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C’era una volta in Italia. Un’ntervista a Vittorio Agnoletto
C’era una volta in Italia: Giacarta sta arrivando, un docufilm che racconta il diritto alla salute sotto attacco e l’eroismo di chi lotta per una sanità dedicata alla sua comunità. A cinquant’anni dalla nascita del Servizio Sanitario Nazionale, il tema del diritto alla salute torna al centro del dibattito pubblico in un contesto segnato da privatizzazioni, diseguaglianze territoriali e da una crescente difficoltà di accesso alle cure. Il Governo Meloni aveva promesso di ridurre le liste d’attesa e invece sono diventate una delle principali criticità del Servizio Sanitario Nazionale, con un numero crescente di cittadini che rinuncia alle cure o alle visite specialistiche a causa dei tempi troppo lunghi per accedere ai servizi pubblici. Secondo i dati ufficiali dell’Istat, quasi un italiano su dieci ha rinunciato a trattamenti medici nel 2024 a causa delle difficoltà legate alle liste d’attesa e ad altri problemi del sistema sanitario. Un dato in aumento sia rispetto all’anno precedente sia rispetto al periodo pre-pandemico. Le lunghe attese non riguardano solo visite specialistiche o esami di base. In diverse regioni le tempistiche per prestazioni come visite ginecologiche, mammografie o colonscopie possono superare anche i due anni. In alcune aree del Paese si registrano attese di oltre 700 giorni per esami diagnostici, mentre in regioni come Sardegna e Puglia i tempi medi per prestazioni considerate di routine arrivano a superare i 600-900 giorni, evidenziando profonde disuguaglianze territoriali. Una conseguenza sempre più evidente di questa situazione è il ricorso crescente alla sanità privata o, in alternativa, la rinuncia alle cure. Molti cittadini, soprattutto appartenenti alle fasce più fragili, non riescono a sostenere i costi delle prestazioni a pagamento e finiscono per posticipare o abbandonare del tutto controlli e terapie. Le liste d’attesa diventano così uno strumento di selezione sociale, che mina il principio costituzionale dell’universalità del diritto alla salute. In questo quadro, mentre l’esecutivo rivendica l’adozione di misure organizzative, i dati indicano che la situazione complessiva è peggiorata. I tempi di accesso alle cure continuano ad allungarsi e cresce il numero di persone escluse di fatto dal Servizio Sanitario Nazionale, confermando come senza un deciso cambio di rotta e senza investimenti pubblici adeguati il problema delle liste d’attesa sia destinato a restare una ferita aperta del sistema sanitario italiano. È in questo scenario che si colloca il docufilm C’era una volta in Italia – Giacarta sta arrivando, diretto da Federico Greco e Mirko Melchiorre, presentato in numerosi festival e proiettato in tutta Italia come strumento di informazione e mobilitazione civile e oggi disponibile su alcune piattaforme Il film intreccia la vicenda simbolica di Cariati, in Calabria, dove la popolazione lotta per la riapertura dell’ospedale chiuso, con una riflessione più ampia e globale sullo smantellamento della sanità pubblica, dando voce a esperti, attivisti e intellettuali come Ken Loach, Jean Ziegler, Gino Strada, Roger Waters e Vittorio Agnoletto. In questo quadro si inserisce la mia intervista a Vittorio Agnoletto, medico, attivista e da decenni protagonista delle battaglie per la difesa della sanità pubblica. Un dialogo che non si limita a raccontare un film, ma ricostruisce una storia lunga, che parte dalle conquiste del secondo dopoguerra, attraversa l’affermazione del neoliberismo e arriva fino alle sfide drammaticamente attuali, in Italia come nel resto del mondo. Il docufilm si sviluppa su differenti scenari: locale, nazionale e mondiale. Qual è il tema che tiene insieme queste differenti narrazioni? Il tema è molto semplice: la conquista del diritto all’assistenza sanitaria pubblica in tutto il mondo e l’attacco che il neoliberismo porta a questo diritto nel tentativo di trasformare la nostra salute in merce e di trasformare un diritto universale in un profitto per pochi. La particolarità del film è proprio quella di tenere insieme un racconto che si svolge in un piccolo paesino della Calabria – ed è una storia vera di una popolazione che si oppone alla chiusura di un ospedale, anzi che lotta per ottenerne la riapertura – con la dimensione nazionale, europea e globale, mostrando che la situazione è simile in diverse parti del mondo dove la sanità pubblica è sotto attacco. A livello mondiale nel 1948 l’OMS stabilisce che la salute non è solo assenza di malattia. Che rapporto sussiste tra questa affermazione e quanto stabilito nella nostra Costituzione? Vi è un parallelismo impressionante, una coincidenza incredibile di date tra l’elaborazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e l’affermarsi del diritto alla salute nel nostro Paese. Nel 1948 entra in funzione ufficialmente l’OMS che elabora la definizione di salute come stato di completo benessere fisico, mentale e sociale. Nello stesso anno entra in vigore la Costituzione italiana che all’articolo 32 tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività. Trent’anni dopo, nel 1978, la conferenza dell’OMS a Alma Ata riafferma la salute come diritto umano fondamentale e, nello stesso anno, in Italia nasce il Servizio Sanitario Nazionale con la legge 833, universalistico e finanziato dalla fiscalità generale. Sono i due momenti più alti dell’affermazione del diritto alla salute. Poi inizia la fase discendente: si esaurisce la spinta dei movimenti e prende forza il pensiero neoliberista, che mette il mercato al centro di tutto. Da quel momento la sanità pubblica diventa un terreno di conquista per il profitto. Quali sono le principali tappe che ripercorre il film? Il film attraversa l’affermarsi del neoliberismo e i suoi effetti concreti sulla sanità pubblica, fino ai giorni nostri, quando arriviamo ad avere reparti gestiti da privati all’interno degli ospedali del SSN. In Italia un passaggio decisivo è stato il blocco delle assunzioni e il mancato adeguamento degli stipendi, che ha portato alla fuga all’estero in vent’anni di circa 180.000 operatori sanitari. A livello globale si racconta la trasformazione dell’OMS, sempre più condizionata da finanziamenti privati, e l’ingresso in campo della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, che attraverso i Piani di Aggiustamento Strutturale hanno imposto tagli devastanti a sanità e istruzione in molti Paesi, soprattutto africani. Politiche che, negli anni successivi, sono state applicate anche in Europa, come in Grecia e Portogallo. Come si è sviluppato il rapporto tra neoliberismo e sanità? La sanità è diventata uno dei principali ambiti di investimento per il capitale privato. Nel film si ricorda come Wikileaks abbia svelato documenti riservati del TiSA, l’accordo sul commercio dei servizi, in cui la sanità viene indicata come settore strategico per ottenere enormi profitti, a patto che Stati, realtà religiose e associazioni di volontariato facciano un passo indietro. Per il neoliberismo non conta la salute, ma la malattia: più malati ci sono, più aumentano i profitti. La prevenzione non interessa ai privati, mentre per il pubblico dovrebbe essere l’elemento centrale, perché meno malattie significano meno spesa e più benessere collettivo. Quali sono i messaggi che lancia il film? Il messaggio è semplice e potente: cambiare è possibile. Se le persone si informano, si organizzano e lottano, possono ottenere risultati. La storia di Cariati (conclusasi positivamente con il reinserimento dell’ospedale nel piano sanitario regionale qualche mese dopo l’uscita del film) dimostra che l’iniziativa dal basso può arrivare a coinvolgere anche figure con grande visibilità e capacità di incidere. Il destino non è già scritto, ma il conflitto sulla salute è universale e non ha confini. Difendere il diritto alla salute significa difendere un bene comune fondamentale per tutte e tutti. LINK del TRAILER del DOCUFILM: https://www.youtube.com/watch?v=L6awHxd69Oc Laura Tussi
Verso una salute umanista integrale
> Lavoro di integrazione tra i Determinanti Ambientali e Sociali > dell’Organizazzione Mondiale della Salute (OMS) e la visione umanista di Mario > Luis Rodríguez Cobos, detto Silo. Questo è un breve approccio a diversi aspetti dello stesso tema, come la progettazione e la gestione delle politiche pubbliche nei sistemi sanitari, in particolare l’Assistenza Sanitaria di Base, il buon trattamento dei pazienti, la nonviolenza nelle pratiche mediche, il cooperativismo e la promozione dei valori umani nelle professioni sanitarie. Questa proposta cerca di integrare i principi del programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) sui Determinanti Ambientali e Sociali della Salute con la visione filosofica e umanista di Mario Luis Rodríguez Cobos (Silo), al fine di costruire un nuovo paradigma di Salute e Sviluppo Umano Integrale. L’approccio proposto concepisce la salute non solo come assenza di malattia, ma come espressione dinamica del benessere integrale delle persone, delle comunità e dell’ambiente naturale. La proposta si inserisce nella prospettiva della salute come diritto umano e come risultato dell’interazione armoniosa tra fattori biologici, sociali, culturali, ambientali e spirituali. Cosa sono i Determinanti Ambientali e Sociali della Salute (OMS) Secondo l’OMS, i determinanti ambientali e sociali includono i fattori strutturali e quotidiani che condizionano il benessere umano: * Accesso ad alloggi adeguati e ad un ambiente sicuro * Istruzione di qualità e apprendimento continuo * Lavoro dignitoso e condizioni lavorative salubri * Alimentazione sufficiente, nutriente e sostenibile * Ambiente pulito ed equilibrato * Coesione sociale, partecipazione dei cittadini ed equità Questi elementi costituiscono l’ecosistema sociale che modella la salute delle popolazioni e richiedono politiche pubbliche integrate, cooperazione intersettoriale e impegno comunitario. Visione Umanista di Mario Luis Rodríguez Cobos (Silo) Il pensiero di Silo, base dell’Umanesimo Universalista, propone un modello incentrato sul superamento della sofferenza, la nonviolenza attiva, l’intenzionalità della coscienza e la costruzione di un senso personale e collettivo. Silo sostiene che la trasformazione dell’individuo e della società sono processi interdipendenti e che lo sviluppo della coscienza, in relazione al suo “paesaggio interno ed esterno”, è una condizione essenziale per una vita piena e sana. Lo scopo di questo modello è quello di formulare una proposta di intervento integrale che combini la gestione pubblica della salute con lo sviluppo della coscienza individuale e sociale. La proposta pone l’accento sul fatto che gli ambienti salutari non sono solo fisici o materiali, ma anche psicosociali, culturali e spirituali, e che la salute si costruisce collettivamente, attraverso la solidarietà, l’equità e la cooperazione tra le persone e il loro ambiente. Dimensione ambientale Incorporare la nozione di paesaggio interno ed esterno di Silo nell’approccio ecologico dell’OMS. Il benessere ambientale implica sia un equilibrio con l’ecosistema naturale sia uno stato interno di armonia con se stessi e con gli altri. Questa visione invita a promuovere politiche di sostenibilità ecologica insieme a pratiche di introspezione, contemplazione e connessione significativa con la natura. Dimensione sociale Promuovere la reciprocità, la solidarietà e l’equità come determinanti sociali della salute. La salute si rafforza nelle comunità coese, dove la cooperazione sostituisce la competizione e l’empatia guida l’azione sociale. Questo asse sottolinea la necessità di rafforzare il tessuto sociale attraverso l’educazione civica, la partecipazione comunitaria e le politiche redistributive. Dimensione esistenziale Riconoscere l’intenzionalità e il senso come determinanti interni del benessere. Lo sviluppo della coscienza e la ricerca di un senso personale sono fattori protettivi nei confronti della sofferenza e dell’alienazione. Integrare questa dimensione implica incorporare la salute mentale, la spiritualità e la conoscenza di sé come pilastri della salute pubblica. Possibili applicazioni – Progettazione di politiche pubbliche locali basate sulla salute integrale e lo sviluppo umano – Programmi comunitari di salute mentale ed educazione emotiva, con particolare attenzione alla nonviolenza e alla costruzione di legami solidali – Iniziative educative e culturali volte a promuovere valori di cooperazione, empatia e rispetto per la vita – Modelli di Intelligenza Artificiale umanista, in grado di monitorare, analizzare e migliorare gli ambienti di vita tenendo conto di fattori soggettivi, culturali ed etici, non solo statistici. Fondamenti etici Questa proposta si basa su un’etica della cura e dell’intenzionalità consapevole. La salute è concepita come un processo di liberazione dalla sofferenza, in cui l’individuo, la comunità e l’ambiente interagiscono come dimensioni interdipendenti di una stessa totalità. L’incorporazione del pensiero di Silo contribuisce con una visione di trascendenza e senso, che integra l’approccio tecnico e operativo dell’OMS, ampliandolo verso una visione profondamente umana e trasformatrice. Stile e scopo del modello Il modello combina rigore tecnico e sensibilità umanista, con uno stile chiaro, inclusivo e universale. È progettato per ispirare sia i team di sanità pubblica che gli educatori, gli attori sociali e i leader comunitari, offrendo una guida per politiche, programmi e tecnologie orientati al benessere integrale. Conclusione L’integrazione tra i Determinanti Ambientali e Sociali della Salute e la filosofia umanista di Silo propone un salto qualitativo nella comprensione del benessere umano. Da questa visione, la salute è il risultato di una coscienza vigile in armonia con l’ambiente e con gli altri, e costituisce il fondamento etico e operativo per uno sviluppo veramente umano. -------------------------------------------------------------------------------- L’autore: Conrado G. Laigle.   È Consulente Internazionale in Sviluppo Sostenibile, Economia Circolare e Responsabilità Sociale. Attualmente è Coordinatore Esecutivo del Progetto: “Formazione e Mentoring per il Rafforzamento delle Organizzazioni Sociali” nel quartiere Padre Carlos Mugica (Ex Villa 31). Da oltre 15 anni tiene conferenze in Cile per la Commissione Sanità dell’Associazione Cilena dei Comuni su come il Cambiamento Climatico influisca sulla salute delle persone, prendendo come riferimento il Programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) “Determinanti ambientali e sociali della salute”. -------------------------------------------------------------------------------- Traduzione dallo spagnolo di Stella Maris Dante. Revisione di Thomas Schmid. REHUNO - Red Humanista de Noticias en Salud
CMSi: “Motivi per respingere i nuovi emendamenti ai Regolamenti Sanitari Internazionali (RSI)”
Pubblichiamo la lettera che la Commissione Medico-Scientifica indipendente ha inviato al governo Meloni, perché entro il 19 luglio rifiuti le modifiche al Regolamento Sanitario Internazionale. Il 19 luglio 2025 scade, anche per l’Italia, il termine ultimo per l’Opting-Out (cioè per rigettare gli Emendamenti o formulare riserve, che vanno però motivate). Per questi RSI non è richiesta la ratifica parlamentare. L’opting-out oppure l’accettazione degli emendamenti è di competenza del Ministro della Salute, di intesa con il Presidente del Consiglio. Se un pubblico dibattito, anche in sede istituzionale, fosse stato aperto un anno fa, forse oggi ci sarebbe abbastanza consenso sulla formulazione di ‘motivate riserve’ su parte degli emendamenti, concentrando il rigetto su quelli più pericolosi. Ciò però non è avvenuto, e a una settimana dalla scadenza l’unica possibilità praticabile ci sembra il rigetto degli Emendamenti, come fatto da altri Paesi, per non compiere per inerzia altri passi decisivi verso l’abdicazione a una democratica autonomia decisionale. I Paesi che rigettano gli emendamenti non lasciano vuoti normativi, restando vigenti gli attuali RSI. Né tanto meno significherebbe uscire dall’OMS, ma al contrario sarebbe un segnale forte di insoddisfazione (anche nei confronti di scivolamenti censori nell’UE), cui far auspicabilmente seguire l’apertura di un ampio dibattito sulle riforme richieste. Il 1 giugno 2024, ultimo giorno utile della 77a Assemblea Mondiale OMS, sono stati approvati ‘per consenso’ i nuovi Emendamenti ai RSI, negoziati in segretezza e presentati poco prima, in violazione della regola vincolante prevista dai RSI2005, che stabilisce all’art. 55che il testo quasi definitivo di ogni proposta di emendamento debba essere comunicato a tutti gli Stati Parte dal Direttore Generale OMS, almeno quattro mesi prima dell’Assemblea in cui sarà in discussione. Gli Emendamenti, benché molto mitigati rispetto a versioni precedenti che l’OMS aveva ripetutamente presentato, contengono comunque molte insidie per la sovranità nazionale. Ne riassumiamo le principali, rimandando per un’Analisi tecnica dettagliata al documento (WHA77.17), https://bit.ly/3TvEy7d, sottoscritto ad oggi da 55 Associazioni. 1. AMBIGUITÀ NELL’ATTIVAZIONE DEL RSI DELL’OMS: * pagg. 4-5 del documento di cui al suddetto link, in riferimento all’Articolo 1 del WHA 77.17 (Art. 1: Definizioni). Commento: gli emendamenti introducono definizioni poco chiare, che sottolineano e di fatto ampliano le possibilità di attivazione del RSI da parte dell’OMS, confermando per gli Stati le difficoltà nell’esercitare un controllo sovrano sulle decisioni sanitarie nazionali. 2. TRASFERIMENTO DI SOVRANITÀ E POTERE DECISIONALE NELLE MANI DEL DIRETTORE GENERALE OMS: * pag. 11 del documento, in riferimento all’Art. 12, punto 4 bis. Commento: si rafforza il ruolo del Direttore Generale, cui si estendono di fatto poteri straordinari nella gestione delle emergenze sanitarie, senza adeguati contrappesi democratici. Sono i vertici di quell’OMS: * che, d’intesa con altri poteri, ha cercato di far passare tutte le versioni precedenti di Trattato/Accordo e RSI in cui le ‘raccomandazioni’ OMS erano diventate vincolanti * che ribadisce (al 27 giugno 2025!) che l’ipotesi più probabile per l’origine del virus SARS-CoV-2 resta ancora quella dei pipistrelli: “il peso delle prove disponibili…suggerisce una diffusione zoonotica…sia direttamente dai pipistrelli che attraverso un ospite intermedio” * di quell’OMS per la quale gli obblighi vaccinali si possono considerare necessari non solo per motivi sanitari (requisito A per la legittimità costituzionale di un obbligo di legge per un trattamento sanitario in Italia: evitare danni alla salute degli altri), ma anche “al servizio di obiettivi sociali ed economici”(!) (WHO-2019-nCoV-Policy-brief-Mandatory-vaccination-2022.1-eng.pdf)… * … che ha tentato di escludere l’immunità naturale dai determinanti dell’immunità di gregge (WHO Q&A13 novembre 2020 Coronavirus disease (COVID-19): Serology, antibodies and immunity, What is herd immunity?), salvo doverselo in parte rimangiare pochi mesi dopo… * … che non ha smentito o corretto la propria raccomandazione di far indossare mascherine ai malati a domicilio “quanto più a lungo possibile”. Invece di chiarire che ciò vale nei momenti dell’interazione del malato con chi gli presta assistenza, ma che quando il malato è isolato deve respirare senza maschere che gli alzino in modo drammatico la carica virale nelle vie respiratorie, facendolo aggravare in modo sconsiderato (oltre a renderlo così in potenza più contagioso quando le toglie…) * … che non ha contrastato la spinta a vaccinazioni universali antiCOVID in gravidanza in assenza di studi clinici a favore di alta validità (randomizzati controllati o RCT), e spinge con priorità per vaccinazioni antinfluenzali delle donne incinte. Nonostante i quattro RCT disponibili (Donzelli A. Influenza Vaccination of Pregnant Women and Serious Adverse Events in the Offspring. Int J Environ Res Public Health. 2019) e la loro metanalisi (Hansen KP, et al. Does Influenza Vaccination during Pregnancy Have Effects on Non-InfluenzaInfectious Morbidity? A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomised Controlled Trials. Vaccines 2021, 9(12), 1452) diano con coerenza risultati sfavorevoli per le donne incinte vaccinate con antinfluenzale e la loro prole! * … che continua a non prender posizione sulla ben documentata contaminazione dei vaccini COVID-19 (e non solo!) con quantitativi inaccettabili di DNA plasmidico con effetti potenziali gravi o sconosciuti * … che, dopo aver dato una risposta di circostanza alla terza delle email con cui la Commissione Medico-Scientifica indipendente chiedeva di instaurare un confronto scientifico sull’inidoneità dei vaccini COVID a ridurre la trasmissione, ha smesso di rispondere dopo aver ricevuto la risposta di merito molto documentata della CMSi (chi desideri farsi un’idea in base agli scambi scientifici, cui l’OMS si è poi sottratta, può consultare CMSi scrive OMS risponde, la replicadella Tutta la corrispondenza – 13 Agosto 2023 | CMSi)   3. PRODOTTI GENICI E RISCHI GLOBALI PER LA SICUREZZA: * pag. 12 del documento, in riferimento all’Art. 13. Commento: Gli Emendamenti menzionano espressamente i prodotti genici tra le contromisure sanitarie, senza un’adeguata definizione dei criteri di sicurezza, efficacia e consenso informato. 4. ACCORDI SANITARI SECRETATI TRA STATI: * pag. 29 del documento, in riferimento all’Art. 43, punto 7. Commento: Senza discutere la confidenzialità delle consultazioni iniziali tra stati, si autorizza di fatto la possibilità di stipulare accordi sanitari tra Stati in forma non pubblica, compromettendo i principi di trasparenza e responsabilità democratica. Le conseguenze di questa prassi le abbiamo già sperimentate. 5. CHIAREZZA INSUFFICIENTE DELL’IMPEGNO FINANZIARIO: * pag. 30 del documento, in riferimento all’Art. 44. Commento: Non si chiarisce in modo sufficiente l’onere finanziario che gli Emendamenti comporteranno per gli Stati membri, lasciando importanti margini d’incertezza che potrebbero gravare sui sistemi sanitari nazionali e sugli impegni finanziari degli Stati. 6. Impegno alla censura di quanto l’OMS (con altre entità sovranazionali) stabilisce e stabilirà sia misinformazione (contenuto falso o fuorviante senza intenti dannosi) e disinformazione (-diffuso con intenzione di ingannare): * pagg. 44-45 del documento, in riferimento all’Allegato 1. Commento: gli Emendamenti inseriscono disposizioni che impegnano formalmente gli Stati membri, che possono portare alla (ulteriore) soppressione del dibattito scientifico critico e alla marginalizzazione delle opinioni dissenzienti, anche all’interno della comunità medica. Lo consideriamo il rischio più grave presente in questi emendamenti, in grado di sopprimere in modo sistematico un dibattito in contraddittorio con posizioni che fanno esplicito riferimento al metodo scientifico e critiche nei confronti del paradigma mainstream. A definire che cosa sia misinformazione e disinformazione nella condizione attuale per gli Stati membri finirebbe verosimilmente per essere l’OMS (o altri organismi sovranazionali), alla cui discrezionalità gli Stati si impegnano ad attribuire un potere esorbitante. Le conseguenze possono essere la soppressione a livello planetario di un dibattito scientifico in grado di mettere in discussione i paradigmi dominanti, riproposti di continuo dalla propaganda. Siamo fiduciosi che il rigetto di questo gravissimo emendamento trovi concordi sia le forze di maggioranza, sia quelle di opposizione. Riportiamo in proposito le recenti pubbliche dichiarazioni della leader del maggior partito d’opposizione: “Non è compito della maggioranza stabilire cosa possa o debba dire l’opposizione. Questo principio è essenziale per garantire un sistema democratico sano. La libertà di espressione è un diritto fondamentale che deve essere tutelato, e ogni tentativo di reprimere il dissenso è un passo indietro per la democrazia. … l’opposizione continuerà a farsi sentire con sempre maggiore determinazione, ribadendo il suo ruolo cruciale nel garantire un dibattito aperto e inclusivo. La lotta per il rispetto della libertà di espressione e per il diritto di critica è una battaglia che riguarda tutti”. Se questo fondamentale diritto fosse coartato in campo scientifico, le conseguenze potrebbero essere drammatiche. Per finire, se chiunque legga dovesse ritenere che quanto sopra esposto non è documentabile in modo adeguato, siamo a disposizione per instaurare con lui/lei (affiancati da chi desiderano) un confronto costruttivo e basato su dati, fatti e prove. Nota: sono circolate posizioni tendenti a ridurre la portata dell’eventuale approvazione/non rigetto degli Emendamenti, in quanto formalmente l’ultima parola spetterebbe comunque agli Stati. Ciò però non tiene conto di un principio fondamentale sulla cui base si concludono Trattati, Regolamenti e Convenzioni internazionali: pacta sunt servanda (come di recente rammentato dalla Suprema Corte nella sentenza del 06.03.2025 n.5992, resa nel cd. caso Diciotti, la cui copertura costituzionale si rinviene, tra l’altro, negli artt. 10 e 117 della nostra Costituzione). Il RSI parla di ‘raccomandazione/i’ molto meno di quanto non utilizzi, in varie declinazioni, il verbo ‘dovere’ (351 volte…). Ciò implica l’assunzione di obblighi a carico degli Stati, non potendosi optare per un’interpretazione delle norme contrastante con il significato proprio delle parole utilizzate. È vero che l’art. 43 prevede che gli Stati – in caso di disaccordo con le misure decise dall’OMS – possano adottare soluzioni diverse, ma queste debbono essere quanto meno ‘equivalenti’ a quelle decise dall’OMS e rispettare i ‘principi scientifici’ (chi decide quando una tesi scientifica si possa pregiare della qualifica di ‘principio’?). Dunque in sostanza poco cambia, perché non si può fare autonomo ricorso a soluzioni più blande di quelle aderenti a proclamati ‘principi scientifici’ (anche quando le prove fossero contrastanti) o non ritenere non necessaria alcuna misura.   LA COMMISSIONE MEDICO-SCIENTIFICA INDIPENDENTE (CMSI): * Alberto Donzelli, esperto in Sanità Pubblica, specialista in Igiene e Med. Prev., già membro CSS * Maurizio Federico, Virologo * Patrizia Gentilini, specialista in Oncologia ed Ematologia * Panagis Polykretis, PhD in Biologia Strutturale * Sandro Sanvenero, medico Odontoiatra * Eugenio Serravalle, specialista in Pediatria CON LE ADESIONI DI: * Paolo Bellavite, specialista in Ematologia Clinica e di Laboratorio e ricercatore indipendente * Mariano Bizzarri, Dip. Med. Sperimentale, Direttore Systems Biology Laboratory Un. La Sapienza, PhD * Giovanni Frajese, docente di Endocrinologia e Malattie Dismetaboliche * Dario Giacomini, specialista in radiologia, Presidente ContiamoCi! e sindacato Di.Co.Si. * Stefano Petti, PhD. Top 2% scienziati mondiali (classifica Università Stanford) * Laura Teodori, già Dirigente di Ricerca, già Prof. a contratto Rischio Biologico * Olga Milanese, avvocato cassazionista, Presidente dell’Associazione Umanità e Ragione * Andrea Montanari, Presidente dell’Associazione Eunomis e Responsabile del Dipartimento Legale SIM * Mauro Sandri, avvocato cassazionista   Fonte: https://cmsindipendente.it/ https://cmsindipendente.it/sites/default/files/2025-07/Cms%20Comunicato%2018%20RegolamentiSanitariInternazionaliOMS%2811-7-2025%29.pdf AsSIS
Bill Gates donerà 200 miliardi all’Africa fino al 2045. Nuova filantropia o nuove violazioni dei diritti umani?
Un annuncio strabiliante quello fatto da Bill Gates ad Addis Abeba, capitale dell’Etiopia, e riportato dalla BBC. Parlando all’Unione Africana il fondatore di Microsoft e patron della Bill&Melinda Gates Foundation ha comunicato di voler donare da qui al 2045 circa il 99% del suo patrimonio, stimabile intorno ai 200 miliardi di dollari. I tre figli di Bill Gates, Jennifer (28 anni), Rory (25 anni) e Phoebe (22 anni), riceveranno dunque il restante 1% del patrimonio del padre. Una volta effettuata, la donazione di Gates sarebbe una delle più grandi mai fatte nella storia. Già il celebre investitore Warren Buffett ha promesso di donare dopo la morte il 99,5% del proprio patrimonio, stimato in 160 miliardi di dollari. La differenza potrebbe però farla l’inflazione e le sue oscillazioni da qui a 20 anni, ovvero quando terminerà l’erogazione annunciata da Gates. La scelta della data non è casuale, essendo prevista per quell’anno la definitiva chiusura della Bill & Melinda Gates Foundation, organizzazione filantropica che veicolerà i finanziamenti verso il continente africano. Un’iniziativa pensata per “poter liberare il potenziale umano dell’Africa”, stando a quello sostenuto dal tycoon miliardario. In questo modo, secondo Bill Gates, “ogni Paese africano dovrebbe essere sulla strada verso la prosperità”. “La filantropia – ha poi spiegato il miliardario americano – non deve durare per sempre. Deve fare il massimo nel minor tempo possibile, soprattutto quando ci sono vite umane in gioco”. “Di recente mi sono impegnato a devolvere il mio patrimonio nei prossimi 20 anni. La maggior parte di quei fondi sarà spesa per aiutarvi ad affrontare le sfide qui in Africa” – ha dichiarato Bill Gates nella sede centrale dell’Unione Africana, provocando l’entusiasmo dei presenti. I settori su cui si concentrerà l’investimento epocale saranno principalmente sanità e istruzione, senza dimenticare dossier strettamente connessi, come agricoltura e cambiamento climatico. Tre gli obiettivi principali perseguiti dalla Bill & Melinda Gates Foundation, come spiega la BBC: “porre fine alle morti prevenibili di madri e bambini, garantire che la prossima generazione cresca senza dover soffrire di malattie infettive mortali e far uscire milioni di persone dalla povertà”. Ma davvero è così entusiasmante questa dichiarazione di Bill Gates? Davvero siamo così ingenui da poterla definire filantropia globale? Davvero crediamo che la “generosa donazione” di Gates sia una innocua donazione senza finalità politico-economiche? Bill Gates,con la sua Fondazione influenza l’agenda sanitaria globale e non nega di avere conflitti d’interessi, è leader di programmi di vaccinazione di massa, agendo come stakeholder ed opinion maker nei media. La verità è che con il potere dei soldi e il filantrocapitalismo (termine esatto), fin dagli anni Novanta Bill Gates è fautore di una ricolonizzazione non solo dell’immaginario ma dell’economia globale. Una ricolonizzazione che è stata ben descritta dalla filosofa, economista, fisica ed ecofemminista indiana Vandana Shiva e ribadita approfonditamente nel libro della ecogiornalista Nicoletta Dentico nel suo libro “Ricchi e buoni, le trame oscure del filantrocapitalismo”. Gates negli anni ha incentivato l’industrializzazione dell’agricoltura su scala globale attraverso monocolture intensive e utilizzo di pesticidi e OGM; ha monopolizzato l’agenda sanitaria globale rendendo l’OMS completamente dipendente dai suoi finanziamenti spesso incentivando soluzionismi tecnocratici (vaccinazioni di massa) a discapito dei sistemi sanitari territoriali, dei sistemi di cura olistici e della prevenzione primaria; ha avuto la capacità di rigenerare la sua immagine di tycoon digitale della Silicon Valley in una “icona green” che propone il fatidico “nucleare di quarta generazione” e la geoingegneria solare come soluzionismi tecnici al cambiamento climatico; ed ha monopolizzato progetti educativi. Ad ora il bilancio delle attività della Gates Foundation non è stata così filantropica come si pensava a partire dalla privatizzazione delle istanze più alte del welfare globale, dal fallimento del Progetto Agra in ambito agricolo sempre in Africa e la devastante “Green Revolution” in India – sponsorizzata insieme alla Fondazione Rockfeller – che indusse al suicidio più di 300.000 contadini indiani in più di 30 anni di attività. Per non parlare della devastante epidemia di paralisi flaccida acuta non-polio (NPAFP) che ha paralizzato 490.000 bambini tra il 2000 e il 2017 in India; il caso delle reazioni avverse su circa 14.000 ragazze trattate con iniezioni di Gardasil della casa farmaceutica Merck nel Distretto di Khammam, nello Stato indiano del Telangana; le proteste popolari del 2021 con l’hashtag #ArrestBillGates in India in critica alle attività dell’Ong statunitense PATH (Program for Appropriate Technology in Health)  – finanziata dalla Gates Foundation – che ha somministrato vaccini antipolio per studi clinici non autorizzati, usando i bambini come cavie e quindi violando qualsiasi norma di codice etico; per non dimenticare il finanziamento della Gates Foundation, nel 2010, dello studio di fase 3 del vaccino anti-malarico sperimentale di Glaxo Smith Kline contro la malaria, che portò alla morte di 151 bambini africani e causando gravi effetti avversi, tra cui paralisi e convulsioni febbrili a 1.048 dei 5.949 bambini. > Bill Gates tra vaccinazioni e violazione dei diritti umani nel Sud del Mondo Innumerevoli altri casi sarebbero da elencare, ma questi bastano per poter affermare che Bill Gates non è stato, non è e non può essere la soluzione per l’Africa, ma al massimo è tra le varie ed innumerevoli cause del suo immobilismo in quanto agente del neocolonialismo contemporaneo occidentale nelle sue più svariate forme. Bill Gates e la sua Fondazione sono sempre stati al centro di violazioni di diritti umani legati alla somministrazione di vaccinazioni, all’industrializzazione dell’agricoltura e al settore agro-chimico-alimentare, conducendo politiche e prassi colonialiste e razziste in giro per il mondo. Il filantrocapitalismo di Gates, aprendo nuovi mercati alle grandi corporations, oltre al rischio di conflitti d’interessi, è un pericolo per i diritti umani e il diritto alla salute sacrificati sull’altare del profitto. Bill Gates, a differenza di come lo fa apparire il suo brand, è un nemico del terzomondismo e delle sue istanze.   Di seguito alcuni approfondimenti che documentano seriamente i crimini della Gates Foundation e del suo filantrocapitalismo: Philanthropic Power and Development – Who shapes the agenda? The Gates Foundation, global health and domination: a republican critique of transnational philanthropy Developing an agenda for the decolonization of global health Gated Development – Is the Gates Foundation always a force for good? Philanthrocapitalism in global health and nutrition: analysis and implications Colonialist Invasive Surgery within the colony; Global Medical Imperialism within the developing world and in Pakistan during COVID Rapporto “Gates to a Global Empire” – Gates verso un Impero Globale “Gates to a Global Empire” Gates verso un Impero Globale – sintesi del rapporto Gates Ag One: The Recolonisation Of Agriculture Bill Gates & His Fake Solutions to Climate Change Bill Gates e le sue false soluzioni ai cambiamenti climatici La spinta delle Lobby verso il cibo sintetico – False soluzioni che mettono a rischio la salute umana e del pianeta Niente di nuovo nei nuovi Ogm. Le multinazionali minacciano la nostra sovranità alimentare Filantropia e sviluppo sostenibile, luci e ombre L’impero filantrocapitalista di Bill Gates Le colonie del nostro tempo e il filantrocapitalismo Da Rockefeller a Gates, l’anima oscura del filantrocapitalismo Bill Gates si mette a fare il contadino. Ora è il più grande proprietario di terreni agricoli d’America   Riferimenti: Nicoletta Dentico, Ricchi e buoni, le trame oscure del filantrocapitalismo, Emi, 2020 JACOB LEVICH, The Gates Foundation, Ebola, and Global Health Imperialism, September 2015   Lorenzo Poli
Stop alle terapie riparative, raggiunto 1 milione di firme: la Commissione UE dovrà pronunciarsi seriamente
Quando mancava solo un giorno alla chiusura della raccolta firme, è stato raggiunto il milione di sottoscrizioni per chiedere all’Unione europea di legiferare sul divieto alle terapie riparative per le persone Lgbtq+. Con l’espressione “terapie riparative” (definite anche “terapie di conversione”) si fa riferimento ad alcuni interventi di natura psicologica o pseudo-medica che avrebbero l’obiettivo di sopprimere, reprimere e modificare l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere delle persone Lgbtq+. Questi presunti trattamenti terapeutici includono in realtà manipolazioni mentali e fisiche, indottrinamenti psicoipnotici, esorcismi e altri atti abusivi e violenti, che umiliano e creano danni psicologici profondi nelle persone che li subiscono: secondo la World Medical Association queste pratiche sono “lesive della dignità umana” e, secondo le Nazioni Unite, sono equiparabili alla tortura, a causa della loro natura discriminatoria e fraudolenta. Una tortura che dovrebbe risultare inconcepibile per tutti dal momento che l’omosessualità è riconosciuta come una “variante naturale dell’essere umano”. L’omosessualità non è più considerata una malattia mentale, né dall’American Psychiatric Association (APA) né dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). L’APA ha rimosso l’omosessualità dal suo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) nel 1973, mentre l’OMS ha fatto lo stesso nel 1990. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha eliminato anche la transessualità dall’elenco delle malattie mentali nel 2018, definendo la disforia di genere come un disturbo della salute sessuale. Questo significa che non è più considerata una patologia, ma piuttosto una condizione di disagio e sofferenza vissuta da persone che non si identificano con il sesso assegnato alla nascita.  Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le “terapie di conversione” non hanno alcuna base scientifica e possono causare: ansia, depressione, disturbi post-traumatici e, in alcuni casi, tendenze suicide. Il percorso di depatologizzazione dell’orientamento omosessuale si inserisce nel quadro dell’emancipazione progressiva dai modelli psicoanalitici e psichiatrici di inizio Novecento che, a partire dai rispettivi riferimenti eziologici, determinavano il trattamento di ri-orientamento su base psicologica o su base somatica. Nel corso degli anni Novanta, con l’emergere di propugnatori di terapie cosiddette “riparative” o “di conversione”, l’American Psychiatric Association (1998) ha elaborato un proprio documento nel quale si legge: “L’APA si oppone ad ogni trattamento psichiatrico, come le terapie riparative o di conversione, basato sull’assunto che l’omosessualità sia di per sé un disturbo mentale o basato sull’assunto aprioristico che il paziente debba modificare il proprio orientamento sessuale”. Nel marzo del 2000, sempre l’American Psychiatric Association, ha elaborato una nuova risoluzione, il “Position Statement” sulle terapie mirate al tentativo di modificare l’orientamento sessuale, in cui si afferma: “[…] Le modalità psicoterapeutiche per convertire o “riparare” l’omosessualità sono basati su teorie dello sviluppo la cui validità scientifica è dubbia […] L’APA raccomanda che i professionisti etici si astengano dal tentare di cambiare l’orientamento sessuale dell’individuo, tenendo presente la massima medica: “Primo, non nuocere”. […] La letteratura inerente le terapie “riparative” […] non solo ignora l’impatto dello stigma sociale […] ma è una letteratura che attivamente stigmatizza l’omosessualità […]. Nel 2009, l’APA pubblica il report sulle “Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation”. Nel 2008, l’Ordine Nazionale degli Psicologi in Italia si è espresso in merito, dichiarando che “lo psicologo non può prestarsi a nessuna terapia riparativa dell’orientamento sessuale”. In assenza, tuttavia, di chiare linee guida (di cui si è dotato soltanto l’Ordine degli Psicologi della Campania) tale dichiarazione ha determinato l’emergere sulla scena italiana di approcci che potremmo definire “post-riparativi”(Graglia, 2009): non essendo più possibile sostenere che l’omosessualità sia una malattia, tali approcci mirano al cambiamento dell’orientamento sessuale aggirando la questione legittimando le terapie di conversione dei pazienti (e terapeuti) credenti, a dispetto di quanto indicato inequivocabilmente nel Position Statement dell’APA del 2000, facendo appello ai concetti di “identità religiosa” e del “principio di autodeterminazione” dei pazienti. https://www.sinapsi.unina.it/terapieriparative_bullismoomofobico In Italia, nonostante l’opinione contraria di gran parte del mondo medico e scientifico, non esiste una norma che vieti esplicitamente queste pratiche. Il 14 luglio 2016 il senatore dem Sergio Lo Giudice depositò al Senato il Ddl 2402 con il titolo “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori” proprio in contrasto alle terapie riparative: una proposta che venne ignorata. Tentativi come il ddl Zan, sono stati osteggiati politicamente, in particolare dalle forze di centrodestra. Nel mondo sono 80 i Paesi che ancora permettono pratiche disumane del genere e, ad ora, sono ancora tollerate in alcuni Stati dell’Unione Europea. Anche in Italia, secondo una stima del 2022 della Società italiana di Andrologia (Sia ), 1 persona su 10 ancora subisce le terapie riparative. Non è un caso che neuropsichiatri come Massimo Gandolfini propongano di risolvere l’incidenza dei suicidi tra i giovani Lgbt con una “correzione del disagio identitario”. In poche parole: se si suicidano i gay, li spingiamo a “convertirsi all’eterosessualità”. Un avallo vergognoso e disumano alle pratiche riparative che non hanno alcuna intenzione di andare alle radici della disforia di genere. Nel 2023, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha ribadito l’illegittimità professionale delle terapie riparative e ha ricordato ai suoi iscritti che tali pratiche violano il codice deontologico. Tuttavia, la mancanza di una legge penale lascia aperta la possibilità che soggetti non regolamentati possano continuare a proporle, spesso nell’ambito religioso o pseudoscientifico. Le “terapie di conversione” – che vanno da subdoli abusi verbali e umiliazioni, fino a violenze psicologiche fisiche, per arrivare all’isolamento, alla somministrazione di farmaci, finanche a sfociare atti estremi, come esorcismi e stupri, con l’obiettivo di cambiare o reprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona, sopprimendo così la libertà personale e di autodeterminazione – sono pratiche discriminatorie, degradanti e fraudolente che hanno un impatto devastante sulla salute di chi le subisce, aumentando i casi di ansia, depressione e suicidio, soprattutto tra i giovani. Per questo un gruppo di attivisti e associazioni di diritti umani ha formalmente richiesto alla Commissione Europea la creazione di una direttiva che vieti sul territorio europeo queste pratiche medievali. Come si legge sul sito dedicato alle Iniziative dei cittadini europei, infatti, “l’Ue svolge un ruolo fondamentale nella protezione dei diritti e dovrebbe prendere provvedimenti per combattere tutte le pratiche disumane. La Commissione dovrebbe proporre una direttiva che aggiunga le pratiche di conversione all’elenco dei reati dell’Ue e/o modificare l’attuale direttiva sulla parità (2008) per includervi il divieto di tali pratiche. Inoltre, per contrastare la moratoria legislativa, la Commissione dovrebbe anche attuare una risoluzione non vincolante che chieda il divieto generalizzato delle pratiche di conversione nell’Unione”. Lo stesso sito riporta inoltre dei dati estrapolati da alcuni studi svolti in Svezia e nel Regno Unito tra il 2017 e il 2022, da cui si evince che circa il 5% dei giovani Lgbtq+ intervistati è stato sottoposto a pressioni o minacce per entrare in questi percorsi. La raccolta firme ha centrato l’obiettivo di 1 milione di firme giusto un giorno prima della chiusura, prevista per oggi 17 maggio, giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia. Ora la Commissione Ue dovrà esaminare la proposta e si pronuncerà sulle azioni da intraprendere. https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/16/terapie-conversione-omofobia-giornata-17-maggio-commissione-ue/7991103/ Inoltre bisogna ricordare che la Commissione LIBE (Libertà civili, giustizia e affari interni) del Parlamento europeo ha approvato una revisione della direttiva contro gli abusi sessuali sui minori. All’interno del testo sono stati inseriti due emendamenti presentati dall’eurodeputato italiano Alessandro Zan (Partito Democratico, gruppo S&D), che rappresentano un potenziale punto di svolta per la tutela dei diritti delle persone Lgbt in Europa. L’emendamento approvato inserisce nel testo legislativo una definizione ufficiale delle pratiche di conversione e le riconosce come potenzialmente dannose. Inoltre, introduce un’aggravante per i reati sessuali compiuti su minori per motivi discriminatori legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere. «Si tratta di un passo storico per i diritti Lgbt in Europa», ha dichiarato Zan. «In un momento in cui i diritti delle persone Lgbt sono sotto attacco in molti paesi, l’Europa manda un messaggio chiaro: siamo dalla parte della libertà e dell’autodeterminazione», ha aggiunto. La direttiva, inclusiva degli emendamenti Zan, non è ancora legge. Per ora, la definizione delle pratiche di conversione sarà inserita nella direttiva come parte interpretativa: non obbliga ancora gli Stati membri a vietarle, ma crea una base legale su cui l’UE potrà costruire nuove norme più vincolanti in futuro. https://www.editorialedomani.it/fatti/terapie-di-conversione-anti-lgbt-lue-le-vieta-il-governo-meloni-le-ignora-se1gio8m   Lorenzo Poli