Come Israele sta erodendo la vita dei palestinesi in Cisgiordania
I coloni appendono bandiere e striscioni israeliani nel quartiere Masoudiya
vicino alla città di Sebastia, a nord di Nablus, il 13 febbraio 2026. (Foto di
Mohammed Nasser/APA Images)
La violenza israeliana in Cisgiordania non è drammatica come quella a Gaza, ma è
metodica, duratura e talvolta più difficile da comprendere. Ecco come Israele
sta usando il terrorismo dei coloni, le politiche finanziarie e le tattiche
legali per soffocare la vita palestinese.
Di Abdaljawad Omar 13 febbraio 2026 2
Oggi, in Cisgiordania si sta sviluppando una trasformazione silenziosa. Non si
tratta della stessa forma di violenza spettacolare che un tempo dominava il
ciclo delle notizie globali a Gaza, ma è più metodica e duratura — e più
difficile da interrompere.
Si svolge in tre processi apparentemente slegati: guerra finanziaria contro la
vita economica palestinese, terrorismo dei coloni sostenuto dallo Stato e la
legalizzazione dell'annessione. Ciò che lega questi processi non è semplicemente
il fatto che avvengano nello stesso territorio e nello stesso momento, ma la
loro architettura condivisa: fanno parte di un regime di compressione che non
distrugge apertamente la vita palestinese, ma la limita sistematicamente.
Ogni meccanismo opera attraverso un registro diverso — uno attraverso la
liquidità, uno attraverso la violenza, uno attraverso la legge — ma tutti
convergono verso lo stesso obiettivo: restringere il campo d’azione e far
continuare la vita ai palestinesi.
Tutto questo avviene sotto traccia, mentre il mondo sembra allontanarsi dalla
Palestina. I movimenti globali erano stati, dopotutto, mobilitati dall'orrore
dei massacri quotidiani, anche se tutto in Cisgiordania appare immutabile almeno
in superficie. Il passaggio quotidiano attraverso i checkpoint si è trasformato
in un rituale rigido. Oltre 42.000 rifugiati palestinesi dai campi di Jenin e
Tulkarem rimangono sfollati, vivendo una tensione sospesa che si rifiuta di
essere risolta.
Man mano che i massacri a Gaza cambiano forma e perdono la loro forza più
spettacolare, i movimenti di protesta vacillano e la solidarietà rivela la sua
dipendenza dal sangue e dalle catastrofi. Quando l'horror diventa meno
“televisivo”, l'attenzione si disperde — un crudo riflesso dello stato
dell'economia dell'attenzione globale.
Questo continuo scompiglio ha fatto più che esaurire l'attenzione: sta gettando
le basi per altre violenze che si svolgeranno in Cisgiordania senza essere
notate.
È così che il regime di compressione israeliano continua a erodere le condizioni
per l'esistenza palestinese.
Blocchi finanziari
La Cisgiordania sta affrontando una grave crisi bancaria e di
liquidità innescata dai limiti imposti da lungo tempo da Israele sui cambi di
valuta ai sensi del Protocollo di Parigi del 1994. Per quasi trent’anni, Israele
ha fissato informalmente un tetto annuale alla conversione di shekel dalle
banche palestinesi a 18 miliardi di NIS, una cifra che non ha tenuto il passo
con la crescita economica palestinese. Il risultato è che le banche palestinesi
hanno accumulato enormi eccedenze di shekel israeliani che non sono in grado di
convertire in valute estere come dollari statunitensi o dinari giordani. Nel
maggio 2024, l'Autorità Monetaria Palestinese ha imposto alle banche di smettere
di accettare ulteriori shekel, scatenando disagi diffusi: i cittadini faticano a
versare assegni, le imprese non riescono a depositare i ricavi e alcuni
residenti sono finiti in scoperto bancario..
La carenza di valuta convertibile ha anche alimentato un mercato nero in cui gli
shekel vengono scambiati a tassi significativamente inferiori a quello
ufficiale. La crisi è stata aggravata dal ridotto accesso dei lavoratori
palestinesi in Israele dall'ottobre 2023, che ha ridotto drasticamente il flusso
di salari che un tempo garantiva una fonte costante di valuta estera.
Negli ultimi mesi, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich ha
adottato ulteriori misure che i palestinesi vedono come tentativi di indebolire
ulteriormente il coordinamento economico: si è opposto all'aumento del tetto di
conversione degli shekel e ha ordinato la cancellazione di una garanzia bancaria
del governo israeliano (una sorta di lettera di "indennizzo") che protegge le
banche israeliane quando collaborano con istituzioni bancarie palestinesi.
Sebbene questa revoca non sia ancora formalmente esecutiva, riflette un più
ampio mutamento della politica israeliana volto a limitare la cooperazione
finanziaria con l'Autorità Palestinese e a creare le condizioni per una crisi
strutturale del sistema bancario palestinese.
Ciò che questa crisi bancaria indotta rivela non è un'anomalia, ma una logica di
governo: il blocco come metodo. La minacciata revoca delle garanzie bancarie di
corrispondenza non è stata una semplice manovra finanziaria; ha messo a nudo la
morsa strutturale radicata nell'economia palestinese. Poiché le banche
palestinesi dipendono dalle controparti israeliane per la compensazione degli
shekel e per elaborare transazioni transfrontaliere, l'intero sistema monetario
rimane mediato dall'esterno. Il rifiuto di assorbite l’eccedenza di shekel, il
congelamento o il ritardo dei meccanismi di autorizzazione e la minaccia
periodica di recidere i legami bancari garantiti formano, insieme, un regime di
interruzione controllata. Come i checkpoint fisici, questo sistema ne stabilisce
di finanziari.
Il blocco agisce limitando la circolazione di valuta, liquidità e credito, fino
a quando la vita economica non rallenta fino alla soglia dell'asfissia. Non si
tratta di un crollo in senso drammatico, ma di qualcosa di più calcolato. I
sistemi finanziari dipendono dalla fiducia: dall'aspettativa che i depositi
siano sicuri, che la liquidità sia disponibile, che i canali corrispondenti
rimangano aperti. Minacciando ripetutamente di revocare le garanzie e di
interrompere i processi di autorizzazione, Israele inietta incertezza nel
sistema circolatorio della finanza palestinese. Le banche continuano a operare,
ma sotto costrizione permanente. I depositanti restano, ma con crescente ansia.
L'Autorità Monetaria Palestinese rassicura, ma la rassicurazione stessa diventa
parte del ciclo di gestione della crisi.
Il blocco produce quindi precarietà cronica invece che un’implosione immediata.
Svuota le istituzioni dall'interno, erodendo la fiducia pur mantenendo la
facciata di normalità. Come strategia coloniale di insediamento, il blocco
precede la demolizione. Prepara il terreno. Il settore bancario palestinese — un
tempo descritto come un pilastro di relativa stabilità — diventa il luogo in cui
l'assenza di sovranità si fa sentire più acutamente.
La capacità di limitare la circolazione trasforma la dipendenza economica in
leva politica. Il blocco è il primo movimento di una sequenza volta a
smantellare il mondo palestinese: non solo con una distruzione spettacolare, ma
chiudendo silenziosamente i canali attraverso i quali quel mondo si
autosostiene. Spinge i palestinesi — commercianti, mercanti, imprese e
lavoratori — verso l'orlo del baratro, dove la vita economica si riduce alla
mera sopravvivenza e il limite non è più un'eccezione, ma una condizione.
Il terrore dei coloni
Quelli che erano iniziati come i passi solitari di un colono che scendeva dalla
fattoria di Nahal Adasha verso Khirbet al-Halawa si si sono trasformati in uno
spettacolo coordinato di dominio in tutta Masafer Yatta, nella Cisgiordania
meridionale. Dopo un alterco con i residenti, il colono ha chiamato rinforzi; ne
sono arrivati a decine, alcuni armati, presto raggiunti dai soldati israeliani.
Per ore, secondo testimoni oculari palestinesi, i coloni hanno picchiato i
residenti, rubato decine di pecore, dato fuoco a proprietà e riserve di legna da
ardere, frantumato finestre e spruzzato spray al peperoncino nelle case. Gli
uomini sono stati trattenuti e costretti a sedersi a terra, donne e bambini
aggrediti e ambulanze ostacolate.
Nella vicina Khirbet al-Fakhit, un uomo di 48 anni è stato ricoverato con una
frattura al cranio e un'emorragia cerebrale, mentre la madre anziana era ferita
accanto a lui. Al calare della notte, il bestiame è stato spinto verso gli
avamposti e gli insediamenti; la violenza si è estesa da un borgo all'altro in
quello che i residenti hanno descritto come un raid pianificato.
Per gran parte dell'episodio di sei ore, le forze israeliane erano presenti. Gli
abitanti del villaggio raccontano di soldati che assistevano inerti al furto del
bestiame e che, in certi momenti, limitavano i movimenti dei medici che
cercavano di raggiungere i feriti. Due donne palestinesi sono state arrestate e
successivamente rilasciate senza accuse. Ciò che i palestinesi hanno subito non
è stata una semplice violenza di massa, ma una coreografia dell'impunità in cui
l'architettura dell'occupazione — avamposti civili, coloni armati e soldati in
divisa — è confluita per produrre espropriazione in tempo reale.
Questa scena non è nuova. È la grammatica della vita nell'Area C, il 60% della
Cisgiordania sotto il pieno controllo israeliano. In queste aree marginali,
l'edilizia palestinese è ridotta al minimo e la permanenza è trattata come una
provocazione. La vita segue ritmi stagionali: il raccolto delle olive, la cura
delle greggi, il lento movimento attraverso le terre aperte. Questi non sono
spazi vuoti. Sono geografie vissute, sostenute da vie di pascolo, sentieri
pedonali e cure ereditarie. Eppure la loro apertura li rende vulnerabili.
Sono esposti all'invasione e all'intimidazione coreografata, a un regime che
interpreta la mobilità stessa come una pretesa.
La violenza è multidirezionale. Il colono imita il palestinese e nello stesso
tempo brucia la terra; Imita il pascolo mentre massacra il gregge; dà fuoco agli
ulivi e sradica il suolo stesso da cui traggono la loro vita ostinata. L'attacco
a Masafer Yatta non è stata una vicenda isolata. Episodi simili sono stati
documentati in tutta la Cisgiordania con frequenza crescente da ottobre 2023:
ad al-Tuwani, dove i coloni hanno impedito agli agricoltori l'accesso alle loro
terre durante il raccolto delle olive; a Susiya, dove l'espansione degli
avamposti ha allontanato le famiglie dalle aree di pascolo che utilizzavano da
generazioni; a Jinba, dove la designazione militare di "zone di tiro" è stata
usata come arma per facilitare lo sfollamento. Il modello è coerente: la
violenza crea fatti sul terreno che le misure amministrative poi consolidano.
Ma più di ogni altra cosa, il terrore dei coloni è pensato per confinare,
demolire e rendere la vita invivibile — a comprimere l'esistenza in recinti
sempre più stretti dove l’allontanamento inizia ad apparire l'unico orizzonte
rimasto. Ciò che distingue il momento attuale non è l'invenzione di queste
tattiche, ma la loro intensificazione e coordinazione.
Il terrore dei coloni è sempre stato una caratteristica dell'occupazione, ma ora
opera con un'audacia che implicherebbe una sanzione ufficiale. I ministri
israeliani celebrano apertamente gli attacchi. Le indagini della polizia sono
superficiali o inesistenti. Il messaggio è chiaro: la presenza palestinese è
provvisoria, soggetta a revoca tramite una combinazione di restrizioni legali e
intimidazione fisica.
Annessione e legalizzazione
Ciò che si è svolto non è una drammatica dichiarazione di sovranità, ma qualcosa
di molto più subdolo: un silenzioso inasprimento della morsa. Negli ultimi mesi,
il governo israeliano ha promosso una serie di misure che fungono da strumenti
di assorbimento territoriale. A gennaio, la Knesset ha approvato una legge che
legalizza di fatto dozzine di avamposti coloniali costruiti su terreni privati
palestinesi, garantendo loro retroattivamente uno status ufficiale. La legge
consente ai coloni di rivendicare la proprietà della terra che hanno occupato,
spesso per anni, asserendo che la loro presenza fosse autorizzata, anche laddove
tale autorizzazione non è mai esistita. I proprietari terrieri palestinesi hanno
diritto teoricamente a un risarcimento, ma il meccanismo per ottenerlo è
farraginoso, richiede di districarsi tra i tribunali israeliani e non offre
alcuna garanzia di successo.
Contemporaneamente, il governo ha adottato misure per allentare le restrizioni
sull'espansione degli insediamenti. Le commissioni di pianificazione che un
tempo richiedevano il coordinamento con l'Amministrazione Civile — l'organo
militare israeliano che governa l'Area C — possono ora approvare la costruzione
più rapidamente. I processi di revisione ambientale sono stati semplificati. Le
valutazioni archeologiche, che in precedenza ritardavano alcuni progetti, sono
ora accelerate o revocate. L'effetto cumulativo è la rimozione dell'attrito
burocratico che, a tratti, aveva rallentato la crescita degli insediamenti. Ciò
che un tempo era incrementale diventa ora accelerato.
Queste misure sono presentate come aggiustamenti amministrativi, ma funzionano
come strumenti di assorbimento territoriale. L'annessione qui non è dichiarata;
viene sedimentata — strato dopo strato, permesso dopo permesso, registro dopo
registro.
Aprendo i registri fondiari e smantellando le tutele, lo stato trasforma il
panorama in un mercato in cui potere, capitale e coercizione convergono. La
violenza è burocratica, il suo linguaggio tecnico, ma il suo effetto
inequivocabilmente politico: la costante cancellazione della presenza spaziale
palestinese a favore di una rivendicazione sovrana che avanza senza mai
nominarsi.
Queste misure svuotano anche ciò che resta dell'autonomia amministrativa
palestinese. Il quadro di Oslo — già frammentato e diseguale — si basava sulla
finzione di un’autorità delegata in aree designate della Cisgiordania, le
cosiddette Aree A e B. Ora, anche quella finzione viene metodicamente
smantellata.
Estendendo i poteri di controllo israeliani in ambiti un tempo gestiti dalle
istituzioni palestinesi — pianificazione, regolamentazione ambientale,
patrimonio culturale — l'architettura di un autogoverno limitato crolla su se
stessa. L'Autorità Palestinese non viene affrontata in una rottura aperta, ma
scavalcata, resa irrilevante e silenziosamente spostata da un regime di diretta
supervisione. Quella che sembra essere una riforma della governance è, in
realtà, la riconfigurazione della sovranità sul campo.
La gravità di questi passi non risiede solo nel loro impatto immediato, ma anche
nella loro ambizione temporale. Non si tratta di politica come reazione, ma di
politica come permanenza. Essa cerca di precludere il futuro rimodellando il
presente — inserendo il controllo israeliano così profondamente nel tessuto
legale e amministrativo del territorio da rendere inimmaginabile qualsiasi
inversione di rotta.
I sostenitori occidentali di Israele possono emettere condanne, ma la macchina
del consolidamento procede con calma procedurale. Ogni aggiustamento normativo,
ogni approvazione urbanistica, ogni registrazione fondiaria trasforma
gradualmente lo status quo in qualcosa che il diritto internazionale non ha più
il vocabolario per contestare.
La logica della compressione
Il blocco limita la circolazione economica. Il terrore rende lo spazio fisico
pericoloso e incerto. La legge preclude il ricorso legale e l'autonomia
amministrativa. La crisi bancaria significa che anche chi possiede capitali non
può accedervi in modo affidabile. La violenza dei coloni significa che anche chi
possiede la terra non può lavorarla in sicurezza. L'annessione legale significa
che anche chi possiede titoli di proprietà non può difenderli.
Insieme, questi fattori, producono una condizione in cui la protezione rimane
indietro e l'esposizione diventa ordinaria.
L'obiettivo qui non è ancora l’eliminazione della popolazione palestinese—un
tale progetto attirerebbe la condanna internazionale ed una resistenza
organizzata—ma la sua gestione sulla soglia della sostenibilità. I palestinesi
rimangono, ma la loro capacità di riproduzione sociale, economica e politica
autonoma continua a diminuire. Le imprese operano, ma in condizioni che ne
impediscono l'espansione. Gli agricoltori coltivano, ma su lotti sempre più
piccoli. Le istituzioni funzionano, ma senza le risorse o l'autorità per servire
efficacemente le proprie popolazioni. La vita continua, ma in corridoi sempre
più ristretti.
Ciò che rende questo regime particolarmente efficace è la sua diffusione delle
responsabilità. Nessun singolo attore ne porta l'esclusiva responsabilità. La
banca corrispondente cita la conformità normativa. Il colono sostiene legittima
difesa o diritto biblico. La commissione edilizia si appella ai regolamenti
urbanistici. Il soldato esegue gli ordini. Ogni decisione è difendibile
all'interno del proprio dominio, giustificata da precedenti, necessità o
pressione esterna. Eppure il modello, invisibile a livello di azioni
individuali, diventa leggibile nel suo insieme. Ciò che appare come attrito
amministrativo, imperativo di sicurezza o rischio di mercato si rivela, col
tempo, come una costrizione organizzata.
La realtà esperienziale per chi è sottoposto a questo regime è quella
dell'adattamento cronico. Il commerciante di Ramallah che un tempo pianificava a
cinque anni, ora fa i calcoli su base trimestrale, incerto se la sua banca
onorerà i prelievi o se nuove restrizioni spezzeranno la sua catena di
approvvigionamento. Il pastore di Masafer Yatta, che un tempo pascolava sulle
colline che la sua famiglia lavora da generazioni, ora confina il suo gregge
nelle valli visibili dal villaggio, i suoi figli imparano la cautela prima di
acquisire fiducia. Il pianificatore municipale di Bethlehem, che un tempo
progettava ampliamenti, ora passa il tempo a districarsi tra dinieghi di
permessi e a negoziare ordini di demolizione; la sua formazione professionale è
ridotta alla gestione delle crisi. Il tempo diventa reattivo invece che
progettuale. La pianificazione si estende solo fino al permesso successivo.
Questa logica non è esclusiva della Cisgiordania. In diverse aree geografiche,
incontriamo schemi simili: il ridimensionamento dei diritti, la riduzione dei
beni pubblici, il restringimento delle possibilità politiche, la normalizzazione
dell'emergenza come struttura. A Gaza, il blocco ha operato per quasi due
decenni come un laboratorio di diminuzione controllata, mantenendo una
popolazione appena sopra la soglia della catastrofe umanitaria impedendo al
contempo lo sviluppo economico o l'autonomia politica. E con la distruzione di
Gaza, la vita viene ridotta in spazi ancora più angusti e apporti calorici
gestiti.
La politica dello shock e l'attrito burocratico non sono opposti; sono tempi
complementari all'interno di un unico ordine. Lo spettacolo destabilizza la
percezione, annunciando trasformazione e rottura, mentre le misure
amministrative ricalibrano silenziosamente ciò che è vivibile. Il blitz
esecutivo dell'amministrazione Trump — ordini emessi in rapida successione,
politiche revocate e reintegrate, norme violate e difese nello stesso tempo —
genera disorientamento. L'attenzione si disperde. Quello che ieri sembrava
assurdo diventa lo sfondo di oggi. Nel frattempo, il lavoro meno visibile
procede: regolamenti riscritti, tribunali riformati, discrezionalità
nell'applicazione della legge ampliata. Lo spettacolare e il procedurale
collaborano: l’uno esaurisce la capacità di indignazione, l'altro inserisce
vincoli nell'architettura istituzionale.
Ciò che si sta costruendo, quindi, non è una crisi temporanea, ma una condizione
duratura. Il blocco bancario in Cisgiordania non è pensato per essere risolto,
ma gestito. La violenza dei coloni non è un’aberrazione da correggere, ma da
calibrare. L'annessione legale non è una deviazione dalle norme internazionali,
ma in parte è la nuova normalità.
La domanda non è se questi processi si intensificheranno—si stanno già
intensificando—ma se chi li subisce riconoscerà il modello in tempo per
interromperlo, se l'attenzione globale potrà essere sostenuta in assenza di
violenza spettacolare, se la solidarietà potrà attaccarsi al lento macinio della
compressione con la stessa ferocia con cui un tempo rispondeva allo shock
improvviso di un massacro.
Per ora, la logica della compressione procede con la sicurezza di un progetto
che ha calcolato i limiti della resistenza. Scommette che le popolazioni
mantenute sotto la soglia di rottura si adatteranno invece di ribellarsi, si
esauriranno nel tentativo di barcamenarsi invece di organizzarsi per la
trasformazione.
Se questa scommessa reggerà non dipende dall'ingegnosità dei meccanismi — quelli
sono già operativi — ma dalla capacità di chi vi è sottoposto di rifiutarne i
termini, di trovare proprio nella condizione di compressione le basi per un
rifiuto collettivo.
Abdaljawad Omar
Abdaljawad Omar è scrittore e Professore Associato presso l'Università di
Birzeit, Palestina.
Seguitelo su X @HHamayel2.
How Israel is eroding life for Palestinians in the West Bank – Mondoweiss
Traduzione a cura di Associazione di Amicizia-Italo Palestinese Onlus, Firenze