Pubblichiamo una ampia sintesi estratta dall’elaborazione redatta per Effimera
da Andrea Fumagalli, con la quale si riprende la postfazione al libro Salario o
reddito? Il conflitto nella società del lavoro senza fine, di Toni Casano /
Antonio Minaldi / Sergio Riggio (Multimage,Firenze, 2026). Specificatamente i
relativi contributi sviluppati nelle analisi degli autori ruotano attorno a dei
temi decisivi del cd. “postoperaismo”: I processi di trasformazione del lavoro.
Dal modello fordista alla società postindustriale (Casano); Reddito di base,
welfare e ‘attualità del comunismo’ nell’era della fine del lavoro
(Minaldi);Workes for ever? Nuovo estrattivismo e vertenzialità necessaria
(Riggio). Gli autori, scrive Fumagalli:“affrontano un tema oggi dirimente, di
strettissima attualità ma paradossalmente poco trattato”[accì]
_____________
1. Incipit
In un contributo al libro a cura di Toni Casano e Antonio Minaldi Occupare
l’utopia. ci domandavamo se ai giorni nostri “Ha ancora senso parlare di
lavoro?” [pp. 227-242] La domanda non è peregrina e la risposta non facile. Per
questo è necessaria una premessa.
2. La parabola del lavoro dall’artigiano all’homo faber del fordismo
La vita umana è solitamente scandita da momenti temporali che sono per lo più
finalizzati alla soddisfazione dei bisogni e dei sogni. Tali scadenze non sono
uguali per tutte e tutti. Essi sono segnati dalla struttura della gerarchia
sociale, politica e culturale in cui ci si trova. Nel contesto dei paesi
occidentali, così come si sono definiti, all’indomani della formazione degli
stati nazione del XV secolo e della rivoluzione industriale e francese di fine
XVIII secolo, la nascita e la diffusione del sistema capitalistico di produzione
ha introdotto misure sempre più sofisticate nella misurazione del tempo di vita.
Contemporaneamente ha ridefinito le funzioni essenziali della vita umana,
piegandole alla necessità dell’accumulazione economica. L’attività lavorativa
diventa libera, la schiavitù viene abolita, almeno formalmente (con l’eccezione
degli Usa). La vita quotidiana inizia così a essere scandita dai tempi di lavoro
e del non lavoro, per molti in condizioni di bisogno e di precarietà. Il tempo
di lavoro, che è funzionale all’accumulazione, ed è quindi considerato
produttivo, viene remunerato proprio perché attività non sottoposta ad alcuna
coercizione fisica e/o legale. Il restante tempo di non lavoro o attività
produttiva non finalizzata all’accumulazione/produzione ma semplicemente alla
riproduzione fisica e sociale della forza lavoro non viene remunerato e non gode
di alcuna assistenza. La libertà di lavorare ha così un prezzo: la sopravvivenza
del lavoratore/trice è esclusivamente di sua responsabilità. A differenza dello
schiavo, la cui sopravvivenza viene garantito dal padrone, il lavoratore libero
vive in condizione di perenne stato di necessità: deve badare a sé stesso. […]
Ne consegue che il lavoro (salariato) diventa il fattore centrale alla base
dell’accumulazione. Ma si tratta di un lavoro solo formalmente libero,
subordinato come è alla tempistica e alla produttività dei processi di
automazione della macchina: un lavoro passivo, altamente alienato, dove le
competenze, le abilità e la creatività dell’essere umano vengono per lo più
soffocate e negate. Il concetto di mestiere viene trasformato in un lavoro
spogliato da ogni professionalizzazione, di fatto sancendone, paradossalmente la
morte. L’ubbidienza e il silenzio definiscono le regole imposte dalla gerarchia
di fabbrica. È morto il lavoro, viva il lavoro. […]Ricordiamo che l’etica del
lavoro è una condizione necessaria (anche se non sufficiente) per la
sostenibilità del sistema economico capitalista. La separazione netta tra
macchina e lavoro porta alla necessità che il lavoro debba applicarsi alla
macchina, indipendentemente dal come ciò avviene (in forma astratta), e quindi
diventa imprescindibile per la realizzazione materiale dello stesso processo
produttivo.
3. Dal rifiuto del lavoro …
Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni’70 del secolo scorso, il
paradigma taylorista-fordista entra in crisi. Diverse sono le cause. Dal lato
della produzione, la rigidità produttiva e tecnologica, una volta che le
dimensioni degli impianti produttivi hanno superato una certa soglia critica,
non consente più di incrementare la produttività e lo sfruttamento delle
economie di scala. […]La crescita dei salari nei decenni precedenti, condizione
necessaria per la stabilità del sistema economico, riduce il grado di
ricattabilità dell’operaio massa e consente di mettere in discussione le pesanti
e alienanti condizioni di lavoro. È il concetto di lavoro salariato che viene
via via posto in discussione sino al suo rifiuto [la lotta per la liberazione
del lavoro tende a trasformarsi nella lotta per la liberazione dal Lavoro(ndr)].
[…]Negli anni ’70, il rifiuto del lavoro si declinava in diverse pratiche… A
partire dalla fine degli anni’80 inizia… quel processo di flessibilizzazione del
lavoro che raggiungerà la sua massima estensione con la liberalizzazione dei
licenziamenti individuali introdotta dal Jobs Act del governo Renzi nel
2015. Nel corso degli anni ‘90 e del nuovo decennio 2000, la fase postfordista
ha termine per lasciare spazio all’avvio vero e proprio di un nuovo processo di
accumulazione denominato da alcuni ricercatori capitalismo cognitivo. Il nuovo
paradigma socio-economico, basato sullo sfruttamento delle economie dinamiche di
apprendimento (generazione di conoscenza) e di rete (diffusione della
conoscenza), si caratterizza per una prevalente specializzazione verso le
produzioni immateriali… Parallelamente la frammentazione e l’individualizzazione
dei rapporti di lavoro, se non è accompagnata da politiche di sicurezza sociale,
fa sì che la flessibilità tracimi in precarietà, delineando nuove forme di
sussunzione del lavoro al capitale.
[…]Con il passaggio al nuovo millennio… assistiamo ad un processo di
riorganizzazione del capitalismo, con il passaggio a processi di accumulazione
che investono sempre più in modo diretto la “nuda vita” degli esseri viventi
umani e animali. Il capitalismo cognitivo si trasforma in capitalismo
bio-cognitivo e trova le sue modalità organizzative nelle piattaforme digitali,
la nuova grande radicale innovazione […] Nel capitalismo delle piattaforme, le
facoltà biocognitive e relazionali dell’essere umano sono la base diretta del
processo di valorizzazione. La vita stessa è soggetta a un principio di
mercificazione crescente… Nel capitalismo biocognitivo, organizzato attraverso
le piattaforme, la vita è direttamente messa a valore.
4. … alla fine del lavoro
La vita messa direttamente a valore (e non più semplicemente al lavoro) implica
che l’intermediazione del lavoro e la necessità di una sua organizzazione tende
a venire meno. La questione della definizione del lavoro diventa superflua. Ciò
ha una duplice ripercussione, la prima sul mercato del lavoro, la seconda sulla
stessa forma “lavoro”… Siamo così di fronte a una nuova composizione tecnica e
politica del lavoro che va oltre allo stesso concetto tradizionale di lavoro
(ovvero attività che in quanto produttiva viene remunerata). Possiamo parlare a
buon ragione di composizione tecnica e politica della vita.
[…]Le piattaforme digitali creano valore sulla base di un processo di
produzione la cui materia prima è costituita dalla vita degli individui. Tale
“materia prima” è in buona parte fornita gratuitamente, in quanto finalizzata
alla produzione di valore d’uso. Il “segreto” dell’accumulazione sta nella
trasformazione del valore d’uso in valore di scambio… Quando l’esistenza viene
messa a valore, l’attività produttiva tende così a evaporare, a diventare
invisibile e solo una parte viene formalizzata e quindi remunerata. La
precarietà lavorativa lascia così sempre più spazio alla gratuità dell’attività
produttiva. Il lavoro perde dunque di senso.
5. La necessità di un reddito di base incondizionato
Il capitalismo bio-cognitivo delle piattaforme presenta un paradosso: più il
lavoro, nella sua forma tradizionale, evapora e diventa marginale, più il
processo di accumulazione tende a diventare sempre più instabile e
deregolamentato e rischia l’autodistruzione.
Tale autodistruzione è oggi favorita da molteplici fattori. In primo luogo dalla
crisi climatica e dall’alterazione dell’equilibrio ecologico. Senza un
riequilibrio tra la specie umana con le altre specie viventi e tra specie umana
e natura, tutta la comunità vivente rischia la scomparsa … Tale
irresponsabilità e incoscienza, frutto principalmente dell’opportunismo
economico, spiega anche altri fattori di auto-distruzione [crescente
concentrazione delle ricchezze in poche mani e ricorso sempre più frequente allo
strumento della guerra,ndr] e la conseguente iniqua distribuzione del reddito,
che nuoce anche agli stessi equilibri capitalistici perché penalizza la domanda
e la stessa accumulazione.
[…]In un simile contesto, la proposta di un reddito di base incondizionato può
svolgere un ruolo cruciale, di stabilizzazione del sistema economico. Al
riguardo, è necessario proporre un salto culturale prima che politico e
affermare che il reddito di base è una variabile distributiva
primaria… Variabile distributiva primaria significa che non è una variabile
redistributiva, nel senso che si materializza solo dopo che si è attuata una
distribuzione del reddito sulla base di quelli che sono i rapporti di forza e
rapporti sociali esistenti all’interno di un certo processo di accumulazione:
una redistribuzione di reddito, che opera in una fase successiva, è l’esito di
un secondo livello di distribuzione indiretta, agita a livello extra mercato e
sovra individuale (di solito grazie all’intervento pubblico) tramite politiche
economiche discrezionali appropriate.
Redazione Italia
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I Giochi del Mediterraneo a Taranto: la messinscena del riscatto
Taranto è uno dei luoghi in cui le contraddizioni del cosiddetto sviluppo sono
più evidenti. Per decenni questa città ha pagato il ricatto tra lavoro e salute,
la devastazione ambientale e la subordinazione del territorio agli interessi
della grande industria. Oggi continua a convivere con precarietà, difficoltà
reddituali, emigrazione giovanile, crisi demografica, problemi sanitari e
servizi pubblici insufficienti.
Eppure periodicamente ritorna lo stesso racconto: la rinascita, il rilancio, la
grande occasione che dovrebbe finalmente cambiare il destino della città.
Oggi questa narrazione passa soprattutto attraverso i Giochi del Mediterraneo.
Non è lo sport a essere in discussione, né la possibile utilità di alcuni
impianti realmente necessari alla popolazione. Il problema è spacciare un grande
evento per sviluppo, come se costruire strutture, organizzare cerimonie e
concentrare per alcune settimane l’attenzione mediatica sulla città significasse
automaticamente migliorarne le condizioni sociali ed economiche.
Ma a Taranto questa retorica assume un carattere ancora più contraddittorio. Lo
stesso Stato che continua a considerare indispensabile mantenere in vita a ogni
costo l’ex Ilva, nonostante il prezzo ambientale, sanitario e sociale pagato per
decenni dalla città, arriva contemporaneamente a celebrare i Giochi come simbolo
della sua rinascita.
Da una parte si continua a chiedere a Taranto di sostenere il peso di un modello
industriale che l’ha trasformata in una delle città martiri del capitalismo
industriale; dall’altra, sulla stessa città, si costruisce la rappresentazione
festosa del rilancio e del futuro.
La contraddizione è evidente: non si può continuare a imporre a Taranto il costo
della produzione industriale a ogni condizione e, contemporaneamente, utilizzare
la stessa città come vetrina festosa di una rinascita che quelle scelte
continuano concretamente a negare.
Lo sviluppo dovrebbe essere misurato su altro: reddito, lavoro stabile, sanità,
casa, servizi pubblici, trasporti, tutela ambientale e possibilità per i giovani
di restare. Se queste condizioni non cambiano, la città può apparire diversa
senza essere diventata migliore per chi ci vive.
La questione riguarda innanzitutto il territorio. Negli ultimi anni nuove
edificazioni hanno continuato a occupare spazi liberi e verdi. È accaduto anche
nella zona in cui abito, dove nel giro di pochi anni sono sorti due nuovi
edifici e uno degli spazi edificati ospitava prima un giardino con degli alberi.
Poco distante è stato eliminato un filare di alberi per realizzare una pista
ciclabile scarsamente utilizzata e senza continuità con una rete più ampia. Una
contraddizione evidente: si sacrificano alberature in nome della mobilità
sostenibile mentre la bicicletta continua ad avere un ruolo marginale e
l’automobile resta dominante, anche perché il trasporto pubblico urbano non
viene percepito come sufficientemente affidabile per frequenza, continuità e
rispetto delle corse.
Sono esempi locali di una questione più generale: quale modello urbanistico
stiamo costruendo in una città che ha già subito una pressione ambientale
enorme?
Ed è precisamente su questo terreno che anche i Giochi dovrebbero essere
valutati.
Per i Giochi del Mediterraneo a Taranto 2026 sono stati stanziati 300 milioni di
euro: 275 milioni destinati alle infrastrutture sportive e 25 milioni
all’organizzazione dell’evento. Non è quindi una questione marginale: parliamo
di una grande concentrazione di risorse pubbliche e di opere che continueranno a
produrre costi e conseguenze ben oltre le poche settimane delle competizioni.
Non basta allora chiedersi cosa verrà costruito. Bisogna chiedersi quanto
territorio viene trasformato, quante risorse materiali ed energetiche
richiederanno queste strutture, quanto costerà mantenerle e quale utilità
sociale avranno una volta terminato l’evento.
Le perplessità non sono soltanto politiche. La stessa ASSET della Regione Puglia
ha sollevato critiche sulla sostenibilità economica e ambientale di alcune
scelte. Nel marzo 2025 il suo direttore generale segnalava, tra l’altro,
l’aumento delle risorse previste per lo stadio Iacovone da 18 a 62 milioni
rispetto all’impostazione iniziale e criticava la soluzione allora prospettata
delle navi da crociera per ospitare migliaia di persone, giudicandola molto più
costosa rispetto a soluzioni alberghiere e problematica per l’impatto su un
ecosistema fragile.
È un punto importante: non basta mettere l’etichetta della sostenibilità su un
grande evento perché questo diventi sostenibile.
Ogni nuova infrastruttura ha richiesto materiali, energia, cantieri,
trasformazioni degli spazi e consumi per gestione e manutenzione. A Taranto il
bilancio di un evento di questa portata dovrebbe quindi comprendere non soltanto
la sua riuscita organizzativa, ma il costo ecologico complessivo e ciò che
resterà negli anni successivi.
Poi c’è la questione economica.
Di fronte a centinaia di milioni di euro di risorse pubbliche non basta sapere
quanto costano complessivamente i Giochi. Bisogna capire dove finiscono
concretamente questi soldi.
Occorre poter ricostruire la catena degli appalti e dei subappalti: quali
imprese ottengono i lavori, quali parti vengono successivamente affidate ad
altri soggetti e per quali importi. Dietro la cifra complessiva esiste una
distribuzione molto concreta di denaro tra imprese, consorzi, fornitori e
subappaltatori.
La questione politica è quindi capire chi incassa la spesa pubblica e quale
parte di quella ricchezza rimane realmente sul territorio sotto forma di lavoro
stabile, servizi e patrimonio collettivo.
E il problema non termina con la conclusione dei lavori.
Il Comune di Taranto ha già avviato procedure rivolte a operatori economici per
individuare modelli di gestione e valorizzazione degli impianti attraverso forme
di partenariato pubblico-privato e concessione. Questo pone una domanda precisa:
a quali condizioni un patrimonio realizzato attraverso denaro pubblico verrà
eventualmente affidato alla gestione privata?
Se gli impianti verranno gestiti attraverso tariffe, corsi, abbonamenti e
servizi commerciali, può prodursi un meccanismo molto semplice: la collettività
sostiene l’investimento iniziale e successivamente il privato ricava reddito
dalla gestione, mentre il cittadino torna a pagare per utilizzare ciò che ha già
contribuito a finanziare.
Se invece rimarranno direttamente pubblici, bisognerà garantire per anni risorse
per personale, manutenzione, energia e gestione. In entrambi i casi il costo
reale di un impianto non termina con la sua inaugurazione.
Anche il lavoro va giudicato con lo stesso criterio. Qualche mese di occupazione
nei cantieri, nei servizi o nell’accoglienza non modifica la struttura economica
della città.
E quando attività necessarie all’organizzazione vengono affidate al cosiddetto
volontariato, il problema è ancora più netto: se quella prestazione è necessaria
al funzionamento di un evento finanziato con centinaia di milioni di euro
pubblici, è lavoro e deve essere retribuito.
Chiedere soprattutto ai giovani di lavorare gratuitamente in cambio di
“esperienza” o “curriculum” significa utilizzare la loro condizione di debolezza
per abbassare ulteriormente il valore del lavoro. Se esistono risorse per
appalti, imprese, forniture e organizzazione, devono esistere anche per pagare
chi lavora.
Dentro questo impoverimento cresce anche la frattura sociale. Quando il reddito
non basta, trovare una casa diventa difficile, il lavoro è precario e i servizi
pubblici arretrano, le persone vengono spinte a contendersi ciò che rimane. Si
indeboliscono solidarietà e socialità e diventa più facile rivolgere la rabbia
contro chi sta ancora più in basso.
È qui che il razzismo svolge una precisa funzione politica. Il migrante viene
trasformato nel concorrente per la casa, il lavoro, un sostegno economico o un
servizio pubblico, mentre scompaiono le responsabilità di chi produce e governa
disuguaglianza e scarsità. Il conflitto viene spostato dall’alto verso il basso:
chi ha poco viene messo contro chi ha ancora meno.
A Taranto l’uccisione di Bakari Sako, lavoratore originario del Mali che stava
andando al lavoro, rende ancora più grave un clima nel quale il migrante viene
continuamente trasformato in problema o minaccia. Su questa paura si costruisce
ormai una campagna elettorale permanente, cinica ed eticamente inaccettabile,
che usa i migranti come bersaglio mentre lascia intatte le cause reali
dell’impoverimento e delle fratture sociali della città.
Ed è qui che Taranto rimanda a qualcosa di molto più grande.
Il capitalismo contemporaneo continua a richiedere crescita e accumulazione
mentre concentra ricchezza, precarizza il lavoro, consuma territorio e risorse e
trasforma bisogni collettivi in occasioni di profitto. Anche la crisi ecologica
finisce per diventare un nuovo terreno di investimento e valorizzazione
economica.
Ma questa logica non si ferma all’economia.
La competizione per energia, materie prime, tecnologie, mercati e aree
d’influenza si intreccia sempre più apertamente con la militarizzazione e la
guerra. Alle popolazioni vengono chiesti sacrifici mentre aumentano le risorse
destinate agli apparati militari e all’industria bellica. E questo avviene in
una fase nella quale conflitti sempre più pericolosi coinvolgono direttamente o
indirettamente potenze nucleari.
VERSIONE PRESSENZA
Redazione Italia
La repressione raccontata a mio figlio
In un momento storico in cui un gruppo di fanatici bianchi e religiosi sta
compiendo da quasi tre anni, in diretta streaming e protetto da uno degli
eserciti più forti e tecnologicamente avanzati del mondo, il genocidio di un
popolo oppresso. In un momento in cui, negli Stati Uniti, reparti speciali
uccidono civili per strada attraverso vere e proprie esecuzioni sommarie e hanno
il compito di deportare le persone non bianche presenti sul territorio
nazionale. Gli stessi Stati Uniti che, pochi anni prima, hanno represso nel
sangue — sotto governi di destra e di sinistra — le manifestazioni
moltitudinarie esplose dopo il soffocamento, da parte della polizia,
dell’ennesimo cittadino nero_
In Italia, nel luglio del 2026, Fakir è stato ucciso per soffocamento da due
poliziotti durante un fermo. Era disarmato e chiedeva aiuto. Quella notte, a
Bologna, migliaia di persone sono scese in piazza. Erano arrabbiate con la
polizia. Strano.
In un’estate in cui Francia e Spagna bruciano, travolte da incendi alimentati
dal caldo estremo, ventimila ecoattivistə si radunano sulle Alpi per il Festival
Alta Felicità e assaltano ancora una volta il cantiere della TAV, dopo oltre
vent’anni di lotte in difesa dell’ecologia e del territorio.
Come reagiscono i media davanti a tutto questo? Quasi tutti, compresi quelli più
progressisti, sono impegnati a discutere del problema dei “violenti”, dai quali
anche la sinistra parlamentare dovrebbe immediatamente prendere le distanze,
pena la vittoria della destra.
Questa è la fotografia di quanto il dibattito pubblico, e gli esperti che hanno
accesso al nostro sistema mediatico, siano oggi incapaci di rappresentare la
realtà.
C’è molta gente arrabbiata perché i sistemi democratici e le istituzioni non
riescono più a proteggerla, e quindi protesta. In fondo, la storia della
politica si organizza intorno a questa tensione. Non intorno al modo in cui il
campo largo dovrebbe posizionarsi a favore del tema della sicurezza per impedire
l’ascesa di Vannacci.
La Storia, con la S maiuscola, si organizza intorno a due attori principali: i
movimenti sociali e le forme attraverso cui si organizza il potere. E migliaia
di anni di storia, più o meno, ci hanno mostrato questo: quando il modo in cui
il potere viene amministrato esprime e tutela la collettività, il potere resta
stabile; quando invece la opprime, la collettività reagisce, in forme più o meno
conflittuali e violente.
La sinistra parlamentare ha quindi due possibilità: sgridare chi protesta, come
fa Vannacci, oppure stare dalla parte di chi protesta, anche per impedire che
Vannacci arrivi davvero al potere.
Il nostro giornalista di sinistra Michele Serra si sente invece in ostaggio di
due fazioni: i manifestanti da una parte e i fascisti dall’altra. Vorrebbe poter
vivere in un Paese di persone normali e ragionevoli come lui. Finisce così per
equiparare ancora una volta gli oppressi ai loro seviziatori, evitando di vedere
il punto politico essenziale: il mondo è già in fiamme.
Quando le suffragette incendiavano edifici e compivano azioni radicali per
ottenere il diritto di voto, probabilmente la stampa laburista inglese di inizio
Novecento fu impegnata a distinguere le donne “terroriste” da quelle che
prendevano il tè discutendo educatamente di uguaglianza. Ma, anche se fosse
stato così, oggi ci farebbe sorridere.
Perché la storia che abbiamo letto sui nostri sussidiari ci racconta altri
attori: la vittoria finale della conquista del voto per le donne (sia quelle
violente che quelle non) e un sistema industriale, capitalistico e patriarcale
che aveva tutto l’interesse a mantenerle in una condizione di subordinazione e
sfruttamento.
La verità è che abbiamo bisogno di intellettuali e giornalisti capaci di
parlarci di questa Storia con la S maiuscola mentre leggono i fatti politici che
accadono intorno a noi. Perché il dibattito pubblico che ci circonda è
imbarazzante, moralista e del tutto inadeguato alla realtà che pretende di
raccontare.
Cari giornalisti e classe dirigente nei media — Serra, Rampini, Mieli e tutti
gli altri — che ora vi impegnate, da sinistra, a prendere le distanze dai
cattivi maestri: fate un bel respiro e restate per un attimo in silenzio.
Cerco di spiegarvi il doppio standard che volete censurare come si spiegano le
cose a chi finge di non capirle.
C’è un mondo molto cattivo che, soffiando sul tema della sicurezza, cerca di
imporre regimi sempre più repressivi. È composto da soggetti violenti, fanatici
e, in alcuni casi, apertamente fascisti, alleati con i grandi blocchi
industriali dei settori energetico, militare e tecnologico.
Come vediamo negli Stati Uniti, in Israele, in Turchia, in Russia, in India, in
Ungheria, in Argentina, in Cile e altrove, queste forze sono razziste, ostili ai
diritti umani e civili e in guerra contro le classi subalterne. Se ne fottono di
distruggere il pianeta perché, in cuor loro, dopo essersela spassata, credono di
potersi salvare in qualche bunker di lusso. Oppure sono semplicemente troppo
vecchi per preoccuparsene davvero.
Ecco: in questo mondo di cattivi non ci sono i black bloc e gli attivisti. Loro
sono i buoni.
Se si scontrano con la polizia è perché la percepiscono come il braccio armato
dei cattivi, oppure perché la vedono schierata a difesa delle loro macchine,
delle loro infrastrutture e del loro potere.
Di solito, la differenza tra i buoni e i cattivi sta anche in questo: se i buoni
vengono ascoltati e le ragioni della loro rabbia trovano una risposta, smettono
di essere arrabbiati; se invece vincono i cattivi, continuano a esercitare il
proprio potere e diventano ancora più cattivi.
Se il progetto della TAV venisse sospeso, o almeno rimesso in discussione
attraverso un serio dibattito parlamentare, sono sicuro che gli attivisti non
assalterebbero i cantieri il giorno dopo per paura di non servire più a nulla o
di perdere la propria funzione di devastatori. Perché a loro non interessa
essere devastatori, ma interessa che il cantiere si fermi.
Vannacci, invece, ha bisogno che ogni mese un immigrato commetta un crimine. Ha
bisogno di quel crimine per continuare a esistere politicamente. E se il crimine
non c’è, lo inventa.
Quindi, oggi, il compito di un buon giornalista dovrebbe essere un altro.
Dovrebbe chiedersi: come si ferma il genocidio in corso? Come si impedisce che
la polizia continui a uccidere civili per strada? Come si blocca un’opera che
distrugge porzioni troppo vaste e preziose delle nostre Alpi? Come si sopravvive
in Paesi che, estate dopo estate, stanno andando quasi interamente in fiamme?
Queste sono le domande politiche all’altezza del presente.
Non: quanto bisogna prendere le distanze da chi protesta? Non: quale parola
usare per condannare un cassonetto incendiato? Non: come rassicurare ancora una
volta l’opinione pubblica moderata che tutto può continuare come prima, purché
le manifestazioni restino ordinate, silenziose e possibilmente invisibili.
Il punto dovrebbe essere capire perché migliaia di persone arrivano a
considerare necessario bloccare una strada, occupare un’università, interrompere
una produzione, sabotare un cantiere o scontrarsi con la polizia. Capire quale
violenza viene prima. Quale violenza viene considerata normale, amministrativa,
legittima. E quale, invece, diventa improvvisamente intollerabile soltanto
quando chi subisce decide di reagire.
Un buon giornalista dovrebbe raccontare i rapporti di forza, seguire il denaro,
nominare i responsabili, ricostruire le catene di comando, mostrare gli
interessi economici e politici che rendono possibili la guerra, la repressione e
la devastazione ambientale.
Dovrebbe chiedere conto ai governi, alle imprese, agli eserciti e alle forze di
polizia. Non limitarsi a chiedere ai movimenti sociali di essere più educati
mentre cercano, spesso con strumenti fragili e contraddittori, di fermare
qualcosa di infinitamente più violento di loro.
Perché il problema non è che le persone sono troppo arrabbiate. Il problema è
che, davanti a ciò che sta accadendo, non lo sono ancora abbastanza.
Redazione Italia
Ceuta: una richiesta di libertà contro il regime di frontiera europeo
A Ceuta, un’enclave spagnola in Marocco, sono entrate in pochi giorni tra 50 e
60 mila persone dal Marocco senza visti né permessi. Ad oggi si contano almeno
84 persone morte (ma si stima che potrebbere essere 200), rendendo questo uno
degli eventi più letali per la popolazione locale negli ultimi anni, a cui
aggiungere i feriti di cui non si conta l’entità. Nel frattempo, il governo
spagnolo ha rimpatriato quasi tutte le persone entrate, come affermato dal
ministro degli interni Fernando Grande-Marlaska[1].
Questo avvenimento ha immediatamente dato luogo a una serie di interpretazioni
della situazione, che hanno avuto la caratteristica comune di non considerare o
al massimo lasciare sullo sfondo queste persone e i loro interessi, bisogni e
desideri.
La categoria di guerra ibrida
Al centro delle spiegazioni sono state poste soprattutto ragioni geopolitiche,
come quella che individua in una strategia a guida israeliana l’organizzazione
di questi arrivi per mettere in crisi il governo spagnolo e quella che inserisce
tali arrivi nella più generale guerra per il controllo dei mari tra Mediterraneo
e Golfo Persico. Queste analisi utilizzano o si rifanno al concetto di guerra
ibrida, dunque all’uso delle migrazioni come arma da parte di alcuni Stati
contro altri Stati o governi[2]. È la stessa categoria che ha impiegato l’Unione
Europea per inquadrare i tentativi di ingresso in alcuni Stati europei dai
confini con la Bielorussia e la Russia, definendoli come un’arma del governo di
Putin per destabilizzare[3] il continente.
A queste ragioni si è aggiunta la propaganda, dal contenuto esplicitamente
razzista o orientato a ribadire la distanza dalle politiche di regolarizzazione
del Governo Sanchez. Il Governo italiano è giunto a sospendere lo spazio di
libera circolazione (cosiddetto accordo Schengen) con la Spagna, nonostante
l’inizio dei rimpatri verso il Marocco e, soprattutto, il fatto che le enclave
di Ceuta e Melilla sono fuori dalle regole dello spazio Schengen.
Razzismo e disumanizzazione
Ovviamente, la propaganda razzista si è esaltata. Le parole utilizzate sono
state quelle solite: invasione, assalto, allarme. La televisione spagnola ha
proposto parole di guerra per inquadrare questi arrivi, assecondando il processo
dominante di disumanizzazione brutale delle persone immigrate o richiedenti
asilo che le riduce a mostri.
Un intreccio di processi
La realtà sul campo è, invece, più articolata.
Prima di tutto c’è la storia, non tanto quella coloniale, da cui residuano Ceuta
e Melilla, ma quella delle politiche spagnole della frontiera che sono
l’avanguardia delle politiche migratorie europee fondate sulle
esternalizzazioni; dunque, su accordi con altri Stati per gestire, controllare e
reprimere le migrazioni. La Spagna ha inaugurato dai primi anni ’90 queste
politiche, poi divenute tipiche dell’intera Unione Europea, comprendendo anche
l’enclave di Ceuta per la quale è in vigore un accordo di rimpatrio con il Regno
del Marocco dal 1992. In questa politica la Spagna è divenuta l’avanguardia
europea delle politiche fondate sull’esternalizzazione delle frontiere e
sull’uso di tecnologie di controllo sempre più sofisticate. I muri di Ceuta e
Melilla sono divenuti un riferimento per le polizie di tutto il mondo per la
costruzione e il controllo di tali strutture fortificate.
Poi, dentro questa storia, c’è l’attualità, che è un intreccio di fattori che
comprendono le relazioni internazionali, i desideri delle persone, la crisi
economica e dei diritti umani interna al Marocco, i cambiamenti giuridici in
Spagna. Per comprenderlo bisogna affidarsi a chi interviene e fa ricerca da
tempo, come Ana Lopez Sala del Centro di ricerca nazionale CSIC e le
organizzazioni solidali attive sul terreno, e tenere insieme emigrazione e
immigrazione, come ci ha insegnato Abdelmalek Sayad. Intrecciando una
conversazione che ho avuto con Ana con i comunicati delle organizzazioni
locali[4] si comprende che è necessario prima di tutto riconoscere il
malcontento presente tra i giovani marocchini e la povertà che è in costante
aumento, ricordando, tra l’altro, che, dopo la pandemia, il Marocco ha chiuso la
frontiera e molte persone che prima si mantenevano lavorando a Ceuta non possono
più attraversarla con i passaporti di frontiera.
Questo è particolarmente evidente nel Marocco settentrionale, nelle aree di
Tangeri e Tétouan, dove, in modo cronico, aumentano le differenze sociali e le
disuguaglianze interne. I giovani del nord non riescono più a mantenersi e
vedono crescere sempre di più la ricchezza delle élite marocchine.
Alcuni di questi giovani, negli ultimi tre anni, sono morti nel tentativo di
attraversare il confine a nuoto, perché i perimetri di frontiera sono ormai
praticamente invalicabili e l’accesso via mare rappresenta per molti l’unica
possibilità.
Da almeno tre anni ci sono giovani che muoiono nel tentativo di raggiungere
Ceuta a nuoto dalla costa marocchina, anche se questo ha sempre fatto poca
notizia. È un’enorme catastrofe umanitaria, ma non è un fenomeno dell’ultima
settimana: è una tragedia continua che non si scopre oggi.
Nel 2024 sono stati documentati diversi casi di giovani morti nel tentativo di
raggiungere Ceuta a nuoto dalla costa marocchina. Ne riporto alcuni di cui si
hanno notizie certe. Il 9 marzo 2024 un ragazzo è morto annegato mentre cercava
di attraversare il confine marittimo; il corpo è stato recuperato nelle acque
prossime a Ceuta[5]. Il 7 luglio 2024 è stato recuperato il corpo di un altro
giovane morto durante il tentativo di ingresso a nuoto, con dispositivi di
galleggiamento[6]. Nel dicembre 2024 la Guardia Civil ha recuperato altri corpi
di giovani migranti deceduti durante tentativi di attraversamento a nuoto[7].
Nel 2025 è proseguita e si è aggravata queste serie di morti giovani. I
ritrovamenti di corpi sono aumentati nel corso dell’anno: a settembre la Guardia
Civil aveva recuperato almeno 25 cadaveri nelle acque di Ceuta, in gran parte di
persone che avevano tentato l’attraversamento a nuoto[8]. A metà settembre il
numero era salito a 31[9]. A dicembre 2025 le autorità locali riferivano di 44
persone migranti morte sulle coste di Ceuta durante l’anno, più del doppio
rispetto al 2024, quando i corpi recuperati erano stati 21[10]. Il numero reale
delle vittime potrebbe, nondimeno, essere superiore, considerando le persone
disperse in mare e non recuperate.
Nonostante ciò, queste persone sono sempre state respinte. Tuttavia, dopo una
durissima battaglia legale, una sentenza della Corte Suprema, la 814 del 2026,
ha vietato le espulsioni rapide (la cosiddetta devolución en caliente) di coloro
che riescono ad arrivare a nuoto.
A questa situazione si sono aggiunte nuove tensioni con il Marocco, legate al
miglioramento delle relazioni della Spagna con l’Algeria, che storicamente ha
mantenuto una posizione favorevole al Sahara Occidentale, al cui interno l’élite
marocchina utilizza la propria popolazione come strumento politico.
NOTE
[1] MARLASKA CIFRA LAS ENTRADAS EN UNAS 60.000 Y ASEGURA QUE “CASI TODOS ELLOS
HAN SALIDO YA DE CEUTA”
[2] AD ESEMPIO, UN ARTICOLO DI COMMENTO DE EL PAIS SI INTITOLA: “QUANTO ACCADUTO
A CEUTA NON È IMMIGRAZIONE, È UN ATTACCO IBRIDO”: LO OCURRIDO EN CEUTA NO ES
INMIGRACIÓN, ES UN ATAQUE HÍBRIDO | OPINIÓN | EL PAÍS
[3] AD ESEMPIO: L’ARMA DEI MIGRANTI PER LA GUERRA IBRIDA RUSSA. DOPO LA
FINLANDIA, TENSIONE LUNGO LA FRONTIERA DEI PAESI BALTICI – HUFFPOST ITALIA
[4] PER QUESTI RINVIO
A HTTPS://WWW.CEPAIM.ORG/COMUNICADO-CEUTA-CUANDO-PROTEGER-VIDAS-ES-PROTEGER-LA-CONVIVENCIA; CEAR
PIDE AL GOBIERNO QUE AGILICE SU RESPUESTA Y GARANTICE LOS DERECHOS EN CEUTA –
CEAR E, SPECIALMENTE, ALL’ANALISI DEI COLLETTIVI DI CEUTA ATTIVI DA VENTI ANNI
SUL TERRENO COLECTIVOS SOCIALES DE CEUTA EXIGEN UNA “ACOGIDA DIGNA” DE LOS
MIGRANTES Y DENUNCIAN UN “CONTINUO ESTADO DE CRISIS HUMANITARIA”.
[5] HTTPS://WWW.RTVE.ES/NOTICIAS/20240309/MUERE-AHOGADO-MIGRANTE-OTRO-REPUNTE-ENTRADAS-IRREGULARES-A-NADO-CEUTA/16007219.SHTML.
[6] HTTPS://ELFARODECEUTA.ES/INMIGRANTE-MUERE-CRUZAR-CEUTA-MANGUITOS-NINO-MARSAVE-GUARDIA-CIVIL/
[7] HTTPS://WWW.EUROPAPRESS.ES/CEUTA-Y-MELILLA/NOTICIA-GUARDIA-CIVIL-RECUPERA-SEGUNDO-CUERPO-VIDA-JOVEN-MIGRANTE-DOMINGO-20241222170017.HTML.
[8] HTTPS://WWW.EUROPAPRESS.ES/CEUTA-Y-MELILLA/NOTICIA-APARECE-CADAVER-OTRO-JOVEN-MIGRANTE-AGUAS-CEUTA-NUMERO-25-VA-ANO-20250905125444.HTML
[9] HTTPS://EFE.COM/ESPANA/2025-09-13/HALLAN-CADAVER-JOVEN-MIGRANTE-CEUTA/.
[10] HTTPS://WWW.EUROPAPRESS.ES/CEUTA-Y-MELILLA/NOTICIA-GUARDIA-CIVIL-RECUPERA-CUERPO-OTRO-JOVEN-MIGRANTE-AGUAS-CEUTA-NUMERO-44-2025-20251203145025.HTML.
Redazione Italia
Ad un anno dal “Liberation Day” (i dazi statunitensi): ma di che liberazione parliamo?
Il 2 aprile 2025, Trump, in modo trionfante, presentava nel Giardino delle Rose
alla Casa Bianca il Liberation Day, ordine esecutivo n. 14257, “Regulating
Imports With a Reciprocal Tariff to Rectify Trade Practices That Contribute to
Large and Persistent Annual United States Goods Trade Deficits” (Regolamento
delle importazioni mediante un dazio reciproco per correggere le pratiche
commerciali che contribuiscono ai deficit commerciali annuali consistenti e
persistenti degli Stati Uniti nel settore dei beni). Prendeva avvio così la
politica protezionista del nuovo governo americano. Nel discorso di
presentazione, Trump illustrò diverse promesse, che a un anno di distanza
il comunicato stampa del portavoce della Casa Bianca, Kush Desai afferma che si
siano pienamente realizzate. Ecco il surreale testo:
“Esattamente un anno fa, il presidente Trump ha abbandonato le illusioni del
“libero scambio” per mettere finalmente al primo posto gli americani e
l’America. I risultati ottenuti dal Giorno della Liberazione sono stati
sorprendenti: oltre 20 nuovi accordi commerciali, investimenti nel settore
manifatturiero per trilioni di dollari, prezzi dei farmaci più bassi e un calo
del deficit commerciale sui beni. E questo è solo l’inizio della trasformazione
del commercio globale voluta dal Presidente: man mano che questi accordi
commerciali e di investimento continueranno a produrre effetti e ne verranno
firmati altri, gli americani potranno contare sul fatto che il meglio deve
ancora venire.”
Ma è proprio vero?
La prima promessa riguarda il deficit commerciale. Secondo i dati del Bureau of
Economic Analysis, pubblicati il 19 febbraio scorso (i prossimi dati saranno
resi noti il 5 maggio 2026), nel periodo 2025-26, dopo il calo di aprile 2025
(effetto annuncio), il deficit mensile della bilancia commerciale è rimasto più
o meno costante. Non si è quindi registrato quella riduzione che era stata
auspicata e affermata nella dichiarazione precedente.
Saldo mensile della Bilancia Commerciale Usa: marzo 2025-febbraio 2026
Ne consegue che il deficit commerciale americano in beni è salito a 1.241
miliardi di dollari nel 2025, rispetto ai 1.215 miliardi del 2024. È un massimo
storico. Le importazioni di beni hanno raggiunto 3.400 miliardi di dollari, il
4% in più rispetto all’anno precedente. Gli obiettivi dichiarati auspicavano
esattamente l’opposto.
Grafico deficit commerciale USA
Occorre però aggiungere che l’unica eccezione parziale riguarda la Cina: le
importazioni americane da Pechino sono diminuite del 30% nell’ultimo anno e il
deficit bilaterale è calato a 202 miliardi di dollari, il più basso degli ultimi
vent’anni. Un dato che potrebbe far cantare vittoria a Trump. Tuttavia tale calo
non ha ridotto la quantità di beni strumentali cinesi necessari per l’economia
Usa. Queste merci non sono, infatti, scomparse ma sono arrivate dalla stesa
Cina, attraverso triangolazioni con il Messico, il Vietnam e l’India, che, non a
caso, hanno più che compensato il calo cinese. Il deficit totale, difatti, è
cresciuto lo stesso.
La seconda promessa era la crescita del settore manifatturiero. L’idea era che
rendere i prodotti stranieri più cari avrebbe spinto le aziende a tornare a
produrre in America, creando posti di lavoro nei settori che il paese aveva
perso negli ultimi trent’anni. Il Bureau of Labor Statistics ha pubblicato i
dati a febbraio 2026: nelle fabbriche americane l’occupazione manifatturiera è
calata di 89.000 addetti. Se si consdera tutto il 2025, sono stati assunti
388.000 lavoratori in meno rispetto al 2024. Il rapporto tra occupati nel
manifatturiero e totale degli occupati non agricoli è sceso al livello più basso
dal 1939, da quando il Bureau of Labor Statistics registra questo dato, pari
all’8%
La terza promessa era l’inflazione. Il tasso di inflazione annuale negli Stati
Uniti è salito al 3,3% a marzo 2026, segnando il livello più alto da maggio 2024
e un forte aumento rispetto al 2,4% di febbraio e gennaio. I dati sono stati in
linea con le previsioni, con l’aumento principalmente guidato dai costi
energetici più elevati (12,5%), soprattutto benzina (in aumento del 18,9%) e
olio combustibile (44,2%), a causa della guerra con l’Iran. Tuttavia se
consideriamo solo il dato di febbraio 2026 (quindi al netto degli effetti
dell’attacco all’Iran), esso risulta del 2,4, di poco superiore a quello di
aprile 2025 (+2,3%).
Tasso d’inflazione USA: marzo 2025-marzo 2026
Inoltre, la Federal Reserve Bank di New York in un report pubblicato a febbraio
riporta che il 90% del costo dei dazi è stato pagato da consumatori e imprese
americane, non dagli esportatori stranieri.
Ad un anno di distanza, possiamo affermare che le previsioni di Trump non si
sono avverate e non è una sorpresa. Ma tale situazione getta una luce
inquietante sulla stabilità dell’economia Usa; una situazione che dipende sempre
più dalla capacità del dollaro di rimanere ancora di salvezza come valuta
egemone nelle transizioni commerciali internazionali e nelle riserve valutarie.
Il processo di dedollarizzazione, acuita dalla sua recente svalutazione,
richiede interventi politici e militare in grado di ristabilire una fiducia che
oggi non è più garantita dalla performance di mercati finanziari, trainati dalla
bolla speculativa dell’intelligenza Artificiale. Una bolla che rischia di
scoppiare per la cannibalizzazione della stessa IA nei confronti del settore del
software.
È anche alla luce di questa situazione che si può spiegare l’interventismo
militare di Trump in varie parti del mondo (dal Venezuela all’Iran), nel
tentativo (che riteniamo illusorio) di mantenere un’egemonia geopolitica
unipolare.
ANDREA FUMAGALLI INSEGNA ALL’ UNIVERSITÀ DI PAVIA E ALL’UNIVERSITÀ DI BOLZANO. È
MEMBRO FONDATORE DEL BIN.ITALIA, COLLABORA AL SITO EFFIMERA. ORG
Redazione Italia
La costruzione dell’università critica come nemico interno
L’università come spazio critico (nonostante tutto)
Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere
uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel
movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo
processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni
’80, accelerato in Italia dai ’90, gli atenei hanno continuato a produrre
elaborazioni teoriche dense e critiche degli assetti capitalistici e
imperialistici vigenti. Gli ambiti di ricerca della Critical race theory,
dell’ecologia politica, degli studi postcoloniali, delle analisi decoloniali,
degli studi femministi, ma anche una molteplicità di voci nelle aree degli studi
giuridici, della salute, della psicologia, dell’archeologia, così come delle
scienze fisiche e naturali, hanno contribuito anche a sostenere le analisi sul
genocidio a Gaza e sull’apartheid sistemico in Cisgiordania, comprese quelle
della Relatrice ONU Francesca Albanese. Le università, incluse quelle italiane,
hanno mantenuto la loro capacità critica dell’ordine esistente e questa si è
evidentemente manifestata anche verso la Palestina. Questo protagonismo non è
nuovo: l’università, almeno dalla seconda metà del Novecento, ha storicamente
svolto la funzione di luogo pubblico di elaborazione culturale e politica, e
dunque anche di conflitto.
La normalizzazione di Governo
La risposta governativa è arrivata prima negli Stati Uniti, con la repressione
che negli atenei ha colpito una parte di docenti, studenti e studentesse attive
nella denuncia di quello che a Gaza ha sempre più acquisito i caratteri di un
genocidio, come è giunta a riconoscere anche la Commissione indipendente sui
diritti umani dell’Onu a settembre 2025. Poi ha iniziato a dispiegarsi anche in
Italia, preparata negli anni precedenti e orientata principalmente a
normalizzare e, in subordine, a reprimere.
Nel medio periodo – nel caso italiano, dalla riforma dell’università del 2010 –
il processo di normalizzazione si è basato sul terreno preparato dalla
soggettivazione neoliberale del precariato che ha eroso la funzione critica
della docenza, imbrigliata in valutazioni quantitative, scarsità di risorse
pubbliche e crescente burocrazia volta a sottrarre sempre più tempo alla ricerca
(e alla vita delle persone), soprattutto alla ricerca collettiva e critica o non
immediatamente traducibile nei migliori indicatori di valutazione. Questo
processo di normalizzazione si è intensificato attraverso l’ingresso sempre più
in profondità ed estensione dell’industria militare negli atenei, spesso
attraverso progetti su tecnologie dual use in collaborazione con i principali
gruppi produttori di armi in Italia, Leonardo S.p.A. in testa.
Nel periodo più breve, negli ultimi dodici mesi, l’accelerazione di questa
strategia di attacco è diventata più visibile. Essa si è estesa all’intero corpo
dell’università. Non agisce su un livello solo o prevalentemente ideologico ma
tende ad aggredire il carattere politico della formazione e ricerca
universitaria, le sue strutture di autogoverno, la sua autonomia e, insieme, la
sua tenuta economica spinta sempre più allo stremo.
In breve, da un lato le riforme in corso (governance degli atenei, valutazione,
percorsi di carriera e pre-ruolo, conferma dei tagli finanziari) consolidano,
insieme all’ulteriore verticalizzazione del governo degli atenei, il
definanziamento e la mancanza di un piano strutturale di reclutamento. Esse,
pertanto, rendono la precarizzazione di ricercatrici e ricercatori il destino
ineluttabile, a cui solo poche persone fortunate potranno sottrarsi, dando un
ulteriore colpo alla libertà accademica. Dall’altro lato, le iniziative
politiche e legislative in corso – come la legge sull’antisemitismo/antisionismo
approvata al Senato nel mese di marzo 2026, l’ipotesi di riforma dei consigli di
amministrazione delle università con un membro di nomina governativa e le prese
di posizione dei ministri Crosetto, Meloni e Bernini a dicembre 2025 sul corso
di laurea di filosofia da aprire a Bologna esclusivamente per gruppi di militari
– tendono a delineare la subordinazione dell’università al controllo politico e
ai rapporti organici con le strutture militari[1].
Il (non) caso di Bologna
L’Università di Bologna non ha rifiutato l’iscrizione a dei militari. Il
Dipartimento di Filosofia di quell’ateneo ha semplicemente valutato di non
accettare la proposta di istituzione di un corso di laurea esclusivamente
riservato agli allievi dell’Accademia Militare di Modena. Nella sua autonomia il
dipartimento ha preso questa decisione e, di conseguenza, l’amministrazione
centrale l’ha condivisa.
A seguito di questa decisione si sono espressi prima il ministro della Difesa,
poi la ministra dell’Università e, infine, la presidente del Consiglio dei
ministri. Per quest’ultima, “questo rifiuto implica una messa in discussione del
ruolo stesso delle Forze Armate, presidio fondamentale della difesa e della
sicurezza della Repubblica, come previsto dalla Costituzione”. Per la ministra
dell’Università il corso di laurea si dovrà organizzare, mentre nelle parole del
ministro della Difesa “i professori dell’ateneo di Bologna, che hanno rifiutato
di avviare un corso di laurea per alcuni ufficiali dell’esercito italiano,
temendo (così dicono) la (presunta) «militarizzazione» della loro università,
possono stare tranquilli: quegli ufficiali che loro oggi rifiutano sdegnati,
oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso
fosse necessario”.
Gli interventi governativi travalicano il merito della questione. Evidentemente,
il tema dell’autonomia degli organismi universitari non rientra nei loro
riferimenti culturali e politici. Le loro aspettative non sono state rispettate,
reagendo con dichiarazioni non solo fuori da ogni buona grazia istituzionale, e
da ogni minimo rispetto dell’autonomia universitaria, ma soprattutto spinte al
massimo sul pedale ideologico. L’università è “pluralista”, e quindi niente
“barriere ideologiche”, dice la Presidente del Consiglio. Confermando il frame
ormai consueto, già attivo il mese scorso nelle parole della Ministra della
Famiglia secondo la quale l’università sarebbe in preda alle “ideologie”, “tra i
peggiori luoghi di non riflessione”.
Islamo-gauchisme all’italiana: costruire un nuovo nemico interno
In altre parole, ministri e ministre del Governo italiano continuano a
descrivere le università italiane come contesti che assomigliano a un misto tra
centri sociali e madrase. Accusano, di fatto, le università di quello che in
Francia alcuni ambienti politici e culturali – non solo vicini alla destra –
hanno definito islamo-gauchisme (estrema sinistra islamica, si potrebbe
approssimativamente tradurre).
Questa accusa si stringe in un unico nesso con il tentativo continuamente
rinnovato di isolamento di Francesca Albanese, l’agitazione del pericolo della
costituzione di un partito islamico in Italia “vicino alla sinistra” e le
riforme che stanno interessando l’università. Il nesso rientra sotto il cappello
non dichiarato della normalizzazione e criminalizzazione di ogni dissenso sulle
questioni fondamentali (genocidio e pulizia etnica in Palestina, riarmo e
militarizzazione delle società, crisi economica e guerra permanente). In questa
strategia, il tentativo è quello di costruire l’università che si occupa
criticamente di tali questioni fondamentali come nemico interno, da uniformare,
isolare, marginalizzare anche per far tornare tutti a casa dopo il periodo delle
manifestazioni per e con la Palestina e contro la militarizzazione
dell’università.
Tutelare la critica, praticare la democrazia
In realtà, negli ultimi due anni le università sono semplicemente ridiventate un
luogo di dibattito e prese di posizione nello spazio pubblico italiano (e non
solo). Queste prese di posizione hanno evidenziato che di fronte a un massacro e
a un ecocidio che hanno rapidamente assunto forme tali da integrare la
Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio non è
possibile fare finta di niente. E, così, nelle università, parti crescenti dei
suoi membri, e delle sue componenti, hanno fatto il proprio mestiere: hanno
argomentato, spiegato, mostrato cosa stesse accadendo a Gaza.
Hanno semplicemente svolto il loro lavoro. È stato il Governo italiano – come
quelli di tanti altri Stati – che è invece venuto meno ai propri compiti, tra i
quali – rafforzato dal fatto di aderire alla Corte penale internazionale – c’è
l’impegno a evitare che altri Stati nel mondo perpetrino un genocidio.
Contro questa deriva dei governi e degli Stati l’esercizio della critica è una
necessità, anche perché il resto, compresa la stampa mainstream, si concentra
sulla polvere sotto il tappeto mentre la casa crolla, insistendo, ad esempio,
sulla critica di alcune parole di Francesca Albanese, mentre quasi ignora –
continua a ignorare – le devastazioni materiali inflitte da Israele a Gaza:
oltre 70.000 morti e condizioni di vita estreme per circa due milioni di
persone.
Bisogna riconoscere che il livello dell’attacco ad autonomia e democrazia si è
alzato, anche perché è interno a una strategia neoautoritaria in via di
dispiegamento a sostegno del regime di guerra vigente. Si rende chiara la
necessità di organizzarsi da parte delle diverse componenti universitarie per
preservare la propria autonomia e la democrazia, a partire da quella interna
agli atenei stessi. I movimenti sociali degli ultimi due anni – per restare alla
stretta attualità – hanno evidenziato che l’università è uno spazio che può
contribuire a contrastare l’avanzata di un progetto neoautoritario. Le destre
nazionaliste, del resto, la osteggiano proprio per questa ragione. Chi lavora e
studia nelle università può decidere, quindi, di opporsi a questa deriva
pericolosa per l’intera società, costruendo e mantenendo attivi gli spazi
dedicati alla critica, all’emancipazione e alla libertà verso un’università che
lavori per la demilitarizzazione e la pace.
NOTE
[1] LA RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ STA AVVENENDO ATTRAVERSO DIVERSE INIZIATIVE:
NUOVE LEGGI, NUOVI REGOLAMENTI, LAVORI DI COMMISSIONI AD HOC, ANNUNCI POLITICI E
DELEGHE AL GOVERNO, COME PREVISTO DALL’ARTICOLO 20 DELLA LEGGE 167 DEL 10
NOVEMBRE 2025. È UN INSIEME DI INTERVENTI CHE CONCORRE ALLO STRUTTURALE
RIDIMENSIONAMENTO DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA ITALIANA CHE INCIDE SULLA LIBERTÀ
ACCADEMICA, SULL’AUTONOMIA DEGLI ATENEI E SULLE GENERALI CONDIZIONI DI LAVORO E
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Redazione Italia