussi