La Costituzione non è proprietà del governo. Questa legge elettorale di Meloni è un attacco alla democrazia
C’è qualcosa di comicamente malato in una democrazia in cui chi governa riscrive
le regole del voto con il sondaggista seduto accanto, calcolando quale sistema
gli permetta di restare dov’è. Chiamarla “riforma” è un atto di ottimismo
linguistico: è un’operazione politica con un obiettivo chirurgico, trasformare
consensi in potere, senza passare dal consenso vero. Dovrebbe scandalizzare
chiunque abbia ancora a cuore la democrazia, a prescindere dal colore della
tessera. E invece no: la Costituzione, per una parte della politica, è diventata
un mobile ingombrante di famiglia, bello da tenere in salotto, comodo da
spostare quando dà fastidio. Non è un regolamento condominiale che la
maggioranza di turno può riscrivere a piacimento. È la legge fondativa della
Repubblica, nata dalla Resistenza al fascismo, costruita su tre parole che oggi
suonano quasi sovversive: democrazia, uguaglianza, partecipazione. E guarda caso
sono proprio queste tre a essere svuotate, un poco alla volta, con la
discrezione di chi porta via i mobili senza far rumore. Come scriveva Piero
Calamandrei, costituente e tra i padri della Carta, nel suo celebre discorso ai
giovani del 1955: “la Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non
si muove”, perché vive solo se qualcuno ogni giorno si prende la briga di
difenderla. Ecco, oggi qualcuno la sta lasciando cadere con entusiasmo.
Una maggioranza fabbricata su misura
Il cuore della riforma è il premio: 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42
per cento dei voti validi. Detta così sembra una soglia rispettabile. Ma “voti
validi” non è sinonimo di “italiani”: in un Paese dove l’astensione è ormai il
primo partito, quel 42 per cento può tradursi in una fetta assai più modesta
dell’elettorato reale. Un premio grosso, pagato con moneta altrui. Non è solo un
problema di aritmetica: è costituzionale. L’articolo 1 assegna la sovranità al
popolo, l’articolo 3 impone l’eguaglianza, l’articolo 48 vuole un voto
personale, eguale, libero, segreto. Il Parlamento può inseguire la
governabilità, ma non comprarla al prezzo della rappresentanza, non è un saldo
di fine stagione. Lo ha già detto la Corte costituzionale bocciando il
Porcellum: il legislatore ha discrezionalità nella scelta del sistema
elettorale, ma quella discrezionalità si ferma davanti a ragionevolezza e
proporzionalità. Come già osservava Giovanni Sartori, tra i maggiori politologi
italiani del Novecento, la legge elettorale è “lo strumento più manipolativo
della politica”: non un dettaglio tecnico, ma l’arma con cui si decide in
anticipo chi vincerà davvero la partita. La domanda, allora, è semplice: quanta
rappresentanza siamo disposti a sacrificare sull’altare della stabilità? La
Costituzione non prevede la risposta “tutta quella che serve a chi già governa”.
Il cittadino sceglie il simbolo, il partito sceglie il deputato
Il vero scandalo, però, è un altro: l’elettore non sceglie i propri
rappresentanti. Mai. Liste bloccate, capilista paracadutati, pluricandidature
acrobatiche: in cabina elettorale si sceglie solo chi ci chiede il voto, non chi
dovrà rappresentarci. Un’aula sempre più simile a un consiglio d’amministrazione
di nominati, non a un’assemblea di eletti. L’articolo 49 riconosce ai cittadini
il diritto di associarsi in partiti per concorrere, con metodo democratico, alla
vita politica nazionale. Sulla carta, il partito dovrebbe essere lo strumento
con cui il cittadino partecipa. Nella pratica è l’esatto contrario: il cittadino
serve al partito per raccogliere voti, il partito serve ai suoi vertici per
distribuire poltrone. I segretari sono diventati amministratori delegati di
macchine elettorali; i territori si svuotano, le sezioni chiudono, la selezione
della classe dirigente si accentra in tre stanze romane. Il partito, che
dovrebbe essere una palestra di democrazia, è diventato un marchio in
franchising. Si è compiuta così una delle inversioni più eleganti della storia
repubblicana: chiamiamo ancora “eletti” persone che, di fatto, sono nominate
dalle segreterie. Darwinismo politico alla rovescia: non sopravvive il più
competente, ma chi meglio si mimetizza nella selezione interna.
Un club per soci già iscritti
Poi c’è la barriera più subdola: quella contro chi vuole entrare. Alle forze non
ancora rappresentate si chiedono montagne di firme; a chi è già dentro, nulla.
Chi ha le chiavi di casa non deve bussare; chi è fuori deve scalare il muro di
cinta. Non è competizione democratica: è rendita di posizione con targa
ufficiale. Una democrazia in salute facilita l’ingresso di nuove energie, non
blinda il campo contro la concorrenza. Il pluralismo non si misura dal numero di
simboli sulla scheda, ma dalla possibilità reale che idee nuove contendano il
consenso a chi c’è già.
Quale alternativa
Dire “questa legge è sbagliata” non basta: serve una proposta, punto per punto.
Primo. Nessun governo dovrebbe scrivere la legge elettorale come una qualunque
legge di maggioranza. Le regole del gioco vanno costruite con un accordo largo,
dopo confronto pubblico con forze politiche, costituzionalisti ed esperti
elettorali: patrimonio della Repubblica, non bottino della maggioranza di turno.
* > Basta parlamentari nominati. Restituire agli elettori il potere di
> scegliere le persone, collegi uninominali con primarie, o preferenze, con
> regole severe sulla parità di genere, perché la libertà di scelta non
> diventi l’alibi per perpetuare l’esclusione delle donne.
* > Nessun premio abnorme: contenuto, proporzionato, legato a una soglia di
> consenso realmente significativa. La maggioranza parlamentare deve nascere
> dai voti, non essere regalata.
* > Soglie di sbarramento ragionevoli e uguali per tutti, pensate per impedire
> la frammentazione, non per proteggere chi è già seduto.
* > Firme come requisito di serietà, non come muro: commisurate all’elettorato
> reale, raccoglibili anche in forma digitale e certificata. La Repubblica
> non può riconoscere il diritto di associazione politica e pretendere che si
> eserciti coi moduli di carta del secolo scorso.
* > Un’autorità davvero indipendente su candidature, firme, parità di genere,
> propaganda e finanziamenti: chi compete per il potere non può arbitrare le
> regole della competizione. È un conflitto d’interessi con la cravatta.
* > Democrazia anche dentro i partiti. L’articolo 49 non può restare una
> promessa sospesa: iscrizioni verificabili, congressi regolari, elezione
> trasparente dei gruppi dirigenti.
> REGOLA PIÙ SEMPLICE DI TUTTE: MAI CAMBIARE LE REGOLE DEL VOTO A RIDOSSO DELLE
> ELEZIONI PER ADATTARLE AI SONDAGGI. UNA LEGGE ELETTORALE DOVREBBE DURARE
> ABBASTANZA DA POTER ESSERE CONOSCIUTA, CAPITA E GIUDICATA, NON UN VESTITO
> CUCITO SULLA MAGGIORANZA DEL MOMENTO
Non una democrazia più debole, una democrazia più contendibile
Non vogliamo tornare alla Prima Repubblica, né inseguire sistemi perfetti mai
esistiti, né una Repubblica paralizzata dall’instabilità. Vogliamo qualcosa di
più semplice: un Parlamento scelto dagli elettori, un governo con una
maggioranza reale e non fabbricata a tavolino, partiti contendibili al loro
interno, nuove forze libere di presentarsi, cittadini in condizione di scegliere
chi li rappresenta. Questa è la governabilità democratica. Non quella che regala
seggi a chi ha meno voti, che affida alle segreterie la scelta dei parlamentari,
che mette cancelli davanti a chi vuole entrare in gioco, che tratta l’astensione
come un dettaglio statistico invece che come il sintomo di una rappresentanza in
coma.
Non è maggioranza contro opposizione
La vera partita è tra una democrazia in cui il potere resta contendibile e una
in cui il potere diventa autoreferenziale. Una differenza che vale un’intera
epoca. Come ricordava Norberto Bobbio, tra i massimi filosofi della politica del
Novecento, la democrazia si fonda su un insieme minimo di regole che
stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali
procedure. Toccare quelle regole per convenienza non è amministrazione
ordinaria: è togliere il pavimento sotto i piedi del gioco democratico stesso.
Anche il fascismo conquistò il potere passando per la trasformazione delle
regole della rappresentanza. La Repubblica nacque apposta per impedire che una
maggioranza diventasse padrona dello Stato. Ecco perché la Costituzione non è un
intralcio alla politica: è il recinto dentro cui la politica resta politica
invece di diventare dominio.
Se qualcuno pensa che la Costituzione sia troppo democratica, troppo sociale,
troppo antifascista, troppo piena di contrappesi, abbia il coraggio di dirlo ad
alta voce, invece di svuotarla un articolo alla volta, con la mano sul cuore e
le forbici nell’altra tasca. La democrazia non muore solo quando qualcuno
abolisce le elezioni. Muore anche quando le elezioni restano, ma gli elettori
contano sempre meno. La proposta è chiara: proporzionalità, preferenze, parità
di genere, accesso equo alla competizione, firme digitali, trasparenza dei
partiti, controllo indipendente, nessuna legge elettorale cucita sulle
convenienze di chi governa oggi. Non è una richiesta rivoluzionaria: è il minimo
sindacale per una Repubblica che voglia ancora chiamarsi democratica. Il
Parlamento non appartiene ai partiti. Il governo non appartiene alla
maggioranza. E soprattutto la Repubblica non appartiene a chi la governa oggi:
appartiene ai cittadini. Le regole con cui scelgono chi li rappresenta vanno
costruite per garantire la loro libertà, non la sopravvivenza politica di chi è
già al potere.
Aurelio Angelini