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“Ninna Nanna della guerra” di Trilussa in un video
Nel video prodotto dal “Gruppo Genitori” per denunciare la propaganda militarista rivolta all’infanzia e all’adolescenza scorrono le fotografie tratte dall’archivio dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università. Questa raffica di immagini tenta di sovrastare la voce della mamma che continua, senza lasciarsi sopraffare, a recitare la “Ninna Nanna della guerra” del poeta romano Trilussa. È un’iniziativa per dire NO * alla cultura della difesa, * alla leva, * alla idiozia della guerra. Ricordiamo che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha prodotto un Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra, un testo che si può stampare e diffondere per l’obiezione di coscienza totale alla guerra (clicca qui). Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
May 12, 2026
Pressenza
“Disarmarsi nella quotidianità e nelle scuole”
Giovedì 14 maggio alle 18 si svolge quinto e ultimo incontro del percorso “Abolire il nucleare, educare alla pace” coordinato da Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF) Italia, realizzato con il sostegno dell’UCEBI (Unione Cristiana Evangelica Battista d’Italia) e in collaborazione con l’Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università e l’Associazione Nazionale Per la Scuola della Repubblica ODV. In questo laboratorio pratico con Venessa Hanson, social media manager di ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), scopriremo come fare attivismo per il disarmo nucleare ogni giorno, attraverso i social e altri strumenti di comunicazione. Rifletteremo sul ruolo dei e delle giovani nella costruzione di un mondo libero da armi nucleari e progetteremo insieme attività e laboratori che gli e le insegnanti potranno riproporre in classe. Interverranno anche le organizzazioni la società civile che hanno collaborato al progetto per continuare a creare assieme percorsi per il disarmo e la pace. Per l’Associazione Nazionale “Per la Scuola della Repubblica” ODV interverrà Anna Angelucci, per l’Osservatorio Contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università interverrà Roberta Leoni.   DISARMARSI NELLA QUOTIDIANITÀ E NELLE SCUOLE  giovedì 14 maggio alle 18 https://us06web.zoom.us/j/85714953088?pwd=l4FKTOqAoufH16vtLOagMMDGWZaNUm.1#success Per informazioni, domande o chiarimenti contattare: wilpf.italia@outlook.it WILPF (Women's International League for Peace and Freedom)
May 12, 2026
Pressenza
Scuola e università tra guerra e formazione: la deriva della militarizzazione culturale
In un contesto internazionale segnato da conflitti globali, riarmo e nuove tensioni geopolitiche, s’infiamma anche in Italia il dibattito sull’ingresso delle logiche militari nei sistemi educativi. Un fenomeno sempre più diffuso che interroga il ruolo stesso dell’istruzione pubblica. I bambini e i ragazzi hanno diritto a crescere in ambienti educativi liberi, aperti e orientati alla pace, non condizionati da una presenza militare invasiva che può generare paura e confusione. La scuola dovrebbe essere uno spazio di dialogo, confronto e sviluppo del pensiero critico, non un luogo in cui si normalizzano logiche di guerra e gerarchie autoritarie. Esporre precocemente i giovani a simboli, linguaggi e strutture militari rischia di influenzare la loro percezione della realtà, rendendo accettabile ciò che dovrebbe invece essere interrogato e compreso criticamente. Difendere i più giovani significa proteggerli da ogni forma di pressione ideologica e garantire loro un’educazione fondata su valori come la cooperazione, la solidarietà e il rispetto reciproco. La presenza militare nelle aule, se pervasiva, può limitare la libertà educativa e la pluralità dei punti di vista. I ragazzi devono poter immaginare il futuro senza sentirsi indirizzati verso modelli unici e rigidi. Una scuola davvero democratica forma cittadini consapevoli, non sudditi disciplinati. Per questo è fondamentale preservare gli spazi educativi da ogni forma di militarizzazione, tutelando il diritto dei giovani a crescere in un clima di pace, libertà e dignità. La crescente penetrazione della cultura militare nei sistemi educativi rappresenta dunque una delle trasformazioni più controverse e meno discusse del panorama contemporaneo dell’istruzione pubblica e universitaria. In un contesto globale segnato da conflitti permanenti, riarmo internazionale, crisi geopolitiche e ridefinizione degli equilibri di potere, scuole e università sembrano progressivamente perdere la loro funzione originaria di luoghi deputati alla formazione critica della persona, per diventare spazi attraversati da logiche securitarie, nazionalistiche e produttive sempre più vicine agli interessi degli apparati militari e industriali. Riflettere criticamente sul militarismo nell’istruzione significa interrogarsi non soltanto sulla presenza materiale delle istituzioni armate nei contesti formativi, ma anche sulle strutture culturali, economiche e simboliche che rendono tale presenza socialmente accettabile e politicamente legittimata. L’educazione moderna, almeno nella sua formulazione democratica e costituzionale, nasce storicamente come strumento di emancipazione collettiva. Pensatori come John Dewey hanno concepito la scuola come laboratorio della democrazia, mentre Paulo Freire ha insistito sulla necessità di un’educazione capace di sviluppare coscienza critica e liberazione dalle strutture oppressive. Anche Antonio Gramsci aveva riconosciuto nella formazione culturale uno degli strumenti fondamentali per l’autonomia delle classi subalterne. In questa prospettiva, l’ingresso delle forze armate nei processi educativi appare come una torsione radicale della missione pedagogica originaria: l’istituzione scolastica non viene più orientata prioritariamente alla costruzione di cittadini consapevoli, ma alla normalizzazione della guerra come elemento strutturale della vita politica contemporanea. La militarizzazione dell’istruzione assume forme molteplici e spesso indirette. Può manifestarsi attraverso protocolli d’intesa tra ministeri dell’istruzione e della difesa, programmi di orientamento professionale che promuovono carriere militari tra adolescenti e giovani adulti, presenza delle forze armate durante eventi scolastici, percorsi di alternanza scuola-lavoro presso enti collegati alla difesa, finanziamenti universitari destinati alla ricerca dual use e collaborazioni accademiche con industrie belliche. In numerosi paesi occidentali tali pratiche sono state progressivamente normalizzate attraverso una retorica fondata sulla sicurezza nazionale, sull’innovazione tecnologica e sulle opportunità occupazionali. Tuttavia, questa normalizzazione produce un mutamento profondo: gli studenti vengono educati a percepire la guerra non come fallimento della politica, ma come componente inevitabile della stabilità internazionale. L’analisi di questo fenomeno richiede anche una riflessione sulle trasformazioni del capitalismo contemporaneo. Il complesso militare-industriale, descritto da Dwight D. Eisenhower nel celebre discorso del 1961, ha assunto oggi una dimensione ancora più pervasiva. Non si tratta più soltanto dell’intreccio tra apparati militari e industrie della difesa, ma di una rete globale che coinvolge università, centri di ricerca, piattaforme tecnologiche, aziende informatiche e governi. Le università diventano così nodi strategici di produzione scientifica applicabile tanto al settore civile quanto a quello militare. Le discipline STEM vengono frequentemente valorizzate in funzione della competitività strategica nazionale, mentre le scienze umane e sociali subiscono processi di marginalizzazione che riducono la capacità critica delle istituzioni accademiche. La militarizzazione culturale opera anche attraverso i linguaggi. Termini come resilienza, sicurezza, minaccia, strategia e difesa penetrano progressivamente nel lessico educativo, contribuendo a ridefinire l’immaginario delle nuove generazioni. La pedagogia viene subordinata alla gestione del rischio; la cittadinanza viene reinterpretata come adesione disciplinata alle esigenze dello Stato; il dissenso può essere delegittimato come atteggiamento irresponsabile nei confronti della sicurezza collettiva. In questa dinamica si intravede ciò che Michel Foucault aveva definito come il rapporto tra sapere e potere: le istituzioni educative producono soggetti compatibili con specifiche configurazioni di dominio. Le conseguenze etiche di tale processo sono profonde. Una società che abitua i giovani alla presenza ordinaria delle strutture militari nei luoghi della formazione rischia di ridurre la sensibilità verso la sofferenza prodotta dai conflitti armati. Le guerre contemporanee vengono spesso rappresentate in maniera astratta, attraverso narrazioni tecnologiche che occultano le devastazioni umane nei territori colpiti. L’esperienza di popolazioni civili in aree come la Striscia di Gaza, l’Ucraina, lo Yemen o il Sudan dimostra invece che ogni conflitto produce distruzione sociale, trauma intergenerazionale e regressione democratica. Un’educazione autenticamente umanistica dovrebbe rendere visibili queste conseguenze, piuttosto che occultarle dietro retoriche patriottiche o tecnocratiche. In questo scenario assumono particolare rilevanza le attività di osservatori indipendenti e studiosi critici che denunciano tali processi. Il lavoro di Michele Lucivero, insieme a quello di giornalisti e ricercatori come Antonio Mazzeo e Federico Giusti, contribuisce a costruire una contro-narrazione fondamentale, capace di riportare al centro del dibattito pubblico il ruolo dell’istruzione. Opporsi alla militarizzazione non significa ignorare la complessità delle relazioni internazionali né negare l’esistenza dei conflitti. Significa piuttosto riaffermare il primato dell’educazione come spazio di libertà critica. Le scuole e le università dovrebbero insegnare il valore della cooperazione internazionale, della diplomazia, del diritto internazionale, della risoluzione non violenta dei conflitti e della giustizia globale. La posta in gioco è profondamente civile e democratica. Se l’educazione rinuncia alla propria autonomia critica e accetta di essere integrata nei dispositivi della guerra permanente, l’intera società rischia di perdere uno dei suoi principali strumenti di emancipazione. Difendere scuole e università dalla militarizzazione significa difendere la possibilità stessa di immaginare un ordine internazionale fondato non sulla forza, ma sulla dignità umana, sulla verità storica, sulla pace e sulla libertà. In questa prospettiva, la resistenza culturale contro il militarismo non è una battaglia marginale, ma una delle questioni decisive del nostro tempo.     Laura Tussi
April 26, 2026
Pressenza
Il triangolo della guerra: Difesa, Università, Industria – di Rossana De Simone
Dalla razionalizzazione della guerra… Era il 2015 quando Roberta Pinotti, ministro della Difesa del governo Renzi, presentava il suo Libro Bianco definito necessario per rafforzare e riformare lo strumento militare. Un testo fortemente politico che avrebbe dovuto farla finita con il potere delle lobby militari e industriali: compito della politica è definire le scelte [...]
March 28, 2026
Effimera
Leonardo: le (loro) armi sui (nostri) treni
Un volantino del «Coordinamento 12 ottobre» sull’accordo RFI- Leonardo e sulla lotta dei ferrovieri per la sicurezza di tutte/i e contro militarizzazione e trasporto di armi. A seguire il link a un articolo sugli ultimi movimenti di “Leon’armo”. Conoscere quanto accade in ferrovia, sui binari e nelle stazioni che utilizziamo ogni giorno per andare al lavoro, a scuola, all’università. Più