Campagna di pressione USA su Cuba senza precedenti
Il dipartimento di stato degli Stati Uniti sta conducendo una campagna di
pressione verso Cuba senza precedenti? Sembrerebbe proprio di sì e gli ultimi
avvenimenti lo confermano.
L’Osservatorio dei Media del sito Cubadebate ha condotto uno studio su oltre 57
mila menzioni durante il periodo che va dal 20 luglio al 9 agosto rilevando che
i social hanno avuto un ruolo importante nella costruzione narrativa proposta
dagli Stati Uniti verso Cuba.
Ma vediamo i fatti.
Tutto inizia il 20 luglio quando il dipartimento di stato comandato dal noto
anticubano Marco Rubio pubblica il rapporto di circa cento pagine intitolato
Cuba: The Capital of 21st Century Communism. Il documento presenta l’isola come
centro di una lunga storia di spionaggio, infiltrazione, sovversione politica e
influenza ideologica contro gli Stati Uniti.
L’operazione va oltre la classica accusa di spionaggio. Il rapporto traccia
collegamenti tra Cuba e movimenti di protesta, organizzazioni di sinistra,
attivisti, università e correnti politiche all’interno della stessa società
statunitense. Cioè, l’avversario esterno viene utilizzato anche per
reinterpretare i conflitti interni degli Stati Uniti.
Il New Yorker ha descritto il documento come parte di una più ampia offensiva di
Rubio contro la sinistra e ha osservato che il rapporto collega le presunte
operazioni cubane con movimenti e figure politiche statunitensi. The Guardian,
da parte sua, lo ha collocato all’interno della campagna di “massima pressione”
dell’amministrazione e ha osservato il contrasto tra l’immagine di Cuba come una
minaccia eccezionale e la realtà di un paese sottoposto a gravi carenze
energetiche ed economiche.
Tre giorni dopo il rapporto, il 23 luglio, Washington ha annunciato sanzioni
contro nove entità e due persone appartenenti ai settori dell’energia, della
finanza e dei servizi medici. Queste decisioni si sono basate sull’Ordine
Esecutivo 14404, firmato da Donald Trump il 1° maggio. Il testo dell’ordine
definisce le politiche cubane come una “minaccia insolita e straordinaria” per
la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti e consente
sanzioni nei settori dell’energia, della difesa, delle miniere, dei servizi
finanziari e della sicurezza.
Il 6 agosto sono arrivate altre sanzioni: cinque entità cubane e otto ufficiali
delle Forze Armate Rivoluzionarie (FAR) sono stati raggiunti da nuove misure
giustificate con il linguaggio della sicurezza nazionale, lo spionaggio e la
presenza di Russia, Cina e Iran sull’isola.
Il 7 agosto, un’intervista di Rubio con Axios ha reso esplicita la strategia. Il
Segretario ha riassunto l’obiettivo con una breve frase: “non ci sono valvole di
sfogo”. Dall’anno scorso, Axios ha registrato circa due dozzine di azioni di
pressione contro Cuba, 40 entità sanzionate e almeno 38 persone colpite da
sanzioni economiche, limitazioni dei visti o revoca della residenza. Il media ha
anche sottolineato la pressione esercitata sui paesi terzi affinché riducano la
loro cooperazione con le missioni mediche cubane.
La frase di Rubio è particolarmente rivelatrice perché sposta l’obiettivo da una
sanzione concreta a una logica cumulativa: ogni meccanismo che permetta di
alleviare la pressione deve essere chiuso. Questa è la caratteristica essenziale
di una strategia di soffocamento: non dipende da una singola misura, ma dalla
somma delle restrizioni economiche, finanziarie, commerciali e diplomatiche.
Anche la dimensione umanitaria di questa politica non è una discussione
esclusivamente cubana. A febbraio, esperti indipendenti delle Nazioni Unite
hanno avvertito che le restrizioni statunitensi sul carburante potrebbero
influenzare l’elettricità, l’acqua, gli ospedali, i trasporti e la produzione di
cibo e hanno chiesto di revocare le misure coercitive che, a loro avviso,
potrebbero approfondire una crisi umanitaria. Ad agosto, diversi relatori hanno
denunciato che la politica del governo degli Stati Uniti stava producendo a Cuba
una “Gaza silenziosa”.
La sequenza conta. Prima si presenta Cuba come una minaccia straordinaria; poi
si usa questo quadro per giustificare strumenti straordinari di pressione. La
comunicazione e la sanzione non appaiono come processi separati, ma come pezzi
che si legittimano a vicenda.
Tutte queste misure sanzionatorie e le interviste sono state ampiamente diffuse
sui social, tra l’1 e il 2 agosto. Un’intervista di Rubio diffusa da Fox News ha
raggiunto da sola quasi un milione di utenti su X. Nell’intervista, il
Segretario ha collegato le proteste contro il Servizio Immigrazione e Controllo
Doganale, le mobilitazioni pro-Palestinesi e altri movimenti di attivismo con
una presunta rete coordinata che includerebbe Cuba.
Il giorno successivo, Rubio ha definito l’isola una “superpotenza dello
spionaggio e influenza”. Il racconto non si limita più a presunti fatti storici,
ma cerca di spiegare i conflitti sociali presenti negli Stati Uniti attraverso
l’azione di un nemico esterno, ovvero Cuba, che sarebbe capace di produrre
infiltrazioni comuniste in vari paesi.
Ma il discorso di Marco Rubio contiene un’evidente contraddizione: presenta, da
un lato, Cuba come una “superpotenza” dello spionaggio e dell’influenza, capace
di penetrare le istituzioni e articolare le proteste all’interno degli Stati
Uniti, e, dall’altro, come un governo debole, inefficiente e vicino al collasso.
Questa doppia rappresentazione permette di adattare la storia a seconda delle
esigenze: Cuba appare come fragile quando si vuole giustificare la pressione per
accelerare un cambiamento politico, e come straordinariamente potente quando si
cerca di trasformarla in una minaccia per la sicurezza nazionale. Il messaggio
implicito è che protestare contro alcune politiche statunitensi può essere
reinterpretato come parte di un’operazione straniera. […]
La cronologia degli eventi permette di ordinare la strategia in quattro piani
che si rafforzano a vicenda [: economico, diplomatico, comunicativo e di
intelligence]. […]
Ma tutto questo non sempre produce consenso, infatti diversi studi di opinione
confermano che negli Stati Uniti esiste una situazione polarizzata. Un sondaggio
di YouGov, condotto nel febbraio 2026, ha rilevato più disapprovazione che
approvazione sia per il blocco delle forniture di petrolio da paesi terzi che
per il blocco economico, commerciale e finanziario che l’isola soffre dal 1962,
e una maggioranza contraria all’uso della forza militare contro Cuba. A maggio,
l’Institute for Global Affairs ha rilevato che il 47% degli statunitensi
disapprovava le sanzioni e che ampi settori dubitavano della loro capacità di
produrre cambiamenti politici.
Ciò rafforza una conclusione che l’Osservatorio dei Media di Cubadebate ha
rilevato nelle analisi precedenti: la capacità di amplificare una narrazione non
equivale a trasformarla automaticamente in un’opinione sociale di maggioranza.
Continuare però il martellamento sui social potrebbe far cambiare idea
all’opinione pubblica rafforzando la percezione dell’efficacia delle sanzioni e
sulla narrazione portata avanti dagli Stati Uniti su Cuba.
In conclusione, le prove disponibili sostengono con forza che il Dipartimento di
Stato mantiene una campagna di pressione graduale e sostenuta contro Cuba. Non è
una campagna esclusivamente economica, né solo propagandistica. Combina
strumenti e li fa funzionare in sequenza.
Il Segretario di Stato statunitense afferma che spera che, alla fine
dell’attuale amministrazione, Cuba si trovi almeno su una traiettoria
“irreversibile verso un futuro diverso”. La formulazione lascia intravedere
anche una frustrazione politica: l’orizzonte del cambiamento cessa di
presentarsi come immediato e si sposta verso i restanti due anni e mezzo di
mandato. In altre parole, Rubio passa dall’aspettativa di un epilogo vicino a
una scommessa di logoramento prolungato. E questo ritardo introduce un paradosso
difficile da nascondere: più si allunga il termine promesso per il cambiamento,
più è plausibile che il governo di Donald Trump si concluda e che la rivoluzione
cubana continui a esistere. (Cubadebate)
Andrea Puccio