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Invasione del Libano,Israele punta alle risorse idriche del fiume Litani
l ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, ha dichiarato che l’esercito ha ricevuto l’ordine di accelerare la demolizione delle abitazioni libanesi nei villaggi di prima linea vicino al confine, “in linea con il modello applicato a Rafah e Beit Hanoun nella Striscia di Gaza”, città in gran parte rase al suolo durante l’aggressione genocidaria israeliana a Gaza. Ha inoltre sostenuto che le Forze di Difesa Israeliane sono state incaricate di distruggere i ponti sul fiume Litani — situato a circa 30 km dal confine con Israele — per impedire a Hezbollah di “spostarsi verso sud” con armi. All’inizio della settimana, attacchi aerei israeliani avevano già distrutto due ponti sul fiume, interrompendo i collegamenti tra il sud del Libano e il resto del Paese. La distruzione dei ponti punta ad isolare il sud del paese che sembra ritornare ai tempi del 1982 ,quando Sharon scateno’ l’operazione pace in Galilea l’invasione contro Olp .Oggi l’obiettivo è Hezbollah ,in un contesto diverso dove l’unica costante è il fallimento dello stato libanese , ma forse Israele aspira alla conquista del controllo delle risorse idriche del fiume Litani , obiettivo della sua idropolitica coloniale fin dagli anni’20. La strategia israeliana sembra puntare ad una e vera e propria pulizia etnica anche con lo svuotamento dei quartieri sciti a sud di Beirut come Dahieh, nel tentativo di isolare Hezbollah dalla sua base sociale ,ma questa strategia rischia di rafforzare il consenso al partito di dio per quanto indebolito militarmente dalla precedente aggressione ,visto dalla popolazione scita come l’unico oppositore all’invasione israeliana . Si contano già un migliaio di vittime e decine di migliaia di profughi ,la crisi umanitaria si aggrava nel contesto di uno stato indebolito da una crisi economica e finanziaria che ne mette in discussione l’integrità. Ne parliamo con Eliana Riva giornalista
March 23, 2026
Radio Blackout
La guerra come risposta alla crisi di egemonia statunitense conduce alla recessione globale
L’apprezzamento momentaneo del dollaro spinto dalla domanda aggiuntiva di petrodollari occulta una fragilità strutturale dell’economia americana .Un dollaro forte penalizza le esportazioni , i prezzi dell’energia in aumento sono un moltiplicatore inflazionistico che impone il mantenimento di bassi tassi d’interesse da parte della Fed ,il debito di guerra davvero fuori controllo ( 200 miliardi di dollari aggiuntivi appena stanziati per la difesa) costituisce uno degli elementi di una crisi strutturale dell’economia americana .Altro indicatore preoccupante è Il rendimento elevato delle scadenze a breve del debito americano ben più alto di quello delle scadenze lunghe a dimostrazione di una scarsa fiducia nella sostenibilità del debito pubblico americano. La credibilità del dollaro rischia di essere messa in discussione mentre si rafforza la posizione di Pechino che ,spinta dagli eventi ,comincia ad incrementare il processo di de- dollarizzazione aumentando l’utilizzo dei petroyuan per regolare gli scambi con i paesi del Golfo e l’Iran. Nonostante la chiusura dello stretto di Hormuz e i danni agli impianti petroliferi ,il prezzo del petrolio e del gas non è aumentato in maniera proporzionale pur assestandosi intorno ai 100 dollari .Il mercato sta scontando la futura recessione che porterà ad un calo della domanda e dei consumi. I segnali ci sono tutti: tassi a breve del debito americano più alti delle scadenze lunghe,indice PMI della fiducia delle imprese sotto i 50 punti ,soglia che segnala una contrazione dell’attività economica, indice VIX 30 che misura in tempo reale la volatilità attesa del mercato azionario statunitense che indica un’elevata instabilità e un forte nervosismo tra gli investitori ,il valore dei CDS (Credit Default Swap) valore dei premi di assicurazione sul rischio d’insolvenza molto alto. Tutti segnali che indicano una recessione incombente e un atteso calo della produzione e dei consumi conseguenza degli effetti della guerra. Ne parliamo con Alessandro Volpi economista
March 23, 2026
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Iran: mentre si rafforza l’ala militare il regime chiama all’unità nazionale
L’ assassinio di Larijani fa uscire di scena una figura di potenziale mediatore anche se dal punto di vista della repressione interna è stato molto attivo, sta emergendo una leadership legata ai guardiani della rivoluzione (IRGC),si rafforza quindi l’ala militare che controllava già pezzi importanti dell’economia iraniana .Questa generazione non ha vissuto il trauma della guerra con l’Irak ma ha partecipato alla guerra in Siria ,quindi teme oltremodo la prospettiva di una guerra civile . E’ molto meno legata alla sfera religiosa e più tollerante rispetto a manifestazioni esteriori relative all’abbigliamento oppure all’hijab ,ma molto attenta a reprimere il dissenso organizzato. Il sistema delle “bonyad”(fondazioni benefiche parastatali),che gestiscono enormi patrimoni immobiliari e l’economia informale e i privilegi che hanno generato anni di sanzioni costituiscono l’impalcatura economica che sostiene il regime e parte del suo consenso. Di fronte alla minaccia dell’ aggressione nel messaggio di Mojtaba Khamenei per il Newroz,il capodanno persiano, si parla del rafforzamento dell l’unità nazionale, e si sottolinea anche il significato della coincidenza di Nowruz di quest’anno con Eid al-Fitr,la festa musulmana della fine del ramadan.La continuazione delle tradizioni agisce come una forma di resistenza culturale contro gli effetti destabilizzanti della guerra e si evoca l’identità persiana invocando l’unità nazionale. Ne parliamo con Tara Riva analista geopolitica italo iraniana
March 23, 2026
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Logistica come servizio essenziale. Una minaccia contro le lotte del settore
Una nuova stretta sul diritto di sciopero colpisce il settore della logistica. Con una recente delibera, la Commissione di Garanzia ha esteso le limitazioni previste dalla legge 146/1990 all’intera filiera, equiparandola di fatto ai servizi pubblici essenziali. Questo significa più vincoli, obblighi di preavviso in caso di scioperi e margini di azione ridotti per lavoratrici e lavoratori, organizzati e non, lungo tutta la catena, dai magazzini alla distribuzione. Una scelta politica che arriva dopo anni di significative mobilitazioni in uno dei settori più attivi sul piano del conflitto sociale, in cui negli ultimi anni scioperi e blocchi hanno portato alla luce condizioni diffuse di sfruttamento, precarietà e illegalità e ottenuto miglioramenti concreti su salari e diritti. Secondo i sindacati di base che da anni organizzano i lavoratori e le lavoratrici nel settore si tratta infatti di un tentativo di svuotare l’efficacia dello strumento-sciopero proprio dove aveva inciso di più e tutelare così la continuità dei profitti. Di fronte a questa stretta, annunciano nuove mobilitazioni. Ne abbiamo parlato con Eddi del sindacato SI COBAS:
March 21, 2026
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