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La Costituzione non è proprietà del governo. Questa legge elettorale di Meloni è un attacco alla democrazia
C’è qualcosa di comicamente malato in una democrazia in cui chi governa riscrive le regole del voto con il sondaggista seduto accanto, calcolando quale sistema gli permetta di restare dov’è. Chiamarla “riforma” è un atto di ottimismo linguistico: è un’operazione politica con un obiettivo chirurgico, trasformare consensi in potere, senza passare dal consenso vero. Dovrebbe scandalizzare chiunque abbia ancora a cuore la democrazia, a prescindere dal colore della tessera. E invece no: la Costituzione, per una parte della politica, è diventata un mobile ingombrante di famiglia, bello da tenere in salotto, comodo da spostare quando dà fastidio. Non è un regolamento condominiale che la maggioranza di turno può riscrivere a piacimento. È la legge fondativa della Repubblica, nata dalla Resistenza al fascismo, costruita su tre parole che oggi suonano quasi sovversive: democrazia, uguaglianza, partecipazione. E guarda caso sono proprio queste tre a essere svuotate, un poco alla volta, con la discrezione di chi porta via i mobili senza far rumore. Come scriveva Piero Calamandrei, costituente e tra i padri della Carta, nel suo celebre discorso ai giovani del 1955: “la Costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove”, perché vive solo se qualcuno ogni giorno si prende la briga di difenderla. Ecco, oggi qualcuno la sta lasciando cadere con entusiasmo. Una maggioranza fabbricata su misura Il cuore della riforma è il premio: 70 deputati e 35 senatori a chi supera il 42 per cento dei voti validi. Detta così sembra una soglia rispettabile. Ma “voti validi” non è sinonimo di “italiani”: in un Paese dove l’astensione è ormai il primo partito, quel 42 per cento può tradursi in una fetta assai più modesta dell’elettorato reale. Un premio grosso, pagato con moneta altrui. Non è solo un problema di aritmetica: è costituzionale. L’articolo 1 assegna la sovranità al popolo, l’articolo 3 impone l’eguaglianza, l’articolo 48 vuole un voto personale, eguale, libero, segreto. Il Parlamento può inseguire la governabilità, ma non comprarla al prezzo della rappresentanza, non è un saldo di fine stagione. Lo ha già detto la Corte costituzionale bocciando il Porcellum: il legislatore ha discrezionalità nella scelta del sistema elettorale, ma quella discrezionalità si ferma davanti a ragionevolezza e proporzionalità. Come già osservava Giovanni Sartori, tra i maggiori politologi italiani del Novecento, la legge elettorale è “lo strumento più manipolativo della politica”: non un dettaglio tecnico, ma l’arma con cui si decide in anticipo chi vincerà davvero la partita. La domanda, allora, è semplice: quanta rappresentanza siamo disposti a sacrificare sull’altare della stabilità? La Costituzione non prevede la risposta “tutta quella che serve a chi già governa”. Il cittadino sceglie il simbolo, il partito sceglie il deputato Il vero scandalo, però, è un altro: l’elettore non sceglie i propri rappresentanti. Mai. Liste bloccate, capilista paracadutati, pluricandidature acrobatiche: in cabina elettorale si sceglie solo chi ci chiede il voto, non chi dovrà rappresentarci. Un’aula sempre più simile a un consiglio d’amministrazione di nominati, non a un’assemblea di eletti. L’articolo 49 riconosce ai cittadini il diritto di associarsi in partiti per concorrere, con metodo democratico, alla vita politica nazionale. Sulla carta, il partito dovrebbe essere lo strumento con cui il cittadino partecipa. Nella pratica è l’esatto contrario: il cittadino serve al partito per raccogliere voti, il partito serve ai suoi vertici per distribuire poltrone. I segretari sono diventati amministratori delegati di macchine elettorali; i territori si svuotano, le sezioni chiudono, la selezione della classe dirigente si accentra in tre stanze romane. Il partito, che dovrebbe essere una palestra di democrazia, è diventato un marchio in franchising. Si è compiuta così una delle inversioni più eleganti della storia repubblicana: chiamiamo ancora “eletti” persone che, di fatto, sono nominate dalle segreterie. Darwinismo politico alla rovescia: non sopravvive il più competente, ma chi meglio si mimetizza nella selezione interna. Un club per soci già iscritti Poi c’è la barriera più subdola: quella contro chi vuole entrare. Alle forze non ancora rappresentate si chiedono montagne di firme; a chi è già dentro, nulla. Chi ha le chiavi di casa non deve bussare; chi è fuori deve scalare il muro di cinta. Non è competizione democratica: è rendita di posizione con targa ufficiale. Una democrazia in salute facilita l’ingresso di nuove energie, non blinda il campo contro la concorrenza. Il pluralismo non si misura dal numero di simboli sulla scheda, ma dalla possibilità reale che idee nuove contendano il consenso a chi c’è già. Quale alternativa  Dire “questa legge è sbagliata” non basta: serve una proposta, punto per punto.  Primo. Nessun governo dovrebbe scrivere la legge elettorale come una qualunque legge di maggioranza. Le regole del gioco vanno costruite con un accordo largo, dopo confronto pubblico con forze politiche, costituzionalisti ed esperti elettorali: patrimonio della Repubblica, non bottino della maggioranza di turno. * > Basta parlamentari nominati. Restituire agli elettori il potere di > scegliere le persone, collegi uninominali con primarie, o preferenze, con > regole severe sulla parità di genere, perché la libertà di scelta non > diventi l’alibi per perpetuare l’esclusione delle donne. * > Nessun premio abnorme: contenuto, proporzionato, legato a una soglia di > consenso realmente significativa. La maggioranza parlamentare deve nascere > dai voti, non essere regalata. * > Soglie di sbarramento ragionevoli e uguali per tutti, pensate per impedire > la frammentazione, non per proteggere chi è già seduto. * > Firme come requisito di serietà, non come muro: commisurate all’elettorato > reale, raccoglibili anche in forma digitale e certificata. La Repubblica > non può riconoscere il diritto di associazione politica e pretendere che si > eserciti coi moduli di carta del secolo scorso. * > Un’autorità davvero indipendente su candidature, firme, parità di genere, > propaganda e finanziamenti: chi compete per il potere non può arbitrare le > regole della competizione. È un conflitto d’interessi con la cravatta. * > Democrazia anche dentro i partiti. L’articolo 49 non può restare una > promessa sospesa: iscrizioni verificabili, congressi regolari, elezione > trasparente dei gruppi dirigenti. > REGOLA PIÙ SEMPLICE DI TUTTE: MAI CAMBIARE LE REGOLE DEL VOTO A RIDOSSO DELLE > ELEZIONI PER ADATTARLE AI SONDAGGI. UNA LEGGE ELETTORALE DOVREBBE DURARE > ABBASTANZA DA POTER ESSERE CONOSCIUTA, CAPITA E GIUDICATA, NON UN VESTITO > CUCITO SULLA MAGGIORANZA DEL MOMENTO Non una democrazia più debole, una democrazia più contendibile Non vogliamo tornare alla Prima Repubblica, né inseguire sistemi perfetti mai esistiti, né una Repubblica paralizzata dall’instabilità. Vogliamo qualcosa di più semplice: un Parlamento scelto dagli elettori, un governo con una maggioranza reale e non fabbricata a tavolino, partiti contendibili al loro interno, nuove forze libere di presentarsi, cittadini in condizione di scegliere chi li rappresenta. Questa è la governabilità democratica. Non quella che regala seggi a chi ha meno voti, che affida alle segreterie la scelta dei parlamentari, che mette cancelli davanti a chi vuole entrare in gioco, che tratta l’astensione come un dettaglio statistico invece che come il sintomo di una rappresentanza in coma. Non è maggioranza contro opposizione La vera partita è tra una democrazia in cui il potere resta contendibile e una in cui il potere diventa autoreferenziale. Una differenza che vale un’intera epoca. Come ricordava Norberto Bobbio, tra i massimi filosofi della politica del Novecento, la democrazia si fonda su un insieme minimo di regole che stabiliscono chi è autorizzato a prendere le decisioni collettive e con quali procedure. Toccare quelle regole per convenienza non è amministrazione ordinaria: è togliere il pavimento sotto i piedi del gioco democratico stesso. Anche il fascismo conquistò il potere passando per la trasformazione delle regole della rappresentanza. La Repubblica nacque apposta per impedire che una maggioranza diventasse padrona dello Stato. Ecco perché la Costituzione non è un intralcio alla politica: è il recinto dentro cui la politica resta politica invece di diventare dominio. Se qualcuno pensa che la Costituzione sia troppo democratica, troppo sociale, troppo antifascista, troppo piena di contrappesi, abbia il coraggio di dirlo ad alta voce, invece di svuotarla un articolo alla volta, con la mano sul cuore e le forbici nell’altra tasca. La democrazia non muore solo quando qualcuno abolisce le elezioni. Muore anche quando le elezioni restano, ma gli elettori contano sempre meno. La proposta è chiara: proporzionalità, preferenze, parità di genere, accesso equo alla competizione, firme digitali, trasparenza dei partiti, controllo indipendente, nessuna legge elettorale cucita sulle convenienze di chi governa oggi. Non è una richiesta rivoluzionaria: è il minimo sindacale per una Repubblica che voglia ancora chiamarsi democratica. Il Parlamento non appartiene ai partiti. Il governo non appartiene alla maggioranza. E soprattutto la Repubblica non appartiene a chi la governa oggi: appartiene ai cittadini. Le regole con cui scelgono chi li rappresenta vanno costruite per garantire la loro libertà, non la sopravvivenza politica di chi è già al potere.   Aurelio Angelini
September 15, 2026
Pressenza
Il Sindacato dei Militari deposita esposto-denuncia contro “Futuro Nazionale”: «Difendiamo la Costituzione e il pluralismo democratico»
Il Segretario Generale Luca Marco Comellini annuncia l’azione legale alla Procura della Repubblica di Roma contro i vertici del progetto politico “Futuro Nazionale”. Appello a tutte le forze democratiche: respingere ogni deriva dai principi costituzionali. Il Sindacato dei Militari comunica di aver depositato, presso la Procura della Repubblica di Roma, un articolato esposto-denuncia volto a tutelare l’integrità delle istituzioni democratiche, il rispetto dei principi fondamentali sanciti dalla Costituzione della Repubblica Italiana e la dignità delle Forze Armate. L’atto, firmato dal Segretario del Sindacato Luca Marco Comellini e autenticato dall’avv. Massimiliano Strampelli.. L’esposto riguarda le attività, i contenuti programmatici e le iniziative di propaganda riconducibili al progetto “Futuro Nazionale”, con particolare riferimento al documento programmatico denominato “B.I.P.” 2027-2037 e alle attività svolte attraverso piattaforme digitali e canali di comunicazione online. L’esposto descrive con precisione una serie di condotte e proposte programmatiche che il Sindacato dei Militari ritiene gravi e lesive dell’ordine costituzionale. Il programma “B.I.P.” prevede l’impiego permanente delle Forze Armate con funzioni di polizia giudiziaria in aree urbane denominate “zone rosse”, nonché l’introduzione di moduli obbligatori di educazione militare nelle scuole pubbliche. Il Sindacato dei Militari esprime forte preoccupazione per un simile progetto, che snatura la funzione costituzionale delle Forze Armate e strumentalizza il modello militare per finalità di controllo civile e di indottrinamento giovanile, ledendo il principio di distinzione tra sfera militare e ordinamento civile-democratico. Il programma politico contestato include un cosiddetto “Piano di Remigrazione” che prefigura espulsioni collettive anche nei confronti di cittadini stranieri in regola con le norme vigenti sul soggiorno. Tale misura, oltre a sollevare gravi dubbi di legittimità costituzionale, appare in netto contrasto con il Protocollo 4 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), che vieta le espulsioni collettive di stranieri. Il Sindacato ritiene che tale proposta degradi la dignità umana e contraddica i valori di solidarietà su cui si fonda la Repubblica. L’esposto documenta una serie di convergenze tra i contenuti programmatici di “Futuro Nazionale” e caratteristiche proprie del fascismo storico, tra cui: la retorica della superiorità nazionale, la visione gerarchica e non pluralistica della società, la sacralizzazione della figura del “capo” o “vate” come interprete privilegiato della volontà popolare, e la sistematica delegittimazione delle istituzioni di garanzia. Tali elementi, nel loro insieme, configurano ad avviso del Sindacato quel “nucleo dottrinale” rilevante ai fini dell’applicazione della Legge Scelba. Il Sindacato dei Militari, per il tramite dell’avv. Massimiliano Strampelli, ha formulato alla Procura della Repubblica di Roma le istanze per il sequestro preventivo dei canali digitali utilizzati per la diffusione dei contenuti ritenuti illeciti e l’oscuramento e inibizione dell’accesso al sito web futuronazionale.it e agli altri canali online riconducibili all’organizzazione, al fine di interrompere la protrazione delle condotte ritenute illecite e impedire l’ulteriore diffusione di materiale potenzialmente eversivo. Il Segretario Generale del Sindacato dei Militari, Luca Marco Comellini, dichiara: «Con questo esposto-denuncia il Sindacato dei Militari compie un atto di responsabilità istituzionale e civile, che sentiamo doveroso nei confronti della Repubblica e delle donne e degli uomini in uniforme che ogni giorno ne incarnano i valori. Non possiamo restare in silenzio di fronte a chi utilizza il grado militare e il prestigio delle Forze Armate per promuovere visioni politiche che subordinano lo Stato a ideologie di parte, che propugnano la militarizzazione della scuola e dell’ordine pubblico, che evocano modelli di organizzazione sociale incompatibili con la dignità e i diritti fondamentali dei cittadini. Le Forze Armate servono la Costituzione, non i partiti. Servono la Repubblica, non i suoi potenziali eversori. Per questo abbiamo scelto di agire nelle sedi proprie di uno Stato di diritto: quelle giudiziarie. Non per silenziare il dibattito politico, che rimane libero e deve restare tale, ma per denunciare ciò che riteniamo travalichi i confini della legittimità democratica e integri ipotesi di reato gravissime — dall’istigazione a delinquere alla propaganda dell’odio, dall’associazione sovversiva alla ricostituzione del disciolto partito fascista. Chiediamo alla magistratura di fare luce su questi fatti con la consueta indipendenza e rigore. E chiediamo al Paese intero di restare vigile.» Il Segretario Generale Luca Marco Comellini rivolge un appello diretto e solenne a tutte le componenti della società italiana: «In questo momento delicato per la vita democratica del Paese, rivolgo un fermo e accorato appello a tutte le forze democratiche — ai partiti, alle istituzioni, alle associazioni di categoria, alla società civile, ai lavoratori, ai professionisti, agli studenti — affinché si riconoscano nel perimetro invalicabile dei valori costituzionali e si facciano presidio attivo contro ogni tentativo di deriva dal solco dei principi su cui è fondata la nostra Repubblica. La Costituzione non è un documento del passato: è il patto vivo che ci tiene insieme come comunità nazionale. Non è negoziabile. Non ammette eccezioni “in nome del popolo” o “dell’interesse superiore della nazione”. Chi intende svuotarla, aggirarla o sostituirla con gerarchie di valori che mettono l’ideologia prima delle istituzioni, si pone al di fuori del perimetro della convivenza democratica. Il Sindacato dei Militari ha scelto la via della legge e delle istituzioni. Invitiamo ogni forza democratica a fare altrettanto: a rispondere alle derive con la forza delle idee, della partecipazione civica e del rispetto delle regole. La libertà non si difende con la rassegnazione o il silenzio, ma con il coraggio civile di chi sa riconoscere il pericolo e non si sottrae alla responsabilità di contrastarlo. Restiamo uniti. Restiamo costituzionali.» Sindacato dei Militari – Segreteria Generale Nazionale Il Sindacato dei Militari è un’organizzazione sindacale rappresentativa dei lavoratori delle Forze Armate, costituita a tutela dei diritti e della dignità del personale militare nel rispetto dell’ordinamento costituzionale della Repubblica Italiana Redazione Italia
August 30, 2026
Pressenza
La vittoria del no e le prospettive future
Molti di noi non ci credevano: c’è stata fino all’ultimo quell’ansia, quell’intima convinzione che nonostante tutto l’impegno profuso, nulla avrebbe potuto cambiare un risultato già deciso da tempo. Abbiamo sbagliato e siamo felici per questo: l’attacco più significativo che la nostra Costituzione abbia subito dalla sua nascita ad oggi è stato respinto grazie al voto di tanti giovani, di tante donne e tanti uomini che hanno affermato con forza l’intangibilità dei valori fondanti della nostra Repubblica. Il doppio risultato di una buona affluenza al voto e della vittoria del NO con un margine significativo quanto inatteso ci porta a svolgere alcune riflessioni sui cambiamenti che la nostra società sta vivendo in questi ultimi anni e che dobbiamo avere l’intelligenza di saper interpretare al meglio per costruire una diversa prospettiva politica. Intanto il dato dell’affluenza in totale controtendenza con quello che è accaduto nelle ultime tornate elettorali ci dice che di fronte a scelte esiziali per il futuro del nostro Paese i molti che ormai sono disaffezionati alla politica riscoprono il desiderio ed il dovere della partecipazione, al di fuori delle logiche di appartenenza e di schieramento. La questione veramente in gioco, al di là dei tecnicismi, è stata quella del mantenimento dell’equilibrio fra i poteri che sta alla base di un sistema democratico e che da almeno trent’anni a questa parte viene sistematicamente messo in discussione dalla destra liberista nel nostro Paese e non solo. Possiamo dire che con il risultato di ieri si è chiusa un’epoca, almeno su questo fronte, che da Berlusconi in poi è stata caratterizzata da tentativi sempre più ostinati di sottrarre i governi dal sistema dei controlli pensato dai Padri costituenti per garantire lo sviluppo democratico della nostra società. L’idea della separazione delle carriere che si intravedeva in questo disegno, concepita nel piano di rinascita democratica di Licio Gelli e la cui realizzazione, per fortuna non avvenuta, sarebbe stata dedicata proprio alla memoria del Cavaliere, si va a infrangere contro il muro di NO che su questo hanno messo un punto fermo per gli anni a venire. Ed è significativo che uno dei risultati più alti a favore del NO sia venuto proprio dalla Sicilia dove, pur con l’affluenza più bassa rispetto alle altre regioni, si è comunque registrato un aumento significativo di partecipanti al voto e percentuali vicine al 70% contro la riforma costituzionale; parliamo della regione ricordata per il 61 a 0 alle elezioni politiche del 2001 a favore del centrodestra, ma ricordata anche per l’alto tributo di sangue versato nella lotta alla mafia da uomini come Peppino Impastato, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Chi scrive ha avuto modo di verificare, attraverso il confronto costante di queste settimane con tante persone, come il sostegno alle ragioni del NO abbia trovato riscontro trasversalmente anche fra i tanti che non si riconoscono politicamente nello schieramento di centrosinistra quanto piuttosto in quello opposto. E ancora più significativo è stato riscontrare la grande partecipazione delle generazioni più giovani a questa battaglia, quelle lontane dagli schemi ideologici che hanno caratterizzato le generazioni del ‘68 e del ‘77, ma che hanno ben chiaro il senso profondo dei valori che la nostra Costituzione ci ha lasciato in eredità. Forse è proprio da questi aspetti che dovremmo ripartire, senza che nessun partito dello schieramento di centrosinistra si assuma il merito della vittoria che al contrario è stata conquistata dal lavoro diuturno dei Comitati del NO animati da uomini e donne instancabili e formidabili organizzatori di manifestazioni, eventi e discussioni finalizzate a far crescere un consenso che partiva fortemente in svantaggio. Dobbiamo ripartire proprio dall’idea stessa che ha dato forma e vita alla Costituzione, che partendo da visioni del mondo diametralmente opposte come quelle ispirate al comunismo, al liberalismo e al cattolicesimo, ha individuato i principi fondanti di una società che vivono ormai da ottant’anni e sono ancora riconosciuti dalla maggioranza degli italiani. La mobilitazione dal basso che in questi anni ha portato sempre più persone a partecipare e lottare per un mondo più giusto, senza guerre e con maggiore giustizia sociale, ci spinge a pensare che dobbiamo far convivere le tante sensibilità, le tante moltitudini come qualcuno le ama chiamare, per trovare un punto di sintesi che apra una prospettiva comune verso una società più giusta e più solidale. Non è un caso che il dato più alto di sostegno alle ragioni del NO sia venuto dai giovani e dai più anziani: i primi perché, scevri dalle sovrastrutture ideologiche che hanno caratterizzato la storia del ‘900, stanno ritrovando il senso della partecipazione sociale e politica attraverso quei principi alti che la Costituzione ha sancito con il sangue dei nostri Padri; i secondi in quanto strenui custodi di quella memoria storica che dobbiamo avere la forza di mantenere ancora a lungo. Proprio a loro, giovani e anziani, Piergiorgio Morosini, Presidente del Tribunale di Palermo, ha fatto particolare riferimento durante i festeggiamenti per la vittoria referendaria in piazza Politeama a Palermo. Non perdiamo l’occasione di alimentare ancora di più quest’impegno ritrovato cedendo ancora una volta alla logica dei particolarismi rischiando così di lasciare ancora una volta campo libero ad una destra sempre unita e compatta quando c’è in gioco il mantenimento del potere. Enzo Abbinanti
March 24, 2026
Pressenza
Gli italiani vogliono bene alla nostra Costituzione. E danno un mandato per costruire giustizia sociale e climatica
Con una partecipazione straordinaria e un risultato inequivocabile, il referendum del 23 marzo 2026 ha segnato un momento di svolta nella vita politica italiana. Il No alla riforma della giustizia proposta dal governo ha vinto con circa il 54% dei voti, mentre quasi sei italiani su dieci si sono recati alle urne — un dato che non si vedeva da anni. Dietro questi numeri c’è qualcosa di più profondo: la voglia di riscatto democratico di una nazione che non si rassegna_   Il voto come atto di resistenza civile Esistono votazioni che contano i seggi e votazioni che contano la storia. Quella di oggi appartiene alla seconda categoria. Il referendum sulla giustizia non era soltanto una disputa tecnica sull’ordinamento giudiziario: era una prova di forza tra due visioni incompatibili del potere pubblico. Da un lato, un governo che ha tentato di piegare l’indipendenza della magistratura alla propria volontà politica, indebolendo uno dei contrappesi fondamentali della nostra architettura costituzionale. Dall’altro, milioni di cittadine e cittadini che hanno scelto di non restare spettatori. Il 59% di affluenza è un dato che va letto nella sua pienezza storica. Nel referendum abrogativo del 2025, aveva votato meno del 30% degli aventi diritto. Nel 2022, appena il 20%. Il salto è vertiginoso, e non può essere liquidato come un semplice effetto del clima emotivo contingente. Qualcosa si è mosso nelle coscienze. Una parte consistente del Paese — quella silenziosa, sfiduciata, spesso astensionista — ha deciso di tornare a fare la sua parte. Questo non è un dettaglio: è il cuore del significato politico di questa giornata. La Repubblica ha tenuto. La Costituzione, quel patto fondativo che la destra del governo aveva pensato di riscrivere a proprio vantaggio, è stata preservata dalla voce popolare. Ma fermarsi qui, nell’euforia del risultato, sarebbe un errore tanto grave quanto quello di chi aveva sottovalutato la risposta civica degli italiani.   La democrazia si costruisce, non si difende soltanto La partecipazione straordinaria di oggi non è un punto di arrivo: è un mandato. Un mandato ad agire, a proporre, a costruire. Le istituzioni democratiche non si preservano soltanto difendendole dagli assalti — si rafforzano ogni giorno attraverso politiche concrete che rispondano ai bisogni reali delle persone. E in Italia, quei bisogni sono profondi, urgenti, e troppo spesso ignorati. Milioni di italiani che oggi hanno votato No vivono in case che non riescono a permettersi, lavorano con contratti precari, aspettano mesi per una visita medica, respirano l’ansia di un pianeta che cambia più rapidamente di quanto la politica sappia governare. Quella sofferenza non si placa con la vittoria referendaria. Richiede risposte. Richiede un programma.   Giustizia sociale: il fondamento della democrazia reale Una democrazia formalmente intatta ma sostanzialmente diseguale è una democrazia fragile. Lo sapevano i costituenti del 1948, e lo conferma ogni ricerca sociologica degli ultimi decenni: quando le disuguaglianze economiche superano una certa soglia, la partecipazione democratica si erode, il populismo avanza, e le derive autoritarie trovano terreno fertile. Non è un’astrazione teorica: è ciò che l’Italia ha vissuto e rischia ancora di vivere. Per questo il programma di una forza autenticamente democratica non può prescindere dalla questione salariale. I salari italiani, in termini reali, non crescono da oltre vent’anni. Il divario tra il costo della vita e il potere d’acquisto delle famiglie si è fatto insostenibile. L’introduzione di un salario minimo legale dignitoso, rafforzata da politiche di contrattazione collettiva e da un fisco che smetta di penalizzare il lavoro dipendente, è una misura di civiltà prima ancora che di opportunità politica. Analogo discorso vale per il diritto alla salute. Il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) è un patrimonio che appartiene alla storia migliore della Repubblica. Smantellarlo — attraverso tagli, privatizzazioni striscianti e una gestione regionale sempre più disomogenea — significa colpire in primo luogo i più vulnerabili: gli anziani, i lavoratori poveri, le famiglie del Mezzogiorno. Un programma per la giustizia sociale deve mettere al centro il potenziamento del Ssn, l’assunzione di medici e infermieri, la medicina territoriale come presidio di prossimità. Non meno urgente è la questione abitativa. In molte città italiane il costo degli affitti ha reso impossibile per i giovani e le famiglie a basso reddito vivere nei luoghi dove lavorano. Serve una politica della casa che non sia solo propaganda: edilizia pubblica, controllo dei canoni nei mercati surriscaldati, sostegno all’affitto per le fasce più esposte. La casa è un diritto costituzionale, non una merce. Infine, istruzione e ricerca: il principale investimento che una società può fare sul proprio futuro. Una scuola pubblica ben finanziata, accessibile e capace di ridurre le disuguaglianze di partenza; un sistema universitario che non espella i talenti verso l’estero; una ricerca scientifica libera e dotata di risorse. Su questi pilastri si costruisce una democrazia sana, capace di resistere alle lusinghe dell’autoritarismo.   Giustizia climatica ed ecologica: la sfida del nostro tempo Non esiste giustizia sociale senza giustizia ecologica. È una verità che la politica progressista europea ha compreso — spesso tardivamente, non sempre con coerenza — ma che è ormai ineludibile. Il cambiamento climatico non è un problema del futuro: è il presente. Le alluvioni che hanno colpito l’Emilia-Romagna, le siccità che devastano il Sud, le ondate di calore che uccidono gli anziani nelle città sono già qui. E colpiscono più duramente chi ha meno risorse per proteggersi. Una transizione ecologica giusta non è uno slogan: è una scelta di campo. Significa investire massicciamente nelle energie rinnovabili, creando lavoro qualificato e stabile nelle comunità che oggi dipendono dai combustibili fossili. Significa ripensare i trasporti pubblici, ridisegnare le città attorno alla mobilità dolce e al verde urbano, riqualificare il patrimonio edilizio in chiave energetica. Significa restituire ai fiumi, ai boschi e alle coste la dignità di ecosistemi vitali, non di risorse da sfruttare fino all’esaurimento. In questa visione, la pace non è semplicemente l’assenza di guerra. È la costruzione attiva di un ordine internazionale fondato sulla cooperazione, sulla condivisione equa delle risorse naturali, sul riconoscimento che nessun Paese può salvarsi da solo dalla crisi climatica. Il disarmo, la diplomazia multilaterale, la solidarietà con il Sud globale non sono posture idealistiche: sono precondizioni razionali per la sopravvivenza collettiva. Un programma ecologista serio deve anche fare i conti con la dimensione economica della transizione. La tassazione ambientale, se non accompagnata da misure redistributive, rischia di colpire le classi lavoratrici più di quanto colpisca i grandi inquinatori. Serve un New Deal verde: intervento pubblico, investimenti strutturali, formazione professionale per i lavoratori dei settori in trasformazione. L’ecologia non è il lusso di chi può permettersi di essere virtuoso: deve diventare una conquista di civiltà per tutti.   Il mandato del 23 marzo Abbiamo davanti un’opportunità storica. Milioni di cittadini che oggi si sono recati alle urne non lo hanno fatto per nostalgia di un passato idealizzato, né per obbedienza partitica. Lo hanno fatto perché credono ancora che la politica possa essere all’altezza della realtà. Perché sentono — spesso confusamente, ma con forza — che c’è bisogno di un’alternativa seria, responsabile, capace di coniugare i diritti civili con quelli sociali, la tutela dell’ambiente con la dignità del lavoro. Quell’alternativa non può limitarsi a essere il fronte del No. Deve essere il cantiere del Sì: sì a una fiscalità progressiva e trasparente, sì alla conversione ecologica dell’economia, sì a un welfare che non abbandoni nessuno, sì a una politica estera di pace e cooperazione multilaterale. Un’alternativa ecologista e pacifista che non sia minoritaria per scelta, ma che abbia il coraggio di parlare alla maggioranza silenziosa che oggi ha rotto il silenzio. La democrazia si difende ogni giorno, con azioni quotidiane che rispondano ai bisogni di tutti e proteggano il futuro del pianeta. Oggi l’Italia ha dimostrato di volerla difendere. Ora tocca alla politica dimostrare di meritarla. PER LA VERSIONE INTEGRALE CLICCA SOTTO Redazione Italia
March 24, 2026
Pressenza