Tag - michele lucivero

Puglia militarizzata: dai missili Jupiter alla scuola in divisa. Le ragioni della Marcia Gravina-Altamura
«Educare i bambini al senso della pace dovrebbe essere obbligatorio in un Paese civile. Eppure, una volta all’anno i ragazzini sono invitati a giocare con i cannoni veri». Con queste parole esordisce il giornalista nel servizio che qui abbiamo pubblicato risalente al 1963, durante il quale egli assiste attonito ai bambini e bambine frequentanti un collegio internazionale di Roma mentre salgono e scendono da mezzi militari. Questo frammento di cinegiornale risale al 1963 ed è un documentario girato e firmato da Cesare Zavattini in occasione della prima Marcia per la pace Gravina-Altamura del 13 gennaio 1963. In quella circostanza migliaia di persone si misero in cammino per manifestare contro l’installazione delle basi militari con missili Jupiter in tutta la Murgia. La militarizzazione della Murgia con le basi militari e i “sistemi d’arma Jupiter” era cominciata il 5 settembre 1959 e si era conclusa il 20 giugno 1961, periodo durante il quale il sud Italia venne armato con dieci campi di lancio, due in Basilicata e otto in Puglia (Spinazzola, Gravina, Altamura, Acquaviva, Gioia del Colle, Laterza, Mottola) su una superficie cerealicola un tempo incontaminata e oggi sempre più devastata non solo dalle servitù militari, ma anche da rifiuti di ogni tipo e perfino dal tentativo di iniettarla di scorie nucleari. Furono intellettuali come Tommaso Fiore, figura di spicco del meridionalismo democratico e socialista e fermo oppositore del regime fascista, e Fabrizio Canfora, filosofo e antifascista attivo nelle Brigate Giustizia e Libertà, padre del più noto Luciano, a stilare un Appello per costituire un Comitato Promotore per la Marcia della Pace. A supporto dell’iniziativa svoltasi il 13 gennaio 1963 giunsero anche messaggi di sostegno da parte di Carlo Levi, Aldo Capitini e Bertrand Russel (cfr. Piero Castoro, La Murgia nella guerra fredda: dalle basi missilistiche agli itinerari di pace, Torre di Nebbia, Altamura 2010). Se a distanza di 63 anni torniamo a chiedere di smilitarizzare la Puglia con una nuova marcia per pace prevista per il 24 ottobre 2026, probabilmente, vuol dire che in questi anni grandi passi in avanti non sono stati compiuti, come sostiene il giornalista del cinegiornale, per «Educare i bambini al senso della pace». Anzi, ciò che in questi anni registriamo con l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università è esattamente il contrario, cioè un massiccio investimento in armi e un pernicioso coinvolgimento delle nostre forze armate in teatri di guerra internazionali, il tutto corredato e sostenuto da una martellante propaganda militarista nelle nostre scuole e nelle università. Oggi, come mostrano le inequivocabili immagini che raccogliamo nel nostro quotidiano lavoro di denuncia, dalla Fiera del Levante di Bari fino a Taranto, passando dalla stessa Altamura, Gioia del Colle e Trani, la militarizzazione della nostra terra è piuttosto evidente nella miriade di iniziative che vedono coinvolte le forze armate nelle scuole. L’educazione alla pace, se non viene considerata sospetta perché politicamente compromettente e, quindi, censurata (come accaduto al nostro convegno del 4 novembre 2025), viene spesso trascurata all’interno delle scuole oppure diventa marginale, trattata negli anfratti di ore residuali da dedicare all’educazioni civica. Bari, Fiera del Levante Taranto Altamura Gioia del Colle militari-scuola Trani Oggi vedere bambini e bambine che salgono e scendono dai carri armati e che imbracciano le armi non fa nemmeno più tanto effetto, considerando che per la gente del sud quello sbocco lavorativo potrebbe essere addirittura un vanto per genitori che vedono affermarsi e sistemarsi figli e figlie destinate/i all’inoccupazione. Stando, infatti, ai dati raccolti qualche anno fa dal network trmtv.it, dopo la Campania, con il 28% del totale degli arruolati, la Puglia occupa la seconda posizione con il 16,7% di militari. Si tratta, del resto, di dati confermati anche da Michele Emiliano, ex governatore della Puglia, il quale nel 2020 affermava con motivo di vanto: «più di un terzo delle forze armate italiane è fatta da pugliesi, quindi noi sappiamo obbedire!»…evidentemente siamo lontani anni luce dalla cultura nonviolenta di don Lorenzo Milani, per cui l‘obbedienza già nel 1965 non era più considerata una virtù. Quei dati sull’arruolamento dei meridionali vengono ancora confermati per tutto il 2024 (clicca qui), per cui è chiaro che in tempi come i nostri, caratterizzati da instabilità internazionale, corsa al riarmo e nazionalismo montante (gli stessi eventi scatenanti la Prima guerra mondiale), la riserva di 40.000 unità per le guerre da combattere sarà ovviamente ricercata nelle nostre scuole del sud con iniziative di orientamento, carriere in divisa e Formazione scuola-lavoro. Dati TRMTV Dati TRMTV Se, dunque, a distanza di 63 anni da quel lontano 1963 siamo ancora qui in Puglia a chiedere alla cittadinanza pacifista, nonviolenza e antimilitarista di partecipare alla Marcia per la pace Gravina-Altamura del 24 ottobre 2026 è perché bisogna ancora ribadire con chiarezza e senza ambiguità politica o elettorale alcuni punti chiave delle richieste che la società civile muove alle istituzioni, come si desume dal Dossier e dall’Appello, ad esempio: NO al riarmo europeo; NO all’invio di armi in Ucraina; NO alle basi militari NATO e americane sul nostro territorio; NO alla militarizzazione delle scuole e delle università; NO alle scorie nucleari sul nostro territorio; NO alle industrie di guerra Leonardo SpA e Avio Aero GE Aviation sul nostro territorio; NO alle complicità con l’entità sionista di Israele che commette genocidio ai danni della popolazione palestinese. SÌ ALLA PACE, AL LAVORO, ALL’AMBIENTE, ALLA LIBERTÀ DI MOVIMENTO E ALL’AUTODETERMINAZIONE DEI TERRITORI. PRIMA DI TUTTO LA PACE MARCIA GRAVINA-ALTAMURA 24 OTTOBRE 2026 Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Bardonecchia, i bambini tra corse vietate e prontezza militare con le forze dell’ordine
«Alla primaria non ci fanno più correre in cortile: è pericoloso». Questa è l’informazione che un bambino appena entrato in prima classe della primaria fornisce a mio nipote che, nello stesso cortile della stessa scuola, ancora nella sezione della scuola dell’infanzia, può correre. Occorre smettere di correre, di giocare ad acchiapparella, di saltare la corda, di andare in bicicletta per fare altro. Cosa? La prontezza prevista nel novero delle abilità non cognitive (soft skills) si guadagna in altri modi. E dire che le soft skills sono insieme fisiche, emotive e cognitive, perché i corpi che noi siamo non vivono in schizofrenica separazione fra facoltà mentali e abilità, destrezza fisiche. Aggiungo che, quando da dirigenti scolastici ci fecero fare i corsi al CONI per addestrare a nostra volta i docenti (lo so: è quasi comico), ci ricordavano a ogni lezione che le abilità primarie, di base, che presiedono all’armonia del movimento, sono correre, saltare, rotolare, lanciare, afferrare. Dove, allora, possono oggi esercitarle i bambini e le bambine? Non nei cortili, meno che mai in quelli condominiali, non nei parchi pubblici. Non per coloro che vivono in periferia, a Roma ad esempio, perché sono pochi, mal messi, spesso luoghi di spaccio. Riflessioni che vengono in mente guardando un filmato inviato come segnalazione all’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università (https://www.facebook.com/reel/1346086810476006). Siamo a Bardonecchia, piccolo comune dell’Alta Val di Susa, Piemonte, posto non tanto di valligiani ma di villeggianti di lusso: la neve prestigiosa dei principi del capitalismo italiano, gli Agnelli, i Nasi, i Pininfarina (clicca qui). Tuttavia, le creature piccole sono tali in ogni luogo, giocano, ridono e imparano, qui fra i ricchi e nelle discariche o fra le macerie. Infatti, i bambini e le bambine che vediamo per pochi minuti sono ridenti, felici, e felici lo sono i poliziotti che li issano sulle potenti motociclette, che mostrano loro le attrezzature che servono a garantire la sicurezza dei cittadini, dei bambini e le bambine in primis. Felici coloro che plaudono nei commenti all’iniziativa, esperienza bellissima, di cui render grazie. Questo il mantra che i filmati, ne arrivano a centinaia, veicolano: la destrezza, la velocità, si imparano grazie all’imitazione di quel che viene mostrato dagli eroi in divisa. I neuroni specchio lavorano bene nelle giovani menti infantili, le sinapsi si muovono veloci. In altri filmati si vedono inseguimenti di scippatori e ladri in fuga (corrono!!!), e corrono i cani e i cavalli, anche loro – come direbbe la mia amica antispecista – creature ingenue dal cuore limpido come quello dei bambini, ma altrettanto plasmabili. Questione di addestramento a vedere, a provare, a immaginare di diventare forti, nuovi guerrieri nel quotidiano tran-tran delle nostre vite vulnerabili. Esiste una memoria dei gesti e una memoria emotiva. Se mi insegnano come impugnare un’arma, se mi fanno vedere quanto è potente e minaccioso, proprio per struttura, un mezzo militare, anche solo una grossa motocicletta, se mi insegnano a stare su una torretta per individuare un nemico, se mi dicono che la polizia attiva la sirena e corre in barba a qualsiasi divieto, se mi fanno credere che tutto questo è un bene, qualcosa che mi fa stare bene, sicuro, impugnerò quell’arma in futuro, cercherò il cecchino o lo diventerò, correrò forte perché a me è permesso. Logiche della memoria e logiche del potere. Perché, checché ne dicano i soloni della difesa, della sicurezza dal rischio che si elimina nel prevenirlo, siamo animali che si vulnerano, facilmente, si danneggiano, basta vivere, e si sa. Questo non vuol dire che siamo fragili e da proteggere. La fragilità viene dopo, quando abbiamo sperimentato la vulnerabilità, ed è bene che questa esperienza avvenga. La vulnerabilità nostra e dell’altro, di qualsiasi vivente, è fragilità soprattutto all’inizio e alla fine della vita, vale per una donna, un uomo, per un cane, per un albero. Si chiama ecopedagogia la cultura dell’educazione a vivere senza violenza la casa comune, a farsene carico. Ed è il contrario della psicoistruzione (Michele Lucivero, Andrea Petracca in AAVV, Cantiere scuola. Scavare nelle macerie e ricostruire fra utopie, visioni e attrezzi per andare oltre, Aracne, Roma 2026 p. 356), quella che si appropria del corazòn infantile (cuore e mente come dice il matematico Fernando Zalamea) e divora dentro. Un approfondimento su cui educatori, genitori, attivisti dovremmo sostare, è come proteggere davvero la vulnerabilità infantile.  Manon Pignot ha ricordato, in un convegno del 2025, a cura della Società delle Storiche, che crescere in contesti di guerra e genocidio dove si muore come Naza (effetto collaterale della strategia di guerra), vuol dire stare sotto il segno della violenza che, nelle parole della storica francese, è uno specchio del disordine sociale sperimentato come ingiustizia a cui far seguire risentimento e odio (clicca qui). La spirale continua a girare. Renata Puleo, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Roma, 2-3 ottobre 2026: al via il Festival della Nonviolenza con Osservatorio contro la militarizzazione
A ROMA PRENDE IL VIA IL “FESTIVAL DELLA NONVIOLENZA”: DUE GIORNI DI DIBATTITI, CULTURA E SPETTACOLI PER COSTRUIRE LA SOCIETÀ DELLA CURA Il 2 e 3 ottobre 2026, gli spazi di Extra Libera in Via Stamira 5 ospiteranno panel tematici, presentazioni di libri, laboratori per bambini e performance artistiche. Ingresso rigorosamente gratuito. Due giorni interamente dedicati al dialogo, ai diritti umani, al disarmo e alla risoluzione pacifica dei conflitti. Il 2 e 3 ottobre 2026 fa tappa nella Capitale il “Festival della Nonviolenza”, un ricco contenitore di eventi culturali e sociali che si svolgerà presso Extra Libera (Via Stamira, 5) con ingresso libero per tutta la cittadinanza. L’iniziativa nasce con il sostegno dell’Otto per Mille della Chiesa Valdese, di Energia per i Diritti Umani APS, della 4ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, di Eirenefest e dell’Assessorato alla Scuola, Formazione e Lavoro di Roma Capitale, oltre a vantare prestigiosi patrocini accademici tra cui la Sapienza Università di Roma, l’Università Link Campus, l’Università degli Studi Roma Tre e la University for Peace dell’ONU. Il festival si propone come uno spazio di riflessione collettiva per uscire dall’economia della guerra e superare la cultura della violenza, promuovendo modelli educativi inclusivi e pratiche di solidarietà internazionale. Il Programma in sintesi: * Venerdì 2 ottobre (dalle ore 16:00): Dopo i discorsi di apertura, il pomeriggio entrerà nel vivo con importanti presentazioni editoriali incentrate sul servizio civile e sulla realtà del carcere femminile di Rebibbia. Alle 18:00 si terrà il panel “Oltre l’emergenza: Governare le migrazioni, liberare il linguaggio”, moderato dalla giornalista Rai Cecilia Rinaldini. La serata proseguirà con una cena afghana e gli spettacoli della Banda della Scuola Popolare di Musica di Testaccio e delle danze africane. * Sabato 3 ottobre (Mattina e Pomeriggio): La giornata di sabato vedrà alternarsi dibattiti paralleli distribuiti nelle sale “Montessori”, “Capitini” e “Dolci”. Tra i temi cardine: il legame tra genere e nonviolenza, le strategie di disarmo e la finanza geopolitica, e il rapporto tra ambiente e conflitti. Nel pomeriggio, ampio spazio sarà dedicato alla “comunità educante” con un panel sull’educazione nonviolenta nelle scuole, affiancato dal laboratorio creativo per bambini OCEAM, incentrato sull’accoglienza e l’empatia. * Chiusura e Spettacoli (dalle ore 19:30): Dopo la restituzione pubblica dei lavori dei 5 panel e una cena senegalese, la manifestazione si concluderà alle 21:00 con gli interventi finali di autorevoli relatori, tra cui Roberto Savio (UPEACE – Università per la pace dell’ONU) e i portavoce della Marcia Mondiale per la Pace. La chiusura festosa sarà affidata allo spettacolo “Le Danze di Piazza Vittorio”. L’iniziativa all’interno del festival che vede la partecipazione dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università si svolgerà il 3 ottobre dalle ore 10:00 alle ore 12:00 in una tavola rotonda nella Sala Montessori dal titolo “Disarmiamoci: come uscire dall’economia della guerra e dalla cultura della violenza per costruire la società della cura”. L’intervento specifico dell’Osservatorio è affidato a Michele Lucivero, all’interno di un dibattito moderato da Antonella Trocino e che vede la partecipazione di altri esponenti di associazioni pacifiste e di solidarietà internazionale (come CIPAX, ATTAC Italia, Sbilanciamoci! e Assopace Palestina). L’evento rappresenta un’occasione unica per accendere i riflettori sulla complessità del presente e per fornire a cittadini, studenti ed educatori gli strumenti per orientarsi verso una cultura della cura e dei diritti universali. Qui tutto il programma del Festival a Roma. Programma festival nonviolenza 23.09.2026 (1)Download -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Educazione militare ed esercito nelle strade: il fascismo eterno e conclamato di Vannacci e non solo…
IL LEADER DI FUTURO NAZIONALE SCANDALIZZA CON LE SUE PROPOSTE REPRESSIVE, MA SI LIMITA AD ESPLICITARE MEGLIO CIÒ CHE DA ANNI VIENE ALIMENTATO DA MEDIA E POLITICA. Tanto clamore sta suscitando la lettura del programma politico di Futuro nazionale, il neonato partito fondato dal generale della Brigata Folgore Roberto Vannacci, che si sta infilando  nella tornata elettorale del prossimo anno con l’adeguato clamore mediatico, giusto quello che serve per arrivare a lambire il 10% dei consensi. Tra le proposte che hanno suscitato più scalpore, accanto all’introduzione di un Reddito di Rinascita per le madri, di un Mutuo Tricolore e alla contrarietà ad aborto ed eutanasia, vi sono almeno due punti che hanno fatto indignare gli esponenti del pensiero liberale e democratico, cioè l’utilizzo dell’esercito nelle strade, per renderle più sicure, dicono, e l’introduzione di un insegnamento relativo all’educazione militare nelle scuole con possibilità di estendere la formazione militare in campi estivi militarizzati. Ora, davvero non si comprende dove sia la novità di queste misure, se non quella di rendere esplicito ciò che da anni serpeggia implicitamente nella società civile, alimentato anche da think tank e opinion leader sia di destra sia di sinistra. Partiamo, però, dalla messa a fuoco del problema. Da diversi anni imperversa in Italia una certa tendenza a leggere il disagio giovanile come un problema educativo/valoriale con notevoli ricadute sull’ordine pubblico. Il problema della sicurezza nelle città, dalle periferie ai centri sempre più gentrificati, viene alimentato dalla percezione di un fenomeno diffuso, tanto reale quanto montato e sfruttato ad hoc per poter governare meglio sotto l’urgenza del controllo. Si tratta della presenza dei cosiddetti maranza, nome collettivo di provenienza lombarda che si è imposto in tutto il paese – e questo la dice lunga sul luogo in cui si produce l’universo simbolico culturale e l’agenda politica in Italia – che indica giovani debosciati e spavaldi, perdigiorno rigorosamente abbigliati di capi griffati contraffatti che sguazzano a tutte le ore con monopattini e bici elettriche. Non una novità, dal momento che da nord a sud l’esercito di coatti, tamarri, grezzi, cuozzi, truzzi, sgionfi, zagni, zaguari, cozzali (e pensare che Luca Medici ha fatto fortuna con il personaggio di Chec-cozzalone) ha sempre rappresentato quella sacca di gioventù criminalizzata, perlopiù economicamente e culturalmente deprivata che, ai margini della società civile, metteva a rischio le sicurezze e le proprietà del resto della cittadinanza imborghesita tra furti, contrabbando e pacchi. Un problema socio-economico, dunque, al quale anziché trovare adeguate soluzioni di ordine materiale, economico e culturale si risponde con la repressione, il controllo e la sanzione, misure di cui si fanno carico sia le amministrazioni di destra sia di quella sinistra inattiva, ideologicamente compromessa, che potremmo definire mal-destra, che esulta davanti ai numeri delle sanzioni comminate, dei mezzi sequestrati e delle punizioni inferte ai nemici della quiete pubblica borghese che chiede sicurezza per i propri beni. Per contrastare la devianza giovanile e la microcriminalità da anni, in realtà, sono operativi programmi di militarizzazione delle strade. Al di là della presenza sempre più militarizzata e armata della Polizia locale, direttamente dislocata dai sindaci, sono 58 le province italiane, con amministrazioni di diverso colore, in cui è attiva l’operazione Strade Sicure, che impiega circa 6.800 militari a presidio di aree sensibili nei centri urbani in collaborazione con le Forze di Polizia. Analogamente l’operazione Stazioni Sicure, coordinata dalla Polizia Ferroviaria e supportata dai contingenti militari copre l’intero territorio italiano per contrastare attività illecite e degrado con il plauso di una grossa fetta della popolazione, che crede così estirpato alla radice il fenomeno della sicurezza mediante il controllo capillare in una forma di fascistizzazione strisciante della società. Al tempo stesso, il tentativo di correggere l’atteggiamento debosciato della gioventù ampiamente criminalizzata è entrato da anni nelle scuole con l’idea che la sospensione della naja abbia dato la stura a un atteggiamento molliccio dei giovani, recuperabile solo con la ripresa della retorica eroica, con un po’ di machismo e con il disprezzo dei più deboli, non a caso tre caratteristiche di quello che Umberto Eco definiva Ur-fascismo o fascismo eterno. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci. Per di più, sono anni che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università denuncia un dilagante militarismo nelle istituzioni scolastiche in virtù di protocolli in voga dal 2015, cioè con il governo di centrosinistra di Matteo Renzi, mediante i quali le Forze Armate entrano nelle scuole per fare alternanza scuola-lavoro (poi Pcto, poi Fsl) con studenti e studentesse che si recano in caserma; oppure per svolgere lezioni di educazione civica sugli argomenti più disparati sottratti alle associazioni della società civile; oppure per fare orientamento alle «Carriere in divisa» e arruolare giovani in percentuali massicce dal sud, sottraendoli al disagio per mandarli in guerre che non ci appartengono. Sono anni che l’Osservatorio denuncia l’utilizzo delle palestre scolastiche per la Ginnastica Dinamica Militare Italiana, esempio di training militare utile per forgiare carattere e temperamento, oppure campi estivi per i più piccoli con il corpo militare degli Alpini, che, per quanto possano suscitare simpatia, sono pur sempre dei corpi armati. E tutto ciò accade nonostante il clamore e il programma di Futuro nazionale di Vannacci. E, allora, dov’è la novità politica di Futuro nazionale del generale Vannacci? Evidentemente, l’originalità sta solo nel rendere esplicita, conclamata e più rapida quella implicita militarizzazione della società civile che già da tempo è stata assunta come la panacea dei problemi sociali del nostro paese. Nemmeno originale, del resto, è l’idea dell’istituzione dell’ora di educazione militare nelle scuole, non solo perché, nel generale clima guerrafondaio di tutta Europa, essa è stata introdotta, ad esempio, già in Lettonia, in Polonia e in alcune aree della Germania con la Jugendoffizier, ma soprattutto perché essa era il fiore all’occhiello del programma scolastico fascista. Introdotta nel 1934 e potenziata nel 1935, in occasione della guerra d’Etiopia, l’ora di educazione militare venne poi perfezionata nel 1938, all’indomani della deflagrazione totale dell’Europa. A questo proposito, considerata la vaghezza della proposta attuale, vorremmo suggerire al generale Vannacci di rispolverare il vecchio programma di Cultura militare nelle scuole medie di epoca fascista, che affidava l’insegnamento alle Milizie Volontarie per la Sicurezza Nazionale (Mvsn) per ben trenta ore annuali e prevedeva, tra le altre cose, amenità come: «La necessità della gerarchia e della subordinazione. Comando ed obbedienza sono atti di uguale dignità. Carattere e disciplina come requisiti indispensabili delle Forze Armate e come fattori fondamentali di successo», oppure elementi più concreti e utili per la vita quotidiana, come: «Armi individuali: fucile, moschetto, bomba a mano, pugnale. Armi collettiva: di assalto: fucile mitragliatore, mortaio d’assalto; di accompagnamento: mitragliatrici, mortaio da 81, pezzo da 47, carro armato (d’assalto e di rottura), cannone da 65/17» (E. Grillo, La cultura militare nelle scuole medie, Napoli 1938). Ecco, forse con queste nozioni riusciremo a risolvere definitivamente la questione della devianza giovanile e dei maranza, nella convinzione, che fu di chi prima di Vannacci istituì l’ora di educazione militare nelle scuole, che: «La sobria ed efficace esaltazione degli eroi delle guerre recenti, diretta a raggiungere le vie del sentimento, concorrerà largamente a suscitare lo spirito guerriero nell’animo dei giovanissimi». Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università Pubblicato su Jacobin Italia. Pubblicato anche su www.agorasofia.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Giovedì, 10 settembre: incontro Coordinamento nazionale No Riarmo con Osservatorio contro la militarizzazione
GIOVEDÌ 10 SETTEMBRE, ORE 19:00-21:00 Secondo incontro online del Coordinamento nazionale No Riarmo (CNNR) con rappresentanti di altre associazioni, comitati, partiti per ragionare insieme sulle loro posizioni e proposte: ·        come costruire un movimento di massa unitario e plurale per l’Italia fuori della guerra e contro il riarmo; ·        come contribuire a dare al movimento contro la guerra e il riarmo una rappresentanza politica in Parlamento. Relazioni di: ·        Marta Collot, coportavoce nazionale di Potere al Popolo (PaP) ·        Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ·        Rosa Siciliano, direttrice editoriale di “Mosaico di pace”, rivista mensile promossa da Pax Christi Italia ·        Paolo Ferrero, direttore del periodico mensile “Su la testa. Argomenti per la rifondazione comunista” Per iscriversi alla riunione: HTTPS://US02WEB.ZOOM.US/MEETING/REGISTER/N–8WYZORPW5GULHMZWB4W Dopo l’iscrizione, si riceverà una e-mail di conferma con le informazioni necessarie per entrare nella riunione. Si consiglia di iscriversi con buon anticipo per poter prendere la sala virtuale ZOOM adeguata ad ospitare tutti i partecipanti. Se non si riceve il link di iscrizione (in genere è per un errore di scrittura del proprio indirizzo e-mail) scrivere a  articolo11@art11.it Ore 19:00 Relazioni degli ospiti invitati. Durata prevista di ogni relazione introduttiva: 15’ Ore 20:10 Domande e interventi dei partecipanti in sala virtuale ZOOM. Si prevedono massimo 8 interventi di durata non superiore ai 4’. Per intervenire, prenotarsi scrivendo all’indirizzo articolo11@art11.it, indicando nome, cognome, associazione (partito, sindacato, comitato) di riferimento, città in cui si opera e argomento della domanda/intervento. Selezione e ordine degli interventi saranno stabiliti dalla segreteria del Coordinamento nazionale Ore 20:45 Risposte e repliche dei relatori (5’ a testa) * * * BARI, LUNEDÌ 14 SETTEMBRE, ORE 19:00 c/o MarxVentuno, II strada Borrelli 34. Dopo il n. 125 (ass. Kronos, scuola di recupero) di via Buccari. Al cancello citofonare al 51. Giornata del tesseramento al Comitato Articolo 11 – L’Italia ripudia la guerra (nuova tessera 2026-27) Ø  PRESENTAZIONE DEL PROGRAMMA DI ATTIVITÀ per il quadrimestre settembre-dicembre Ø  FUORI LA GUERRA DALLA STORIA Il canto di protesta contro la guerra Con Pino di Lenne, Cedro e Sidera * * * L’incontro del 26 agosto è sul canale youtube di “Articolo 11”: https://www.youtube.com/watch?v=Eng56jQTR3s Introduzione di Andrea Catone al I incontro con rappresentanti di associazioni, comitati, partiti per: 1.     Dare vita a un movimento di massa contro la guerra, il più ampio, unitario e inclusivo possibile 2.     Esaminare la possibilità di dare al movimento contro la guerra rappresentanza politica in Parlamento Giorno dopo giorno la “guerra mondiale a pezzi” si amplia e si intensifica. I pezzi di questa guerra si ricongiungono. Il governo Zelensky, che a fine febbraio invocava l’aggressione militare di USA e Israele contro l’Iran, fornisce supporto e tecnologie militari ai paesi arabi del Golfo alleati di USA e Israele. Il carattere fondamentale di questa guerra mondiale è costituito, al di là delle peculiarità delle diverse situazioni locali, dallo scontro tra imperialismo occidentale – USA, NATO, UE, G7, Israele – volto a mantenere un ordine mondiale basato sullo scambio ineguale, il neocolonialismo, lo sfruttamento e il dominio economico-finanziario e politico-militare sul Sud globale, con la pretesa di essere l’unica forma di libertà e democrazia al mondo, da un lato, e, dall’altro, i Paesi che chiedono un diverso ordine mondiale, economico-sociale e politico, basato su coesistenza pacifica, rapporti paritari reciprocamente vantaggiosi, riconoscimento della pluralità di storie, culture, sistemi politici ed economici delle diverse civiltà. È ciò che viene sintetizzato spesso nella formula dello scontro tra “mondo unipolare” e “mondo multipolare”. La guerra è oggi la questione principale e prioritaria che abbiamo di fronte. Non una questione tra le tante, ma la questione delle questioni. La guerra sovradetermina tutte le altre questioni, dalla politica economica, che si indirizza sempre più verso il riarmo a detrimento della spesa sociale, alla militarizzazione delle menti, delle scuole e della società. Oggi si richiede una fondamentale scelta di campo. Il Coordinamento nazionale NORiarmo, costituitosi lo scorso anno sull’onda della petizione di gennaio 2025 contro il decreto di sostegno militare all’Ucraina (cfr. Peacelink, https://www.peacelink.it/editoriale/a/50492.html), ritiene che, insieme con le manifestazioni di indignazione, protesta, condanna del genocidio, occorra operare politicamente per ottenere risultati concreti, trasformando la protesta in rivendicazione politica determinata, puntuale, chiara e non ambigua. Come cittadini poniamo al parlamento e al governo del nostro Paese una richiesta precisa che si esprime nello slogan: Fuori l’Italia dalla guerra!. Interruzione immediata di ogni sostegno economico, militare, politico, diplomatico all’Ucraina nella guerra contro la Russia. Interruzione di ogni rapporto politico-diplomatico, militare, economico-finanziario con lo stato genocida e terrorista di Israele. Nessun sostegno all’aggressione di USA e Israele contro l’Iran, rifiuto di aderire alle sanzioni illegali imposte dagli USA. Nessun sostegno alle aggressioni USA, economiche e militari ai Paesi dell’America Latina per rimettere sotto il loro tallone di ferro i movimenti di emancipazione, dal Venezuela a Cuba, assediata da un embargo pluridecennale. Fuori l’Italia dalla guerra è l’obiettivo immediato e la discriminante essenziale. Nella situazione attuale, che vede ogni giorno, ogni ora l’escalation bellica contro la Russia, alimentata sempre più massicciamente dalla UE e dal Regno Unito – che, pur fuori UE, è oggi il leader della strategia militare contro la Russia – non sono ammissibili ambiguità o mezze misure: o si rivendica e si agisce di conseguenza per l’immediata uscita dell’Italia dalla guerra, o si è per la prosecuzione della guerra, a fianco dei guerrafondai, i quali in gran parte si dichiarano fautori di “una pace giusta e duratura”, ottenibile a loro dire con l’intensificazione della guerra alla Russia per indurla a trattative. Questa strada ha portato in oltre 4 anni di guerra solo all’intensificazione e alla escalation. Il Coordinamento nazionale NORIARMO lavora, nel massimo di cooperazione e dialogo costruttivo con gli altri coordinamenti, comitati, associazioni, per dar vita a un movimento unitario e plurale che abbia come obiettivo discriminante e unificante, senza ambiguità o mezze misure, quello del Fuori l’Italia dalla guerra! L’incontro di oggi si iscrive nella nostra azione per costruire il massimo di unità possibile, nel massimo di chiarezza e determinazione. Riteniamo che “Fuori l’Italia dalla guerra” sia l’obiettivo realisticamente unificante, su cui può convergere un reale movimento di massa, quanto mai necessario in questa situazione, non limitato a generose e coraggiose avanguardie. Su questo siamo impegnati a lavorare proponendo e costruendo comitati/coordinamenti unitari nei territori. Il radicamento territoriale è fondamentale per lo sviluppo di un movimento di massa reale. I comitati territoriali possono dar vita ad iniziative locali – manifestazioni, presidi, ecc. – che possono convergere in giornate nazionali di mobilitazione contro la guerra. Proprio perché ci poniamo sul terreno della lotta politica concreta contro la guerra, non possiamo ignorare il terreno della rappresentanza politica nel parlamento nazionale, poiché è lì che si decidono ancora le cose (anche se è in atto da anni l’attacco alla centralità del Parlamento stabilita dalla Costituzione antifascista del 1948). Per questo, non possiamo non porci la questione delle prossime elezioni politiche. In merito alla questione fondamentale della guerra, constatiamo che vi è qui un falso bipolarismo: il Partito democratico ha approvato – in sede italiana e nelle votazioni del parlamento europeo – tutte le mozioni di sostegno militare, economico, politico, ideologico all’Ucraina contro la Russia. Sulla questione fondamentale della guerra contro la Russia le posizioni di PD e FdI convergono. Si può notare anzi che nei grandi media vicini al PD prevale una posizione più oltranzista di quella della leader di FdI, che nell’ultimo incontro dei “Volenterosi”, ha rifiutato formalmente l’invio di militari e di missili in Ucraina. Occorre fare della questione della guerra il tema principale della campagna elettorale, quello su cui si devono misurare effettivamente le forze in campo. Come operiamo per la costruzione di un movimento di massa reale e unitario, senza ambiguità, per l’Italia fuori della guerra, così auspichiamo la costruzione di un ampio schieramento di forze – unitario e plurale – che possa dare al nostro Paese una rappresentanza politica al movimento contro la guerra. Le direttrici di fondo del suo programma – da cui discendono fondamentali scelte di politica economica, sociale, culturale – si possono individuare nei due pilastri a) della Costituzione antifascista di democrazia economico-sociale del 1948, col suo fondamentale articolo 11, e, b) della fuoriuscita dell’Italia dalla guerra e dal sistema di guerra. Ci auguriamo che questi incontri con rappresentanti di associazioni, partiti, comitati, movimenti che si schierano contro la guerra possano favorire la costruzione di una coalizione di forze politiche, sociali, sindacali, culturali sulla base di questi due fondamentali pilastri. Oggi i poteri finanziari e militari dell’imperialismo stanno spingendo il mondo verso la catastrofe. Oggi abbiamo l’imperativo morale oltre che politico di fermarli, dotandoci degli strumenti più adeguati allo scopo. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Il mito del patriarcato mediterraneo tra ideologia e militarizzazione del potere
Prestando bene attenzione a non farne una questione con un radicamento storico o sociologico, per evitare di attribuire realtà sostanziale ad un costrutto inventato e magari finire con legittimare profezie che si autoavverano o miti di fondazione, non diversamente da come accaduto per l’entità sionista in Palestina fondata sul mito religioso della Terra promessa, sarebbe il caso di provare a circoscrivere la boutade del “patriarcato mediterraneo” dal punto di vista del riferimento politico al quale punta il generale Vannacci con il suo partito per le prossime elezioni. È chiaro che quando parla di patriarcato mediterraneo, il caudillo italiota intende strizzare l’occhio ad un elettorato di destra non propriamente liberale o liberista, ma un po’ retrogrado, conservatore e inculturato, quello che vede nella cultura femminista, LGBTQ+, woke e accogliente un pericoloso tentativo di delegittimazione del maschio o, meglio, di quello che è il mito del maschio potente, bianco e caucasico, costruito intorno all’idea dell’uomo forte che dirige persone come fossero plotoni militari. Ora, l’idea che il generale Roberto Vannacci, spezzino, cresciuto tra la Romagna, la Versilia e Parigi, i suoi voti possa prenderli nel profondo sud dell’Italia, in accordo ad un cliché elettorale, talvolta in parte confermato, che vede il meridione più conservatore, tradizionalista e incline a votare a destra, è probabilmente il motivo principale per cui gli balena in mente l’idea di rivangare il patriarcato in salsa mediterranea. Senza voler troppo andare per il sottile, bisognerebbe, intanto, fare mente locale dal punto di vista geografico sul significato di “cultura mediterranea”, sulla sua storia, che spazia dalla tradizione berbera a quella palestinese, araba, turca, fino a quella balcanica, per poi lambire le popolazioni ioniche e quelle della Magna Grecia, in un crogiuolo di realtà, aventi in comune l’affaccio sul Mar Mediterraneo, che hanno eretto insieme un patrimonio millenario fatto di scambi culturali, radici comuni, accoglienza e dialoghi di pace. Tuttavia, proprio perché nato e cresciuto in questa culla che è la cultura mediterranea, quella degli ulivi, delle reti da pesca e delle rotte commerciali, simboli orgogliosamente puntellati su ogni kefiah, emblema specifico di questa cultura mediterranea, vorrei provare a ribaltare la narrazione patriarcale sulla scorta di una serie di elementi fattuali derivanti da un’analisi materiale delle condizioni di vita all’interno del bacino mediterraneo. Chiunque sia cresciuto in una famiglia mediterranea, quale può essere anche quella pugliese di qualche decennio fa, sia essa di terra o di mare, tra contadini, ortolani, marinai, pescatori e commercianti, sa bene che mentre gli uomini trascorrevano la maggior parte del loro tempo a lavoro, il vero perno della famiglia era costituito dalle regole dettate in casa dalla donna, massaia, educatrice, economa, tutrice della cultura cittadina e responsabile della costruzione di un universo simbolico che poteva essere divino o demoniaco, tanto quanto le poteva valere l’attribuzione dell’epiteto di santa o di strega, secondo un meccanismo in grado di produrre inclusioni o esclusioni sociali. È questo matriarcato, di fatto, silenzioso e perdurante, la cifra reale della cultura mediterranea, quella che prevedeva in passato, sulla sua sponda araba sudorientale, la possibilità della poliandria, cioè la concessione alle donne di stare con più uomini, così come prevedeva il divorzio e il matrimonio a contratto da rescindere con uomini che prendevano la via dei commerci. È questa ginecocrazia, di fatto, che regnava all’interno di quelle famiglie allargate mediterranee, in cui la matrona era la domina assoluta della casa, custode di segreti, in grado di prendersi cura di ogni membro della famiglia e meritevole di rispetto sociale. Questo, tuttavia, non significa che il matriarcato abbia avuto anche un riconoscimento istituzionale allargato e un ruolo sociale condiviso. Il fatto che poi sia stato alimentato il mito di un patriarcato nell’area mediterranea è il risultato di un processo storico che ha visto il potere ufficiale affidato prima a una casta di uomini d’armi e dopo ad una casta di uomini di lettere. Tanto i primi quanto i secondi, in tempi di suffragio maschile, hanno continuato a sostenere il mito del patriarcato come tipo di narrazione retorica che si autosostiene all’interno di una società che fonda il suo primato sulla deterrenza della forza, dell’obbedienza o del sapere, non sulla capacità gestionale, sulla cura dei membri, sull’educazione, incombenze lasciate alle donne al fine di poter mantenere modelli sociale imposti non dettati dalle condizioni materiali. Con ciò, ovviamente, non si vuole dire che il patriarcato non sia effettivamente mai esistito, ma solo che esso sia stato imposto dall’alto, che sia stato un’immagine capovolta della realtà, un modello di potere sostenuto da una politica basata sul primato della coercizione, del controllo, della forza, prima militare e poi intellettuale, ma non materiale, non reale. Una vera e propria ideologica necessaria per mantenere e sostenere il primato politico della forza a discapito dell’educazione, della parola, della cura. Non a caso, l’ampia rassegna di studi[1] sulle culture matriarcali e matrilineari dimostra non solo il fatto che al fondo, prima che le civiltà accedessero alla divisione organica del lavoro, tutte le culture erano caratterizzate dal ruolo centrale delle madri, ma anche la propensione di queste culture per l’accoglienza e l’inclusione, per il culto della vita, per l’organizzazione assembleare orizzontale e non verticale o gerarchica, per la scarsa propensione alla guerra e alla violenza in favore della pace. È chiaro, allora, che in una cultura come quella contemporanea, che cerca faticosamente di appianare il gap di genere, anche con misure impopolari di Affirmative action, come le quote rosa, ai cultori del militarismo come forma di potere frana il terreno sotto i piedi. È da questa seria impostazione ideologica che bisogna partire, al di là della facile ironia che si attira una simile prospettiva anacronistica, per comprendere il programma politico del generale Vannacci. Si tratta del programma di un militare che candida altri militari e che, nel quadro di un generale processo di militarizzazione della società civile e di normalizzazione della guerra come l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università dimostra da anni, cerca di trasformare diritti, la cultura, l’educazione, la democrazia e la partecipazione in modelli marziali di gestione del potere dall’alto, approfittando anche del vuoto di potere lasciato dagli intellettuali impegnati in politica. Lo schema, ovviamente, non è nuovo, basterebbe studiare un po’ di storia, anche quella del Mediterraneo, per capire che quando i militari si affacciano alla politica siamo davanti ad una crisi dei fondamenti della democrazia, della libera partecipazione dal basso, nell’illusione che l’ordine, la disciplina e il comando siano la modalità più efficiente ed efficace di gestire il potere. Anche questo, chiaramente, è sintomo di incultura, di mancanza di memoria, quella memoria che le donne custodivano e tramandavano di generazione in generazione insieme alle cure, ai rimedi naturali, alle fatture e ai malefici che condizionavano la vita delle comunità. Il patriarcato mediterraneo, dunque, non è che un mito ideologico, un’immagine capovolta della realtà, una narrazione retorica tanto fittizia quanto inattuale, architettata ad hoc da chi pensa di realizzare una società militarizzata e che – parafrasando Rousseau quando parlava della fondazione della proprietà privata – avrà un seguito solo se continuerà a trovare «delle persone abbastanza stupide da credergli». Michele Lucivero, Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università [1] J.J. Bachofen, Il matriarcato. Ricerca sulla ginecocrazia nel mondo antico nei suoi aspetti religiosi e giuridici, Einaudi, Torino 2003; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia, Roma 2013; H. Goettner-Abendroth, Le società matriarcali del passato e la nascita del patriarcato. Asia occidentale e Europa, Mimesis, Milano 2023; M. Gimbutas, Il linguaggio della Dea, Venexia, Roma 2008. Pubblicato su Agora. La Filosofia in Piazza il 20 agosto 2026. Pubblicato anche su Pressenza il 20 agosto 2026. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
PRIMA DI TUTTO LA PACE. Marcia Gravina-Altamura, 24 ottobre 2026: Dossier e moduli di adesione
Il nostro appello vi giunge dal cuore del Meridione d’Italia, da una vasta area collocata al confine tra la Puglia e la Lucania, in un momento così particolare della storia in cui circa metà della popolazione mondiale vive in un clima di guerra, aperta o strisciante, in cui milioni di persone sono condannate a vivere, oppressi, in condizioni di povertà e di sofferenze estreme. Sono sempre più le guerre, infatti, a plasmare in senso militarista le capacità distruttive dei conflitti, con l’impiego di sempre più sofisticate tecnologie poste al servizio del capitalismo globale, responsabile delle distruzioni ambientali e delle stragi di civili, sino a commettere, nell’indifferenza o nella complicità dei governi cosiddetti democratici, dei veri e propri genocidi. Il nostro appello vi giunge da un territorio vocato alla pace ma costretto ad essere ancora teatro di esercitazioni di guerra attraverso una diffusa e articolata presenza delle Forze Armate di terra, di mare e di cielo: dall’aeroporto militare di Amendola a quelli di Gioia del Colle, di Galatina e di Brindisi, al porto militare di Taranto; dalle numerose servitù militari dislocate sul territorio pugliese ai poligoni di tiro presenti nel Parco nazionale dell’Alta Murgia. Il nostro appello vi giunge da un paesaggio storico e ambientale di inestimabile valore ma ancora continuamente saccheggiato e devastato da interessi forti e da illegalità diffuse, da indifferenze e da responsabilità istituzionali e in cui sono state individuate ben 17 aree ritenute idonee (sic!) per la costruzione del deposito unico nazionale per lo stoccaggio di scorie nucleari nel mentre l’attuale governo paventa l’assurda volontà di costruire nuove centrali nucleari… Il nostro appello intende ricongiungersi alle tante iniziative di lotta di ieri e di oggi, e mira a saldare il patrimonio di esperienze maturate all’interno di un movimento ricco e variegato: dalle marce Gravina – Altamura a Scanzano Ionico; dalla tutela di un paesaggio di pietre e di ulivi secolari al rifiuto delle guerre e delle basi militari presenti sul territorio; alla difesa delle coste adriatiche e ioniche dall’assalto del cemento e da pericolose forme di inquinamento e di degrado. Ci rivolgiamo a tutte le donne e gli uomini che sono impegnati a difendere la qualità della vita e del lavoro dalle aggressioni cieche e irreversibili dei potenti e dei furbi; a quanti praticano forme di politica dal basso e che mirano alla realizzazione di progetti concreti e durevoli a beneficio della collettività. Ci rivolgiamo a coloro che si oppongono a vecchie e nuove forme di colonialismo che, con brutalità e irridendo ogni diritto, si appropria della ricchezza sociale e delle fonti energetiche globali. Ci rivolgiamo alle donne e agli uomini che lottano contro i fili spinati dei confini e che rifiutano ogni forma di criminalizzazione verso quante e quanti sono costretti a lasciare la propria terra per fuggire la morte o la fame. Ci rivolgiamo a quell’arcipelago di sensibilità diverse che, unito, ha saputo conseguire alcuni significativi successi che, tuttavia, risultano essere oggi ancora provvisori. È il caso del Parco nazionale dell’Alta Murgia, nato ormai più di vent’anni fa ma che non è cresciuto nella maniera da noi auspicata. Di fronte a queste e ad altre piccole e grandi questioni aperte avvertiamo la necessità di creare un altro decisivo momento di confronto, per socializzare e rafforzare progetti ed esperienze e rappresentarle con fermezza alle Istituzioni che governano i nostri territori. PARTECIPARE ALLA MARCIA GRAVINA–ALTAMURA DEL 24 OTTOBRE 2026 SIGNIFICA RIMETTERE INSIEME CIÒ CHE IL POTERE DIVIDE: PACE, AMBIENTE, LAVORO, LIBERTÀ DI MOVIMENTO, AUTODETERMINAZIONE DEI TERRITORI. PER RIBADIRE LA NOSTRA OPPOSIZIONE A TUTTE LE GUERRE E AD OGNI FORMA DI ASSURDO RIARMO NEL RISPETTO DELL’ART. 11 DELLA COSTITUZIONE. DAL BASSO, INSIEME, PER UN SUD CHE NON SIA RETROVIA MILITARE NÉ DISCARICA, MA SPAZIO DI PACE, SOLIDARIETÀ E RESISTENZA. Per facilitare la condivisione dei contenuti e degli strumenti informativi relativi alla Marcia Gravina-Altamura 2026, in attesa di versioni stampate, abbiamo predisposto un sistema di consultazione ottimizzato per la fruizione mobile. Dal file allegato potete accedere a tutti gli strumenti e agli approfondimenti: · Appello della Marcia · Sistema di adesione mediante form online · consultazione di tutte le adesioni pervenute · Modulo di richiesta adesione per le scuole · Indicazione dei dati bancari per contributi e sostegni economici · Accesso alla mappa Google Earth online relativa alla logistica della Marcia (in fase di definizione) · Tutti gli approfondimenti pervenuti sui diversi temi richiamati nell’appello che costituiscono il dossier condiviso, compreso quello relativo alla Militarizzazione delle scuole, delle università e della società civile in Puglia di Michele Lucivero, docente e promotore dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, che aderisce all’iniziativa. CLICCA QUI PER ACCEDERE AL DRIVE CON IL DOSSIER E TUTTI I DOCUMENTI DISPONIBILI PER ADERIRE ALL’APPELLO E PARTECIPARE. 09_WADownload CONDIVIDETE PURE E PARTECIPATE IL 24 OTTOBRE 2026 ALLA MARCIA GRAVINA-ALTAMURA. PRIMA DI TUTTO LA PACE -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Ahidaonline: La militarizzazione delle scuole, delle università e della società civile
DI MICHELE LUCIVERO SU AHIDAONLINE.COM DEL 16 LUGLIO 2026 Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Michele Lucivero, pubblicato su Ahidaonline.com il 16 luglio 2026 in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «Ciò che l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha cominciato a registrare e denunciare da diversi anni è una indebita invasione di campo all’interno delle scuole da parte di rappresentanti delle forze armate addirittura in qualità di «docenti», impegnati nel tenere lezioni su vari argomenti (dall’inglese affidato a personale Nato fino a tematiche inerenti alla legalità e alla Costituzione). Tale ingerenza da parte dei militari è stata possibile, in realtà, perché a partire dal 2015 il Ministero dell’Istruzione (diventato poi Ministero dell’Istruzione e del merito) ha sottoscritto dei protocolli con il Ministero della Difesa per svolgere percorsi di Formazione scuola-lavoro (ex PCTO) direttamente nelle basi militari o nelle caserme, esautorando i/le docenti dalla democratica partecipazione alle iniziative didattiche di carattere pedagogico delle proprie scuole»…continua a leggere su www.ahidaonline.com. -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Voci critiche sulla PdL “Un’altra difesa è possibile”: non “complementarità”, ma “alternativa” alla guerra con l’obiezione totale e collettiva
In questi anni di costante e quotidiano lavoro di monitoraggio del livello di bellicismo nei luoghi della formazione e della società civile, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha segnalato e pubblicato numerosissimi casi di invasione delle forze armate nelle scuole, ma anche analisi approfondite sull’avanzare della “Cultura della difesa”, sul riarmo e sul contesto geopolitico in cui prendevano significato quelle iniziative. In un quadro caratterizzato da un radicale antimilitarismo, che accomuna tutte le componenti dell’Osservatorio, di cui diverse si riferiscono esplicitamente alla tradizione pacifista e nonviolenta, chi ha preso parte al suo percorso ha maturato via via la consapevolezza di un chiaro processo guerrafondaio in cui molte istituzioni, a partire dai governi e dagli apparati economici degli Stati che fanno affari con gli armamenti, per finire con le organizzazione internazionali, tra cui la NATO, stanno trascinando le popolazioni verso il baratro della guerra, cercando di indorare la pillola di una tragedia mondiale che deve necessariamente allertare per il semplice motivo che per la qualità e la quantità dell’arsenale a disposizione, la deflagrazione che si prevede non può che essere l’ultima, l’estrema e la definitiva misura per spazzare via l’umanità intera dalla faccia della Terra. E, allora, in considerazione di queste analisi e delle evidenze empiriche raccolte, chi si ritrova quotidianamente a costruire il sostrato concreto che costituisce il lavoro dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, pur nella consapevolezza dello sforzo profuso da chi è stato coinvolto nell’estensione della PdL Un’altra difesa è possibile, la cui storia nell’ambito del movimento pacifista non è in discussione, vorrebbe mettere in evidenza tutte le perplessità che essa ha suscitato in ambienti e in soggetti con altrettanta comprovata fede pacifista, antimilitarista e nonviolenta, soprattutto in relazione al ruolo che il servizio civile verrebbe ad assumere nel contesto internazionale. Tra le varie perplessità emerse, si segnalano ad esempio: – Serena Tusini, sindacalista e docente tra le promotrici dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Contropiano» il 28 marzo 2026, critica aspramente la PdL sulla difesa nonviolenta, definendola una proposta datata e funzionale alla dottrina NATO della “difesa totale” (CIMIC) nella quale l’ambito civile è interamente e strutturalmente come terreno operativo militare. Alla luce di questo, Tusini denuncia la proposta come uno strumento per militarizzare i cittadini, con il servizio civile che funge da “cavallo di Troia” per il ritorno della leva obbligatoria, criticando infine il terzo settore per favorire la privatizzazione dello stato sociale. – Michele Lucivero, giornalista e docente tra i promotori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato su «Pressenza» il 6 maggio 2026, denuncia il rischio che il ritorno della leva obbligatoria in Europa trasformi il servizio civile proposto nella PdL in una difesa “complementare” subordinata alle logiche militari della NATO, tradendo così l’eredità etica di don Lorenzo Milani e la storia dell’obiezione di coscienza. Attraverso un’intervista a Rebecka Lindholm Schulz, referente della Società Svedese per la Pace e l’Arbitrato, viene analizzato il “modello svedese”, in cui il servizio civile dal 2026 include compiti di cybersicurezza e logistica strettamente integrati all’apparato bellico. Di fronte a queste dinamiche, l’autore solleva il dilemma morale di dover difendere alleanze militari che agiscono come oppressori e invita il movimento pacifista italiano, dove la leva non è ancora attiva, a una disobbedienza civile totale, proponendo anche la creazione di un fondo economico per sostenere chi rifiuta radicalmente la militarizzazione; – Antonino Drago, primo proponente di un progetto di legge sulla difesa popolare nonviolenta (1969), e Franco Dinelli, Direttore Centro Studi di Pax Christi, in un articolo pubblicato su «Il Fatto quotidiano» il 16 maggio 2026, criticano duramente la PdL, sostenendo che essa rischia di ridurre il servizio civile e la stessa “obiezione di coscienza”, che viene adombrata nel testo, a scelte subordinate alla difesa militare. Gli autori evidenziano la necessità di una vera autonomia per la difesa nonviolenta, avvertendo che un compromesso strutturale, “complementare”, “affiancato” e “integrato” con i Governi, sempre più ostaggi nella NATO, annullerebbe le alternative alla guerra; – Ermete Ferraro, presidente del Movimento Internazionale per la Riconciliazione, tra gli aderenti all’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio 2026 sul suo blog, ha definito la PdL Un’altra difesa è possibile una versione “minimalista” e compromissoria, che integra la difesa militare anziché rappresentare un’alternativa strutturale. Il dissenso si concentra sulla definizione di difesa “complementare” (Art. 1) e sulla mancanza di un dibattito interno profondo, evidenziando la stasi del movimento pacifista, adattatosi alla realpolitik. La posizione critica sottolinea la necessità di un programma costruttivo autonomo e coerente con la teoria della difesa “alternativa”; – Alfonso Navarra, coordinatore dei Disarmisti esigenti, tra i fondatori dell’Osservatorio, in un articolo pubblicato l’8 luglio sul blog obiezioneallaguerra esprime molti dubbi sulla PdL proposta dalla Rete Italiana Pace e Disarmo, definendola un “riformismo burocratico” che non scalfisce affatto l’apparato militare-industriale e la logica NATO. Egli sostiene, addirittura, che la difesa civile non armata sia costituzionalmente equivalente a quella militare e propone di superare il meccanismo dell’obiezione fiscale del 6×1000 attraverso tre rotture radicali: una dottrina nonviolenta basata sull’art. 52, il trasferimento economico dei fondi dagli armamenti alla difesa civile e la denuclearizzazione unilaterale; Per tutti questi motivi, la PdL Un’altra difesa è possibile, pur ponendosi l’intento di inserire, tra le altre cose, il servizio civile all’interno di un quadro costituzionale caratterizzato dalla difesa nonviolenta e non armata del proprio Paese, rischia di essere una misura non solo insufficiente sulla via del pacifismo, ma anche controproducente, dal momento che potrebbe rivelarsi uno strumento utile nelle mani dei guerrafondai. L’ambiguità del testo dell’iniziativa legislativa, infatti, nel richiamare “la complementarità” e non “l’alternativa” alla guerra e alla difesa armata, rischia di essere lo strumento attraverso il quale la strategia NATO della difesa totale s’incunea nella società civile, rendendo quest’ultima complice delle guerre d’aggressione in cui alcuni capi di Stato dissennati stanno cercando di trascinare un’alleanza militare da cui converrebbe, piuttosto, rapidamente uscire. Si tratta, dunque, di perplessità diffuse in maniera trasversale nel mondo pacifista, antimilitarista e nonviolento dovute all’equivocità, certamente non ricercata, ma non per questo meno patente, del testo in questione. Tuttavia, nello spirito democratico e pluralistico che connota la nascita dell’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, vorremmo, al più presto, riprendere insieme il dibattito intorno alla nostra proposta di obiezione totale a partire dalle indicazioni tracciate nel nostro Manifesto di Resistenza alla militarizzazione, che consideriamo l’ipotesi al momento più idonea per affrontare un contesto internazionale connotato da una normalizzazione della guerra. Un’obiezione totale e collettiva da esercitare in tutti i luoghi di lavoro e di formazione anche per arginare la propaganda per l’arruolamento nelle forze armate che si presenta spesso come unico sbocco lavorativo per zone sempre più depresse del nostro Paese. Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente
Impegno Comunista: Per una scuola spazio di pace
Ospitiamo con piacere sul nostro sito l’interessante contributo scritto da Michele Lucivero, pubblicato su Impegno Comunista numero 125 maggio 2026, in cui viene ribadito quanto l’Osservatorio denuncia da due anni a questa parte, vale a dire un pericolosissimo processo di occupazione degli spazi del sapere e della formazione da parte delle Forze Armate e di strutture di controllo. «Infine, l’ultima campagna che in queste settimane l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università ha avviato è quella relativa all’obiezione totale nei confronti della guerra e della ripresa della leva obbligatoria, già avviata in tutti i Paesi dell’Europa. Con il Manifesto di Resistenza alla militarizzazione della società, alla reintroduzione della leva e per il ripudio incondizionato della guerra l’Osservatorio invita a mettere in atto azioni di disobbedienza civile contro tutte le misure adottate dal Governo del nostro Paese e dalle altre istituzioni nazionali ed europee per militarizzare la società, ma anche a respingere con determinazione i provvedimenti di chi vuole la guerra, facendo valere la superiorità dei principi della Costituzione della Repubblica». Qui il pdf del numero 125 di maggio 2026 di Impegno Comunista. impegno comunista 125Download -------------------------------------------------------------------------------- Se come associazioni o singoli volete sostenerci economicamente potete farlo donando su questo IBAN: IT06Z0501803400000020000668 oppure qui: FAI UNA DONAZIONE UNA TANTUM Grazie per la collaborazione. Apprezziamo il tuo contributo! Fai una donazione -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE MENSILMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona mensilmente -------------------------------------------------------------------------------- FAI UNA DONAZIONE ANNUALMENTE Apprezziamo il tuo contributo. Dona annualmente