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Nel Global Gender Gap l’Italia è all’11° posto tra i Paesi G20
Nel confronto tra i Paesi del G20, l’Italia si colloca all’11° posto nel Global Gender Gap, confermando progressi ancora parziali sul fronte della parità di genere. Permangono però forti divari territoriali: nel Mezzogiorno i tassi di inattività femminile superano quelli dell’occupazione, segnalando una fragilità strutturale del mercato del lavoro. Il gap emerge anche nei livelli di istruzione: nei Paesi G20 si laurea il 45,5% delle donne contro il 37,7% degli uomini; in Italia la quota femminile scende al 38,5% e al 30,9% nel Sud. Sul versante imprenditoriale, le imprese a maggioranza femminile rappresentano il 16,2% del totale – un dato superiore alla media di molti Paesi G20 – ma oltre un terzo (36,6%) si concentra nel Mezzogiorno. Resta significativa anche la distanza nella rappresentanza politica: le donne occupano il 32% dei seggi nel Parlamento italiano (8° posto nel G20), mentre nei consigli regionali si osservano forti squilibri, con un massimo del 42% in Umbria e un minimo del 9% in Valle d’Aosta. È quanto emerge dall’Osservatorio “Rita Levi-Montalcini SVIMEZ – W20”, un nuovo strumento di analisi e monitoraggio dedicato alle disuguaglianze di genere, con un’attenzione specifica alle comparazioni internazionali e alle differenze territoriali in Italia. L’iniziativa dell’Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno e del Women 20 Italia, il gruppo sulla parità di genere del G20 costituito da esponenti della società civile, nasce dalla necessità di creare uno spazio di riflessione strutturato, capace di raccogliere dati, elaborare indicatori e produrre studi e raccomandazioni per politiche pubbliche più eque. L’obiettivo dello studio è chiaro: riconoscere la parità di genere come leva strategica per lo sviluppo del Paese e per il futuro delle nuove generazioni. Il lavoro rappresenta il principale indicatore delle diseguaglianze. Nei Paesi G20, il diritto al lavoro “non è uguale per tutte”: a minori tassi di occupazione femminile corrisponde un maggiore gender gap a favore degli uomini. In Italia, le disparità territoriali sono particolarmente marcate: in cinque regioni del Mezzogiorno (Basilicata, Puglia, Sicilia, Calabria e Campania), i tassi di inattività femminile superano quelli di occupazione anche al netto della componente inattiva per motivi di studio. Tra le donne 25-34enni, i motivi familiari rappresentano la prima causa di inattività: 38,4% nel Mezzogiorno e 49,3% nel Centro-Nord (per gli uomini 2,5% al Sud, 4,1% al Centro-Nord). Il divario nei tassi di occupazione tra uomini e donne resta elevato in tutte le regioni meridionali, con punte di oltre 25 punti percentuali. E le donne lavorano part-time molto più degli uomini, ma spesso non per scelta. Tra i principali Paesi G20, in Italia il part-time involontario raggiunge livelli record: 1 lavoratrice part-time su 2 sarebbe disposta a lavorare a tempo pieno. Nel Mezzogiorno il part-time involontario riguarda il 63,6% delle lavoratrici, il 40,7% nel Centro-Nord (20,9% nella media UE27). Al Sud come al Nord, il part-time femminile si concentra nel Turismo e ristorazione (45,6%), Servizi alle imprese (37,2%) e alle persone (46,2%) e nel Commercio (38,6%), settori caratterizzati da forte femminilizzazione e bassi salari. La differenza tra part time volontario e involontario, unita alle disparità salariali e alla debolezza del welfare territoriale, contribuisce a consolidare modelli sociali in cui i carichi familiari ricadono prevalentemente sulle donne. Anche le retribuzioni penalizzano le donne in tutte le aree del Paese: nei contratti a termine il divario sale dal -16% nel Nord al -20% nel Sud. Nei contratti a tempo indeterminato il gap è stabile al -28%. Le retribuzioni giornaliere mostrano differenze nette: nel Centro-Nord, gli uomini percepiscono 120 euro al giorno contro gli 88 euro delle donne, al Sud e Isole circa 90 euro contro 65. I differenziali retributivi risultano particolarmente ampi per le qualifiche professionali più basse: -40% per le operaie al Nord e -45% al Sud. Il divario si amplifica nel lungo periodo: secondo il Rendiconto di genere INPS 2025, l’assegno pensionistico femminile è inferiore del 44% rispetto a quello maschile. E le donne che lavorano sono più a rischio povertà, con la quota di occupati a rischio di lavoro povero (reddito netto annuo inferiore al 60% del valore mediano nazionale) particolarmente elevata nel Mezzogiorno: il 22,7% tra gli uomini, il 13,8% tra le donne. Il dato femminile risulta più basso solo perché l’indicatore è calcolato sul reddito familiare, dove spesso è già presente un primo reddito maschile: si cristallizza così il “modello di donna” second earner (secondo percettore di reddito), su cui poi gravano i carichi di cura. Nel Rapporto emerge la sottovalutazione del capitale umano femminile: nei Paesi G20, il 45,5% delle donne 25-34enni è laureato, contro il 37,7% degli uomini. In Italia, la quota scende al 38,5% (25,5% tra gli uomini), e nel Mezzogiorno al 30,9%. Il capitale umano femminile è dunque più qualificato. Tuttavia, il pieno riconoscimento di questo patrimonio richiede politiche e strumenti capaci di trasformare il merito in opportunità concrete. Le donne restano sottorappresentate nei settori STEM e ICT, quelli con le migliori prospettive di crescita nei prossimi anni. Forti stereotipi di genere orientano precocemente le scelte formative e professionali. Da segnalare come l’impatto dell’automazione non sia neutro: i settori a forte presenza femminile, infatti, subiscono una digitalizzazione più radicale volta a automatizzare mansioni amministrative e di supporto. Qui la presentazione di Serenella Caravella, Ricercatrice Svimez: https://www.svimez.it/wp-content/uploads/2026/03/presentazione_osservatoriosvimezw20.pdf. Giovanni Caprio
March 22, 2026
Pressenza