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Ho.P.E. Campania: chi gestirà davvero il piano casa?
Il programma regionale da 245 milioni di euro punta ad affrontare la crisi abitativa, ma la distribuzione delle risorse, il ruolo dell’ACER, gli studentati e i fondi ancora in attesa del via libera europeo sollevano diversi interrogativi. La Giunta regionale della Campania ha approvato il 16 luglio scorso, con la Delibera n. 386, il programma “Ho.P.E. in Campania” (Housing Programma Europeo in Campania), destinando alle politiche abitative circa 245 milioni di euro del PR Campania FESR 2021-2027. È un atto che merita di essere letto oltre il comunicato istituzionale, perché la distribuzione di quelle risorse e le condizioni a cui sono legate raccontano più di quanto dica il titolo del programma. Il contesto che giustifica l’intervento è già di per sé un dato politico. Lo scorso 15 aprile si è chiusa la seconda ricognizione regionale del fabbisogno abitativo pubblico: 45.000 domande presentate, il 45% in più rispetto alla graduatoria del 2022. È la misura di una crisi abitativa che nella conurbazione Napoli-Caserta-Salerno, dove vive tre quarti della popolazione regionale, non è un’emergenza recente ma una condizione strutturale, mentre il patrimonio di edilizia residenziale pubblica costruito nei decenni scorsi invecchia e in parte viene dismesso: nella sola provincia di Napoli gli alloggi ex IACP sono scesi da oltre 35.000 nel 2011 a circa 27.000 nel 2020. Su questo sfondo, il programma stanzia le risorse lungo tre misure e sei linee di intervento: nuovi alloggi ERP tramite riuso di patrimonio pubblico dismesso e di beni confiscati alla criminalità organizzata; un intervento analogo riservato alle Città Polo nell’ambito dei loro Programmi PRIUS; il completamento di interventi già avviati dal Comune di Napoli a Scampia, Taverna del Ferro e nell’eco-quartiere di Ponticelli; un piano di manutenzione straordinaria del patrimonio ERP gestito dall’ACER; nuovi alloggi di edilizia residenziale sociale realizzati da imprese e cooperative; e, infine, studentati universitari pubblici in collaborazione con gli atenei campani. È un ventaglio coerente con la riforma degli strumenti legislativi sul diritto alla casa che la Regione porta avanti da anni: dalla definizione dell’edilizia residenziale sociale nell’articolo 5 della legge regionale 13/2022, all’aggiornamento dei limiti di costo degli alloggi ERP ed ERS fissato dal Decreto Dirigenziale 473/2023, fino alle Linee Guida approvate con la Delibera 87/2024 e al richiamo esplicito ai principi del Nuovo Bauhaus Europeo su bellezza, sostenibilità e inclusione degli interventi. Dentro questo impianto, però, ci sono asimmetrie che meritano attenzione, perché toccano il modo in cui la spesa pubblica arriverà a tradursi in case abitabili. La prima riguarda il rapporto tra Comune di Napoli e ACER, l’Agenzia Campana per l’Edilizia Residenziale nata dall’accorpamento dei cinque ex IACP regionali. Il Comune riceve 50 milioni per completare tre interventi già avviati con altre forme di finanziamento. L’ACER riceve 34 milioni, destinati esclusivamente alla manutenzione straordinaria, al rifacimento delle coperture, all’efficientamento energetico e al superamento delle barriere architettoniche del patrimonio esistente. È un’asimmetria significativa se si considera che l’ACER amministra la parte più consistente del patrimonio ERP regionale, quello ereditato dai vecchi IACP e concentrato per quasi il 70% nell’area della Città Metropolitana di Napoli, mentre al Comune di Napoli fa capo una porzione minoritaria di quel patrimonio complessivo. Soprattutto, nessuna delle sei linee di intervento affida all’ACER un ruolo nella realizzazione di nuovi alloggi: quella funzione è riservata dal programma a enti locali e Regione nella linea più corposa in assoluto, 85,7 milioni di euro per il riuso di patrimonio pubblico dismesso e di beni confiscati, e alle Città Polo per altri 7,3 milioni. Proprio il richiamo ai beni confiscati alla criminalità organizzata, dentro quella linea da 85,7 milioni, meriterebbe un supplemento di attenzione. La Regione si è dotata, con la legge regionale 7/2012, di un Piano Strategico per i Beni Confiscati, definito dalla stessa legge come lo strumento chiamato a fissare i criteri e i settori di intervento per il riutilizzo sociale del patrimonio sottratto alla criminalità organizzata presente sul territorio regionale. È un’infrastruttura giuridica già collaudata, che negli anni ha finanziato con cadenza annuale interventi di recupero a fini sociali su beni confiscati e che il programma Ho.P.E. richiama esplicitamente come possibile fonte di nuovi alloggi ERP, subordinandone però l’utilizzo, come specifica la delibera, a una previa verifica di compatibilità. Il problema è che la delibera non scorpora, dentro gli 85,7 milioni della linea 1.1, quanto sia riservato al recupero di beni confiscati e quanto al più generico riuso di patrimonio pubblico dismesso: due percorsi che, sul piano amministrativo, non sono affatto equivalenti. I beni confiscati restano gravati da procedure di destinazione che coinvolgono l’Agenzia Nazionale per l’Amministrazione e la Destinazione dei Beni Sequestrati e Confiscati, tempi di trasferimento della proprietà spesso lunghi, verifiche catastali e ipotecarie non sempre lineari e, in alcuni casi, contenziosi pendenti sull’origine del bene che possono trascinarsi per anni. Trattarli nella stessa riga contabile di un edificio pubblico dismesso e già libero da vincoli rischia di produrre, nei cronoprogrammi richiesti come condizione di ammissibilità al finanziamento, una sovrastima della velocità con cui quella parte di risorse potrà davvero tradursi in alloggi assegnabili, con il rischio concreto che siano proprio i progetti su beni confiscati, i più simbolicamente rilevanti, a slittare quando arriverà il momento di certificare la spesa. Un secondo punto riguarda la linea 3.2, i 20 milioni destinati agli studentati regionali in collaborazione con gli atenei campani. È l’unica linea del programma in cui l’ACER non compare in alcun ruolo, né come beneficiaria né come soggetto attuatore, nonostante l’agenzia raccolga l’eredità degli ex IACP, che da oltre un secolo gestiscono in Campania l’edilizia residenziale pubblica, con competenze nella selezione degli assegnatari, nella determinazione e gestione dei canoni calmierati, nella manutenzione dei patrimoni immobiliari e nel contenzioso sulle occupazioni abusive. È un know-how che si presterebbe naturalmente a un modello di studentato pubblico a canone sociale, replicabile su scala regionale, ma che il programma non mobilita su questo fronte, lasciando il tema degli alloggi universitari interamente nelle mani di Regione e atenei. Il vuoto lasciato da questa scelta si osserva già concretamente a Napoli, dove il mercato privato si è mosso più rapidamente del programma regionale. Un’inchiesta di Altreconomia del gennaio 2026 racconta come nelle due ex torri TIM del Centro Direzionale stia per aprire uno studentato privato da 900 posti letto gestito da Ibrido Student, con canoni di 850 euro al mese per una singola e 500 per una doppia condivisa, cifre lontane dalla platea di studenti a basso reddito che uno studentato pubblico dovrebbe servire. Secondo la stessa inchiesta, il progetto ha suscitato perplessità tra studenti, attivisti e urbanisti per la sua natura di operazione immobiliare a fini commerciali, resa possibile da un vincolo di destinazione d’uso di appena dodici anni. Se il programma Ho.P.E. avesse riservato all’ACER un ruolo esplicito nella linea dedicata agli studentati, la Regione avrebbe potuto contrapporre a questo modello un’alternativa pubblica costruita sulle competenze maturate nella gestione dell’edilizia residenziale pubblica, invece di lasciare spazio a operatori privati i cui canoni restano fuori dalla portata di gran parte degli studenti fuori sede. C’è infine una terza asimmetria, che riguarda la solidità stessa delle cifre annunciate. Dei 244.689.007,42 euro destinati al programma, la delibera specifica che soltanto 105.263.159 euro provengono da dotazioni già assegnate alle Priorità 2 quater e 5 bis del PR FESR. I restanti 139.425.848,42 euro, oltre la metà del totale, dipendono da una modifica del Programma regionale che la Commissione europea non ha ancora approvato, sebbene la Regione abbia già sottoscritto, il 29 dicembre scorso, l’Intesa in Conferenza Stato-Regioni che ne prevede l’integrazione. La delibera lo scrive senza ambiguità: per quella quota di risorse, ammissione a finanziamento e attuazione restano subordinate all’approvazione della modifica da parte della Commissione europea. Il programma Ho.P.E., in altre parole, è oggi per più della metà un impegno politico-programmatico che attende una conferma esterna alla Regione, non uno stanziamento già operativo. A questo si aggiunge che il PR FESR prevede da quest’anno target di spesa impegnativi e che la Giunta, con la Delibera 63 del 27 febbraio scorso, ha subordinato l’ammissione a finanziamento alla dimostrazione, tramite cronoprogrammi aggiornati, della capacità di concorrere a quei target già nell’annualità in corso: avranno la precedenza i progetti più rapidi da rendicontare, non necessariamente quelli più urgenti sul piano sociale, né quelli, come il recupero dei beni confiscati, che richiedono tempi amministrativi più lunghi. Tenere insieme questi elementi — la distribuzione del ruolo attuativo tra Comune di Napoli e ACER, l’assenza dell’ACER dalla linea dedicata agli studentati mentre il mercato privato occupa già quello spazio, e la natura ancora condizionata di gran parte delle risorse annunciate — restituisce un’immagine più utile di quella offerta dal titolo del programma. Un ultimo profilo riguarda infine chi vigilerà sull’attuazione del piano. La delibera affida alla Direzione Generale Governo del Territorio, in raccordo con l’Autorità di Gestione FESR, sia la verifica del rispetto del principio DNSH (Do No Significant Harm), sia il monitoraggio dell’effettivo avvio dei lavori e dell’avanzamento della spesa. È un presidio interamente accentrato in capo alla struttura regionale, che non prevede un ruolo di rendicontazione autonoma né per l’ACER sul proprio patrimonio né per il Comune di Napoli sui propri cantieri. Di fronte a 45.000 famiglie in graduatoria, la domanda utile non è se la Regione stia investendo abbastanza: la cifra complessiva, pur ancora in parte da confermare, non è trascurabile. La domanda è piuttosto a chi, tra i soggetti chiamati ad attuarla, quella spesa viene affidata per tradursi in case abitabili, chi ne verificherà davvero la qualità sul campo e se l’ente che da un secolo amministra il patrimonio pubblico esistente avrà gli strumenti per essere parte della soluzione anche sui fronti, come quello degli studentati, dove oggi non compare. Francesco Russo
July 23, 2026
Pressenza
Piano casa del Governo Meloni: l’ultimo regalo al mercato immobiliare
Il Piano Casa del governo Meloni è l’ultimo atto della lunga dismissione del patrimonio immobiliare pubblico italiano. Dopo la svendita di edifici storici e aree urbane, ora tocca all’ERP: alloggi popolari messi in vendita, fondi pubblici convogliati verso privati, grandi … Leggi tutto L'articolo Piano casa del Governo Meloni: l’ultimo regalo al mercato immobiliare sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Piano Casa 2026: la casa come merce, lo Stato come garante del profitto
Il nuovo decreto-legge sull’abitare promette centomila alloggi in dieci anni, ma affida ancora una volta la gestione della crisi abitativa alla logica del mercato e del partenariato privato. Il 30 aprile 2026 il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto-legge che porta un nome antico e rassicurante: Piano Casa. Il provvedimento, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 7 maggio 2026 come D.L. n. 66, è entrato in vigore il giorno successivo con l’urgenza che si riserva alle catastrofi naturali. E di catastrofe si tratta, ma non nel senso in cui la intende il governo: la crisi abitativa italiana è reale, drammatica, strutturale. Il decreto, però, non la affronta. La amministra per il mercato. Cominciamo dai numeri. L’obiettivo dichiarato è rendere disponibili circa centomila alloggi in dieci anni, attraverso tre pilastri: recupero del patrimonio pubblico esistente, rilancio dell’edilizia sociale e convenzionata, attrazione di investimenti privati tramite partenariato e procedure accelerate. Centomila alloggi in dieci anni. In un Paese in cui la domanda inevasa di case popolari supera i cinquecentomila nuclei familiari, questo numero suona come una promessa formulata sapendo già di non poterla mantenere. Ma il problema non è soltanto aritmetico. È politico. È di concezione. IL PRIVATO AL CENTRO, IL PUBBLICO COME CORNICE Il terzo pilastro — quello sull’attrazione degli investitori privati — è il più rivelatore dell’orientamento complessivo del provvedimento. Per investimenti superiori al miliardo di euro viene nominato un Commissario straordinario di Governo dotato di poteri derogatori. Le procedure vengono semplificate e concentrate in conferenze di servizi che assorbono valutazioni urbanistiche, autorizzazioni edilizie, atti ambientali e paesaggistici. In cambio, il privato deve garantire che almeno settanta alloggi su cento siano venduti o affittati a prezzi scontati di almeno il trenta per cento rispetto al valore di mercato. Trenta per cento sotto il mercato: questo è il prezzo della casa accessibile nel 2026. Non il canone sociale, non il diritto all’abitare. Uno sconto commerciale. Il Commissario potrà operare in deroga a disposizioni di legge, nel rispetto dei soli vincoli antimafia, della tutela dei beni culturali e degli obblighi europei. È una formula che dovrebbe far riflettere chiunque abbia a cuore il governo del territorio. La pianificazione urbanistica — strumento democratico per eccellenza, costruita da decenni di lotte per il suolo pubblico — viene commissariata ogni volta che un investitore supera una certa soglia finanziaria. Non è semplificazione: è la sostituzione del diritto con la discrezionalità commissariale a favore del capitale privato. IL RECUPERO DEL PATRIMONIO ERP: CHI BENEFICIA DAVVERO Il primo pilastro stanzia 970 milioni di euro tra il 2026 e il 2030 per il recupero di circa sessantamila alloggi pubblici oggi non assegnabili per carenze manutentive. È l’aspetto più genuinamente sociale del provvedimento, e sarebbe ingeneroso non riconoscerlo. Il patrimonio ERP italiano versa da decenni in uno stato di abbandono imputabile a scelte politiche precise: il progressivo disinvestimento pubblico nell’edilizia sociale, la riduzione dei trasferimenti agli ex IACP e agli enti regionali che li hanno sostituiti, l’assenza di fondi strutturali per la manutenzione ordinaria e straordinaria. Sessantamila alloggi recuperati potrebbero fare la differenza per sessantamila famiglie. Ma a quali condizioni? Il decreto introduce anche il riscatto degli alloggi ERP da parte degli assegnatari, come strumento di stabilità abitativa. L’intenzione sembra lodevole. Il risultato rischia di essere opposto: ogni alloggio riscattato fuoriesce dal patrimonio pubblico, riducendo permanentemente lo stock disponibile per le generazioni future. L’Italia ha già percorso questa strada negli anni Novanta con le vendite del patrimonio INA-Casa e degli IACP. Sappiamo com’è andata: il patrimonio si è assottigliato, i prezzi sono esplosi, le liste d’attesa si sono allungate. Ora ci riproviamo, nel nome della stabilità abitativa. C’è però una questione ancora più a monte, che il decreto sfiora senza affrontare davvero. Gli enti che gestiscono il patrimonio ERP — gli ex IACP trasformati in agenzie regionali, gli ATER, le ACER — sono da anni il nodo irrisolto del sistema abitativo pubblico italiano. Sono loro che conoscono il territorio, mantengono i rapporti con gli assegnatari, istruiscono le pratiche di subentro, gestiscono il contenzioso, presidiano quotidianamente la linea di confine tra il diritto all’abitare e l’abuso. Eppure il decreto li relega al ruolo di soggetti attuatori subordinati, destinatari di contributi erogati attraverso Invitalia su avvisi pubblici, come se fossero operatori di mercato qualunque e non il presidio istituzionale di una funzione costituzionalmente orientata. Un ente pubblico che gestisce ERP non è una stazione appaltante come un’altra: è il luogo in cui si traduce operativamente il diritto all’abitare. Trattarlo come cinghia di trasmissione di risorse statali — senza rafforzarne le dotazioni organiche, senza stabilizzarne i bilanci, senza riconoscerne il ruolo strategico nella pianificazione abitativa territoriale — significa costruire un Piano Casa su fondamenta che si sa già essere fragili. Un Piano Casa strutturale dovrebbe invece investire sugli enti ERP come soggetti autonomi di politica abitativa: dotarli di fondi stabili e pluriennali non soggetti alla variabilità dei bandi, restituire loro la capacità tecnica e legale che decenni di blocco del turnover hanno eroso, riconoscere la specificità del loro patrimonio giuridico e operativo. Senza questo passaggio, il rischio concreto è che i 970 milioni stanziati si disperdano in procedure commissariali e partenariati privati, mentre gli enti che potrebbero garantire una gestione sociale effettiva del patrimonio recuperato restano ai margini del processo decisionale. IL VINCOLO TRENTENNALE E LE SUE OMBRE Gli interventi di edilizia convenzionata sono soggetti a un vincolo di destinazione di almeno trent’anni dalla fine dei lavori. Sulla carta, garantisce la permanenza della funzione sociale dell’intervento. Ma trent’anni è anche l’orizzonte di ammortamento di un mutuo immobiliare. La coincidenza non è casuale: allo scadere del vincolo, l’investitore privato torna libero di valorizzare l’immobile secondo le logiche del mercato. Il contratto sociale con il territorio ha una scadenza incorporata, e quella scadenza è esattamente il punto in cui la rendita torna disponibile. Questo meccanismo è noto nella letteratura critica sull’housing sociale europeo come time-bomb: lo Stato anticipa i costi sociali, il privato incassa i benefici economici differiti. Non è una previsione catastrofista: è ciò che è già accaduto con le politiche thatcheriane del Right to Buy e con le privatizzazioni continentali degli anni Novanta e Duemila. LA NULLITÀ CONTRATTUALE COME STRUMENTO DI DISCIPLINA SOCIALE Il decreto introduce la nullità dei contratti in assenza dei requisiti soggettivi degli assegnatari. Se durante la locazione i requisiti economico-patrimoniali vengono superati per due anni consecutivi, opera la risoluzione del contratto o la conversione del canone ai valori di mercato. In apparenza è una norma di equità: chi ha migliorato le proprie condizioni economiche non dovrebbe usufruire di un sostegno pensato per i più fragili. In realtà è una norma di espulsione. Il decreto non offre nessuna risposta abitativa alternativa a chi viene espulso dal circuito convenzionato perché ha trovato un lavoro o perché la sua situazione è marginalmente migliorata. Risolto il contratto, costui torna al mercato libero con un reddito che non gli consente di sostenere i canoni correnti. Il miglioramento economico diventa una trappola: troppo ricco per l’ERP, troppo povero per il mercato. L’EMERGENZA CHE NON FINISCE MAI C’è un elemento che accomuna tutti i piani casa degli ultimi trent’anni: l’urgenza. Ogni volta la crisi abitativa viene dichiarata emergenziale, e l’emergenza giustifica la deroga, la semplificazione, il commissario. Ogni volta i risultati sono inferiori agli obiettivi dichiarati e superiori ai costi pubblici effettivi. Ogni volta la componente privata del partenariato incassa benefici certi, quella pubblica si fa carico dei rischi residui. La casa è un bene primario, ha detto Giorgia Meloni presentando il provvedimento. Ha ragione. Ed è proprio per questo che non può essere affidata alla logica del profitto privato assistito dal commissario derogatore. Un bene primario richiede una risposta pubblica strutturale: investimenti diretti, patrimonio non alienabile, canoni ancorati al reddito e non al mercato, enti territoriali ERP messi in condizione di svolgere davvero il loro ruolo istituzionale. Il D.L. 66/2026 contiene misure utili, soprattutto sul versante del recupero del patrimonio esistente. Ma il suo impianto complessivo rivela una concezione della politica abitativa come facilitazione del mercato piuttosto che come garanzia del diritto. Il problema non è quante case verranno costruite o recuperate nei prossimi anni. È per chi, a quale prezzo, e chi pagherà il conto quando i trent’anni saranno scaduti. La risposta, come sempre, la sappiamo già. La pagheranno quelli che non hanno mai smesso di aspettare. Francesco Russo
May 10, 2026
Pressenza
Il patto del Comune con la BEI a tutela degli interessi economici: ecco perché
La Sindaca Funaro ha bollato come “fake news” quanto contenuto nell’Appello per rivedere l’incarico alla BEI di un piano di social housing a Firenze, promosso dal Laboratorio per la città. Comunico alla Sindaca che l’Appello è basato … Leggi tutto L'articolo Il patto del Comune con la BEI a tutela degli interessi economici: ecco perché sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
L’accordo BEI-Comune di Firenze e l’erosione dell’edilizia residenziale pubblica
L’accordo tra la Banca Europea per gli Investimenti e il Comune di Firenze, firmato pochi giorni fa, segue una tendenza che attraversa l’intera politica abitativa europea e italiana: la progressiva trasformazione del diritto alla casa in un prodotto finanziario. Per … Leggi tutto L'articolo L’accordo BEI-Comune di Firenze e l’erosione dell’edilizia residenziale pubblica sembra essere il primo su La Città invisibile | perUnaltracittà | Firenze.
Case pubbliche e disuguaglianze: quando il diritto non basta più
Nel dibattito sull’edilizia residenziale pubblica si continua spesso a parlare come se il problema fosse interno al sistema: graduatorie, requisiti, controlli, subentri. Ma questa è solo una parte della storia. E forse nemmeno la più importante. Il punto è che oggi l’ERP si trova a operare dentro un contesto profondamente cambiato. Il recente rapporto della Banca d’Italia sulla Campania restituisce un quadro chiaro: la crescita economica esiste, ma è fragile, diseguale, incapace di ridurre davvero le distanze sociali. Il lavoro resta precario, i redditi stagnano e l’accesso al mercato abitativo è sempre più difficile. È in questo spazio che l’edilizia residenziale pubblica torna ad assumere un ruolo centrale. Non come residuo del passato, ma come uno degli ultimi strumenti concreti di riequilibrio sociale. Eppure, proprio mentre il bisogno aumenta, il sistema continua a funzionare secondo logiche costruite per un contesto diverso. La giurisprudenza più recente lo dice con chiarezza: il bisogno abitativo, da solo, non è sufficiente a fondare un diritto al subentro o alla permanenza nell’alloggio. È un principio giuridicamente corretto, necessario per evitare che l’ERP si trasformi in una sanatoria permanente delle occupazioni o in un sistema privo di regole. Ma è anche un principio che, letto dentro il contesto attuale, apre una domanda più ampia. Dire che il bisogno non basta è giuridicamente corretto. Ma quando quel bisogno cresce, il limite non è più solo del diritto: è della capacità del sistema di rispondere. L’ERP nasce come funzione pubblica regolata: non distribuisce case, ma organizza l’accesso a una risorsa limitata secondo criteri di equità. Le graduatorie, i requisiti, i controlli servono a garantire che quella risorsa vada a chi ne ha più diritto, non a chi riesce ad arrivarci prima o con maggiore forza. Questo impianto, però, presuppone una condizione di fondo: che il sistema sia in grado, almeno in parte, di assorbire il bisogno. Quando questa condizione viene meno, le regole iniziano a essere percepite non come strumenti di equità, ma come barriere. Ed è esattamente ciò che sta accadendo. Le occupazioni sine titulo non sono solo violazioni della legge. Sono anche il segnale di una domanda abitativa che non trova risposta. Allo stesso modo, il contenzioso crescente in materia di subentro non è solo una questione interpretativa: è il riflesso di una pressione sociale che si scarica sul sistema giuridico. La giurisprudenza, in questo scenario, svolge una funzione necessaria ma limitata. Può stabilire quando un subentro è illegittimo. Può ribadire che il bisogno non sostituisce le regole. Ma non può risolvere il problema che genera quel contenzioso. E qui emerge una prima contraddizione. Si chiede al diritto di tenere insieme equità e legalità in un contesto in cui le politiche pubbliche non riescono più a garantire un equilibrio tra domanda e offerta. Il risultato è una tensione crescente: da un lato, la necessità di applicare le regole; dall’altro, la difficoltà di farlo senza produrre esclusione. In questo senso, la giurisprudenza più recente non va letta solo come un limite, ma anche come un segnale. Quando i giudici affermano che il bisogno non basta, stanno implicitamente dicendo che il sistema non può essere corretto caso per caso. Che l’equità non può essere affidata alla singola decisione giudiziaria. Che esiste un livello – quello delle politiche pubbliche – che deve assumersi la responsabilità di intervenire. E invece questo livello resta spesso sullo sfondo. Il rischio, allora, è duplice. Da un lato, un irrigidimento del sistema, che continua ad applicare regole pensate per un contesto meno critico. Dall’altro, una crescente delegittimazione di quelle stesse regole, percepite come incapaci di rispondere alla realtà. In mezzo, c’è l’ERP. Un sistema che continua a essere caricato di aspettative sempre maggiori, senza che vengano adeguati gli strumenti per sostenerle. Eppure, proprio qui si gioca una partita decisiva. Perché l’edilizia residenziale pubblica non è solo una politica settoriale. È uno degli ambiti in cui si misura la capacità delle istituzioni di rendere effettivi i diritti sociali. Non in astratto, ma nella loro dimensione più concreta: quella dell’abitare. Quando il diritto alla casa resta formalmente riconosciuto ma sostanzialmente inaccessibile, il problema non è solo sociale. È istituzionale. Significa che il sistema delle regole continua a funzionare, ma si allontana dalla realtà che dovrebbe governare. E allora la domanda non può più essere solo: è legittimo questo subentro? La domanda diventa più radicale: il sistema è ancora in grado di garantire l’equità che promette? Se la risposta è incerta, il rischio è che il conflitto si sposti sempre di più dal piano amministrativo a quello giudiziario, e da lì a quello sociale. Per evitarlo, serve un cambio di prospettiva. Non si tratta di indebolire le regole. Al contrario, si tratta di rafforzare la capacità del sistema di renderle sostenibili. Questo significa investimenti, aggiornamento delle politiche abitative, revisione degli strumenti di accesso, ma soprattutto una presa d’atto: il bisogno abitativo non è un’emergenza temporanea, è una condizione strutturale. Continuare a trattarlo come un’eccezione significa spostare il problema, non risolverlo. La giurisprudenza, nel suo perimetro, continuerà a fare il proprio lavoro: garantire coerenza, evitare scorciatoie, tutelare l’equità formale. Ma se non si interviene sul piano delle politiche pubbliche, quella coerenza rischia di trasformarsi, nel tempo, in distanza. E una distanza troppo ampia tra diritto e realtà è sempre un problema. Non solo per chi resta fuori dal sistema, ma per il sistema stesso. Perché un diritto che non riesce più a intercettare il bisogno finisce, prima o poi, per essere messo in discussione. Redazione Napoli
March 25, 2026
Pressenza