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Il discorso dimenticato di Mia Amor Mottley all’81esima Sessione dell’Assemblea Generale ONU
Mia Amor Mottley è una politica barbadiana, attuale premier di Barbados da maggio 2018 e leader del Partito Laburista di Barbados (BLP), è stata la prima donna a ricoprire l’incarico di Primo ministro del Paese. Mottley è stata membro del Parlamento per il collegio di Saint Michael Nord Est dal 1994. Dal 1994 al 2008, ha ricoperto varie posizioni all’interno del Governo di Barbados tra cui quella di attorney general (ministro della giustizia) divenendo la prima donna a ricoprire tale carica. Per ben due volte Leader dell’Opposizione nel Parlamento di Barbados dal 2008 al 2010 e dal 2013 al 2018, nel 2018 il BLP da lei guidato ha ottenuto una schiacciante vittoria elettorale alle elezioni generali del 24 maggio, conquistando tutti e 30 i seggi della Camera bassa (House of Assembly): impresa mai riuscita a nessun partito nella storia di Barbados; oltre ad ottenere il 72,8% dei voti, percentuale più alta mai ottenuta da un partito alle elezioni generali del Paese. Nel 2021 ha partecipato al vertice dei leader della COP26, in rappresentanza dei paesi che rischiano di rimanere sommersi dall’innalzamento dei mari, dichiarando che un innalzamento delle temperature di 2 gradi sarebbe una «condanna a morte» e che servono 500 miliardi di dollari di diritti speciali di prelievo all’anno per 20 anni, «se 500 miliardi vi sembrano tanti è solo il 2% di quanto speso per il quantitative easing». Nel maggio 2022 Mottley è stata descritta sulla copertina della rivista Time, la prima barbadiana ad esserlo, tra le 100 persone più influenti del 2022 per la sua esplicita difesa dell’affrontare il cambiamento climatico. Nel luglio 2022 un gruppo di esperti guidato dalla presidente Mottley e da Avinash Persaud, inviato speciale del primo ministro di Barbados per gli investimenti e i servizi finanziari, ha elaborato l’Iniziativa di Bridgetown (dal nome della capitale di Barbados) per la riforma dell’architettura finanziaria globale. La Mottley stessa ha presentato l’Agenda di Bridgetown il 22 settembre 2022, nel corso della 77ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, e il 7 novembre 2022 al vertice dei leader della COP27. Nel 2020, ha manifestato l’intenzione di portare il Paese alla piena sovranità, distaccandosi da ogni legame con il Regno Unito e divenendo una repubblica, con un capo di Stato eletto tra i propri cittadini. La riforma costituzionale è entrata in vigore il 30 novembre del 2021 ed ora Mottley è la prima ministra della storia della Repubblica di Barbados. E’ proprio lei ad aver tenuto il 24 settembre 2026 un discorso di forte impatto – caduto ben presto nel dimenticatoio mediatico – durante il dibattito generale dell’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite a New York: un monito per la pace, lo sviluppo alternativo, per la giustizia climatica, per l’eliminazione della povertà, per il multilateralismo e la risoluzione pacifica dei conflitti. Di seguito ne riportiamo la trascrizione e la traduzione: Signor Presidente, Eccellenze, amici miei, ci riuniamo in un momento in cui si moltiplicano gli ostacoli al progresso umano: ostacoli alla pace, all’accesso a cibo e acqua pulita, alla finanza, alla medicina e all’istruzione, alla libertà di movimento e alle opportunità. Ostacoli alla tecnologia, alle conoscenze e alle infrastrutture necessarie per utilizzarla e, sempre più spesso, ostacoli tra nazioni, tra comunità e tra persone che non concordano più sugli stessi fatti né ripongono fiducia nelle stesse istituzioni. La guerra continua a distruggere vite e comunità, nonostante la comunità internazionale disponga di strumenti più numerosi che mai per prevenire i conflitti e favorire il dialogo. La crisi climatica sta accelerando. Eppure, le evidenze scientifiche sono sufficientemente chiare da permetterci di agire e molte soluzioni sono già note. Nonostante una ricchezza globale senza precedenti, milioni di persone continuano a non avere un accesso sicuro a cibo, acqua, assistenza sanitaria o un alloggio. Queste sfide, amici miei, sono all’origine delle crisi di cui parliamo costantemente e, al contempo, ne stanno emergendo di nuove. L’intelligenza artificiale sta aprendo possibilità straordinarie nei campi della salute, dell’istruzione, della scienza e della produttività, creando però anche nuovi rischi di esclusione, sfruttamento, sorveglianza e distorsione della verità. Eppure, la cooperazione necessaria per affrontare queste sfide è sotto pressione. Ecco perché ritengo che il tema di quest’anno sia così pertinente. Ripristinare la fiducia. Gestire la trasformazione. Una nazione unita che opera per il bene di tutti. Questo tema ci ricorda che disponiamo di istituzioni create per preservare la pace, promuovere lo sviluppo e, naturalmente, tutelare la dignità umana. Queste istituzioni sono proprio le Nazioni Unite. Condividiamo principi fondati sull’uguaglianza sovrana e sul riconoscimento che le nostre responsabilità vanno oltre i confini nazionali. La realtà è che comprendiamo — purtroppo, aggiungerei — l’importanza di investire nella prevenzione anziché attendere di dover finanziare la ricostruzione. Comprendiamo a sufficienza la crisi climatica da sapere che dobbiamo ridurre le emissioni che stanno riscaldando il pianeta e adottare le misure necessarie affinché le nostre popolazioni possano adattarsi. Allo stesso modo, comprendiamo ormai abbastanza il rapido sviluppo dell’intelligenza artificiale da sapere che, pur accogliendone le potenzialità, dobbiamo ancorarne l’evoluzione a un quadro universale e umanizzante, che non metta a repentaglio la nostra esistenza come esseri umani. Il fallimento nell’affrontare queste sfide, dunque, amici miei, non è semplicemente una questione di conoscenze o di capacità. È un fallimento ricorrente nel trasformare ciò che sappiamo in ciò che facciamo. Nel tradurre i principi in pratica e la capacità globale in solidarietà. Così, alla base delle nostre molteplici crisi, ve n’è un’altra ancora. E sì, si tratta di una crisi di responsabilità. Signor Presidente, tale responsabilità ha inizio proprio qui, in queste sale. La trasformazione che auspichiamo per un mondo migliore avverrà solo quando impareremo a fidarci gli uni degli altri. E quando accetteremo la responsabilità che abbiamo gli uni verso gli altri. Noi, dai Caraibi, sappiamo bene cosa significhi la necessità di convivere. Non avevamo altra scelta. Il romanziere e saggista barbadiano George Lamming ha descritto un tempo i Caraibi come forse il primo esperimento globale della storia umana, capace di riunire – e cito – ogni ramo della famiglia umana, dalle popolazioni indigene delle Americhe alle diverse genti provenienti da Africa, Europa e Asia. È come se noi, attraverso questa storia tortuosa e condivisa di migrazioni, conquiste, schiavitù e il difficile lavoro di costruzione di un destino nazionale e regionale comune, offrissimo al mondo un esempio da seguire. Contro ogni previsione, i Caraibi hanno dato vita a quella che Lamming ha definito una nuova forma di famiglia globale. La nostra storia ci ha insegnato che la diversità non deve necessariamente tradursi in divisione. Che la convivenza richiede dialogo e negoziazione, e che chi non ha il potere di imporre deve imparare il potere della persuasione. Non si tratta di lezioni valide solo per i Caraibi. Sono universali. E lo sono davvero. Con questo spirito, desidero ringraziare Sua Eccellenza Annalena Baerbock per la sua guida dell’80ª sessione dell’Assemblea Generale e per aver contribuito a far avanzare il lavoro degli Stati membri sulla riforma dell’ONU. E a Lei, Signor Presidente. Barbados porge le sue più calorose. Congratulazioni. Attendiamo con interesse la Sua guida di questa Assemblea, mentre ci adoperiamo per ripristinare la fiducia e, concretamente, per trasformare le proposte di riforma in realtà attuative. Tuttavia, la riforma non può essere selettiva. Non possiamo procedere rapidamente alla riorganizzazione di uffici e gerarchie lasciando irrisolte le questioni più cruciali relative al potere e alla rappresentanza. Trasformazione e sviluppo. Le operazioni di mantenimento della pace e gli aiuti umanitari non possono avere successo se gli Stati membri non sono disposti a finanziarli. Sia chiaro: nessun organigramma può superare il rifiuto degli Stati di rispettare decisioni che ritengono scomode. Non possiamo continuare a chiedere alle organizzazioni internazionali di fare di più, senza fornire loro le risorse necessarie per adempiere ai mandati che noi stessi abbiamo concordato. E se gli Stati membri credono nelle istituzioni che hanno creato, allora devono anche essere pronti a sostenerle. Barbados ha sempre assolto a questa responsabilità e assicuro a questa Assemblea che continueremo a farlo. Il nostro impegno verso il multilateralismo e verso un ordine internazionale basato su regole deve essere misurato non solo da ciò che chiediamo a queste istituzioni, ma dalla nostra volontà di sostenerle. Dunque sì, miglioriamo i meccanismi, ma riformiamo anche l’esercizio del potere. Il Consiglio di Sicurezza conta ancora 15 membri, cinque dei quali permanenti. E dotati del potere di veto. L’Africa, con i suoi 54 Stati, non ha alcun seggio permanente. E avete sentito un oratore dopo l’altro salire su questo podio per affermare che la situazione deve cambiare. Anche i piccoli Stati insulari in via di sviluppo affrontano minacce che rientrano pienamente nel mandato del Consiglio: dal clima alla sicurezza, dai flussi illeciti di armi alla criminalità organizzata e agli spostamenti forzati di popolazioni. Eppure, pur rappresentando un quarto degli Stati del mondo, non abbiamo alcuna garanzia di rappresentanza all’interno del Consiglio. Questo, amici miei, deve cambiare. Il mondo che conosciamo è già cambiato. Il Consiglio non è cambiato di pari passo. Ma la riforma non riguarda solo chi siede al tavolo, bensì il modo in cui viene esercitato il potere. Barbados si unisce quindi ad altri 123 Stati membri nel sostenere l’iniziativa franco-messicana sull’uso del veto nei casi di atrocità di massa. Il principio alla base è fondamentale: laddove le popolazioni si trovino ad affrontare genocidi, crimini contro l’umanità o crimini di guerra su larga scala, il veto non deve paralizzare il Consiglio di Sicurezza proprio quando un’azione è più urgente. È per questo che si sta perdendo fiducia nelle Nazioni Unite e nel loro Consiglio. Signor Presidente, ciò non è giusto nei confronti della maggioranza degli Stati membri che ancora credono nella promessa di questo organismo, proprio mentre chiediamo maggiore equità attraverso la riforma del Consiglio di Sicurezza. Dobbiamo riformare parimenti il Segretariato, per sostenere meglio le operazioni di mantenimento della pace e la risoluzione dei conflitti. Ci è stato detto che oggi vi sono più conflitti rispetto a qualsiasi altro momento dalla fondazione delle Nazioni Unite e che, purtroppo, essi interessano quasi ogni angolo del pianeta. L’Istituto per la Pace di Oslo ha riferito che, nel corso dell’ultimo anno, 245.000 persone sono morte a causa dei combattimenti. Una cifra che equivale quasi all’intera popolazione di Barbados. Mi è stato riferito che ciò rende l’anno trascorso il terzo più violento dell’era post-Guerra Fredda. Amici miei, la portata della tragedia umana è in costante aumento, che si tratti di Gaza, della Cisgiordania, del Libano, dello Yemen, del Sudan, dell’Ucraina o di altre aree. Si temeva che i conflitti in Medio Oriente potessero estendersi ulteriormente; e i conflitti proseguono. Purtroppo, tali timori si sono concretizzati, con ripercussioni a livello globale. Ciononostante… Di fatto, i conflitti si stanno rivelando sempre più prolungati e frammentati. Se a questo si aggiungono la fame, un debito insostenibile e il riscaldamento globale, la situazione diventa un vero e proprio inferno per i cittadini di quei paesi; l’aumento dei costi dell’energia e dei trasporti, così come dei tassi di interesse, ha alimentato l’inflazione. Ciò significa che nessuno, nemmeno dall’altra parte del mondo, può sfuggire alle difficoltà nel soddisfare i bisogni quotidiani. La verità è che, finché non si giungerà a una soluzione a due Stati che rispetti i diritti e i territori sia di israeliani che di palestinesi, continueremo a vivere in una condizione di estrema precarietà. E vi chiederete giustamente: come siamo arrivati a questo punto? Dobbiamo affrontare ciascuno di questi conflitti con estrema determinazione e massima attenzione. È quanto richiede la legittimità. Consentiamo inoltre all’ONU di dispiegare, in modo deliberato e sistematico, agili squadre di mediazione guidate da leader politici, in carica o ex leader. Squadre che agiscano per conto del Segretario Generale, godendo della sua fiducia e autorità, nonché del rispetto degli Stati membri. Questo, amici miei, contribuirà a sollevare l’enorme peso necessario per porre fine a questi molteplici conflitti e portare pace e dignità alle popolazioni colpite. Sappiamo che l’unione delle forze rende più lieve ogni compito, e non possiamo ignorarlo. Questi conflitti richiedono il supporto di una forza di osservazione più rapida e tecnologicamente avanzata, capace di un dispiegamento tempestivo per monitorare e sostenere cessate il fuoco e accordi di pace, e dotata delle risorse necessarie. A queste forze di mantenimento della pace devono essere conferiti mandati realistici, garantiti finanziamenti certi e assicurata una reale collaborazione. Amici miei, lavoriamo insieme alle parti coinvolte in questi conflitti per costruire un dialogo e offrire opportunità di investimento e lavoro alle popolazioni colpite, affinché anch’esse possano vivere dignitosamente. Quanto al più ampio ordine giuridico internazionale, sappiamo che i paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni o capacità, dipendono da un sistema in cui le regole vengono stabilite collettivamente e applicate in modo coerente ed equo; tuttavia, se non agiamo tempestivamente, andremo incontro a gravi problemi. Ecco perché sosteniamo che l’ONU debba ricevere le risorse e la determinazione necessarie per agire prima che parlino le armi, e non dopo che abbiano iniziato a sparare. Amici miei, senza un ordine equo basato su regole condivise, gli stati più piccoli come il mio finirebbero semplicemente per scomparire da questo mondo. È per questo che Barbados è co-promotrice del P4M, un gruppo impegnato a rafforzare il multilateralismo e a contrastare coloro che ne attendono il funerale. Signor Presidente, desidero esprimere il mio profondo apprezzamento al Segretario Generale, mio fratello António Guterres. La sua voce è stata costante, ferma e assolutamente corretta su tutte le questioni critiche che l’umanità deve affrontare; un ringraziamento va anche alla sua vice, Amina Mohammed. Li ringraziamo inoltre per aver intrapreso questo cammino senza mai allontanarsi dai principi e dai valori fondamentali della Carta. Mentre le Nazioni Unite si accingono all’importante compito di scegliere il prossimo Segretario Generale, Barbados si unisce agli altri Stati membri della Comunità Caraibica nel dichiarare il proprio pieno sostegno alla candidatura dell’Ambasciatrice Carolyn Rodriguez-Burkett, della Guyana. In un momento in cui la comunità internazionale è chiamata a rinnovare la propria fiducia nel multilateralismo, riteniamo che l’Ambasciatrice Rodriguez-Burkett possieda l’esperienza, le competenze e la sensibilità necessarie per servire l’intera compagine di questa organizzazione. Credo, Signor Presidente, che anche altri condividano questa opinione. Vorrei ora passare al tema dell’intelligenza artificiale, una delle nostre nuove sfide. L’intelligenza artificiale sta già trasformando il modo in cui lavoriamo, apprendiamo e governiamo, ed è evidente che il suo potenziale è straordinario. Abbiamo constatato la sua grande capacità di individuare precocemente le malattie, prevedere disastri, migliorare l’agricoltura ed espandere l’accesso all’istruzione e ai servizi pubblici. Eppure, questi stessi sistemi straordinari possono altrettanto rapidamente riprodurre discriminazioni, ampliare la sorveglianza e diffondere falsità più velocemente di quanto le istituzioni riescano a reagire. Non dobbiamo permettere che una nuova era tecnologica riproduca le gerarchie di accesso e di potere esistenti. È per questo che Barbados è così onorata di ospitare la seconda riunione in presenza del Panel Scientifico Internazionale Indipendente sull’Intelligenza Artificiale, che si terrà nel mese di novembre di quest’anno. Riconosciamo che la riunione di ieri del Consiglio di Sicurezza può e deve imprimere un’accelerazione al modo in cui noi, come comunità globale, affrontiamo questa questione. In questa crescente era dell’IA, la governance non può essere lasciata a pratiche aziendali volontarie o a un ristretto numero di Stati tecnologicamente avanzati. Abbiamo bisogno di regole concordate a livello globale che tutelino la dignità umana, preservino un controllo umano significativo e garantiscano che i benefici dell’IA siano condivisi in modo ampio ed equo. Sottolineo che una tecnologia destinata a incidere su ogni Stato deve essere governata da regole che ogni stato abbia avuto l’opportunità di contribuire a definire. Signor Presidente, esattamente 65 anni fa, il grande intellettuale e psichiatra caraibico, francese e africano Frantz Fanon pubblicò quella che è ormai diventata un’opera classica: “I dannati della terra”. E, tra le molteplici osservazioni e analisi contenute in quel libro straordinariamente lucido e lungimirante, egli affermò quanto segue. Ciò che conta oggi — la questione che ostruisce l’orizzonte — è la necessità di una ridistribuzione della ricchezza. L’umanità dovrà affrontare questa questione, per quanto devastanti possano esserne le conseguenze. Amici miei, ciò era vero nel 1961 e, purtroppo, rimane evidente ancora oggi. Ecco perché le Barbados sostengono pienamente l’istituzione del proposto Panel internazionale sulla disuguaglianza. La crescente disuguaglianza è al centro dei dibattiti geopolitici, delle tensioni, della sfiducia nelle istituzioni e, di fatto, del crescente numero di conflitti a cui assistiamo. È per questo motivo che respingiamo l’idea secondo cui i governi dovrebbero astenersi da interventi politici essenziali per garantire condizioni eque e paritarie ai comuni cittadini. Sappiamo che sono state le scelte politiche dei governi a generare questa ingiustizia, e sono sempre le scelte politiche dei governi a doverla ora eliminare. Per noi, questa battaglia è importante quanto quella contro la crisi climatica. Signor Presidente, questo mi porta proprio a tale crisi. Il Ministro Murat Kurum, in rappresentanza della futura presidenza della COP31, ha esposto chiaramente la sfida: il tempo della semplice definizione degli obiettivi è ormai alle spalle. Chiunque abbia vissuto l’estate appena trascorsa in Europa e altrove sa che è stata la più calda mai registrata, e il fenomeno del “super El Niño” non ha ancora nemmeno colpito. L’agenda d’azione proposta pone la riduzione del metano al centro dell’attuazione delle politiche climatiche, e accogliamo con favore questa attenzione. È vero che l’anidride carbonica deve rimanere centrale nella transizione energetica globale, ma le emissioni non stanno diminuendo abbastanza rapidamente e ci vorrà tempo prima che i benefici dell’azione si manifestino appieno. Pertanto, Presidente, sotto la presidenza di Barbados del CVF (Climate Vulnerable Forum) e del gruppo dei paesi G20, 74 nazioni si sono riunite e hanno lanciato un appello per “tirare il freno d’emergenza” sul metano durante il Dialogo Ministeriale del G20 nell’aprile di quest’anno. I ministri delle finanze hanno concordato che la riduzione del metano deve essere considerata non solo una priorità ambientale, ma anche un’opportunità economica, fiscale e di salute pubblica. Ora dobbiamo passare all’azione concreta per il clima. I paesi vulnerabili devono mobilitare circa 490 miliardi di dollari all’anno entro il 2030, eppure gli attuali flussi di finanziamento si aggirano sui 90 miliardi. Come direbbero i giovani di Barbados: i conti semplicemente non tornano. Dobbiamo inoltre correggere l’iniquità dei costi di indebitamento che questi paesi devono affrontare. Tali costi sono superiori di quasi 1,2 punti percentuali per i paesi vulnerabili al clima rispetto alle economie avanzate. Questa cifra può sembrare modesta, ma in realtà genera un esborso aggiuntivo stimato in 62 miliardi di dollari l’anno in pagamenti di interessi in eccesso. Non può essere giusto. Credetemi quando dico che il cambiamento è possibile. Come abbiamo visto chiaramente con le misure della “Bridgetown Initiative” – in meno di un anno – Barbados, in qualità di presidenza del CVF (Climate Vulnerable Forum), ha collaborato con i paesi del G20 e con il Fondo OPEC per lo sviluppo internazionale per ideare e lanciare il “Vulnerability to Viability Compact”. Questa iniziativa poggia su quattro pilastri e coinvolge circa 74 paesi e 16 istituzioni finanziarie per lo sviluppo a livello globale, con l’obiettivo di ampliare l’accesso a capitali a lungo termine e a costi sostenibili per progetti nei settori dell’istruzione, della sanità e delle infrastrutture idriche. Il CVF ha inoltre riunito i governatori delle banche centrali per istituire il “Lifeline Fund”, che diventerà operativo a breve. Tale fondo mira a fornire liquidità immediata quando gli shock climatici generano pressioni sulla bilancia dei pagamenti dei paesi. Dunque, ci stiamo attivando per aiutarci da soli. Abbiamo agito con determinazione, consapevoli che non è possibile costruire ospedali, scuole e infrastrutture idriche ricorrendo a finanziamenti con scadenze a dieci o quindici anni. Tali soluzioni, infatti, spiazzano investimenti fondamentali per la nostra popolazione e ci lasciano impreparati ad affrontare le emergenze. Ecco perché questa importante iniziativa rappresenta un reale passo avanti. Tuttavia, meccanismi come questo non possono, da soli, risolvere le carenze strutturali dell’architettura finanziaria internazionale. Ribadisco che, da quasi cinque anni, l’Iniziativa di Bridgetown sostiene con costanza che la resilienza climatica, la sostenibilità del debito e l’accesso a finanziamenti a costi sostenibili non possono essere trattati separatamente. Per molti paesi vulnerabili, il problema non è semplicemente la disponibilità di capitali, ma la possibilità di disporre dello spazio fiscale necessario per contrarre prestiti e investire a condizioni ragionevoli. Signor Presidente, volgendo lo sguardo alla mia regione, i Caraibi, vorrei mettere in luce una serie di crisi che continuano a minacciare la nostra pace, la nostra stabilità e il nostro sviluppo. Vorrei premettere che, quando parlo dell’importanza della collaborazione per affrontare le sfide – il principio secondo cui “molte mani rendono il lavoro più leggero” – mi riferisco, in particolare alla risoluzione dei conflitti, a un ambito in cui i leader politici dei Caraibi possono svolgere un ruolo fondamentale nella propria regione. Innanzitutto Haiti: la crisi della sicurezza continua a frenare il rinnovamento politico e la ripresa economica; è vero che i preparativi per il ritorno a un governo costituzionale stanno procedendo, seppur tra enormi difficoltà. Tuttavia, tali sforzi non potranno avere successo senza un miglioramento della sicurezza, in particolare nelle aree della capitale e dei suoi dintorni, dove risiede oltre la metà dell’elettorato haitiano. Barbados sostiene pertanto il pieno dispiegamento – promesso ormai da tempo – e il rinnovo del mandato della forza incaricata di contrastare le bande criminali. Vorrei ricordare che l’attuale, accentuata situazione di insicurezza ha avuto inizio nel 2022, con le rivolte legate al prezzo del carburante scoppiate poco prima della riunione dell’Assemblea Generale di quell’anno. Non siamo riusciti a garantire quel livello di sicurezza necessario a ridurre al minimo la perdita di vite umane. Allo stesso tempo, è doveroso esprimere gratitudine agli Stati membri che hanno contribuito, in vari modi, ad aiutare Haiti a trovare la propria strada. Tra questi figura, naturalmente, il Gruppo di Personalità Eminenti della Comunità Caraibica, che negli ultimi anni ha contribuito a costruire il consenso e a mantenere vivo il dialogo con i principali partner internazionali. Inoltre, Signor Presidente, siamo profondamente preoccupati per l’aggravarsi delle difficoltà umanitarie che affliggono la popolazione di Cuba. Troppe persone stanno soffrendo. Troppe persone. Le restrizioni al commercio, alla finanza e all’accesso al carburante stanno aggravando le difficoltà non solo per i cittadini cubani, ma anche per tutti coloro che vi studiano e vi risiedono; Barbados si è sempre opposta all’uso dell’embargo e di altre misure coercitive unilaterali contro Cuba. E, come sempre, auspichiamo un impegno costruttivo, fondato sul dialogo, sull’uguaglianza sovrana e sul rispetto del diritto internazionale. Ecco perché siamo qui in qualità di singoli Stati. Desideriamo inoltre esprimere la nostra costante solidarietà al popolo del Venezuela che, purtroppo, si sta riprendendo dai devastanti doppi terremoti dello scorso giugno. L’orrore è stato sconvolgente. Barbados è stata orgogliosa di sostenere il Paese vicino nell’immediatezza dell’evento, inviando in Venezuela il proprio ospedale da campo e il relativo personale. Restiamo impegnati a sostenerli nel loro percorso di ripresa a lungo termine. Un Venezuela stabile, sovrano, pacifico e democratico è fondamentale per la sicurezza e la prosperità non solo dell’America Latina, ma dell’intera regione caraibica. A tal proposito, tuttavia, devo cogliere l’occasione per ribadire il fermo sostegno di Barbados alla Guyana – Paese fratello della CARICOM – nel suo tentativo di giungere a una risoluzione pacifica, tramite la Corte Internazionale di Giustizia, della lunga e irrisolta controversia territoriale con il Venezuela. Ciò risponde agli interessi del popolo della Guyana, del popolo del Venezuela e delle popolazioni dei Caraibi e dell’America Latina. I Caraibi, amici miei, devono rimanere una zona di pace. Non possiamo accettare che la nostra regione diventi un teatro di scontro o di uso unilaterale e ingiustificato della forza. Signor Presidente, questo mi porta a un’altra questione. Il 25 marzo di quest’anno, in questa Assemblea Generale è stata approvata una risoluzione storica. La stragrande maggioranza degli Stati ha riconosciuto una verità che noi caraibici conoscevamo da tempo: la tratta di africani ridotti in schiavitù e la loro riduzione in schiavitù come beni mobili su base razziale costituiscono il più grave crimine contro l’umanità. E ne siamo consapevoli. Purtroppo, ne portiamo ancora le cicatrici. Ho ricordato che è stato il mio Paese, Barbados, ad adottare nel 1661 il primo codice al mondo sulla schiavitù intesa come possesso di esseri umani. Altri seguirono, purtroppo, l’esempio, incluso il famigerato Code Noir del 1685. Quel Code Noir è stato abrogato solo quest’anno; ecco perché le ferite sono ancora aperte. Noi, a Barbados, ci assumiamo la responsabilità morale di porre fine all’eredità della schiavitù e alle sue orribili conseguenze. Dobbiamo promuovere la guarigione attraverso la giustizia riparativa, poiché è la cosa giusta da fare. Di conseguenza, nel luglio di quest’anno, i capi di governo della CARICOM hanno approvato il piano rivisto in dieci punti della CARICOM per la giustizia riparativa a favore dei Caraibi, dell’Africa e dei Paesi interessati. È necessario avviare un confronto sincero, e ringrazio il Presidente Mahama del Ghana per aver partecipato con tale determinazione. Non chiediamo riparazioni senza assumerci la responsabilità del nostro percorso di risanamento interno, che abbiamo intrapreso ormai da decenni. Voglio essere molto chiara su questo punto, Presidente dell’Assemblea. Signor Presidente… commetto lo stesso errore del Presidente Mohammed. Siamo parlamentari. Ci tengo a chiarire questo aspetto. Non vi sia alcun dubbio, Signor Presidente: la mentalità che ha instaurato, giustificato e sostenuto la schiavitù è la stessa che alimenta le iniquità presenti nelle strutture di potere di questa stessa istituzione e nell’architettura finanziaria internazionale. È la stessa mentalità. È la stessa mentalità che ha fatto sì che, per secoli, la rappresentazione cartografica globale dell’Africa ne riportasse dimensioni grossolanamente errate. Come se le reali dimensioni dell’Africa dovessero intimidire il resto del mondo, portandolo a riconoscerne la potenza. Signor Presidente, se vogliamo ripristinare la fiducia in queste Nazioni Unite, se vogliamo gestire la trasformazione – come recita il tema da Lei scelto – e se desideriamo un’ONU che operi realmente a beneficio di tutti, allora dobbiamo, innanzitutto, riconoscere a ogni essere umano pari valore e dignità. E non trovo riferimento migliore delle parole pronunciate da Sua Maestà Hailé Selassié proprio in questa Assemblea, il 4 ottobre 1963. E chi ne conosce le parole può ripeterle con me: “finché la filosofia che considera una razza superiore e un’altra inferiore non sarà definitivamente e universalmente screditata e abbandonata, ci sarà la guerra. Finché non esisteranno più cittadini di prima e di seconda classe in alcuna nazione, finché il colore della pelle di un uomo non avrà più importanza del colore dei suoi occhi… Ci sarà la guerra”. Ma, Signor Presidente, allo stesso modo… Non vi saranno né fiducia né trasformazione. Noi vogliamo la pace. E, per citare quella celebre canzone resa famosa da Dionne Warwick: “ciò di cui il mondo ha bisogno ora è amore. Dolce amore. È l’unica cosa… di cui c’è davvero troppo poco”. No, non solo per alcuni, ma per tutti: amore e un po’ di gentilezza. Signor Presidente, vorrei tornare all’inizio di una tappa fondamentale per il mio Paese e per le sue relazioni con il mondo. Il 9 dicembre di quest’anno ricorrerà il sessantesimo anniversario dell’ingresso di Barbados in questa organizzazione, avvenuto dopo aver conquistato l’indipendenza al termine di 340 anni di soggezione imperiale. In quel freddo 9 dicembre del 1966 — appena nove giorni dopo aver ottenuto l’indipendenza e proprio nel giorno della nostra ammissione alle Nazioni Unite — il nostro primo Primo Ministro, l’illustre Errol Barrow, enunciò un principio che, unito a quelli di questa organizzazione, è rimasto la nostra linea guida nei rapporti con il mondo: Barbados è amica di tutti e satellite di nessuno. Il Primo Ministro Barrow parlò, infatti, di un mondo segnato da profonde disuguaglianze di ricchezza e opportunità, una realtà che Fanon aveva già evidenziato appena cinque anni prima. Riprendendo le parole del Primo Ministro Barrow — il quale a sua volta citava la Bibbia ebraica — vorrei ricordare il suo monito: “i Paesi di recente indipendenza non potevano restare relegati a ruoli di manovalanza e servitù, mentre la ricchezza mondiale fluiva altrove”. Egli riteneva che le Nazioni Unite dovessero porre l’eliminazione della povertà al centro della propria missione. Non stupitevi, dunque, se consideriamo nostro dovere combattere la crescente disuguaglianza globale. Molto di buono è stato realizzato dalle Nazioni Unite negli ultimi sessant’anni e oltre. In questo periodo, la nostra appartenenza alle Nazioni Unite è stata fondamentale affinché Barbados potesse esprimere la propria sovranità e partecipare, su un piano di parità, alla comunità internazionale. Queste aule ci hanno offerto una tribuna da cui parlare a nome nostro, difendere gli interessi del nostro popolo e di altri, e contribuire a plasmare le decisioni che ci riguardano tutti. Signor Presidente, all’inizio di quest’anno, la nostra Poeta Laureata è salita su questo podio e ha ricordato a questa Assemblea – e cito le sue parole – che il nome stesso di “Nazioni Unite” implica l’impegno ad accendere la fiamma della coscienza, dell’empatia, dell’unità e dell’equità. Queste Nazioni Unite devono continuare ad alimentare quel fuoco per costruire un mondo trasformato e inclusivo. Nel lasciare questo podio, vi esorto a garantire insieme che le fiamme della speranza, della pace e della dignità ardano così intensamente da illuminare il mondo intero, nonostante tutte le avversità che ci troviamo ad affrontare. Vi ringrazio.”   https://gadebate.un.org/en/81/barbados https://easterncaribbean.un.org/en/323315-%E2%80%98turn-what-we-know-what-we-do%E2%80%99-barbados-prime-minister-mia-amor-mottley-urges-world-leaders Redazione Italia
October 10, 2026
Pressenza
Gli Stati Uniti intercettano 90 spedizioni di carburanti dirette a Cuba
Da gennaio, gli Stati Uniti impediscono la fornitura di carburante a Cuba dopo che Donald Trump ha emesso un ordine esecutivo nel quale impone dazi aggiuntivi a qualunque Paese commerci petrolio e derivati con l’isola , aggravando la crisi energetica che già stava affrontando e che ha causato lunghi blackout. Le autorità statunitensi hanno annunciato mercoledì di aver intercettato 90 spedizioni di carburante dirette a Cuba, nel mezzo del blocco petrolifero contro L’Avana. Le spedizioni di carburante erano dirette a Enetec, una società cubana che si dedica al commercio di benzina e lubrificanti, che Washington ha sanzionato lo scorso 13 luglio. Delle spedizioni totali, 71 sono state effettuate a Port Everglades, in Florida e il resto nel porto di Houston, con operazioni iniziate all’inizio di settembre. “Queste 90 spedizioni sono state inviate al governo di Cuba attraverso un’entità sanzionata dal governo degli Stati Uniti”, ha detto in una conferenza stampa José Figueroa, agente dell’ufficio investigativo del Dipartimento di sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Secondo L’Avana gli Stati Uniti non hanno l’autorità legale e morale per giustificare le loro sanzioni contro l’isola. Il Ministro degli Esteri Bruno Rodríguez assicura che Washington non ha il diritto di imporre un blocco navale ed energetico o di ispezionare le navi in alto mare. Allo stesso modo, denuncia che queste misure riguardano l’intera comunità internazionale e che coloro che le considerano legali diventano complici della punizione collettiva contro il popolo cubano. Il Viceministro degli Esteri cubano Carlos Fernández de Cossío ha affermato che è “illegale” che gli Stati Uniti minaccino di rappresaglie coloro che esportano carburante a Cuba. “E’ illegale molestare e intercettare le navi che trasportano carburante a Cuba in acque internazionali”, ha affermato in un post su Facebook. www.occhisulmondo.info   Andrea Puccio
October 9, 2026
Pressenza
“Rotta su Cuba: dove conta, esserci”. Intervista a Leonardo Masi
Dal 23 al 30 settembre una carovana dall’Italia è stata a Cuba con una missione intitolata “Rotta su Cuba: dove conta, esserci”[1], per consegnare 400 chili di farmaci e di materiale scolastico all’isola, sotto embargo da parte degli USA. La carovana ha visti impegnati associazioni, sindacati, amministratori locali, giornalisti e parlamentari ed è stata promossa da Arci, Cgil, Associazione Nazionale di Amicizia Italia-Cuba, Nexus, ANPI, Arcs, Aoie Rete Pace & Disarmo, in collaborazione con il Partito Democratico, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra. Nella delegazione italiana hanno fatto parte anche toscani, come gli empolesi Leonardo Masi, capogruppo di Buongiorno Empoli, Rossano Rossi, segretario generale della Cgil Toscana e Paolo Gozzani di Cgil Toscana. Abbiamo intervistato Leonardo Masi, partito in rappresentanza del Comune di Empoli e appena tornato da Cuba. Come è nata questa missione e la possibilità di andare a Cuba? Il 7 luglio il Consiglio Comunale a Empoli ha votato a maggioranza un ordine del giorno presentato dal nostro gruppo (Buongiorno Empoli) che esprimeva vicinanza e sostegno al popolo cubano e condanna nei confronti del blocco economico, commerciale e finanziario imposto dagli USA. Pochi giorni dopo, sono stato contattato da un compagno dell’associazione Italia Cuba che mi ha palesato la possibilità di andare a Cuba con la carovana che era in costruzione come esponente di un gruppo consiliare di un’amministrazione locale. Mi è sembrata una buona opportunità per dare seguito al voto con la possibilità di rappresentare l’amministrazione tutta nelle occasioni più istituzionali. A quali iniziative ha partecipato a Cuba? Ce ne sono state varie: 24 settembre: Nazioni Unite (UN) Hotel Nacional – SALA TAGANANA Etienne Labande, Coordinador Residente ad interim y Representante del PMA; – Fernando Hiraldo, Representante del PNUD; – Sunny Guidotti, Representante de UNICEF; – Mario Cruz Peñate, Representante de la OPS/OMS Asamblea poder popular ICAP. Cerimonia di celebrazione amicizia Italia – Cuba e campagna di raccolta fondi Energia per la vita Ambasciata italiana Leonardo Masi con Simona De Martino, ambasciatrice italiana a Cuba  25 settembre: Visita scuola primaria Arturo Montori Cespedes Visita ospedale Clínico Quirúrgico Docente Calixto García Empresa Aguas de La Habana Visita a UNEAC UNEAC Partecipazione dell’Asociación Hermanos Saiz (AHS), incontro con Abel Prieto (Presidente Casa de las Américas) e Fernando Luis Rojas (Red en Defensa de la Humanidad (Capítulo Cubano) – REDH 26 settembre: Visita Oficina del Historiador (OHCH) + Habana Vieja Inaugurazione pannelli solariConsiglio Nazionale Case Cultura (CNCC) Inaugurazione dell’installazione dei pannelli solari fotovoltaici della campagna “Energia per la vita. Accendiamo la luce a Cuba”. 28 settembre: Visita Instituto Finlay Visita Empresa de Gases Industriales 29 settembre: Visita Escuela Especial Solidaridad con Panamá Centro per bambini e adolescenti Come si è trovato nell’interagire con le istituzioni cubane? Molto bene. Ho trovato in tutti e tutte loro grandi capacità, umanità, trasparenza e dignità. Il quadro che hanno fatto delle condizioni economiche dell’isola è tragico, dovuto principalmente al blocco economico, commerciale e finanziario che subiscono da quasi 70 anni, dall’inasprimento voluto dagli USA a gennaio 2026 e dall’impossibilità di acquistare gasolio dal Venezuela dopo il terroristico rapimento da parte degli Stati Uniti del presidente Maduro e di sua moglie. Le autorità riconoscono anche che le riforme fino ad ora promosse non hanno ottenuto i risultati sperati. La speranza, e su questo dovremmo lavorare tutti e tutte insieme, è che oltre alla denuncia del blocco, delle restrizioni imposte e delle condizioni socio economiche che vive il popolo cubano, dobbiamo impegnarci per aumentare la cooperazione e i progetti internazionali. Che situazione umanitaria ed economica ha trovato e che messaggio vuole lanciare a proposito? La situazione umanitaria è davvero difficile. Nelle case la corrente arriva soltanto 3 ore al giorno e l’acqua 5 ore. Questo ha diminuito la possibilità dell’igiene personale, ha reso difficile la conservazione dei cibi, scaricare in bagno non sempre è possibile. Oltre a questo, l’assenza del gasolio ha ridotto al minimo anche un servizio importante come la raccolta dei rifiuti e in strada si trovano quindi grandi cumuli. Nonostante ciò la società cubana riesce ancora a garantire in livello di sanità, scuola e assistenza molto elevata. Con grande dignità e forza tutti riconoscono la solidarietà e la compattezza della popolazione e lo sforzo che stanno facendo le istituzioni. Il messaggio è quello di fare il possibile per aiutare questo splendido popolo. Possiamo farlo con le istituzioni, possiamo farlo sostenendo le associazioni che hanno promosso questa carovana, ma potete farlo anche andando sull’isola a godere delle bellezze, a toccare con mano e ad aiutare. Io cercherò di fare la massima divulgazione e azione politica in tal senso. [1] Cit da https://www.gonews.it/2026/09/23/carovana-cuba-italia-toscana/   Andrea Vitello
October 2, 2026
Pressenza
CUBA. Cosa sta accadendo realmente?
Cuba torna al centro del dibattito pubblico in Sardegna con una serie di iniziative dedicate alla situazione dell’isola, alla crisi economica ed energetica e al rapporto con gli Stati Uniti. Diverse associazioni si sono organizzate per dare la parola a giornalisti, intellettuali ed esponenti politici che intrattengono legami diretti con l’isola caraibica e che parleranno dunque per esperienza diretta. Sono previsti tre incontri, a Sassari, Mamoiada e Cagliari, dove verrà presentato alla popolazione l’evento “CUBA RESISTE – Contro l’embargo USA e la nuova aggressione imperialista, solidarietà con Cuba Socialista”. Si tratta di tre serate di informazione e solidarietà dedicate a una realtà che, secondo i promotori, viene spesso raccontata soprattutto attraverso la crisi economica e le difficoltà interne, senza mettere adeguatamente in evidenza il peso delle sanzioni e del lungo embargo statunitense. La situazione dell’isola è oggi particolarmente difficile, tra crisi energetica, carenza di carburante e medicinali e forti difficoltà economiche. Il governo cubano attribuisce una parte significativa di queste difficoltà al “bloqueo” statunitense, mentre Washington sostiene che le proprie misure siano uno strumento di pressione nei confronti delle autorità dell’Avana per un cambio di politiche. Sarà proprio il rapporto tra embargo, crisi economica, pressione imperialista nordamericana e condizioni di vita della popolazione il focus della serata. A discuterne saranno relatori profondamente conoscitori della storia e della condizione attuale dell’isola. Interverranno Giacomo Marchetti, della Commissione Internazionale della Rete dei Comunisti, e Valter Lorenzi, responsabile del Circolo Agorà di Pisa e recentemente rientrato da Cuba, dove è stato come esponente della Brigata Internazionale di Lavoro Volontario “José Martí”. Lorenzi porterà dunque anche la testimonianza diretta dell’esperienza vissuta a Cuba.   Con loro interverrà il giornalista Argentino Tellini, conoscitore della realtà cubana, che ha trascorso un lungo periodo sull’isola proprio nel momento di massima crisi energetica e umanitaria. Nel corso dell’incontro sarà presentato anche il volume “La Dichiarazione de La Habana”, dedicato alle radici storiche e politiche della Rivoluzione cubana. Particolarmente significativa sarà la partecipazione, in collegamento audio-video, di S.E. Jorge Luis Cepero Aguilar, ambasciatore della Repubblica di Cuba in Italia, che offrirà la posizione ufficiale cubana sulla situazione dell’isola. Ogni serata sarà inoltre un’occasione di solidarietà concreta: in sala saranno organizzati una raccolta di farmaci e fondi destinati a Cuba e un banchetto con il volume La Dichiarazione de La Habana. A Sassari l’appuntamento è per il 7 ottobre, nella sede della Costituente per Sassari. L’iniziativa è promossa da Sa Domo de Totus in collaborazione con La Costituente per Sassari. A Mamoiada l’appuntamento è per l’8 ottobre alle ore 18:30, presso il Centro sociale cittadino, in un’iniziativa promossa da Sa domo de totus e patrocinata dal Comune di Mamoiada. A Cagliari, invece, l’incontro si terrà presso il 9 ottobre, alle 18:00, al Dopo Lavoro Ferroviario, in viale La Plaia 23, in collaborazione con Sa Domo de Totus e Multipopolare Sardegna. Una serie di incontri, dunque, che punta ad allargare il confronto sulla realtà cubana, mettendo al centro le condizioni economiche e sociali dell’isola, il ruolo delle sanzioni statunitensi, la crisi energetica e le relazioni tra Cuba e Stati Uniti. Ciascun appuntamento vuole essere, nelle intenzioni dei promotori, non soltanto un momento di discussione politica, ma uno spazio aperto ai territori per conoscere più da vicino la realtà cubana e rilanciare una pratica di solidarietà internazionalista concreta.     Cristiano Sabino
October 2, 2026
Pressenza
Il cambiamento tradito di Arévalo
La vittoria elettorale di Bernardo Arévalo e del suo Movimiento Semilla nel giugno del 2023 aveva risvegliato in buona parte della popolazione la speranza che un Guatemala meno diseguale fosse possibile. Al suo fianco si era mobilitata gran parte della popolazione urbana e rurale per difendere una vittoria che il cosiddetto “patto dei corrotti” voleva frenare a tutti i costi. Quest’ultimo è un’alleanza informale, trasversale e impunita di potere politico, economico, giudiziario e militare, il cui obiettivo è la cooptazione delle istituzioni, il controllo del Paese e l’arricchimento tramite fondi pubblici. Per circa 100 giorni, strutture di governo originarie comunitarie – come quella dei 48 Cantoni di Totonicapán, i municipi di Sololá e Sacapulas, e settori dei popoli Ixil, Ch’orti’, Xinka, Mam e Garifuna –, insieme a organizzazioni contadine e indigene, erano scese in piazza contro i tentativi degli organi di giustizia di annullare le elezioni e dichiarare illegale il movimento/partito di Arévalo. Giustizia sociale, sviluppo inclusivo, lotta alla corruzione e ripristino delle istituzioni democratiche erano i cavalli di battaglia del programma elettorale del neopresidente. Temi che avevano fatto breccia e che lo avevano portato a vincere ampiamente il ballottaggio (agosto 2023), nonostante la bassa affluenza alle urne (45%, con una riduzione del 16% rispetto al primo turno). Una boccata di ossigeno per una nazione segnata da sanguinosi conflitti armati, profonde divisioni razziali e un modello economico imposto dalle classi dominanti (ladinos). Un sistema fortemente neoliberista, estrattivista, agro-esportatore e oligarchico che, pur garantendo una grande stabilità macroeconomica, genera una profonda disuguaglianza sociale. Quasi il 60% della popolazione vive sotto la soglia di povertà (Indagine Nazionale sulle Condizioni di Vita – Encovi 2023), una percentuale che sale al 75% tra la popolazione indigena e che tocca picchi del 90% in dipartimenti come l’Alta Verapaz (Istituto Nazionale di Statistica 2024). A questi quadro si aggiunge un tasso di lavoro informale che supera il 70%, una grave situazione di malnutrizione cronica infantile che colpisce circa il 44% dei bambini sotto i cinque anni e una forte dipendenza delle famiglie guatemalteche dalle rimesse inviate dai migranti. Nel 2026, queste ultime hanno raggiunto la cifra record di quasi 18 miliardi di dollari, sostenendo quasi da sole il consumo interno. Una situazione che, tuttavia, potrebbe progressivamente deteriorarsi a causa delle restrizioni migratorie degli Stati Uniti: durante i primi otto mesi dell’anno, infatti, le deportazioni verso il Guatemala sono aumentate del 47,5% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, per un totale di oltre 46 mila persone rimpatriate. La profonda dipendenza strutturale dagli Stati Uniti – basti pensare che il 73% delle esportazioni verso questa nazione gode di “zero dazi”, legando a doppio filo la competitività agraria e industriale guatemalteca alle politiche di Washington – va di pari passo con la politica diplomatica impostata dal presidente Arévalo, volta a consolidare il Guatemala come un socio affidabile e un alleato strategico di Washington. Si tratta indubbiamente di un’enorme Spada di Damocle a stelle e strisce che pende minacciosamente sul destino del Paese. Nel frattempo, mentre le grandi aziende godono di enormi esenzioni fiscali, lo Stato rimane uno dei più deboli del continente. Con una pressione fiscale di appena l’11-12% del PIL – tra le più basse al mondo –, le istituzioni pubbliche affrontano enormi difficoltà nel finanziare politiche sociali e investimenti strutturali a beneficio della popolazione. Democratizzare le istituzioni e saldare l’enorme debito dello Stato in termini di memoria e diritti umani era un’altra delle grandi aspettative riposte nel nuovo governo. Quando si parla di Guatemala, infatti, la memoria corre immediatamente alle oltre 200 mila vittime del cosiddetto “conflitto armato interno” – con più di 45 mila desaparecidos –, l’85% delle quali di etnia Maya (Rapporto“Nunca Más” del progetto interdiocesano REMHI del 1998; “Guatemala: Memoria del Silencio” della Commissione per il Chiarimento Storico delle Nazioni Unite del 1999). La politica della “terra bruciata”, classificata dalla Commissione ONU come genocidio, si tradusse in 626 massacri compiuti da forze governative, violenze sessuali sistematiche contro le donne Maya, l’infanticidio di migliaia di bambini, lo sfollamento interno di quasi 1,5 milioni di persone e l’esilio per oltre 150 mila guatemaltechi. Una carica di responsabilità enorme per Arévalo il quale,nonostante abbia dovuto affrontare fin dall’inizio il sabotaggio politico istituzionale, una difficile situazione economica e un apparato giudiziario apertamente ostile, non ha mai mostrato la capacità o, forse, la volontà di mettere in pratica quelle promesse di cambiamento contenute nel suo programma di governo. Proprio per questo, a meno di un anno dalle prossime elezioni generali (giugno 2027), il panorama della nazione centroamericana appare sempre più complesso e si agitano i fantasmi di un possibile golpe. “Arévalo ha sicuramente trovato grossi ostacoli sul suo cammino, ciononostante è apparso evidente quanto sia diverso proclamare lotte ideologiche da una scrivania rispetto ad assumere la responsabilità della guida politica di un Paese. L’incapacità mostrata sul campo nel coordinare azioni e strategie con i movimenti e i settori che lo avevano sostenuto, insieme alla mancanza di volontà nel dare protagonismo e partecipazione alle fasce storicamente più vulnerabili, emarginate e discriminate, ha avuto effetti devastanti per il governo”, spiega a Pagine Esteri il coordinatore del Consiglio Politico dei Sindacati Globali del Guatemala, Francisco Mendoza. Questa situazione ha alimentato il crescente malessere tra la popolazione e i movimenti alleati. Parallelamente, l’esecutivo non è riuscito a incidere sulla destrutturazione dei gruppi di potere – spesso legati al crimine organizzato – che continuano a controllare l’apparato statale, economico e politico del Paese. A questo quadro si aggiunge una complessa congiuntura internazionale, i cui effetti economici gravano sulle nazioni centroamericane attraverso l’aumento del costo dei carburanti e, quindi, dei beni di prima necessità. Uno scenario ulteriormente esacerbato dagli impatti del cambiamento climatico e da una grave siccità, di fronte ai quali il governo Arévalo si ritrova privo di strumenti adeguati ad alleviare le ripercussioni sull’intera società. Le proteste degli ultimi giorni sono state represse con vari arresti e il loro presunto legame con il crimine organizzato, tesi ventilata dal capo di Stato, non regge. “Il governo sta perdendo buona parte della sua credibilità e del sostegno politico della popolazione, lasciando spazio a frustrazione e disincanto che potrebbero allontanare ulteriormente i cittadini dalla politica. Tale scenario si inserisce in un contesto elettorale frammentato con oltre trenta opzioni politiche – ma si parla addirittura di cinquanta –, i cosiddetti “partiti di cartone”. La cosa più probabile, quindi, è un’offerta ampia ma sempre meno significativa, a fronte di una partecipazione in costante calo, soprattutto tra i giovani. Lo scenario perfetto per i gruppi di potere oligarchico per riprendere il controllo assoluto del Paese”, sostiene Mendoza. Secondo gli ultimi sondaggi, la percentuale di disapprovazione per il governo Arévalo ha superato il 52%, mentre peggiora la situazione della sicurezza con un aumento significativo delle morti violente, specialmente dei femminicidi, dell’estorsione, furti di armamento militare e fughe dalle carceri. Per Jubenal Quispe (Ollantay Itzamná), ricercatore, antropologo e attivista sociale, lo scenario era ampiamente prevedibile. “Arévalo rispondeva agli interessi dei democratici statunitensi e godeva del sostegno dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani) e delle ONG finanziate dall’USAID. Rappresentava la simulazione di un’alternativa progressista nel cuore del Centro America, utile a disarticolare il movimento popolare e riportare il Guatemala, quattro anni dopo, allo status quo precedente.Spero di sbagliarmi, ma le prossime elezioni sanciranno proprio questo: un governo ancor più ancorato ai gruppi di potere e schierato con la linea trumpista e filosionista dello Scudo delle Americhe”, dichiara a Pagine Esteri. Non tutto, però, è da scartare. Secondo l’analista, all’interno della macchina governativa si muovono figure impegnate a dare segnali di svolta, specie in termini di progetti sociali; sforzi che restano, tuttavia, una goccia d’acqua in un oceano di continuismo. “Basti guardare all’approccio geopolitico, in perfetta sintonia con il passato: le porte spalancate alla penetrazione statunitense e israeliana, tanto sul piano militare di reazione rapida quanto su quello degli investimenti strategici nella logistica portuale, una mossa volta a frenare la crescente presenza cinese nel settore, fino al sostegno politico e diplomatico delle rispettive posizioni negli organismi multilaterali. Persino i fondi dell’USAID sono stati rimpiazzati dalle risorse di Israele, sempre più attivo con progetti e finanziamenti, nel riuscito intento di penetrare e controllare il tessuto sociale, disinnescandone la conflittualità e le rivendicazioni”. La conseguenza – spiega l’attivista – è la totale perdita di fiducia nelle istituzioni: i cittadini sentono che lo Stato è assente, se non quando si tratta di sfruttarli. “Diventa quindi impossibile anche solo pensare di costruire un progetto politico in una situazione di dissociazione tra l’apparato istituzionale e la società”. Una parabola che, conclude Quispe, è servita unicamente a placare i settori popolari impegnati nella lotta contro-egemonica. Fonte: Pagine Esteri Giorgio Trucchi
September 28, 2026
Pressenza
La CARICOM riparte sulle riparazioni
Colonialism Reparation appoggia la richiesta di riparazioni per il genocidio dei nativi e lo schiavismo dei membri della Comunità Caraibica (CARICOM) e chiede che gli ex colonizzatori (Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, ecc.) presentino scuse e risarcimenti per il periodo coloniale. Dal 19 al 21 febbraio 2025 si è tenuto a Bridgetown, Barbados, il quarantottesimo vertice dei Capi di Governo della Comunità Caraibica con la partecipazione di una ventina di delegazioni. Finalmente dopo alcuni anni di stasi durante la conferenza è stato ribadito il supporto alla richiesta di riparazioni con il rinnovo del Sottocomitato di Primi Ministri sulle riparazioni presieduto dalle Barbados e composto da Guyana, Haiti, Saint Vincent e Grenadine e Suriname. Dal 24 al 27 febbraio 2026 si è tenuto a Basseterre, Saint Kitts e Nevis, il cinquantesimo vertice dei Capi di Governo della Comunità Caraibica con la partecipazione di una ventina di delegazioni. Durante la conferenza hanno incaricato il Sottocomitato di Primi Ministri sulle riparazioni di rivedere il Programma caraibico di giustizia riparatrice. Il 17 giugno 2026 si è tenuta la prima riunione del Meccanismo congiunto sulla giustizia riparatrice, composto dal Comitato di esperti sulle riparazioni dell’Unione Africana (AUCER), dal Gruppo di riferimento di esperti giuridici dell’Unione Africana (AULER) e dalla Commissione CARICOM per le Riparazioni (CRC), che ha deciso di riunirsi d’ora in poi regolarmente. Dal 5 all’8 luglio 2026 si è tenuto a Gros Islet, Santa Lucia, il cinquantunesimo vertice dei Capi di Governo della Comunità Caraibica con la partecipazione di una ventina di delegazioni. Durante la conferenza i Capi di Governo hanno approvato la revisione del Programma CARICOM per la giustizia riparatrice in dieci punti: un manifesto per l’illuminismo in arrivo, e il programma delle prossime iniziative, con l’organizzazione della terza Conferenza regionale sulle riparazioni dal 17 al 19 settembre 2026, l’inaugurazione del Newton Enslaved Burial Ground Memorial alle Barbados a novembre 2026 e il sostegno alla presentazione da parte della Giamaica di una petizione sulle riparazioni al proprio Re Carlo III. Colonialism Reparation appoggia la richiesta di riparazioni per il genocidio dei nativi e lo schiavismo dei membri della Comunità Caraibica (CARICOM) e chiede che gli ex colonizzatori (Regno Unito, Francia, Paesi Bassi, Spagna, Portogallo, Norvegia, Svezia, Danimarca, ecc.) presentino scuse e risarcimenti per il periodo coloniale senza dover essere poi costretti a farlo in giudizio. Colonialism Reparation
September 24, 2026
Pressenza
Cuba replica alle dichiarazioni di Trump all’Onu
Il Presidente di Cuba Miguel Díaz-Canel ha condannato fermamente le recenti dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante il suo discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. “Ieri le affermazioni del Presidente degli Stati Uniti sono state totalmente arroganti, prepotenti, interferenti e dimostrano il sostegno a quel pensiero genocida, criminale e sprezzante verso Cuba e il popolo cubano”, ha dichiarato Díaz-Canel nel programma ‘Criterio Compartido’. Il presidente cubano ha sottolineato che Trump ha dimostrato “ancora una volta il disprezzo che prova per i popoli dell’America Latina e dei Caraibi, in particolare verso Cuba e verso la rivoluzione cubana”. Il Presidente degli Stati Uniti sfugge alla sua responsabilità nel “genocidio” contro il popolo cubano attraverso “quel blocco inasprito e prolungato”, mentre definisce il governo dell’isola uno Stato fallito, che cadrà. “La libertà a Cuba è arrivata il 1° gennaio 1959 con la Rivoluzione e quella libertà non la perderemo, la difenderemo”, ha affermato in un messaggio indirizzato al governo degli Stati Uniti. Il Presidente degli Stati Uniti ha assicurato che la sua amministrazione sta cercando “un cambiamento fondamentale” a Cuba e ha riconosciuto che sta esercitando una pressione per questo, “la più grande a cui sia mai stata sottoposta”. Queste dichiarazioni sottolineano ancora una volta la volontà degli Stati Uniti di strangolare il popolo cubano con la speranza che scenda in strada, addossando tutte le responsabilità alla gestione dell’attuale governo. Secondo Trump e i suoi scagnozzi tutti i problemi che l’isola sta attraversando sono da addossare alla mala gestione governativa, al sistema economico socialista che ha fallito. Ingenuamente poi ammette che l’isola è sottoposta a una pressione senza precedenti, affermazione, quest’ultima che certifica senza possibilità di smentita che i problemi di Cuba sono causati dagli Stati Uniti. Affermazione che però non viene evidenziata dai nostri mezzi di informazione che attingono le loro notizie dai mezzi informativi che hanno sede a Miami e in Florida; vengono definiti la libera stampa cubana, ma ricevono lauti finanziamenti direttamente dal governo statunitense e dalle sue agenzie. Fonti informative al servizio della Casa Bianca che anche questa volta applaudono le dichiarazioni di Donald Trump. www.occhisulmondo.info Andrea Puccio
September 24, 2026
Pressenza
Un rapper francese a Cuba: “Raccontare ciò che ho visto, ciò che ho provato, ciò che ho capito”
> Un rapper francese parte per Cuba per dedicarsi alla boxe. Scopre un’isola che > non corrisponde del tutto all’immagine che se ne era fatto. Ci torna, stringe > legami, cambia gradualmente il suo punto di vista e poi trasforma questa > esperienza in un libro e in un album musicale EP. La Isla Rota è il racconto > di questa trasformazione.  “Un’isola che avevo scoperto come un viaggiatore. Che avevo amato come un appassionato. Che avevo compreso gradualmente attraverso i suoi abitanti. E che alla fine avrei cercato di raccontare con parole mie.” Ferapth è un rapper francese originario della Seine-et-Marne, in Île-de-France. Il suo universo si inserisce nella tradizione boom bap, hardcore, street ed egotrip, con un modo di scrivere alimentato da esperienza, viaggi e incontri. Con La Isla Rota, Ferapth amplia il proprio campo espressivo: il rap diventa il prolungamento di un racconto di viaggio e di un percorso letterario. L’obiettivo è quello di costruire un universo coerente in cui musica, testo, immagine ed esperienza personale si completino a vicenda. IL LIBRO: IL RACCONTO DIETRO LA MUSICA La Isla Rota è un racconto autobiografico e di viaggio di 265 pagine, attualmente in fase di revisione. Comprende 9 capitoli, un’introduzione e una conclusione. Il libro racconta il percorso di un uomo che parte per Cuba per dedicarsi alla boxe, ne torna profondamente segnato, vi fa ritorno, stringe legami e scopre una realtà lontana dalla semplice esperienza turistica. Il racconto spiega poi come questa esperienza si trasformi in materiale artistico. PERCHÉ UN RAPPER FRANCESE SENTE IL BISOGNO DI SCRIVERE DI CUBA? “Non voglio raccontare una Cuba idealizzata. Non voglio raccontare un popolo perfetto. Voglio raccontare ciò che ho visto, ciò che ho provato, ciò che ho capito.” Il racconto si sofferma in particolare sugli incontri che hanno permesso a Ferapth di capire progressivamente una realtà cubana meno visibile dai circuiti turistici. L’obiettivo non è fornire una verità definitiva su Cuba, ma mostrare un cambiamento di prospettiva: quello di un francese che arriva con i propri preconcetti e riparte con più domande, più affetto, più umanità. “Cuba era diventata molto più di una destinazione. Era diventata una parte della mia storia.” Edizione del libro: il progetto è attualmente concepito come un’autopubblicazione, con una riflessione parallela sulle opportunità offerte dall’editoria tradizionale. Ecco il primo videoclip di una serie di canzoni dedicate a questa esperienza trasformativa per il rapper. TRADUZIONE DAL FRANCESE DI GAIA DA RÈ. REVISIONE DI THOMAS SCHMID. Pressenza IPA
September 16, 2026
Pressenza
Guatemala, archiviata l’indagine contro quattro autorità native
L’11 settembre 2026 la magistratura del Guatemala ha archiviato l’inchiesta nei confronti di Luis Pacheco, Héctor Chaclán e Basilio Puac, autorità dei 48 Cantoni di Totonicapán e di Esteban Toc, dirigente dell’ufficio del sindaco Sololá, quattro esponenti nativi che erano stati accusati di associazione illegale, terrorismo, ostacolo alla giustizia, sedizione e ostacolo allo svolgimento di indagini per aver preso parte a proteste pacifiche durante uno sciopero nazionale dell’ottobre 2023. Dopo l’arresto e prima della chiusura del caso, i quattro leader nativi hanno trascorso quasi un anno e mezzo lontano dalle loro famiglie e dalle loro comunità. Amnesty International aveva ripetutamente sollecitato l’archiviazione delle indagini, sottolineando come il codice penale del Guatemala sia spesso usato per criminalizzare le comunità native e negare i loro diritti alla libertà di protesta pacifica e di espressione.   Riccardo Noury
September 12, 2026
Pressenza
“Cuba non è sola!”: il ringraziamento del segretario generale della CTC cubana ad USB
Nelle giornate di celebrazione del centenario della nascita di Fidel Castro, abbiamo ricevuto questo importante messaggio di ringraziamento di Miguel Colina, segretario Generale della CTC cubana, al nostro sindacato. https://www.pressenza.com/wp-content/uploads/2026/08/VID-20260825-WA0000.mp4 In questi ultimi mesi abbiamo dato vita come USB ad una grande prova di solidarietà politica e materiale, impegnandoci nelle manifestazioni contro il criminale Bloqueo statunitense, partecipando con le nostre delegazioni ai vari eventi che si sono svolti a Cuba, incontrando più volte il sindacato fratello della Central de los Trabajadores Cubanos, e contribuendo con una straordinaria raccolta di fondi e medicinali, a sostenere la lotta dell’eroico popolo cubano. Abbiamo fornito alla CTC due generatori di corrente ad energia solare che sono già in uso presso la sede del giornale “Trabajadores” e presso l’Hotelito che ospita i dirigenti sindacali quando vengono all’Avana. Usb continuerà senza sosta la mobilitazione per sostenere il popolo e il governo cubano. CUBA NO ESTÀ SOLA! Unione Sindacale di Base
August 25, 2026
Pressenza