Forme di vita tra sollevazione e guerra, oltre la rappresentazione
Pochi giorni prima della guerra, ho chiamato la mia amica in Iran. Si stavano
preparando alla guerra. Mentre parlavo con lei, tutto il mio corpo tremava. I
suoi occhi, il suo volto e l’ombra che le lunghe ciglia proiettavano sul viso
costruivano un’immagine che mi spaventava. Libertà e prigione – così vicine,
così aderenti l’una all’altra.
Fin dall’infanzia siamo intrecciati alla morte e ai suoi significati. Non
ricordo un bacio scambiato senza paura; non ricordo un gesto che non fosse
accompagnato dall’immagine dei corpi dei nostri compagni. Scrivere, pensare,
vivere: tutto è intrecciato negli strati della vita, della morte e della
politica. Se esiste una distanza, essa si dà soltanto nella mente: in quel luogo
in cui desideriamo immaginare le cose più belle e non semplicemente
sopravvivere.
Le uccisioni sono iniziate nei primi giorni del 2026. Hanno ucciso e rapito. Non
voglio raccontare gli omicidi. Non voglio dire che si sia trattato di una
sollevazione rivoluzionaria repressa e soffocata; scrivo solo questo: questa
volta, il governo e l’opposizione di destra, mano nella mano, hanno espropriato
la volontà di un popolo che gridava libertà.
Ma nello stesso momento si è resa visibile anche l’incapacità strutturale della
sinistra: l’incapacità di accompagnare in modo immanente la sollevazione stessa
e la preferenza per una spiegazione della sconfitta dall’esterno, invece che per
la produzione di un sapere capace di operare dall’interno del movimento.
Questa incapacità non può essere attribuita semplicemente alla repressione; deve
piuttosto essere ricercata in una frattura più profonda: una distanza tra il
linguaggio teorico della sinistra e l’esperienza vissuta di coloro che, nelle
strade, negli ospedali e nelle case, sono impegnate e impegnati nella
sopravvivenza. Mentre la politica, nel cuore della sollevazione, prendeva forma
attraverso pratiche disperse, incarnate e fondate sulle necessità immediate
della riproduzione sociale, parti della sinistra sono rimaste a un livello di
astrazione incapace di cogliere questo spostamento.
In altre parole, il problema non era soltanto “l’assenza”, ma l’incapacità di
ricombinarsi con le forme emergenti della politica. La sinistra non è riuscita a
costruire un ponte tra il proprio sapere teorico e le forme in via di formazione
dell’azione collettiva; non è riuscita a estrarre nuovi concetti da queste
esperienze né a sincronizzarsi con il ritmo temporale e materiale della
sollevazione.
Di conseguenza, invece di trasformarsi in una forza di intervento interna alla
sollevazione, è rimasta spesso nella posizione di osservatore: reagendo con
ritardo o interpretando l’evento attraverso quadri concettuali preesistenti.
Questo passaggio dall’“intervento” all’“interpretazione” segnala una crisi più
profonda: una crisi nella capacità di produrre un sapere politico che operi non
dopo l’evento, ma al suo interno.
Da questa prospettiva, la crisi della sinistra può essere letta come una
frattura tra “politica come rappresentazione” e “politica come produzione
sociale”; un punto in cui le forme tradizionali di organizzazione e analisi non
sono più in grado di tenere il passo con reti di resistenza fluide, orizzontali
e instabili.
La sollevazione del gennaio 2026 non ha segnato l’inizio di una nuova crisi, ma
l’emersione di crisi che si erano accumulate per anni negli strati nascosti
della società: crisi economiche, politiche e psichiche. Essa ha portato in
superficie ciò che prima era invisibile o deliberatamente occultato.
Dopo la repressione sanguinosa, un pesante silenzio ha avvolto la società; un
silenzio che non è soltanto il prodotto dello shock della violenza, ma anche una
forma di scelta collettiva. Questo silenzio deve essere compreso come una
sospensione della politica, non come la sua assenza: un momento per il lutto,
per la valutazione dei rapporti di forza e per l’immaginazione delle possibilità
future.
E tuttavia, nello stesso tempo, quella stessa incapacità strutturale della
sinistra è riemersa…
La sollevazione non è nata da una leadership unitaria, né attraverso
negoziazioni o rappresentazioni mediatiche, ma dalla convergenza di forze
eterogenee: reti spontanee di cura, scioperi dispersi ma continui, la resistenza
quotidiana delle donne e la partecipazione di studenti e adolescenti che, senza
strutture stabilizzate, si sono uniti al corpo collettivo della sollevazione.
Proprio in questa fluidità si è aperta la possibilità di produrre il nuovo. Qui
si dà un terreno in cui i conflitti si svolgono in forma immanente. Tuttavia, i
meccanismi di repressione e la mancanza di un intervento sul campo da parte
delle forze radicali hanno interrotto la continuità dei processi di
istituzionalizzazione e di organizzazione sociale plurale.
> Questa stessa fluidità ha però aperto il campo anche alla competizione tra
> diverse narrazioni e forze politiche. Nei momenti della sollevazione, molti
> hanno risposto a chiamate e simboli differenti per costruire forme di
> convergenza temporanea – incluse quelle promosse da correnti monarchiche.
Tale presenza non implicava necessariamente l’adesione a un progetto monarchico,
ma rappresentava spesso il tentativo di trovare un punto comune in una società
profondamente frammentata e repressa.
Tuttavia, successivamente, alcune di queste correnti hanno cercato di
organizzare la rabbia sociale entro narrazioni e leadership predefinite.
L’accesso a risorse mediatiche, finanziarie e a reti di comunicazione più ampie
ha consentito loro di rendere più visibile la propria versione della
sollevazione. In alcune fasi sono emersi persino discorsi che, invece di opporsi
alla guerra, sostenevano l’intensificazione del conflitto o l’intervento
militare—mostrando come, all’interno di una sollevazione sociale, possano
emergere simultaneamente orizzonti politici differenti e persino contraddittori.
Per questo motivo, il campo della sollevazione non deve essere inteso come uno
spazio omogeneo, ma come un terreno di tensione tra forze diverse; uno spazio in
cui ciascuna forza tenta di definire il significato politico della sollevazione
e di plasmarne il futuro.
DONNE E POLITICA DELLA VITA QUOTIDIANA
Nella sollevazione del dicembre 2025 e nella sua prosecuzione fino al gennaio
2026, il ruolo delle donne deve essere letto su livelli molteplici e intrecciati
– livelli che mostrano come esse non si trovassero ai margini, ma al centro
stesso della sollevazione.
Gli ospedali sono diventati uno dei principali campi di lotta. Le donne presenti
come infermiere, mediche, accompagnatrici, madri o sorelle delle persone ferite
non si limitavano a svolgere funzioni di cura; esse sono diventate narratrici
della violenza statale.
Registrare i nomi, nascondere l’identità dei feriti, impedire arresti nei letti
d’ospedale, trasmettere testimonianze e persino proteggere fisicamente i feriti:
tutto questo faceva parte dell’azione politica delle donne in questi spazi.
Attraverso i loro racconti, i corpi feriti e uccisi sono stati sottratti alla
condizione di dati anonimi e sono entrati nella memoria collettiva della
sollevazione.
Secondo rapporti recenti, diverse infermiere sono state sottoposte a gravi
violenze sessuali proprio per aver assistito i feriti e hanno persino subito
mutilazioni orrende.
> Una delle dimensioni più radicali di questa sollevazione è stata la modalità
> del lutto praticata dalle donne. Madri, figlie e sorelle delle vittime hanno
> trasformato i rituali funebri in spazi di protesta. Il corpo femminile –
> storicamente luogo di controllo e repressione – si è trasformato, in questi
> rituali, in uno strumento di resistenza. Il lutto non era più la fine
> dell’azione politica, ma il suo inizio.
Accanto a queste esperienze, le donne hanno costruito reti orizzontali e fluide
che collegavano case, ospedali, cimiteri, quartieri e spazi digitali – reti
difficilmente reprimibili. Queste reti hanno mostrato che la politica non si
svolge solo nelle strade, ma continua nella cura, nella narrazione e nella
memoria.
È qui che la politica si sposta dai centri del potere ai margini della vita:
nelle case, negli ospedali, nei cimiteri e nelle reti invisibili della
solidarietà. In questi spazi, la vita quotidiana stessa diventa un terreno di
resistenza e i corpi si trasformano in portatori di memoria e di possibilità
future.
GUERRA ED ESPERIENZA VISSUTA DELLA SOCIETÀ
Negli ultimi mesi, la guerra è entrata direttamente nel livello dell’esperienza
vissuta della società: non come concetto geopolitico, ma come realtà corporea –
nel suono delle esplosioni, nell’ansia che si sedimenta nei corpi e nelle
continue fratture della vita quotidiana. La mancanza delle più elementari
infrastrutture di protezione dei civili –dall’assenza di rifugi all’inefficienza
dei sistemi di allerta – aggrava questa condizione. Allo stesso tempo, le
interruzioni diffuse di internet, il controllo degli spazi urbani e la violenza
ai posti di blocco mostrano come la logica della guerra venga tradotta nei
dispositivi di governo.
In questo contesto, la guerra opera non solo sul piano dello scontro militare,
ma come espansione della sorveglianza, della limitazione e della
riorganizzazione della vita sociale – dove i corpi diventano il primo luogo di
esposizione alla violenza. Allo stesso tempo, emerge una condizione duale in
alcune parti della società: una paura simultanea della continuazione della
guerra, della morte e della sua fine. Per alcuni, un cessate il fuoco non
rappresenta un’apertura, ma un ritorno a un ordine in cui le strutture della
repressione, ormai consolidate, proseguono. Pertanto, la fine della guerra non
coincide necessariamente con la fine della violenza vissuta.
In una tale situazione, il soggetto sociale si trova sospeso tra due forme di
violenza: incapace sia di accettare la continuità della condizione presente sia
di riporre speranza nella sua conclusione. Questa sospensione limita
l’immaginazione di una rottura reale e congela il tempo politico in un presente
esteso e privo di orizzonte. Allo stesso tempo, la persistenza della guerra non
può essere spiegata soltanto attraverso la logica militare, ma deve essere
compresa come una modalità di governo interno del potere – una funzione che la
sovranità stessa riconosce, riflessa in formulazioni come quella della “guerra
come benedizione”.
A differenza dei momenti di sollevazione, le reti di cura e di solidarietà non
sono riuscite a trasformarsi in meccanismi stabili di sopravvivenza. La violenza
continua, l’interruzione delle comunicazioni e la pressione securitaria hanno
eroso i legami sociali, riportando la sopravvivenza a scale più ridotte:
famiglie, relazioni prossime e iniziative disperse. In questo contesto, le donne
funzionano come nodi dispersi della cura, rendendo possibile la continuità
minima della vita – non attraverso forme di organizzazione estese, ma sul piano
della riproduzione quotidiana dell’esistenza.
In queste condizioni, la guerra trasforma non solo le infrastrutture materiali,
ma anche le possibilità sociali della solidarietà, sottoponendole a processi di
riorganizzazione. Di conseguenza, la politica della vita quotidiana appare meno
come resistenza esplicita e più come gestione dell’attrito della sopravvivenza.
Allo stesso tempo, la violenza della guerra si estende oltre i corpi umani:
ecosistemi, risorse idriche e infrastrutture vitali diventano campi di
conflitto, producendo effetti multilivello e di lungo periodo.
Questa situazione mostra che la guerra nel mondo contemporaneo, come analizzato
da Hardt e Negri, non è più un’eccezione, ma una componente strutturale dei
dispositivi di governo, in cui sicurezza, economia e politica si intrecciano in
un “regime di guerra”. In continuità con questa analisi, Sandro Mezzadra
sottolinea la dissoluzione dei confini tra economia, logistica e guerra – un
processo attraverso il quale la violenza si trasferisce direttamente nella vita
quotidiana e negli ecosistemi.
> Da questa prospettiva, la guerra non può essere intesa semplicemente come un
> tentativo di risolvere la crisi, ma deve essere compresa come una modalità di
> gestione e riproduzione della crisi stessa: un ordine che si perpetua
> attraverso il disordine.
In un tale contesto, una società già segnata da crisi economiche e repressione
politica è sottoposta a una forma di erosione multilivello – materiale,
affettiva e immaginativa. È proprio qui che si può parlare di un nesso tra
guerra e nichilismo sociale: una condizione in cui gli orizzonti alternativi si
indeboliscono e l’azione collettiva si riduce a reazioni frammentarie e
limitate.
Di conseguenza, la questione non può essere ridotta a una semplice presa di
posizione etica – nel senso di un “no alla guerra” ma deve essere compresa nel
quadro di un’analisi dei modi in cui la guerra viene prodotta, distribuita e
governata. Ciò che è in gioco non è soltanto la negazione della guerra, ma la
ridefinizione delle possibilità dell’azione collettiva all’interno di un ordine
fondato sulla sua continuità. Tale possibilità emerge non da progetti
predefiniti, ma da quelle stesse micro-forme disperse di solidarietà e da una
ridefinizione del rapporto tra vita e potere – sebbene, nelle condizioni
attuali, queste possibilità siano sottoposte a una pressione crescente.
La copertina è di Richard Lemarchand (Flickr)
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