Tag - effimera.org

La repressione raccontata a mio figlio
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia, dell’ennesimo cittadino nero_ In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la polizia. Strano. In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio. Come reagiscono i media davanti a tutto questo? Quasi tutti, compresi quelli più progressisti, sono impegnati a discutere del problema dei “violenti”, dai quali anche la sinistra parlamentare dovrebbe immediatamente prendere le distanze, pena la vittoria della destra. Questa è la fotografia di quanto il dibattito pubblico, e gli esperti che hanno accesso al nostro sistema mediatico, siano oggi incapaci di rappresentare la realtà. C’è molta gente arrabbiata perché i sistemi democratici e le istituzioni non riescono più a proteggerla, e quindi protesta. In fondo, la storia della politica si organizza intorno a questa tensione. Non intorno al modo in cui il campo largo dovrebbe posizionarsi a favore del tema della sicurezza per impedire l’ascesa di Vannacci. La Storia, con la S maiuscola, si organizza intorno a due attori principali: i movimenti sociali e le forme attraverso cui si organizza il potere. E migliaia di anni di storia, più o meno, ci hanno mostrato questo: quando il modo in cui il potere viene amministrato esprime e tutela la collettività, il potere resta stabile; quando invece la opprime, la collettività reagisce, in forme più o meno conflittuali e violente. La sinistra parlamentare ha quindi due possibilità: sgridare chi protesta, come fa Vannacci, oppure stare dalla parte di chi protesta, anche per impedire che Vannacci arrivi davvero al potere. Il nostro giornalista di sinistra Michele Serra si sente invece in ostaggio di due fazioni: i manifestanti da una parte e i fascisti dall’altra. Vorrebbe poter vivere in un Paese di persone normali e ragionevoli come lui. Finisce così per equiparare ancora una volta gli oppressi ai loro seviziatori, evitando di vedere il punto politico essenziale: il mondo è già in fiamme. Quando le suffragette incendiavano edifici e compivano azioni radicali per ottenere il diritto di voto, probabilmente la stampa laburista inglese di inizio Novecento fu impegnata a distinguere le donne “terroriste” da quelle che prendevano il tè discutendo educatamente di uguaglianza. Ma, anche se fosse stato così, oggi ci farebbe sorridere. Perché la storia che abbiamo letto sui nostri sussidiari ci racconta altri attori: la vittoria finale della conquista del voto per le donne (sia quelle violente che quelle non) e un sistema industriale, capitalistico e patriarcale che aveva tutto l’interesse a mantenerle in una condizione di subordinazione e sfruttamento. La verità è che abbiamo bisogno di intellettuali e giornalisti capaci di parlarci di questa Storia con la S maiuscola mentre leggono i fatti politici che accadono intorno a noi. Perché il dibattito pubblico che ci circonda è imbarazzante, moralista e del tutto inadeguato alla realtà che pretende di raccontare. Cari giornalisti e classe dirigente nei media — Serra, Rampini, Mieli e tutti gli altri — che ora vi impegnate, da sinistra, a prendere le distanze dai cattivi maestri: fate un bel respiro e restate per un attimo in silenzio. Cerco di spiegarvi il doppio standard che volete censurare come si spiegano le cose a chi finge di non capirle. C’è un mondo molto cattivo che, soffiando sul tema della sicurezza, cerca di imporre regimi sempre più repressivi. È composto da soggetti violenti, fanatici e, in alcuni casi, apertamente fascisti, alleati con i grandi blocchi industriali dei settori energetico, militare e tecnologico. Come vediamo negli Stati Uniti, in Israele, in Turchia, in Russia, in India, in Ungheria, in Argentina, in Cile e altrove, queste forze sono razziste, ostili ai diritti umani e civili e in guerra contro le classi subalterne. Se ne fottono di distruggere il pianeta perché, in cuor loro, dopo essersela spassata, credono di potersi salvare in qualche bunker di lusso. Oppure sono semplicemente troppo vecchi per preoccuparsene davvero. Ecco: in questo mondo di cattivi non ci sono i black bloc e gli attivisti. Loro sono i buoni. Se si scontrano con la polizia è perché la percepiscono come il braccio armato dei cattivi, oppure perché la vedono schierata a difesa delle loro macchine, delle loro infrastrutture e del loro potere. Di solito, la differenza tra i buoni e i cattivi sta anche in questo: se i buoni vengono ascoltati e le ragioni della loro rabbia trovano una risposta, smettono di essere arrabbiati; se invece vincono i cattivi, continuano a esercitare il proprio potere e diventano ancora più cattivi. Se il progetto della TAV venisse sospeso, o almeno rimesso in discussione attraverso un serio dibattito parlamentare, sono sicuro che gli attivisti non assalterebbero i cantieri il giorno dopo per paura di non servire più a nulla o di perdere la propria funzione di devastatori. Perché a loro non interessa essere devastatori, ma interessa che il cantiere si fermi. Vannacci, invece, ha bisogno che ogni mese un immigrato commetta un crimine. Ha bisogno di quel crimine per continuare a esistere politicamente. E se il crimine non c’è, lo inventa. Quindi, oggi, il compito di un buon giornalista dovrebbe essere un altro. Dovrebbe chiedersi: come si ferma il genocidio in corso? Come si impedisce che la polizia continui a uccidere civili per strada? Come si blocca un’opera che distrugge porzioni troppo vaste e preziose delle nostre Alpi? Come si sopravvive in Paesi che, estate dopo estate, stanno andando quasi interamente in fiamme? Queste sono le domande politiche all’altezza del presente. Non: quanto bisogna prendere le distanze da chi protesta? Non: quale parola usare per condannare un cassonetto incendiato? Non: come rassicurare ancora una volta l’opinione pubblica moderata che tutto può continuare come prima, purché le manifestazioni restino ordinate, silenziose e possibilmente invisibili. Il punto dovrebbe essere capire perché migliaia di persone arrivano a considerare necessario bloccare una strada, occupare un’università, interrompere una produzione, sabotare un cantiere o scontrarsi con la polizia. Capire quale violenza viene prima. Quale violenza viene considerata normale, amministrativa, legittima. E quale, invece, diventa improvvisamente intollerabile soltanto quando chi subisce decide di reagire. Un buon giornalista dovrebbe raccontare i rapporti di forza, seguire il denaro, nominare i responsabili, ricostruire le catene di comando, mostrare gli interessi economici e politici che rendono possibili la guerra, la repressione e la devastazione ambientale. Dovrebbe chiedere conto ai governi, alle imprese, agli eserciti e alle forze di polizia. Non limitarsi a chiedere ai movimenti sociali di essere più educati mentre cercano, spesso con strumenti fragili e contraddittori, di fermare qualcosa di infinitamente più violento di loro. Perché il problema non è che le persone sono troppo arrabbiate. Il problema è che, davanti a ciò che sta accadendo, non lo sono ancora abbastanza. Redazione Italia
August 6, 2026
Pressenza
Ceuta: una richiesta di libertà contro il regime di frontiera europeo
A Ceuta, un’enclave spagnola in Marocco, sono entrate in pochi giorni tra 50 e 60 mila persone dal Marocco senza visti né permessi. Ad oggi si contano almeno 84 persone morte (ma si stima che potrebbere essere 200), rendendo questo uno degli eventi più letali per la popolazione locale negli ultimi anni, a cui aggiungere i feriti di cui non si conta l’entità. Nel frattempo, il governo spagnolo ha rimpatriato quasi tutte le persone entrate, come affermato dal ministro degli interni Fernando Grande-Marlaska[1]. Questo avvenimento ha immediatamente dato luogo a una serie di interpretazioni della situazione, che hanno avuto la caratteristica comune di non considerare o al massimo lasciare sullo sfondo queste persone e i loro interessi, bisogni e desideri. La categoria di guerra ibrida Al centro delle spiegazioni sono state poste soprattutto ragioni geopolitiche, come quella che individua in una strategia a guida israeliana l’organizzazione di questi arrivi per mettere in crisi il governo spagnolo e quella che inserisce tali arrivi nella più generale guerra per il controllo dei mari tra Mediterraneo e Golfo Persico. Queste analisi utilizzano o si rifanno al concetto di guerra ibrida, dunque all’uso delle migrazioni come arma da parte di alcuni Stati contro altri Stati o governi[2]. È la stessa categoria che ha impiegato l’Unione Europea per inquadrare i tentativi di ingresso in alcuni Stati europei dai confini con la Bielorussia e la Russia, definendoli come un’arma del governo di Putin per destabilizzare[3] il continente. A queste ragioni si è aggiunta la propaganda, dal contenuto esplicitamente razzista o orientato a ribadire la distanza dalle politiche di regolarizzazione del Governo Sanchez. Il Governo italiano è giunto a sospendere lo spazio di libera circolazione (cosiddetto accordo Schengen) con la Spagna, nonostante l’inizio dei rimpatri verso il Marocco e, soprattutto, il fatto che le enclave di Ceuta e Melilla sono fuori dalle regole dello spazio Schengen. Razzismo e disumanizzazione Ovviamente, la propaganda razzista si è esaltata. Le parole utilizzate sono state quelle solite: invasione, assalto, allarme. La televisione spagnola ha proposto parole di guerra per inquadrare questi arrivi, assecondando il processo dominante di disumanizzazione brutale delle persone immigrate o richiedenti asilo che le riduce a mostri. Un intreccio di processi La realtà sul campo è, invece, più articolata. Prima di tutto c’è la storia, non tanto quella coloniale, da cui residuano Ceuta e Melilla, ma quella delle politiche spagnole della frontiera che sono l’avanguardia delle politiche migratorie europee fondate sulle esternalizzazioni; dunque, su accordi con altri Stati per gestire, controllare e reprimere le migrazioni. La Spagna ha inaugurato dai primi anni ’90 queste politiche, poi divenute tipiche dell’intera Unione Europea, comprendendo anche l’enclave di Ceuta per la quale è in vigore un accordo di rimpatrio con il Regno del Marocco dal 1992. In questa politica la Spagna è divenuta l’avanguardia europea delle politiche fondate sull’esternalizzazione delle frontiere e sull’uso di tecnologie di controllo sempre più sofisticate. I muri di Ceuta e Melilla sono divenuti un riferimento per le polizie di tutto il mondo per la costruzione e il controllo di tali strutture fortificate. Poi, dentro questa storia, c’è l’attualità, che è un intreccio di fattori che comprendono le relazioni internazionali, i desideri delle persone, la crisi economica e dei diritti umani interna al Marocco, i cambiamenti giuridici in Spagna. Per comprenderlo bisogna affidarsi a chi interviene e fa ricerca da tempo, come Ana Lopez Sala del Centro di ricerca nazionale CSIC e le organizzazioni solidali attive sul terreno, e tenere insieme emigrazione e immigrazione, come ci ha insegnato Abdelmalek Sayad. Intrecciando una conversazione che ho avuto con Ana con i comunicati delle organizzazioni locali[4] si comprende che è necessario prima di tutto riconoscere il malcontento presente tra i giovani marocchini e la povertà che è in costante aumento, ricordando, tra l’altro, che, dopo la pandemia, il Marocco ha chiuso la frontiera e molte persone che prima si mantenevano lavorando a Ceuta non possono più attraversarla con i passaporti di frontiera. Questo è particolarmente evidente nel Marocco settentrionale, nelle aree di Tangeri e Tétouan, dove, in modo cronico, aumentano le differenze sociali e le disuguaglianze interne. I giovani del nord non riescono più a mantenersi e vedono crescere sempre di più la ricchezza delle élite marocchine. Alcuni di questi giovani, negli ultimi tre anni, sono morti nel tentativo di attraversare il confine a nuoto, perché i perimetri di frontiera sono ormai praticamente invalicabili e l’accesso via mare rappresenta per molti l’unica possibilità. Da almeno tre anni ci sono giovani che muoiono nel tentativo di raggiungere Ceuta a nuoto dalla costa marocchina, anche se questo ha sempre fatto poca notizia. È un’enorme catastrofe umanitaria, ma non è un fenomeno dell’ultima settimana: è una tragedia continua che non si scopre oggi. Nel 2024 sono stati documentati diversi casi di giovani morti nel tentativo di raggiungere Ceuta a nuoto dalla costa marocchina. Ne riporto alcuni di cui si hanno notizie certe. Il 9 marzo 2024 un ragazzo è morto annegato mentre cercava di attraversare il confine marittimo; il corpo è stato recuperato nelle acque prossime a Ceuta[5]. Il 7 luglio 2024 è stato recuperato il corpo di un altro giovane morto durante il tentativo di ingresso a nuoto, con dispositivi di galleggiamento[6]. Nel dicembre 2024 la Guardia Civil ha recuperato altri corpi di giovani migranti deceduti durante tentativi di attraversamento a nuoto[7]. Nel 2025 è proseguita e si è aggravata queste serie di morti giovani. I ritrovamenti di corpi sono aumentati nel corso dell’anno: a settembre la Guardia Civil aveva recuperato almeno 25 cadaveri nelle acque di Ceuta, in gran parte di persone che avevano tentato l’attraversamento a nuoto[8]. A metà settembre il numero era salito a 31[9]. A dicembre 2025 le autorità locali riferivano di 44 persone migranti morte sulle coste di Ceuta durante l’anno, più del doppio rispetto al 2024, quando i corpi recuperati erano stati 21[10]. Il numero reale delle vittime potrebbe, nondimeno, essere superiore, considerando le persone disperse in mare e non recuperate. Nonostante ciò, queste persone sono sempre state respinte. Tuttavia, dopo una durissima battaglia legale, una sentenza della Corte Suprema, la 814 del 2026, ha vietato le espulsioni rapide (la cosiddetta devolución en caliente) di coloro che riescono ad arrivare a nuoto. A questa situazione si sono aggiunte nuove tensioni con il Marocco, legate al miglioramento delle relazioni della Spagna con l’Algeria, che storicamente ha mantenuto una posizione favorevole al Sahara Occidentale, al cui interno l’élite marocchina utilizza la propria popolazione come strumento politico. NOTE [1] MARLASKA CIFRA LAS ENTRADAS EN UNAS 60.000 Y ASEGURA QUE “CASI TODOS ELLOS HAN SALIDO YA DE CEUTA” [2] AD ESEMPIO, UN ARTICOLO DI COMMENTO DE EL PAIS SI INTITOLA: “QUANTO ACCADUTO A CEUTA NON È IMMIGRAZIONE, È UN ATTACCO IBRIDO”: LO OCURRIDO EN CEUTA NO ES INMIGRACIÓN, ES UN ATAQUE HÍBRIDO | OPINIÓN | EL PAÍS [3] AD ESEMPIO: L’ARMA DEI MIGRANTI PER LA GUERRA IBRIDA RUSSA. DOPO LA FINLANDIA, TENSIONE LUNGO LA FRONTIERA DEI PAESI BALTICI – HUFFPOST ITALIA [4] PER QUESTI RINVIO A HTTPS://WWW.CEPAIM.ORG/COMUNICADO-CEUTA-CUANDO-PROTEGER-VIDAS-ES-PROTEGER-LA-CONVIVENCIA; CEAR PIDE AL GOBIERNO QUE AGILICE SU RESPUESTA Y GARANTICE LOS DERECHOS EN CEUTA – CEAR E, SPECIALMENTE, ALL’ANALISI DEI COLLETTIVI DI CEUTA ATTIVI DA VENTI ANNI SUL TERRENO COLECTIVOS SOCIALES DE CEUTA EXIGEN UNA “ACOGIDA DIGNA” DE LOS MIGRANTES Y DENUNCIAN UN “CONTINUO ESTADO DE CRISIS HUMANITARIA”. [5] HTTPS://WWW.RTVE.ES/NOTICIAS/20240309/MUERE-AHOGADO-MIGRANTE-OTRO-REPUNTE-ENTRADAS-IRREGULARES-A-NADO-CEUTA/16007219.SHTML. [6] HTTPS://ELFARODECEUTA.ES/INMIGRANTE-MUERE-CRUZAR-CEUTA-MANGUITOS-NINO-MARSAVE-GUARDIA-CIVIL/ [7] HTTPS://WWW.EUROPAPRESS.ES/CEUTA-Y-MELILLA/NOTICIA-GUARDIA-CIVIL-RECUPERA-SEGUNDO-CUERPO-VIDA-JOVEN-MIGRANTE-DOMINGO-20241222170017.HTML. [8] HTTPS://WWW.EUROPAPRESS.ES/CEUTA-Y-MELILLA/NOTICIA-APARECE-CADAVER-OTRO-JOVEN-MIGRANTE-AGUAS-CEUTA-NUMERO-25-VA-ANO-20250905125444.HTML [9] HTTPS://EFE.COM/ESPANA/2025-09-13/HALLAN-CADAVER-JOVEN-MIGRANTE-CEUTA/. [10] HTTPS://WWW.EUROPAPRESS.ES/CEUTA-Y-MELILLA/NOTICIA-GUARDIA-CIVIL-RECUPERA-CUERPO-OTRO-JOVEN-MIGRANTE-AGUAS-CEUTA-NUMERO-44-2025-20251203145025.HTML. Redazione Italia
August 4, 2026
Pressenza
Ad un anno dal “Liberation Day” (i dazi statunitensi): ma di che liberazione parliamo?
Il 2 aprile 2025, Trump, in modo trionfante, presentava nel Giardino delle Rose alla Casa Bianca il Liberation Day, ordine esecutivo n. 14257, “Regulating Imports With a Reciprocal Tariff to Rectify Trade Practices That Contribute to Large and Persistent Annual United States Goods Trade Deficits” (Regolamento delle importazioni mediante un dazio reciproco per correggere le pratiche commerciali che contribuiscono ai deficit commerciali annuali consistenti e persistenti degli Stati Uniti nel settore dei beni). Prendeva avvio così la politica protezionista del nuovo governo americano. Nel discorso di presentazione, Trump illustrò diverse promesse, che a un anno di distanza il comunicato stampa del portavoce della Casa Bianca, Kush Desai afferma che si siano pienamente realizzate. Ecco il surreale testo: “Esattamente un anno fa, il presidente Trump ha abbandonato le illusioni del “libero scambio” per mettere finalmente al primo posto gli americani e l’America. I risultati ottenuti dal Giorno della Liberazione sono stati sorprendenti: oltre 20 nuovi accordi commerciali, investimenti nel settore manifatturiero per trilioni di dollari, prezzi dei farmaci più bassi e un calo del deficit commerciale sui beni. E questo è solo l’inizio della trasformazione del commercio globale voluta dal Presidente: man mano che questi accordi commerciali e di investimento continueranno a produrre effetti e ne verranno firmati altri, gli americani potranno contare sul fatto che il meglio deve ancora venire.”   Ma è proprio vero? La prima promessa riguarda il deficit commerciale. Secondo i dati del Bureau of Economic Analysis, pubblicati il 19 febbraio scorso (i prossimi dati saranno resi noti il 5 maggio 2026), nel periodo  2025-26, dopo il calo di aprile 2025 (effetto annuncio), il deficit mensile della bilancia commerciale è rimasto più o meno costante. Non si è quindi registrato quella riduzione che era stata auspicata e affermata nella dichiarazione precedente. Saldo mensile della Bilancia Commerciale Usa: marzo 2025-febbraio 2026 Ne consegue che il deficit commerciale americano in beni è salito a 1.241 miliardi di dollari nel 2025, rispetto ai 1.215 miliardi del 2024. È un massimo storico. Le importazioni di beni hanno raggiunto 3.400 miliardi di dollari, il 4% in più rispetto all’anno precedente. Gli obiettivi dichiarati auspicavano esattamente l’opposto. Grafico deficit commerciale USA Occorre però aggiungere che l’unica eccezione parziale riguarda la Cina: le importazioni americane da Pechino sono diminuite del 30% nell’ultimo anno e il deficit bilaterale è calato a 202 miliardi di dollari, il più basso degli ultimi vent’anni. Un dato che potrebbe far cantare vittoria a Trump. Tuttavia tale calo non ha ridotto la quantità di beni strumentali cinesi necessari per l’economia Usa. Queste merci non sono, infatti, scomparse ma sono arrivate dalla stesa Cina, attraverso triangolazioni con il Messico, il Vietnam e l’India, che, non a caso, hanno più che compensato il calo cinese. Il deficit totale, difatti, è cresciuto lo stesso. La seconda promessa era la crescita del settore manifatturiero. L’idea era che rendere i prodotti stranieri più cari avrebbe spinto le aziende a tornare a produrre in America, creando posti di lavoro nei settori che il paese aveva perso negli ultimi trent’anni. Il Bureau of Labor Statistics ha pubblicato i dati a febbraio 2026: nelle fabbriche americane l’occupazione manifatturiera è calata di 89.000 addetti. Se si consdera tutto il 2025, sono stati assunti 388.000 lavoratori in meno rispetto al 2024. Il rapporto tra occupati nel manifatturiero e totale degli occupati non agricoli è sceso al livello più basso dal 1939, da quando il Bureau of Labor Statistics registra questo dato, pari all’8% La terza promessa era l’inflazione.  Il tasso di inflazione annuale negli Stati Uniti è salito al 3,3% a marzo 2026, segnando il livello più alto da maggio 2024 e un forte aumento rispetto al 2,4% di febbraio e gennaio. I dati sono stati in linea con le previsioni, con l’aumento principalmente guidato dai costi energetici più elevati (12,5%), soprattutto benzina (in aumento del 18,9%) e olio combustibile (44,2%), a causa della guerra con l’Iran.  Tuttavia se consideriamo solo il dato di febbraio 2026 (quindi al netto degli effetti dell’attacco all’Iran), esso risulta del 2,4, di poco superiore a quello di aprile 2025 (+2,3%). Tasso d’inflazione USA: marzo 2025-marzo 2026 Inoltre, la Federal Reserve Bank di New York in un report pubblicato a febbraio riporta che il 90% del costo dei dazi è stato pagato da consumatori e imprese americane, non dagli esportatori stranieri. Ad un anno di distanza, possiamo affermare che le previsioni di Trump non si sono avverate e non è una sorpresa. Ma tale situazione getta una luce inquietante sulla stabilità dell’economia Usa; una situazione che dipende sempre più dalla capacità del dollaro di rimanere ancora di salvezza come valuta egemone nelle transizioni commerciali internazionali e nelle riserve valutarie. Il processo di dedollarizzazione, acuita dalla sua recente svalutazione, richiede interventi politici e militare in grado di ristabilire una fiducia che oggi non è più garantita dalla performance di mercati finanziari, trainati dalla bolla speculativa dell’intelligenza Artificiale. Una bolla che rischia di scoppiare per la cannibalizzazione della stessa IA nei confronti del settore del software. È anche alla luce di questa situazione che si può spiegare l’interventismo militare di Trump in varie parti del mondo (dal Venezuela all’Iran), nel tentativo (che riteniamo illusorio) di mantenere un’egemonia geopolitica unipolare. ANDREA FUMAGALLI INSEGNA ALL’ UNIVERSITÀ DI PAVIA E ALL’UNIVERSITÀ DI BOLZANO. È MEMBRO FONDATORE DEL BIN.ITALIA, COLLABORA AL SITO EFFIMERA. ORG Redazione Italia
April 30, 2026
Pressenza
La costruzione dell’università critica come nemico interno
L’università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni ’80, accelerato in Italia dai ’90, gli atenei hanno continuato a produrre elaborazioni teoriche dense e critiche degli assetti capitalistici e imperialistici vigenti. Gli ambiti di ricerca della Critical race theory, dell’ecologia politica, degli studi postcoloniali, delle analisi decoloniali, degli studi femministi, ma anche una molteplicità di voci nelle aree degli studi giuridici, della salute, della psicologia, dell’archeologia, così come delle scienze fisiche e naturali, hanno contribuito anche a sostenere le analisi sul genocidio a Gaza e sull’apartheid sistemico in Cisgiordania, comprese quelle della Relatrice ONU Francesca Albanese. Le università, incluse quelle italiane, hanno mantenuto la loro capacità critica dell’ordine esistente e questa si è evidentemente manifestata anche verso la Palestina. Questo protagonismo non è nuovo: l’università, almeno dalla seconda metà del Novecento, ha storicamente svolto la funzione di luogo pubblico di elaborazione culturale e politica, e dunque anche di conflitto. La normalizzazione di Governo La risposta governativa è arrivata prima negli Stati Uniti, con la repressione che negli atenei ha colpito una parte di docenti, studenti e studentesse attive nella denuncia di quello che a Gaza ha sempre più acquisito i caratteri di un genocidio, come è giunta a riconoscere anche la Commissione indipendente sui diritti umani dell’Onu a settembre 2025. Poi ha iniziato a dispiegarsi anche in Italia, preparata negli anni precedenti e orientata principalmente a normalizzare e, in subordine, a reprimere. Nel medio periodo – nel caso italiano, dalla riforma dell’università del 2010 – il processo di normalizzazione si è basato sul terreno preparato dalla soggettivazione neoliberale del precariato che ha eroso la funzione critica della docenza, imbrigliata in valutazioni quantitative, scarsità di risorse pubbliche e crescente burocrazia volta a sottrarre sempre più tempo alla ricerca (e alla vita delle persone), soprattutto alla ricerca collettiva e critica o non immediatamente traducibile nei migliori indicatori di valutazione. Questo processo di normalizzazione si è intensificato attraverso l’ingresso sempre più in profondità ed estensione dell’industria militare negli atenei, spesso attraverso progetti su tecnologie dual use in collaborazione con i principali gruppi produttori di armi in Italia, Leonardo S.p.A. in testa. Nel periodo più breve, negli ultimi dodici mesi, l’accelerazione di questa strategia di attacco è diventata più visibile. Essa si è estesa all’intero corpo dell’università. Non agisce su un livello solo o prevalentemente ideologico ma tende ad aggredire il carattere politico della formazione e ricerca universitaria, le sue strutture di autogoverno, la sua autonomia e, insieme, la sua tenuta economica spinta sempre più allo stremo. In breve, da un lato le riforme in corso (governance degli atenei, valutazione, percorsi di carriera e pre-ruolo, conferma dei tagli finanziari) consolidano, insieme all’ulteriore verticalizzazione del governo degli atenei, il definanziamento e la mancanza di un piano strutturale di reclutamento. Esse, pertanto, rendono la precarizzazione di ricercatrici e ricercatori il destino ineluttabile, a cui solo poche persone fortunate potranno sottrarsi, dando un ulteriore colpo alla libertà accademica. Dall’altro lato, le iniziative politiche e legislative in corso – come la legge sull’antisemitismo/antisionismo approvata al Senato nel mese di marzo 2026, l’ipotesi di riforma dei consigli di amministrazione delle università con un membro di nomina governativa e le prese di posizione dei ministri Crosetto, Meloni e Bernini a dicembre 2025 sul corso di laurea di filosofia da aprire a Bologna esclusivamente per gruppi di militari – tendono a delineare la subordinazione dell’università al controllo politico e ai rapporti organici con le strutture militari[1]. Il (non) caso di Bologna L’Università di Bologna non ha rifiutato l’iscrizione a dei militari. Il Dipartimento di Filosofia di quell’ateneo ha semplicemente valutato di non accettare la proposta di istituzione di un corso di laurea esclusivamente riservato agli allievi dell’Accademia Militare di Modena. Nella sua autonomia il dipartimento ha preso questa decisione e, di conseguenza, l’amministrazione centrale l’ha condivisa. A seguito di questa decisione si sono espressi prima il ministro della Difesa, poi la ministra dell’Università e, infine, la presidente del Consiglio dei ministri. Per quest’ultima, “questo rifiuto implica una messa in discussione del ruolo stesso delle Forze Armate, presidio fondamentale della difesa e della sicurezza della Repubblica, come previsto dalla Costituzione”. Per la ministra dell’Università il corso di laurea si dovrà organizzare, mentre nelle parole del ministro della Difesa “i professori dell’ateneo di Bologna, che hanno rifiutato di avviare un corso di laurea per alcuni ufficiali dell’esercito italiano, temendo (così dicono) la (presunta) «militarizzazione» della loro università, possono stare tranquilli: quegli ufficiali che loro oggi rifiutano sdegnati, oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso fosse necessario”. Gli interventi governativi travalicano il merito della questione. Evidentemente, il tema dell’autonomia degli organismi universitari non rientra nei loro riferimenti culturali e politici. Le loro aspettative non sono state rispettate, reagendo con dichiarazioni non solo fuori da ogni buona grazia istituzionale, e da ogni minimo rispetto dell’autonomia universitaria, ma soprattutto spinte al massimo sul pedale ideologico. L’università è “pluralista”, e quindi niente “barriere ideologiche”, dice la Presidente del Consiglio. Confermando il frame ormai consueto, già attivo il mese scorso nelle parole della Ministra della Famiglia secondo la quale l’università sarebbe in preda alle “ideologie”, “tra i peggiori luoghi di non riflessione”. Islamo-gauchisme all’italiana: costruire un nuovo nemico interno In altre parole, ministri e ministre del Governo italiano continuano a descrivere le università italiane come contesti che assomigliano a un misto tra centri sociali e madrase. Accusano, di fatto, le università di quello che in Francia alcuni ambienti politici e culturali – non solo vicini alla destra – hanno definito islamo-gauchisme (estrema sinistra islamica, si potrebbe approssimativamente tradurre). Questa accusa si stringe in un unico nesso con il tentativo continuamente rinnovato di isolamento di Francesca Albanese, l’agitazione del pericolo della costituzione di un partito islamico in Italia “vicino alla sinistra” e le riforme che stanno interessando l’università. Il nesso rientra sotto il cappello non dichiarato della normalizzazione e criminalizzazione di ogni dissenso sulle questioni fondamentali (genocidio e pulizia etnica in Palestina, riarmo e militarizzazione delle società, crisi economica e guerra permanente). In questa strategia, il tentativo è quello di costruire l’università che si occupa criticamente di tali questioni fondamentali come nemico interno, da uniformare, isolare, marginalizzare anche per far tornare tutti a casa dopo il periodo delle manifestazioni per e con la Palestina e contro la militarizzazione dell’università. Tutelare la critica, praticare la democrazia In realtà, negli ultimi due anni le università sono semplicemente ridiventate un luogo di dibattito e prese di posizione nello spazio pubblico italiano (e non solo). Queste prese di posizione hanno evidenziato che di fronte a un massacro e a un ecocidio che hanno rapidamente assunto forme tali da integrare la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio non è possibile fare finta di niente. E, così, nelle università, parti crescenti dei suoi membri, e delle sue componenti, hanno fatto il proprio mestiere: hanno argomentato, spiegato, mostrato cosa stesse accadendo a Gaza. Hanno semplicemente svolto il loro lavoro. È stato il Governo italiano – come quelli di tanti altri Stati – che è invece venuto meno ai propri compiti, tra i quali – rafforzato dal fatto di aderire alla Corte penale internazionale – c’è l’impegno a evitare che altri Stati nel mondo perpetrino un genocidio. Contro questa deriva dei governi e degli Stati l’esercizio della critica è una necessità, anche perché il resto, compresa la stampa mainstream, si concentra sulla polvere sotto il tappeto mentre la casa crolla, insistendo, ad esempio, sulla critica di alcune parole di Francesca Albanese, mentre quasi ignora – continua a ignorare – le devastazioni materiali inflitte da Israele a Gaza: oltre 70.000 morti e condizioni di vita estreme per circa due milioni di persone. Bisogna riconoscere che il livello dell’attacco ad autonomia e democrazia si è alzato, anche perché è interno a una strategia neoautoritaria in via di dispiegamento a sostegno del regime di guerra vigente. Si rende chiara la necessità di organizzarsi da parte delle diverse componenti universitarie per preservare la propria autonomia e la democrazia, a partire da quella interna agli atenei stessi. I movimenti sociali degli ultimi due anni – per restare alla stretta attualità – hanno evidenziato che l’università è uno spazio che può contribuire a contrastare l’avanzata di un progetto neoautoritario. Le destre nazionaliste, del resto, la osteggiano proprio per questa ragione. Chi lavora e studia nelle università può decidere, quindi, di opporsi a questa deriva pericolosa per l’intera società, costruendo e mantenendo attivi gli spazi dedicati alla critica, all’emancipazione e alla libertà verso un’università che lavori per la demilitarizzazione e la pace.   NOTE [1] LA RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ STA AVVENENDO ATTRAVERSO DIVERSE INIZIATIVE: NUOVE LEGGI, NUOVI REGOLAMENTI, LAVORI DI COMMISSIONI AD HOC, ANNUNCI POLITICI E DELEGHE AL GOVERNO, COME PREVISTO DALL’ARTICOLO 20 DELLA LEGGE 167 DEL 10 NOVEMBRE 2025. È UN INSIEME DI INTERVENTI CHE CONCORRE ALLO STRUTTURALE RIDIMENSIONAMENTO DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA ITALIANA CHE INCIDE SULLA LIBERTÀ ACCADEMICA, SULL’AUTONOMIA DEGLI ATENEI E SULLE GENERALI CONDIZIONI DI LAVORO E RICERCA Redazione Italia
March 21, 2026
Pressenza