Case pubbliche e disuguaglianze: quando il diritto non basta più
Nel dibattito sull’edilizia residenziale pubblica si continua spesso a parlare
come se il problema fosse interno al sistema: graduatorie, requisiti, controlli,
subentri. Ma questa è solo una parte della storia. E forse nemmeno la più
importante.
Il punto è che oggi l’ERP si trova a operare dentro un contesto profondamente
cambiato. Il recente rapporto della Banca d’Italia sulla Campania restituisce un
quadro chiaro: la crescita economica esiste, ma è fragile, diseguale, incapace
di ridurre davvero le distanze sociali. Il lavoro resta precario, i redditi
stagnano e l’accesso al mercato abitativo è sempre più difficile.
È in questo spazio che l’edilizia residenziale pubblica torna ad assumere un
ruolo centrale. Non come residuo del passato, ma come uno degli ultimi strumenti
concreti di riequilibrio sociale. Eppure, proprio mentre il bisogno aumenta, il
sistema continua a funzionare secondo logiche costruite per un contesto diverso.
La giurisprudenza più recente lo dice con chiarezza: il bisogno abitativo, da
solo, non è sufficiente a fondare un diritto al subentro o alla permanenza
nell’alloggio. È un principio giuridicamente corretto, necessario per evitare
che l’ERP si trasformi in una sanatoria permanente delle occupazioni o in un
sistema privo di regole.
Ma è anche un principio che, letto dentro il contesto attuale, apre una domanda
più ampia. Dire che il bisogno non basta è giuridicamente corretto. Ma quando
quel bisogno cresce, il limite non è più solo del diritto: è della capacità del
sistema di rispondere.
L’ERP nasce come funzione pubblica regolata: non distribuisce case, ma organizza
l’accesso a una risorsa limitata secondo criteri di equità. Le graduatorie, i
requisiti, i controlli servono a garantire che quella risorsa vada a chi ne ha
più diritto, non a chi riesce ad arrivarci prima o con maggiore forza.
Questo impianto, però, presuppone una condizione di fondo: che il sistema sia in
grado, almeno in parte, di assorbire il bisogno. Quando questa condizione viene
meno, le regole iniziano a essere percepite non come strumenti di equità, ma
come barriere.
Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Le occupazioni sine titulo non sono solo
violazioni della legge. Sono anche il segnale di una domanda abitativa che non
trova risposta. Allo stesso modo, il contenzioso crescente in materia di
subentro non è solo una questione interpretativa: è il riflesso di una pressione
sociale che si scarica sul sistema giuridico.
La giurisprudenza, in questo scenario, svolge una funzione necessaria ma
limitata. Può stabilire quando un subentro è illegittimo. Può ribadire che il
bisogno non sostituisce le regole. Ma non può risolvere il problema che genera
quel contenzioso. E qui emerge una prima contraddizione.
Si chiede al diritto di tenere insieme equità e legalità in un contesto in cui
le politiche pubbliche non riescono più a garantire un equilibrio tra domanda e
offerta. Il risultato è una tensione crescente: da un lato, la necessità di
applicare le regole; dall’altro, la difficoltà di farlo senza produrre
esclusione. In questo senso, la giurisprudenza più recente non va letta solo
come un limite, ma anche come un segnale.
Quando i giudici affermano che il bisogno non basta, stanno implicitamente
dicendo che il sistema non può essere corretto caso per caso. Che l’equità non
può essere affidata alla singola decisione giudiziaria. Che esiste un livello –
quello delle politiche pubbliche – che deve assumersi la responsabilità di
intervenire. E invece questo livello resta spesso sullo sfondo.
Il rischio, allora, è duplice.
Da un lato, un irrigidimento del sistema, che continua ad applicare regole
pensate per un contesto meno critico. Dall’altro, una crescente delegittimazione
di quelle stesse regole, percepite come incapaci di rispondere alla realtà.
In mezzo, c’è l’ERP. Un sistema che continua a essere caricato di aspettative
sempre maggiori, senza che vengano adeguati gli strumenti per sostenerle.
Eppure, proprio qui si gioca una partita decisiva.
Perché l’edilizia residenziale pubblica non è solo una politica settoriale. È
uno degli ambiti in cui si misura la capacità delle istituzioni di rendere
effettivi i diritti sociali. Non in astratto, ma nella loro dimensione più
concreta: quella dell’abitare.
Quando il diritto alla casa resta formalmente riconosciuto ma sostanzialmente
inaccessibile, il problema non è solo sociale. È istituzionale. Significa che il
sistema delle regole continua a funzionare, ma si allontana dalla realtà che
dovrebbe governare.
E allora la domanda non può più essere solo: è legittimo questo subentro? La
domanda diventa più radicale: il sistema è ancora in grado di garantire l’equità
che promette? Se la risposta è incerta, il rischio è che il conflitto si sposti
sempre di più dal piano amministrativo a quello giudiziario, e da lì a quello
sociale.
Per evitarlo, serve un cambio di prospettiva.
Non si tratta di indebolire le regole. Al contrario, si tratta di rafforzare la
capacità del sistema di renderle sostenibili. Questo significa investimenti,
aggiornamento delle politiche abitative, revisione degli strumenti di accesso,
ma soprattutto una presa d’atto: il bisogno abitativo non è un’emergenza
temporanea, è una condizione strutturale. Continuare a trattarlo come
un’eccezione significa spostare il problema, non risolverlo.
La giurisprudenza, nel suo perimetro, continuerà a fare il proprio lavoro:
garantire coerenza, evitare scorciatoie, tutelare l’equità formale. Ma se non si
interviene sul piano delle politiche pubbliche, quella coerenza rischia di
trasformarsi, nel tempo, in distanza.
E una distanza troppo ampia tra diritto e realtà è sempre un problema. Non solo
per chi resta fuori dal sistema, ma per il sistema stesso.
Perché un diritto che non riesce più a intercettare il bisogno finisce, prima o
poi, per essere messo in discussione.
Redazione Napoli