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Omosessualità e medicina: il camice non può trasformare un pregiudizio in una diagnosi
Il dibattito nato attorno alle affermazioni che riconducono l’omosessualità a una condizione patologica o a traumi vissuti dalla persona apre una questione più ampia sul ruolo della medicina e sui confini della responsabilità professionale. Non riguarda soltanto l’orientamento sessuale, ma il rapporto tra scienza, convinzioni personali, libertà individuale e dignità di chi si affida a un professionista sanitario. Quando il giudizio morale entra nello spazio della cura, il rischio è che il camice perda la propria funzione e che una posizione personale acquisti un’autorevolezza clinica che non le appartiene. Su questo interviene Renato Costa, responsabile Salute della Cgil Sicilia, richiamando la necessità di tenere distinta la libertà di opinione dalle evidenze scientifiche e di riportare al centro la persona, la sua storia e il diritto a ricevere assistenza senza pregiudizi. “Ci sono parole che suscitano indignazione e altre che provocano soprattutto tristezza. Quando qualcuno usa la medicina per giudicare, colpevolizzare o pretendere di correggere ciò che appartiene alla libertà e alla dignità della persona, non commette soltanto un errore sul piano scientifico. Tradisce il significato stesso della cura. La medicina nasce per ascoltare, comprendere e curare. Non per stabilire quale orientamento sessuale sia giusto, quale modello familiare sia migliore o quale modo di vivere meriti maggiore considerazione”. “Su questo dobbiamo essere estremamente chiari. La scienza non può seguire convinzioni personali, religiose o ideologiche. Deve seguire le evidenze, i dati e il metodo scientifico. La storia della medicina ci insegna quanto danno abbiamo prodotto ogni volta che abbiamo confuso il pregiudizio culturale con una diagnosi e la diversità con una patologia. Proprio per questo chi esercita una professione sanitaria ha una responsabilità ancora maggiore quando parla pubblicamente utilizzando l’autorevolezza che deriva dal proprio ruolo”. “Un medico può avere una fede religiosa, convinzioni politiche, valori morali e una propria idea della società. Nessuno gli chiede di rinunciarvi. Ma quelle convinzioni appartengono alla sua sfera personale. Nel rapporto con il paziente devono arretrare davanti alla scienza e davanti alla persona. Una mia opinione non può diventare una diagnosi, così come una convinzione religiosa non può servire a definire patologica la vita di qualcuno. Allo stesso modo, la mia idea personale della sessualità, della famiglia o dei rapporti umani non può entrare in una valutazione clinica come se fosse un dato scientifico”. “Il paziente non deve assomigliare al proprio medico. È il medico che deve avere gli strumenti scientifici, professionali e umani per avvicinarsi alla persona che ha davanti. Una persona può aver bisogno di aiuto perché soffre, perché vive una depressione, un conflitto, una condizione di isolamento, una discriminazione o una crisi profonda. Ma l’orientamento sessuale non può diventare di per sé una diagnosi. E nessuno può pensare di utilizzare la medicina per modificare una persona affinché corrisponda a un determinato modello morale o sociale”. “Quando accade questo, la medicina smette di esercitare la cura e comincia a esercitare un potere sulla persona. È esattamente il contrario di ciò che dovrebbe rappresentare il camice. Noi dobbiamo proteggere chi entra in uno studio medico, soprattutto quando attraversa una fase di fragilità. Non possiamo aggiungere alla sua sofferenza il peso di un giudizio o convincerlo che qualcosa nella sua identità lo renda sbagliato”. “Prima di qualsiasi diagnosi c’è una persona. Prima dell’orientamento sessuale, della religione, delle convinzioni politiche o di qualsiasi altra caratteristica individuale c’è una persona con una storia, relazioni, paure, affetti, ferite e speranze. La medicina perde la propria anima quando dimentica questo principio elementare. La competenza scientifica resta indispensabile, ma non possiamo separarla dall’etica, dal rispetto e dalla capacità di riconoscere la dignità di chi chiede aiuto”. “C’è anche una questione di responsabilità professionale. Il prestigio del camice non può offrire una copertura scientifica alle convinzioni personali. La libertà di pensiero appartiene a tutti, anche ai medici, ma una convinzione individuale non acquista valore scientifico soltanto perché la esprime un professionista sanitario. Dobbiamo mantenere molto netto questo confine, perché dall’altra parte c’è spesso una persona che attribuisce alle parole del medico un peso enorme”. “La sanità che dobbiamo difendere è una sanità nella quale ogni cittadino possa entrare senza chiedersi prima se il professionista che incontrerà lo giudicherà. Un giovane deve potersi rivolgere a uno psichiatra, a uno psicologo o a qualsiasi altro sanitario senza temere che il proprio orientamento sessuale diventi esso stesso il problema da curare. La relazione terapeutica nasce dalla fiducia. Se introduciamo il giudizio morale dentro quella relazione, rischiamo di distruggerla”. “Non si tratta di contrapporre un’ideologia a un’altra. Al contrario, dobbiamo tenere le ideologie fuori dalla medicina. La politica, la religione e le convinzioni personali possono alimentare il dibattito pubblico, ma la diagnosi e la cura devono poggiare sulla conoscenza scientifica e sull’etica professionale. Su questo non possiamo accettare ambiguità”. “Per questo serve anche un guizzo di dignità da parte di tutta la comunità sanitaria. Possiamo discutere, confrontarci e avere opinioni profondamente diverse. Ma esiste un limite che nessun medico dovrebbe superare: trasformare il proprio giudizio sulla vita di una persona in una presunta verità clinica. Quando succede, perde il paziente, perde la fiducia nel sistema sanitario e perde la medicina stessa. Il nostro compito resta un altro: custodire la dignità dell’essere umano e curare sulla base della scienza. Nessun pregiudizio e nessuna convinzione personale possono diventare una diagnosi”. Redazione Sicilia
September 16, 2026
Pressenza
15 maggio 1897: i “figli della Luna” tra scienza e pregiudizio
di Bruno Lai 15 maggio 1897: nasce a Berlino il “Wissenschaftlich-humanitäres Komitee”, WhK, o “Comitato Scientifico Umanitario”, il primo nucleo del movimento di liberazione omosessuale. Per capire il clima in cui sorge il “Wissenschaftlich-humanitäres Komitee”, o WhK, a fine Ottocento, dobbiamo guardare alla Germania del Secondo Reich, l’Impero Tedesco. La situazione delle persone omosessuali è determinata da un mix paradossale
Stop alle terapie riparative, raggiunto 1 milione di firme: la Commissione UE dovrà pronunciarsi seriamente
Quando mancava solo un giorno alla chiusura della raccolta firme, è stato raggiunto il milione di sottoscrizioni per chiedere all’Unione europea di legiferare sul divieto alle terapie riparative per le persone Lgbtq+. Con l’espressione “terapie riparative” (definite anche “terapie di conversione”) si fa riferimento ad alcuni interventi di natura psicologica o pseudo-medica che avrebbero l’obiettivo di sopprimere, reprimere e modificare l’orientamento sessuale e/o l’identità di genere delle persone Lgbtq+. Questi presunti trattamenti terapeutici includono in realtà manipolazioni mentali e fisiche, indottrinamenti psicoipnotici, esorcismi e altri atti abusivi e violenti, che umiliano e creano danni psicologici profondi nelle persone che li subiscono: secondo la World Medical Association queste pratiche sono “lesive della dignità umana” e, secondo le Nazioni Unite, sono equiparabili alla tortura, a causa della loro natura discriminatoria e fraudolenta. Una tortura che dovrebbe risultare inconcepibile per tutti dal momento che l’omosessualità è riconosciuta come una “variante naturale dell’essere umano”. L’omosessualità non è più considerata una malattia mentale, né dall’American Psychiatric Association (APA) né dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). L’APA ha rimosso l’omosessualità dal suo Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM) nel 1973, mentre l’OMS ha fatto lo stesso nel 1990. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha eliminato anche la transessualità dall’elenco delle malattie mentali nel 2018, definendo la disforia di genere come un disturbo della salute sessuale. Questo significa che non è più considerata una patologia, ma piuttosto una condizione di disagio e sofferenza vissuta da persone che non si identificano con il sesso assegnato alla nascita.  Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le “terapie di conversione” non hanno alcuna base scientifica e possono causare: ansia, depressione, disturbi post-traumatici e, in alcuni casi, tendenze suicide. Il percorso di depatologizzazione dell’orientamento omosessuale si inserisce nel quadro dell’emancipazione progressiva dai modelli psicoanalitici e psichiatrici di inizio Novecento che, a partire dai rispettivi riferimenti eziologici, determinavano il trattamento di ri-orientamento su base psicologica o su base somatica. Nel corso degli anni Novanta, con l’emergere di propugnatori di terapie cosiddette “riparative” o “di conversione”, l’American Psychiatric Association (1998) ha elaborato un proprio documento nel quale si legge: “L’APA si oppone ad ogni trattamento psichiatrico, come le terapie riparative o di conversione, basato sull’assunto che l’omosessualità sia di per sé un disturbo mentale o basato sull’assunto aprioristico che il paziente debba modificare il proprio orientamento sessuale”. Nel marzo del 2000, sempre l’American Psychiatric Association, ha elaborato una nuova risoluzione, il “Position Statement” sulle terapie mirate al tentativo di modificare l’orientamento sessuale, in cui si afferma: “[…] Le modalità psicoterapeutiche per convertire o “riparare” l’omosessualità sono basati su teorie dello sviluppo la cui validità scientifica è dubbia […] L’APA raccomanda che i professionisti etici si astengano dal tentare di cambiare l’orientamento sessuale dell’individuo, tenendo presente la massima medica: “Primo, non nuocere”. […] La letteratura inerente le terapie “riparative” […] non solo ignora l’impatto dello stigma sociale […] ma è una letteratura che attivamente stigmatizza l’omosessualità […]. Nel 2009, l’APA pubblica il report sulle “Appropriate Therapeutic Responses to Sexual Orientation”. Nel 2008, l’Ordine Nazionale degli Psicologi in Italia si è espresso in merito, dichiarando che “lo psicologo non può prestarsi a nessuna terapia riparativa dell’orientamento sessuale”. In assenza, tuttavia, di chiare linee guida (di cui si è dotato soltanto l’Ordine degli Psicologi della Campania) tale dichiarazione ha determinato l’emergere sulla scena italiana di approcci che potremmo definire “post-riparativi”(Graglia, 2009): non essendo più possibile sostenere che l’omosessualità sia una malattia, tali approcci mirano al cambiamento dell’orientamento sessuale aggirando la questione legittimando le terapie di conversione dei pazienti (e terapeuti) credenti, a dispetto di quanto indicato inequivocabilmente nel Position Statement dell’APA del 2000, facendo appello ai concetti di “identità religiosa” e del “principio di autodeterminazione” dei pazienti. https://www.sinapsi.unina.it/terapieriparative_bullismoomofobico In Italia, nonostante l’opinione contraria di gran parte del mondo medico e scientifico, non esiste una norma che vieti esplicitamente queste pratiche. Il 14 luglio 2016 il senatore dem Sergio Lo Giudice depositò al Senato il Ddl 2402 con il titolo “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori” proprio in contrasto alle terapie riparative: una proposta che venne ignorata. Tentativi come il ddl Zan, sono stati osteggiati politicamente, in particolare dalle forze di centrodestra. Nel mondo sono 80 i Paesi che ancora permettono pratiche disumane del genere e, ad ora, sono ancora tollerate in alcuni Stati dell’Unione Europea. Anche in Italia, secondo una stima del 2022 della Società italiana di Andrologia (Sia ), 1 persona su 10 ancora subisce le terapie riparative. Non è un caso che neuropsichiatri come Massimo Gandolfini propongano di risolvere l’incidenza dei suicidi tra i giovani Lgbt con una “correzione del disagio identitario”. In poche parole: se si suicidano i gay, li spingiamo a “convertirsi all’eterosessualità”. Un avallo vergognoso e disumano alle pratiche riparative che non hanno alcuna intenzione di andare alle radici della disforia di genere. Nel 2023, il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha ribadito l’illegittimità professionale delle terapie riparative e ha ricordato ai suoi iscritti che tali pratiche violano il codice deontologico. Tuttavia, la mancanza di una legge penale lascia aperta la possibilità che soggetti non regolamentati possano continuare a proporle, spesso nell’ambito religioso o pseudoscientifico. Le “terapie di conversione” – che vanno da subdoli abusi verbali e umiliazioni, fino a violenze psicologiche fisiche, per arrivare all’isolamento, alla somministrazione di farmaci, finanche a sfociare atti estremi, come esorcismi e stupri, con l’obiettivo di cambiare o reprimere l’orientamento sessuale o l’identità di genere di una persona, sopprimendo così la libertà personale e di autodeterminazione – sono pratiche discriminatorie, degradanti e fraudolente che hanno un impatto devastante sulla salute di chi le subisce, aumentando i casi di ansia, depressione e suicidio, soprattutto tra i giovani. Per questo un gruppo di attivisti e associazioni di diritti umani ha formalmente richiesto alla Commissione Europea la creazione di una direttiva che vieti sul territorio europeo queste pratiche medievali. Come si legge sul sito dedicato alle Iniziative dei cittadini europei, infatti, “l’Ue svolge un ruolo fondamentale nella protezione dei diritti e dovrebbe prendere provvedimenti per combattere tutte le pratiche disumane. La Commissione dovrebbe proporre una direttiva che aggiunga le pratiche di conversione all’elenco dei reati dell’Ue e/o modificare l’attuale direttiva sulla parità (2008) per includervi il divieto di tali pratiche. Inoltre, per contrastare la moratoria legislativa, la Commissione dovrebbe anche attuare una risoluzione non vincolante che chieda il divieto generalizzato delle pratiche di conversione nell’Unione”. Lo stesso sito riporta inoltre dei dati estrapolati da alcuni studi svolti in Svezia e nel Regno Unito tra il 2017 e il 2022, da cui si evince che circa il 5% dei giovani Lgbtq+ intervistati è stato sottoposto a pressioni o minacce per entrare in questi percorsi. La raccolta firme ha centrato l’obiettivo di 1 milione di firme giusto un giorno prima della chiusura, prevista per oggi 17 maggio, giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia. Ora la Commissione Ue dovrà esaminare la proposta e si pronuncerà sulle azioni da intraprendere. https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/16/terapie-conversione-omofobia-giornata-17-maggio-commissione-ue/7991103/ Inoltre bisogna ricordare che la Commissione LIBE (Libertà civili, giustizia e affari interni) del Parlamento europeo ha approvato una revisione della direttiva contro gli abusi sessuali sui minori. All’interno del testo sono stati inseriti due emendamenti presentati dall’eurodeputato italiano Alessandro Zan (Partito Democratico, gruppo S&D), che rappresentano un potenziale punto di svolta per la tutela dei diritti delle persone Lgbt in Europa. L’emendamento approvato inserisce nel testo legislativo una definizione ufficiale delle pratiche di conversione e le riconosce come potenzialmente dannose. Inoltre, introduce un’aggravante per i reati sessuali compiuti su minori per motivi discriminatori legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere. «Si tratta di un passo storico per i diritti Lgbt in Europa», ha dichiarato Zan. «In un momento in cui i diritti delle persone Lgbt sono sotto attacco in molti paesi, l’Europa manda un messaggio chiaro: siamo dalla parte della libertà e dell’autodeterminazione», ha aggiunto. La direttiva, inclusiva degli emendamenti Zan, non è ancora legge. Per ora, la definizione delle pratiche di conversione sarà inserita nella direttiva come parte interpretativa: non obbliga ancora gli Stati membri a vietarle, ma crea una base legale su cui l’UE potrà costruire nuove norme più vincolanti in futuro. https://www.editorialedomani.it/fatti/terapie-di-conversione-anti-lgbt-lue-le-vieta-il-governo-meloni-le-ignora-se1gio8m   Lorenzo Poli
May 19, 2025
Pressenza