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San Pietroburgo 2026: il nuovo ordine è già qui. La domanda è chi lo plasma
Il Forum Economico di San Pietroburgo mostra un mondo sempre più multipolare, mentre l’Occidente fatica a fare i conti con le proprie contraddizioni. Tra BRICS, Sud Globale, Gaza e Ucraina, la questione non è più se il nuovo ordine stia emergendo, ma quale contenuto politico e sociale avrà. Il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo ha chiuso i lavori il 6 giugno con numeri che rendono difficile qualunque lettura consolatoria. Ventimila delegati, centotrentadue paesi rappresentati, l’Arabia Saudita ospite d’onore, una delegazione statunitense presente per la prima volta in quasi un decennio. Il motto ufficiale, “Dialogo pragmatico: la via verso un futuro stabile”, segnala qualcosa che le cancellerie europee continuano a trattare come eventualità futura mentre si produce già come fatto presente: l’ordine mondiale che abbiamo conosciuto si sta ridistribuendo, e questo processo non aspetta il consenso dell’Occidente per procedere. I NUMERI NON MENTONO, ANCHE QUANDO LI USA CHI MENTE Putin ha aperto la sessione plenaria del 5 giugno con dati che nessuna obiezione di principio rende falsi. Quasi la metà della crescita mondiale, il 49%, negli ultimi cinque anni è stata generata dai paesi BRICS. Il G7 ha contribuito per il 18%. La quota dei BRICS nel PIL mondiale a parità di potere d’acquisto supera il 40%. Il PIL russo ha registrato una crescita dell’1,3% tra gennaio e aprile 2026, con un tasso di disoccupazione al 2,2%. Le sanzioni occidentali, lungi dal produrre il collasso atteso, hanno accelerato processi di riorientamento commerciale verso Asia, Medio Oriente e Africa che erano già in incubazione prima del 2022. Le stime presentate al forum sulle perdite dell’Eurozona sono di parte, ma la direzione generale del fenomeno è confermata da numerose analisi economiche. Putin ha definito questo cambiamento un cambio di paradigma, non un ciclo. Lo dice con una retorica selettiva che omette il costo sociale della guerra sull’economia interna russa, la povertà nelle regioni periferiche e il prezzo pagato ogni giorno dalla popolazione civile ucraina. Ma la sostanza del processo che descrive non dipende dalla sua onestà intellettuale. La dedollarizzazione procede, il commercio in valute locali cresce e le istituzioni finanziarie alternative si consolidano. CHI PARLA A SAN PIETROBURGO E COSA CHIEDE Il forum non è stato solo Putin, e questa dimensione ha ricevuto in Europa un’attenzione minore rispetto a quella dedicata alle dichiarazioni del presidente russo. Shavkat Mirziyoyev ha presentato l’Uzbekistan come soggetto autonomo di una trasformazione regionale, non come paese satellite di Mosca. L’Asia Centrale si propone come crocevia tra i corridoi nord-sud e ovest-est dell’economia mondiale. È il linguaggio dell’autonomia produttiva e della sicurezza energetica. Samia Suluhu Hassan ha portato a San Pietroburgo la voce della Tanzania come soggetto politico ed economico autonomo. Dar es Salaam punta a diventare hub logistico e digitale regionale, cercando partner che offrano tecnologia e non solo accesso alle risorse. Più che devozione a Mosca, Hassan ha espresso una candidatura. Questa è la differenza rispetto ai forum degli anni Novanta, quando il Sud Globale partecipava come destinatario di politiche già definite altrove. A San Pietroburgo 2026, Tanzania e Uzbekistan hanno parlato come soggetti con un’agenda propria. Ignorare questa esigenza perché espressa sul palco di Putin sarebbe un errore politico oltre che intellettuale. IL FALLIMENTO CHE PRECEDE IL FORUM Per capire perché San Pietroburgo 2026 esiste e raccoglie l’adesione che raccoglie, bisogna guardare a ciò che l’ha preceduto: il fallimento delle istituzioni internazionali nel garantire il diritto internazionale quando a violarlo sono i potenti. Gaza è il caso paradigmatico. Da oltre due anni e mezzo una popolazione civile viene sottoposta a una violenza che numerosi organismi delle Nazioni Unite, esperti indipendenti e giuristi hanno indicato come compatibile con gravissime violazioni del diritto internazionale umanitario e, secondo alcuni, con l’ipotesi di genocidio. Il Consiglio di Sicurezza è stato bloccato ripetutamente dal veto statunitense quando si è trattato di chiedere un cessate il fuoco. La Corte Penale Internazionale ha emesso mandati di arresto rimasti senza esecuzione. Molti paesi occidentali hanno continuato a fornire armi, copertura diplomatica e giustificazioni legali a geometria variabile. Questo contribuisce a spiegare perché molti paesi del Sud Globale guardino con crescente scetticismo alle istituzioni esistenti e con interesse alle alternative che si vanno costruendo. Quando Tanzania e Uzbekistan chiedono un ordine più rappresentativo, parlano anche a partire dall’esperienza di un sistema in cui il diritto appare applicato in modo diseguale. Detto questo, il fallimento del vecchio ordine non certifica la giustizia del nuovo. Il conflitto in Ucraina, maturato nel corso di un decennio di tensioni e di politiche che, secondo numerosi osservatori, hanno ignorato le preoccupazioni di sicurezza russe, e che ha tra i suoi effetti più duraturi la rottura del legame economico tra Russia ed Europa, non può essere eluso in nessun discorso onesto sul nuovo ordine multipolare. Le responsabilità sono distribuite, ma la guerra c’è, i morti civili ci sono e nessuna architettura di giustizia globale può costruirsi ignorandoli. L’OCCIDENTE CHE NON SI RICONOSCE Mentre guardiamo fuori, dobbiamo guardare anche dentro. L’Occidente che critica il forum di Pietroburgo è lo stesso Occidente in cui la concentrazione della ricchezza ha raggiunto livelli storicamente senza precedenti. La working class vede erodere condizioni salariali, tutele previdenziali e accesso ai servizi pubblici a vantaggio di un numero sempre più ristretto di grandi patrimoni. Per molti osservatori, la deriva autoritaria non è un pericolo futuro ma un processo già in corso, fatto di erosione degli spazi di dissenso, attacchi all’indipendenza della magistratura, militarizzazione delle politiche migratorie e compressione del diritto di sciopero. Chi oggi parla di difesa dei valori occidentali di fronte alla Russia dovrebbe spiegare con precisione quali valori intende e per chi valgono. Non c’è superiorità morale automatica da rivendicare. C’è invece la necessità di costruirla concretamente, nelle politiche redistributive, nelle garanzie democratiche e nel rispetto coerente del diritto internazionale. QUALE CONTENUTO PER IL NUOVO ORDINE Il nuovo ordine multipolare porta in sé contraddizioni che chi è per la pace non può ignorare. La sovranità evocata a San Pietroburgo può significare autodeterminazione dei popoli, e in questo senso va sostenuta. Ma può anche diventare lo schermo dietro cui ogni potere si mette al riparo dalla critica interna. Il rischio concreto è che il nuovo ordine replichi le strutture del vecchio, spostando semplicemente i centri di gravità. Un mondo in cui i lavoratori tanzaniani nelle miniere di terre rare vengono sfruttati da imprese cinesi invece che europee non è un mondo più giusto. È un mondo in cui è cambiato il padrone, non la condizione. Chi è per la pace e per la giustizia sociale deve entrare in questo processo come soggetto attivo, portando una proposta fondata su pace negoziata, giustizia sociale, transizione ecologica equa e istituzioni internazionali capaci di applicare il diritto in modo uguale per tutti. È la traduzione politica dell’unica domanda che vale la pena di porre di fronte a ogni ordine che si annuncia come nuovo: nuovo per chi, e a quale costo per i più deboli. Francesco Russo
June 8, 2026
Pressenza
La guerra nel Golfo e il prezzo globale: energia, inflazione e il fallimento della politica di potenza
Energia, inflazione e geopolitica: perché questa guerra la stiamo già pagando tutti Quando il 28 febbraio 2026 gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione militare congiunta contro l’Iran, il mondo non ha assistito soltanto all’ennesima escalation in Medio Oriente. Ha assistito all’accensione di una miccia energetica globale, i cui effetti stanno ricadendo adesso sulle bollette di famiglie a Milano, Berlino, Tokyo e Seoul — su chiunque, in sostanza, abbia bisogno di riscaldare casa, fare benzina o acquistare un prodotto industriale. La guerra, come sempre, non è mai solo di chi la combatte. A quasi un mese dall’inizio del conflitto, il bilancio economico è già pesante e rischia di aggravarsi in modo drammatico. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha definito quello che si sta consumando nel Golfo Persico come la più grande interruzione dell’offerta petrolifera nella storia del mercato globale — un primato sinistro che supera gli shock del 1973 e del 1979. Non sono parole di pacifisti: vengono dall’istituzione internazionale deputata a monitorare i mercati energetici per conto dei paesi consumatori. Il messaggio è inequivocabile: questa guerra sta costando a tutti, e il conto non è ancora chiuso. Il collo di bottiglia del mondo Per capire la portata dello shock, bisogna partire da un dato geografico che la maggior parte delle persone ignora fino a quando non diventa un’emergenza. Lo Stretto di Hormuz, largo appena 34 chilometri nel punto più stretto, tra le coste dell’Iran e dell’Oman, è il corridoio attraverso cui transita circa il 20% di tutto il petrolio e il gas naturale liquefatto consumato nel pianeta. Ogni giorno, prima del conflitto, vi transitavano circa 20 milioni di barili di greggio. Attorno a quel corridoio si affacciano otto tra i maggiori produttori mondiali: Arabia Saudita, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar. Quando le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno dichiarato il “controllo totale” dello stretto e minacciato di colpire qualsiasi nave in transito, si è fermato quasi tutto. Le circa 150 petroliere ancorate in acque aperte nel Golfo Persico sono diventate il simbolo visivo di una crisi che i numeri astratti faticano a restituire nella sua concretezza quotidiana. Il risultato immediato è stato brutale: il petrolio è schizzato da circa 70 dollari al barile a oltre 100-110 dollari, toccando in alcune fasi i 120 dollari — aumenti del 50% in poche settimane, il livello più alto degli ultimi quattro anni. Il gas europeo TTF, il prezzo di riferimento per il continente, ha superato i 60 euro per megawattora con rialzi del 40-60%. Alla pompa di benzina, i consumatori europei hanno già visto aumenti del 22% per la benzina e del 32% per il diesel. La situazione è quella di uno shock energetico che si trasmette rapidamente ai prezzi al consumo, all’inflazione e al potere d’acquisto delle famiglie. Questi non sono scenari: sono già realtà vissuta. L’Europa più esposta di quanto pensasse L’Europa credeva di aver imparato la lezione della crisi energetica del 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina aveva già mostrato la fragilità di un continente troppo dipendente da un singolo fornitore. Aveva diversificato, costruito rigassificatori, firmato contratti con il Qatar, con gli Stati Uniti, con l’Africa occidentale. Aveva smesso di comprare gas russo via pipeline e aveva imparato a comprare GNL via mare. Ma questa strategia conteneva in sé un’ironia tragica: sostituendo le pipeline con le navi metaniere, l’Europa ha finito per dipendere dallo stesso Stretto di Hormuz oggi bloccato. Aveva semplicemente spostato la vulnerabilità da un punto geografico a un altro. Il Qatar copre circa il 15% delle importazioni europee di GNL ed è il secondo fornitore del continente dopo gli Stati Uniti. Il GNL qatariota deve necessariamente attraversare Hormuz per raggiungere i terminali europei. Gli attacchi iraniani hanno colpito anche l’impianto di Ras Laffan, il più grande terminal GNL del mondo, che produce un quinto dell’offerta globale. Secondo QatarEnergy, due dei quattordici treni di liquefazione sono stati danneggiati, con una perdita di capacità stimata in 12,8 milioni di tonnellate annue per un periodo compreso tra tre e cinque anni. QatarEnergy ha già dichiarato la forza maggiore sui contratti a lungo termine con Italia, Belgio, Corea del Sud e Cina. La situazione degli stoccaggi europei aggrava ulteriormente il quadro. A fine febbraio 2026 le riserve di gas erano intorno a 46 miliardi di metri cubi, contro i 60 dell’anno precedente e i 77 del 2024. Un cuscino assai più sottile, proprio nel momento in cui arriva uno shock di questa portata. Per l’Italia il conto è particolarmente salato: circa il 25% del GNL consumato nel 2025 proveniva dal Qatar, e ENI ha contratti a lungo termine con Doha per 1,5 miliardi di metri cubi annui, a partire proprio dal 2026. Se il blocco dovesse persistere, i rigassificatori italiani perderebbero una quota fondamentale del mix energetico nazionale senza alternative immediate. Secondo le stime di Assium, l’associazione degli Utility manager, un aumento del 30% sul gas e del 25% sull’elettricità si tradurrebbe in circa 585 euro di aggravio annuo per famiglia. Chi paga di più, chi si salva L’impatto della crisi non è distribuito in modo uniforme, e capire la geografia del dolore economico aiuta a leggere anche le mosse politiche delle settimane successive. Gli Stati Uniti, diventati il primo produttore mondiale di petrolio e un grande esportatore di GNL, sono relativamente meno esposti alle importazioni dirette dal Golfo. Ma non immuni: un aumento prolungato dei prezzi del greggio si traduce comunque in benzina più cara ai distributori americani, uno degli spettri politici più temuti dalla Casa Bianca in un anno di elezioni di midterm. Non stupisce che Trump abbia oscillato tra dichiarazioni di “fine imminente” della guerra — sufficienti a calmare temporaneamente i mercati — e annunci di revoca parziale di sanzioni sul petrolio. Un balletto comunicativo che rivela l’assenza di una strategia chiara. La Cina si trova in una posizione paradossale. È il principale importatore mondiale di petrolio e il primo acquirente del greggio iraniano — circa 3,3 milioni di barili al giorno, aggirando in parte le sanzioni statunitensi. Ma ha costruito negli anni una rete di protezione più robusta: riserve strategiche più ampie, investimenti massicci nelle rinnovabili, una solida base carbonifera interna. Questa resilienza le consente di assorbire meglio gli shock di breve periodo. La guerra mette però Pechino in una contraddizione strutturale: l’Iran è un partner dei BRICS e la Cina appare incapace di proteggerlo, esponendo la contraddizione tra le ambizioni multipolari e la reale capacità di intervento. Un attore di primo piano ridotto a spettatore della crisi che colpisce i propri partner. C’è poi un attore che osserva la crisi con soddisfazione malcelata: la Russia. Esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, vede ora riaprirsi spiragli che nessuno avrebbe previsto pochi mesi fa. Con il gas del Golfo bloccato, il gas russo potrebbe tornare appetibile per quei paesi europei con le scorte basse e i prezzi alle stelle. Non per caso Trump ha annunciato la revoca di alcune sanzioni energetiche dopo un colloquio con Putin, e ha già permesso all’India di acquistare temporaneamente petrolio russo — una mossa che interrompe una fonte di pressione economica su Mosca. La coerenza strategica non è evidentemente il punto di forza di questa amministrazione. I due scenari e la posta in gioco Gli economisti delineano due possibili traiettorie. La prima, nel caso in cui il conflitto si esaurisca in tempi brevi, prevede una normalizzazione dei prezzi di petrolio e gas entro l’estate, limitando l’impatto su crescita e inflazione. La seconda, più critica, ipotizza un conflitto prolungato capace di interrompere stabilmente le forniture energetiche: in questo scenario, secondo il WTO, la crescita globale si ridurrebbe di circa mezzo punto percentuale e l’inflazione aumenterebbe di quasi un punto percentuale a livello mondiale. Oxford Economics stima che la crisi aumenterà l’inflazione dell’area euro di 0,3-0,5 punti percentuali nel solo 2026. Goldman Sachs ha calcolato che un blocco di Hormuz prolungato un mese potrebbe far salire i prezzi del gas europeo fino al 130%. La BCE si trova in una posizione scomoda: dopo aver avviato un ciclo di allentamento monetario, potrebbe essere costretta a invertire la rotta se l’inflazione energetica si trasmette ai prezzi di fondo. Per famiglie e imprese europee già alle prese con anni di crescita stagnante, si tratterebbe di un ulteriore colpo ai redditi reali. La lezione che non vogliamo imparare Questa crisi ha una radice militare e politica, non tecnica. Non è stata causata da un terremoto o da un’epidemia: è il risultato di scelte precise — l’attacco statunitense e israeliano all’Iran del 28 febbraio, la risposta di Teheran, l’escalation che ha progressivamente coinvolto le infrastrutture energetiche del Golfo in quella che gli analisti chiamano “deterrenza per punizione su base infrastrutturale”. Ogni attore ha cercato di ampliare il perimetro del dolore strategico dell’avversario, e il risultato è che il dolore è caduto su chi non aveva voce in capitolo: i consumatori di tutto il mondo, le famiglie che pagano le bollette, le piccole imprese che rischiano la chiusura. La narrazione dominante continua a presentare questo conflitto come inevitabile o necessario, l’ennesima operazione di sicurezza che produrrà, prima o poi, stabilità. I dati dicono altro. Dicono che la cosiddetta capacità di riserva globale del petrolio è scesa sotto il 3%, considerato il livello minimo di sicurezza, e che la maggior parte di quella capacità è concentrata nei paesi del Golfo — che per esportarla devono passare proprio da Hormuz. Finché lo Stretto è bloccato, quella riserva è inaccessibile. Il mercato non può salvarsi da solo. La lezione strategica che emerge è quella che pensatori come Simone Tagliapietra dell’Istituto Bruegel ripetono da anni: la sicurezza energetica non si costruisce con le portaerei, ma con le rinnovabili, le reti di interconnessione, l’efficienza energetica, la diversificazione reale delle fonti. Ogni euro speso in rigassificatori per il GNL del Golfo è un euro che crea nuove dipendenze da checkpoint geografici vulnerabili. Ogni anno perso nella transizione energetica è un anno in più di esposizione agli shock geopolitici. La guerra nel Golfo dimostra che non esiste sicurezza energetica senza sovranità energetica. E la sovranità energetica si chiama transizione: solare, eolico, efficienza, stoccaggio, interconnessioni europee. Non è un’utopia verde — è l’unica risposta concreta a un mondo in cui le guerre del petrolio possono ancora spegnere i riscaldamenti di Milano in pieno marzo. Chi oggi parla di difesa degli interessi nazionali continuando a finanziare la dipendenza fossile sta semplicemente posticipando la prossima crisi. E la prossima crisi arriverà, magari da un’altra Hormuz, magari da un altro golfo, magari da un’altra guerra che qualcuno, da qualche parte, avrà deciso di considerare necessaria. ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale https://www.ispionline.it IEA – Oil Market Report (marzo 2026) https://www.iea.org/reports/oil-market-report-march-2026 Oxford Economics https://www.oxfordeconomics.com Goldman Sachs – Global Investment Research https://www.goldmansachs.com/insights Euronews – sezione economia ed energia https://www.euronews.com/business Il Sole 24 Ore – sezione energia https://www.ilsole24ore.com/sez/energia Renewable Matter https://www.renewablematter.eu QatarEnergy https://www.qatarenergy.qa I-Com – Istituto per la Competitività https://www.i-com.it Redazione Napoli
March 23, 2026
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