DI TRALICCI E ORO NERO
> Da Brughiere, 17.04.2026
«Risulta chiaro il concetto che ha determinato la nuova dislocazione dei
reparti: ricerca del nemico per batterlo nei suoi punti più delicati»
(Diario storico del Comando divisione Garibaldi Carnia, 1945)
E così, solo ora abbiamo potuto sapere che a fine marzo l’abbattimento di un
solo traliccio in Italia avrebbe bloccato per alcuni giorni il rifornimento di
petrolio nell’Europa centrale. L’oro nero infatti, una volta arrivato nel porto
di Trieste, viene immesso nell’Oleodotto Transalpino (TAL) il quale pare
soddisfi nientemeno che il 40% del fabbisogno petrolifero della Germania, il 90%
di quello dell’Austria e oltre il 50% di quello della Repubblica Ceca. Ma tutto
quel petrolio greggio non scorre sottoterra lungo migliaia di chilometri per
grazia ricevuta, per sola forza d’inerzia. Avendo bisogno d’essere pompato,
necessita di energia, tanta energia, proveniente da strutture installate un po’
dappertutto sulla terra. Il traliccio abbattuto, ad esempio, che porta il numero
416 ed è stato posizionato da Terna, è situato a Terzo, un paese piccolino di
trecento abitanti sulla strada fra Tolmezzo e Paluzza.
Incredibilmente, la notizia del sabotaggio è stata data soltanto dalla stampa
tedesca, mentre qui in Italia veniva smentita dal Gruppo TAL (che gestisce
l’oleodotto), il quale l’ha definita «notizia destituita di fondamento»,
preferendo definire l’accaduto «un rallentamento tecnico delle attività»:
versione tuttavia smentita a sua volta dalla stessa Terna, la quale viceversa
attribuisce a mani «ignote» il danneggiamento della propria linea elettrica. E
in effetti le immagini diffuse sono inequivocabili, mostrando alcuni montanti
del traliccio tranciati di netto.
Quanto ai responsabili dell’azione, avvenuta proprio in un periodo in cui il
petrolio scarseggia in tutto il mondo a seguito della guerra scatenata da Stati
Uniti d’America ed Israele contro l’Iran, le indagini sono ancora in corso. C’è
chi ci vede lo zampino di qualche 007 straniero più o meno deviato, e chi la
mano di qualche ribelle nostrano più o meno anarchico. Due ipotesi entrambe
comprensibili. La prima, perché il modo migliore per dissuadere il dilagare di
cattivi esempi è quello di attribuirli a trame di Stato e giochi di potere. La
seconda, perché ad evocarla è il luogo stesso in cui è avvenuto il sabotaggio.
Perché la Carnia è terra di resistenza e di anarchia. È qui, in mezzo a queste
montagne, che si è formata la prima brigata partigiana d’Italia, è qui che fu
creata la prima Zona libera dal nazifascismo (esperienza che durò due mesi,
nell’estate del 1944, prima di venir repressa nel sangue), è qui che gli
anarchici erano talmente radicati da dare vita a interi paesi. Laddove le forze
d’occupazione presidiavano strade e villaggi, i partigiani si muovevano nei
boschi, appoggiandosi a malghe e stavoli.
Non sarebbe in fondo tanto strano se oggi gli eredi di Aso ripercorressero
quegli stessi sentieri di montagna per andare alla ricerca del nemico e batterlo
nei suoi punti più delicati.