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Ad un anno dal “Liberation Day” (i dazi statunitensi): ma di che liberazione parliamo?
Il 2 aprile 2025, Trump, in modo trionfante, presentava nel Giardino delle Rose alla Casa Bianca il Liberation Day, ordine esecutivo n. 14257, “Regulating Imports With a Reciprocal Tariff to Rectify Trade Practices That Contribute to Large and Persistent Annual United States Goods Trade Deficits” (Regolamento delle importazioni mediante un dazio reciproco per correggere le pratiche commerciali che contribuiscono ai deficit commerciali annuali consistenti e persistenti degli Stati Uniti nel settore dei beni). Prendeva avvio così la politica protezionista del nuovo governo americano. Nel discorso di presentazione, Trump illustrò diverse promesse, che a un anno di distanza il comunicato stampa del portavoce della Casa Bianca, Kush Desai afferma che si siano pienamente realizzate. Ecco il surreale testo: “Esattamente un anno fa, il presidente Trump ha abbandonato le illusioni del “libero scambio” per mettere finalmente al primo posto gli americani e l’America. I risultati ottenuti dal Giorno della Liberazione sono stati sorprendenti: oltre 20 nuovi accordi commerciali, investimenti nel settore manifatturiero per trilioni di dollari, prezzi dei farmaci più bassi e un calo del deficit commerciale sui beni. E questo è solo l’inizio della trasformazione del commercio globale voluta dal Presidente: man mano che questi accordi commerciali e di investimento continueranno a produrre effetti e ne verranno firmati altri, gli americani potranno contare sul fatto che il meglio deve ancora venire.”   Ma è proprio vero? La prima promessa riguarda il deficit commerciale. Secondo i dati del Bureau of Economic Analysis, pubblicati il 19 febbraio scorso (i prossimi dati saranno resi noti il 5 maggio 2026), nel periodo  2025-26, dopo il calo di aprile 2025 (effetto annuncio), il deficit mensile della bilancia commerciale è rimasto più o meno costante. Non si è quindi registrato quella riduzione che era stata auspicata e affermata nella dichiarazione precedente. Saldo mensile della Bilancia Commerciale Usa: marzo 2025-febbraio 2026 Ne consegue che il deficit commerciale americano in beni è salito a 1.241 miliardi di dollari nel 2025, rispetto ai 1.215 miliardi del 2024. È un massimo storico. Le importazioni di beni hanno raggiunto 3.400 miliardi di dollari, il 4% in più rispetto all’anno precedente. Gli obiettivi dichiarati auspicavano esattamente l’opposto. Grafico deficit commerciale USA Occorre però aggiungere che l’unica eccezione parziale riguarda la Cina: le importazioni americane da Pechino sono diminuite del 30% nell’ultimo anno e il deficit bilaterale è calato a 202 miliardi di dollari, il più basso degli ultimi vent’anni. Un dato che potrebbe far cantare vittoria a Trump. Tuttavia tale calo non ha ridotto la quantità di beni strumentali cinesi necessari per l’economia Usa. Queste merci non sono, infatti, scomparse ma sono arrivate dalla stesa Cina, attraverso triangolazioni con il Messico, il Vietnam e l’India, che, non a caso, hanno più che compensato il calo cinese. Il deficit totale, difatti, è cresciuto lo stesso. La seconda promessa era la crescita del settore manifatturiero. L’idea era che rendere i prodotti stranieri più cari avrebbe spinto le aziende a tornare a produrre in America, creando posti di lavoro nei settori che il paese aveva perso negli ultimi trent’anni. Il Bureau of Labor Statistics ha pubblicato i dati a febbraio 2026: nelle fabbriche americane l’occupazione manifatturiera è calata di 89.000 addetti. Se si consdera tutto il 2025, sono stati assunti 388.000 lavoratori in meno rispetto al 2024. Il rapporto tra occupati nel manifatturiero e totale degli occupati non agricoli è sceso al livello più basso dal 1939, da quando il Bureau of Labor Statistics registra questo dato, pari all’8% La terza promessa era l’inflazione.  Il tasso di inflazione annuale negli Stati Uniti è salito al 3,3% a marzo 2026, segnando il livello più alto da maggio 2024 e un forte aumento rispetto al 2,4% di febbraio e gennaio. I dati sono stati in linea con le previsioni, con l’aumento principalmente guidato dai costi energetici più elevati (12,5%), soprattutto benzina (in aumento del 18,9%) e olio combustibile (44,2%), a causa della guerra con l’Iran.  Tuttavia se consideriamo solo il dato di febbraio 2026 (quindi al netto degli effetti dell’attacco all’Iran), esso risulta del 2,4, di poco superiore a quello di aprile 2025 (+2,3%). Tasso d’inflazione USA: marzo 2025-marzo 2026 Inoltre, la Federal Reserve Bank di New York in un report pubblicato a febbraio riporta che il 90% del costo dei dazi è stato pagato da consumatori e imprese americane, non dagli esportatori stranieri. Ad un anno di distanza, possiamo affermare che le previsioni di Trump non si sono avverate e non è una sorpresa. Ma tale situazione getta una luce inquietante sulla stabilità dell’economia Usa; una situazione che dipende sempre più dalla capacità del dollaro di rimanere ancora di salvezza come valuta egemone nelle transizioni commerciali internazionali e nelle riserve valutarie. Il processo di dedollarizzazione, acuita dalla sua recente svalutazione, richiede interventi politici e militare in grado di ristabilire una fiducia che oggi non è più garantita dalla performance di mercati finanziari, trainati dalla bolla speculativa dell’intelligenza Artificiale. Una bolla che rischia di scoppiare per la cannibalizzazione della stessa IA nei confronti del settore del software. È anche alla luce di questa situazione che si può spiegare l’interventismo militare di Trump in varie parti del mondo (dal Venezuela all’Iran), nel tentativo (che riteniamo illusorio) di mantenere un’egemonia geopolitica unipolare. ANDREA FUMAGALLI INSEGNA ALL’ UNIVERSITÀ DI PAVIA E ALL’UNIVERSITÀ DI BOLZANO. È MEMBRO FONDATORE DEL BIN.ITALIA, COLLABORA AL SITO EFFIMERA. ORG Redazione Italia
April 30, 2026
Pressenza
La costruzione dell’università critica come nemico interno
L’università come spazio critico (nonostante tutto) Nel 2024 e nel periodo settembre-ottobre 2025 l’università è tornata a essere uno spazio centrale nella società e politica italiana, in particolare nel movimento in solidarietà con la resistenza palestinese. Nonostante il lungo processo di ristrutturazione neoliberista attivo a livello globale dagli anni ’80, accelerato in Italia dai ’90, gli atenei hanno continuato a produrre elaborazioni teoriche dense e critiche degli assetti capitalistici e imperialistici vigenti. Gli ambiti di ricerca della Critical race theory, dell’ecologia politica, degli studi postcoloniali, delle analisi decoloniali, degli studi femministi, ma anche una molteplicità di voci nelle aree degli studi giuridici, della salute, della psicologia, dell’archeologia, così come delle scienze fisiche e naturali, hanno contribuito anche a sostenere le analisi sul genocidio a Gaza e sull’apartheid sistemico in Cisgiordania, comprese quelle della Relatrice ONU Francesca Albanese. Le università, incluse quelle italiane, hanno mantenuto la loro capacità critica dell’ordine esistente e questa si è evidentemente manifestata anche verso la Palestina. Questo protagonismo non è nuovo: l’università, almeno dalla seconda metà del Novecento, ha storicamente svolto la funzione di luogo pubblico di elaborazione culturale e politica, e dunque anche di conflitto. La normalizzazione di Governo La risposta governativa è arrivata prima negli Stati Uniti, con la repressione che negli atenei ha colpito una parte di docenti, studenti e studentesse attive nella denuncia di quello che a Gaza ha sempre più acquisito i caratteri di un genocidio, come è giunta a riconoscere anche la Commissione indipendente sui diritti umani dell’Onu a settembre 2025. Poi ha iniziato a dispiegarsi anche in Italia, preparata negli anni precedenti e orientata principalmente a normalizzare e, in subordine, a reprimere. Nel medio periodo – nel caso italiano, dalla riforma dell’università del 2010 – il processo di normalizzazione si è basato sul terreno preparato dalla soggettivazione neoliberale del precariato che ha eroso la funzione critica della docenza, imbrigliata in valutazioni quantitative, scarsità di risorse pubbliche e crescente burocrazia volta a sottrarre sempre più tempo alla ricerca (e alla vita delle persone), soprattutto alla ricerca collettiva e critica o non immediatamente traducibile nei migliori indicatori di valutazione. Questo processo di normalizzazione si è intensificato attraverso l’ingresso sempre più in profondità ed estensione dell’industria militare negli atenei, spesso attraverso progetti su tecnologie dual use in collaborazione con i principali gruppi produttori di armi in Italia, Leonardo S.p.A. in testa. Nel periodo più breve, negli ultimi dodici mesi, l’accelerazione di questa strategia di attacco è diventata più visibile. Essa si è estesa all’intero corpo dell’università. Non agisce su un livello solo o prevalentemente ideologico ma tende ad aggredire il carattere politico della formazione e ricerca universitaria, le sue strutture di autogoverno, la sua autonomia e, insieme, la sua tenuta economica spinta sempre più allo stremo. In breve, da un lato le riforme in corso (governance degli atenei, valutazione, percorsi di carriera e pre-ruolo, conferma dei tagli finanziari) consolidano, insieme all’ulteriore verticalizzazione del governo degli atenei, il definanziamento e la mancanza di un piano strutturale di reclutamento. Esse, pertanto, rendono la precarizzazione di ricercatrici e ricercatori il destino ineluttabile, a cui solo poche persone fortunate potranno sottrarsi, dando un ulteriore colpo alla libertà accademica. Dall’altro lato, le iniziative politiche e legislative in corso – come la legge sull’antisemitismo/antisionismo approvata al Senato nel mese di marzo 2026, l’ipotesi di riforma dei consigli di amministrazione delle università con un membro di nomina governativa e le prese di posizione dei ministri Crosetto, Meloni e Bernini a dicembre 2025 sul corso di laurea di filosofia da aprire a Bologna esclusivamente per gruppi di militari – tendono a delineare la subordinazione dell’università al controllo politico e ai rapporti organici con le strutture militari[1]. Il (non) caso di Bologna L’Università di Bologna non ha rifiutato l’iscrizione a dei militari. Il Dipartimento di Filosofia di quell’ateneo ha semplicemente valutato di non accettare la proposta di istituzione di un corso di laurea esclusivamente riservato agli allievi dell’Accademia Militare di Modena. Nella sua autonomia il dipartimento ha preso questa decisione e, di conseguenza, l’amministrazione centrale l’ha condivisa. A seguito di questa decisione si sono espressi prima il ministro della Difesa, poi la ministra dell’Università e, infine, la presidente del Consiglio dei ministri. Per quest’ultima, “questo rifiuto implica una messa in discussione del ruolo stesso delle Forze Armate, presidio fondamentale della difesa e della sicurezza della Repubblica, come previsto dalla Costituzione”. Per la ministra dell’Università il corso di laurea si dovrà organizzare, mentre nelle parole del ministro della Difesa “i professori dell’ateneo di Bologna, che hanno rifiutato di avviare un corso di laurea per alcuni ufficiali dell’esercito italiano, temendo (così dicono) la (presunta) «militarizzazione» della loro università, possono stare tranquilli: quegli ufficiali che loro oggi rifiutano sdegnati, oggi, domani e sempre, saranno pronti a difenderli ugualmente, ove e in caso fosse necessario”. Gli interventi governativi travalicano il merito della questione. Evidentemente, il tema dell’autonomia degli organismi universitari non rientra nei loro riferimenti culturali e politici. Le loro aspettative non sono state rispettate, reagendo con dichiarazioni non solo fuori da ogni buona grazia istituzionale, e da ogni minimo rispetto dell’autonomia universitaria, ma soprattutto spinte al massimo sul pedale ideologico. L’università è “pluralista”, e quindi niente “barriere ideologiche”, dice la Presidente del Consiglio. Confermando il frame ormai consueto, già attivo il mese scorso nelle parole della Ministra della Famiglia secondo la quale l’università sarebbe in preda alle “ideologie”, “tra i peggiori luoghi di non riflessione”. Islamo-gauchisme all’italiana: costruire un nuovo nemico interno In altre parole, ministri e ministre del Governo italiano continuano a descrivere le università italiane come contesti che assomigliano a un misto tra centri sociali e madrase. Accusano, di fatto, le università di quello che in Francia alcuni ambienti politici e culturali – non solo vicini alla destra – hanno definito islamo-gauchisme (estrema sinistra islamica, si potrebbe approssimativamente tradurre). Questa accusa si stringe in un unico nesso con il tentativo continuamente rinnovato di isolamento di Francesca Albanese, l’agitazione del pericolo della costituzione di un partito islamico in Italia “vicino alla sinistra” e le riforme che stanno interessando l’università. Il nesso rientra sotto il cappello non dichiarato della normalizzazione e criminalizzazione di ogni dissenso sulle questioni fondamentali (genocidio e pulizia etnica in Palestina, riarmo e militarizzazione delle società, crisi economica e guerra permanente). In questa strategia, il tentativo è quello di costruire l’università che si occupa criticamente di tali questioni fondamentali come nemico interno, da uniformare, isolare, marginalizzare anche per far tornare tutti a casa dopo il periodo delle manifestazioni per e con la Palestina e contro la militarizzazione dell’università. Tutelare la critica, praticare la democrazia In realtà, negli ultimi due anni le università sono semplicemente ridiventate un luogo di dibattito e prese di posizione nello spazio pubblico italiano (e non solo). Queste prese di posizione hanno evidenziato che di fronte a un massacro e a un ecocidio che hanno rapidamente assunto forme tali da integrare la Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio non è possibile fare finta di niente. E, così, nelle università, parti crescenti dei suoi membri, e delle sue componenti, hanno fatto il proprio mestiere: hanno argomentato, spiegato, mostrato cosa stesse accadendo a Gaza. Hanno semplicemente svolto il loro lavoro. È stato il Governo italiano – come quelli di tanti altri Stati – che è invece venuto meno ai propri compiti, tra i quali – rafforzato dal fatto di aderire alla Corte penale internazionale – c’è l’impegno a evitare che altri Stati nel mondo perpetrino un genocidio. Contro questa deriva dei governi e degli Stati l’esercizio della critica è una necessità, anche perché il resto, compresa la stampa mainstream, si concentra sulla polvere sotto il tappeto mentre la casa crolla, insistendo, ad esempio, sulla critica di alcune parole di Francesca Albanese, mentre quasi ignora – continua a ignorare – le devastazioni materiali inflitte da Israele a Gaza: oltre 70.000 morti e condizioni di vita estreme per circa due milioni di persone. Bisogna riconoscere che il livello dell’attacco ad autonomia e democrazia si è alzato, anche perché è interno a una strategia neoautoritaria in via di dispiegamento a sostegno del regime di guerra vigente. Si rende chiara la necessità di organizzarsi da parte delle diverse componenti universitarie per preservare la propria autonomia e la democrazia, a partire da quella interna agli atenei stessi. I movimenti sociali degli ultimi due anni – per restare alla stretta attualità – hanno evidenziato che l’università è uno spazio che può contribuire a contrastare l’avanzata di un progetto neoautoritario. Le destre nazionaliste, del resto, la osteggiano proprio per questa ragione. Chi lavora e studia nelle università può decidere, quindi, di opporsi a questa deriva pericolosa per l’intera società, costruendo e mantenendo attivi gli spazi dedicati alla critica, all’emancipazione e alla libertà verso un’università che lavori per la demilitarizzazione e la pace.   NOTE [1] LA RIFORMA DELL’UNIVERSITÀ STA AVVENENDO ATTRAVERSO DIVERSE INIZIATIVE: NUOVE LEGGI, NUOVI REGOLAMENTI, LAVORI DI COMMISSIONI AD HOC, ANNUNCI POLITICI E DELEGHE AL GOVERNO, COME PREVISTO DALL’ARTICOLO 20 DELLA LEGGE 167 DEL 10 NOVEMBRE 2025. È UN INSIEME DI INTERVENTI CHE CONCORRE ALLO STRUTTURALE RIDIMENSIONAMENTO DELL’UNIVERSITÀ PUBBLICA ITALIANA CHE INCIDE SULLA LIBERTÀ ACCADEMICA, SULL’AUTONOMIA DEGLI ATENEI E SULLE GENERALI CONDIZIONI DI LAVORO E RICERCA Redazione Italia
March 21, 2026
Pressenza