I pennuti dell’Apocalisse
Quando vide la luce nel 1935, come la maggior parte delle opere dell’inglese
Frank Baker, Gli Uccelli vendette soltanto poche centinaia di copie prima di
scomparire nel dimenticatoio collettivo per i successivi trenta anni. A
riportare alla luce il romanzo, come quasi sempre è avvenuto nel secolo scorso,
è stato un film. Nel 1963 Gli Uccelli di Alfred Hitchcock, dall’omonimo racconto
di Daphne du Maurier (contenuto in Gli uccelli e altri racconti, il Saggiatore
2024) stabilì un record di incassi per la Universal, creando anche un inedito
precedente cinematografico a cavallo fra il thriller apocalittico e il genere
animal horror. Baker (1908-1983), rilevando alcune ovvie somiglianze tra la
vicenda di Bodega Bay e quella del suo sfortunato romanzo, inviò una lettera di
protesta a Hitchcock e a du Maurier, senza ricevere risposta. Dissuaso dai suoi
avvocati a intentare una causa che si presentava estremamente incerta e (per
lui) costosissima, scese in seguito a più miti consigli, intrattenendo nel tempo
anche una corrispondenza amichevole e vicendevolmente rispettosa con du Maurier,
come ricostruisce Riccardo Nuziale nella prefazione. L’editore Cliquot pubblica
ora il libro di Baker nella versione director’s cut revisionata dall’autore nel
1964, permettendo per la prima volta un confronto tra i diversi testi
Il romanzo è ambientato per lo più a Londra, nel clima opprimente e
irrespirabile che serpeggia negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale
nella capitale del decaduto Impero Britannico. Fanno da sfondo alla vicenda i
vecchi palazzi della City e i leoni di Trafalgar Square, dove i malauguranti
pennuti si appostano inizialmente, fino alla scena mattatoio finale, in una
straripante Cattedrale di St. Paul. Gli accenni sarcastici alla vita
metropolitana e alla vacuità delle moderne società industriali, richiamano non
proprio tra le righe anche quell’idea di “declino dell’Occidente” di moda
nell’Europa post-spengleriana degli anni ’30. L’arrivo stesso degli uccelli è
descritto come un evento allegorico, la resa dei conti per un’intera civiltà,
quando ogni umano sarà obbligato a guardare negli occhi il proprio doppelgänger
pennuto e a confrontarsi finalmente con se stesso.
In apertura il narratore, ora anziano, come ne Il morbo scarlatto di Jack
London, rievoca la catastrofe attraverso i suoi ricordi di ventenne per
raccontare l’inizio della nuova èra alle giovani generazioni dei sopravvissuti.
Diversamente dal novel dell’americano, come del resto da L’ultimo uomo di Mary
Shelley o da La nube purpurea di M. P. Shiel, Baker non si limita però a evocare
un’apocalisse materialistica, seppure dai molteplici risvolti simbolici, e non
fa mistero riguardo al suo significato soprannaturale e metafisico. In questo
senso non potrebbe essere più lontano da Gli Uccelli di Hitchcock, un film che
lo sceneggiatore Ed McBain riscrive in pratica mantenendo solo alcune immagini
del racconto originale di du Maurier, concepito prevalentemente come una home
invasion, e in particolare la scelta dell’ambientazione in un contesto
antropizzato ma non urbano.
Tornando a Baker, il racconto è anche il diario dei giorni che preludono alla
catastrofe finale, e ai passi che il giovane protagonista dovrà compiere verso
la salvezza. Le somiglianze maggiori con la sceneggiatura di McBain si ritrovano
nella disposizione dei personaggi: anche qui il protagonista si muove
all’interno di un triangolo affettivo, in questo caso tra la trepidante e
possessiva madre Lillian e l’amata Olga. Il suo divenire adulto è anche in
questo caso contestuale alla fuga definitiva dal vecchio mondo, e qui passa per
il ripudio di un impiego ripetitivo e umiliante come di un modello
infantilizzante di virilità (con pose da artista decadente).
Su Bird sono stati scritti libri, discusse decine di tesi accademiche, prodotte
infinite analisi dal punto di vista cinematografico, psicanalitico,
escatologico. La psicoanalisi, in particolare, ha visto negli uccelli un
significante in sé vuoto, soprattutto l’impulso mobilitato dal legame edipico
tra Mitch e la madre Lydia, il cui carattere possessivo sul piano del reale
scatenerebbe gli uccelli. Il film come è noto non “spiega” affatto il
comportamento degli uccelli, apparentemente privo di un movente, anticipando
anzi il possibile dibattito nella scena al Tides Wharf: nella discussione “da
bar” che ne segue l’ornitologa, cioè la razionalità della Scienza, può
dichiarare gli eventi “biologicamente impossibili”, mentre un avventore locale
ci vede l’annuncio dell’imminente Giudizio Universale. Al tempo Hitchcock se la
cavò descrivendo la storia del film semplicemente come “una fantasia”,
l’irruzione dell’inconcepibile all’interno del quotidiano. Non a caso gli
uccelli di Hitchcock, a differenza di quelli alieni, puzzolenti e inquietanti di
Baker, sono anche tra i più comuni (gabbiani, corvi, ecc.) Nel libro-intervista
di Peter Bogdanovich, tuttavia, il regista non esclude neppure la chiave
millenaristica:
D: Il film non è anche una visione del Giorno del Giudizio?
R: Sì, e non sappiamo come ne usciranno. Certamente, la madre è stata
spaventata fino alla fine. La ragazza è stata abbastanza coraggiosa da
affrontare gli uccelli e cercare di respingerli. Ma come gruppo sono le vittime
del Giorno del Giudizio. Per il pubblico sono scappati a San Francisco ma ho
giocato con l’idea di una dissolvenza sui protagonisti in auto e di far apparire
il Golden Gate Bridge ricoperto di uccelli.
A Hitchcock, ovviamente, non interessavano gli aspetti escatologici della storia
quanto catturare le reazioni dei suoi protagonisti in un contesto familiare per
il suo pubblico. Ciò malgrado, Birds ha anticipato per molti aspetti il clichè
cinematografico dello swarm horror e il voyerismo del revenge-movie
“ecologico”, dove la natura scatena la sua brutale e indecifrabile intelligenza
collettiva. Sappiamo dopotutto che in una prima versione la scritta “End” non
era neppure prevista nei titoli di coda, ma venne inserita solo per intervento
dei produttori.
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