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Costruire arche ai piedi delle Alpi
-------------------------------------------------------------------------------- «Il presente è percepibile solo in superficie È lavorato in profondità da solchi sotterranei, da invisibili correnti sotto un terreno apparentemente fermo e solido…» (Edgar Morin, «La via») A volte per ritrovare i sogni di imprese tremendamente difficili o il senso di quello che pazientemente facciamo creando oggi i mondi differenti che vorremmo vivere basta mettere lo zaino in spalla. “Transizioni fest”, quest’anno dedicato al tema della convivialità, è nato tra i boschi della Brianza da un’idea della cooperativa Liberi sogni, ma è stato presto condiviso con tanti altri e per il 2026 ha fatto tappa in Val Cavallina, ospiti della cooperativa L’innesto: qui, a piedi delle Alpi, 180 persone diverse per età, passioni, saperi, provenienza (9 regioni) si sono incontrate dal 30 maggio al 2 giugno. Chi ha partecipato sapeva bene che non sarebbero bastate le parole per comporre i disegni collettivi in grado di mostrare ciò che spesso nella vita di ogni giorno ci sfugge: per questo tutti hanno contribuito in diversi modi a realizzare questo atipico festival. Qualcuno, ad esempio, ha caricato su un furgone frutta e verdura di agricoltura contadina per i pasti del festival, malgrado non potesse fermarsi per ragioni familiari. I. è un cuoco e ha chiamato invece da Firenze: da ragazzo aveva vissuto un campo in natura con Liberi sogni di cui ha sempre conservato un ricordo meraviglioso e per contraccambiare oggi si è reso disponibile in cucina. A. invece è un ragazzo che ha attraversato un periodo difficile, rinchiudendosi in casa: ha accettato di dare una mano prima nei progetti di agricoltura sociale e ora al festival per le tante questioni logistiche a cui far fronte. Già, la logistica e l’accoglienza: punto di riferimento fondamentale per tutti e tutte è stata Nicole, vent’anni ma lucidità e cordialità a palate. Naturalmente tutti i partecipanti sono stati coinvolti a dare una mano: dalle pulizie al lavaggio dei piatti passando per il montaggio e lo smontaggio delle tende. Dopo gli incontri e i laboratori, puntuale rimbalzava una voce dalla cucina: “Qualcuno può dare una mano ad apparecchiare?”. Per far emergere uno spirito comunitario sono stati importanti i pasti condivisi sotto un’accogliente tettoia, ma anche i giochi di gruppo della prima serata. Già nel pomeriggio, il giocare ha mostrato tutto il suo potente collante sociale capace di abbattere barriere di qualsiasi tipo tra i più grandi, quando la cooperativa L’Innesto ha presentato il Pirlì, antica trottola in legno di origine medievale, di fatto il progenitore comunitario del flipper, di cui si trovano versioni simili nei Paesi bassi come nel bergamasco. Le giornate hanno intrecciato in modo splendido discussioni e laboratori su temi diversi (immaginazione e narrazione, comunità, democrazia, tecnologie e pratiche conviviali, abitare condiviso, intelligenza collettiva e cambiamenti climatici…), con tanti ospiti (che hanno saputo sempre mettersi in cerchio), ma anche uno spettacolo Rosmarino, per la rimembranza, ti prego amore, ricorda di e con Candelaria Romero, attrice e scrittrice argentina, vissuta in esilio in Bolivia e in Svezia). Difficile raccontare tutta la ricchezza condivisa. Costruire arche per le comunità zapatiste significa creare spazi di autonomia e reti di resistenza comunitaria per proteggersi dalla crescente violenza delle crisi che sono inevitabilmente locali e globali. Ecco, Transizioni fest è stato prima di tutto un grande cantiere messo su per costruire arche e per essere più consapevoli che in realtà tanti e tante ovunque sono già un cantiere sociale di questo tipo. Che inevitabilmente è spesso alle prese con l’impatto devastante di norme che definiscono l’abitare, l’educazione, la salute, la socialità e soffocano il coraggio di tanti gruppi: anche per questo un laboratorio di grande interesse è stato dedicato alla critica al sistema normativo e alle possibili forme di resistenza e liberazione dal basso. Per la redazione di Comune, la presentazione del libro Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera), che raccoglie testi di Marco Calabria, è stato uno scambio di rara intensità con oltre cinquanta persone. Si è discusso di come fare mondi nuovi significa non delegare ma cominciare dal qui e ora, di quanto qualsiasi processo di cambiamento profondo sia necessariamente limitato e contraddittorio ma non per questo futile, dell’importanza di partire dalla vita di ogni giorno delle persone comuni senza rincorrere modelli eroici e spesso macisti del cambiamento. Si è ragionato insieme anche del non-fare per imparare a prendere sul serio le proprie vulnerabilità e a proteggersi a vicenda. E di come la costruzione di mondi nuovi e multipli passi per la ricomposizioni delle relazioni sociali e della fiducia. “Per Ernesto De Martino il mondo è prima di tutto un contesto affidabile, cioè fatto di fiducia tra le persone – ha detto Stefania Consigliere durante la presentazione del libro – Il problema oggi è che siamo costretti a fare molta fatica ogni mattina a costruire il mondo… In un mondo di fiducia, ad esempio, nessuno muore da solo. Ma sappiamo anche che la fiducia non basta, servono la giustizia e la nostra capacità di non delegare ad altri, neanche a macchine o a ideologie. Ci può aiutare una domanda: e se ipotizzassimo che il mondo è costruito sulla collaborazione?“. Probabilmente la creazione di relazioni di fiducia oggi ha a che fare con il bisogno di imparare ad ascoltare e con un’idea del tempo diversa da quella dell’orologio capitalista di cui ha parlato Claudio Orrù, che ha dedicato molte attenzioni al pensiero di Ivan Illich e all’Università della terra nata in Chiapas da due amici e collaboratori di Illich come Gustavo Esteva e Sergio Beltràn. «Nella lingua tojolabal, parlata da alcune comunità indigene zapatiste – ha detto Claudio – non esiste quello che noi traduciamo come “io parlo”, ma esistono verbi che implicano sempre sia l’azione di chi parla sia quella di chi ascolta, ci sono dunque sempre due soggetti agenti, sia l’io che il tu, e non un soggetto e un oggetto». Pensare alla costruzione delle arche, per le comunità zapatiste significa favorire cambiamenti profondi e complessi che hanno bisogno di “120 anni”. Insomma, è urgente uno sguardo diverso che punti al tempo lungo. La tormenta in corso sarà lunga e difficile, come dimostra il tempo di guerra che viviamo. Un orizzonte di senso, ha aggiunto Daniele, No tav accolto più volte in Rojava, resta il “facciamo quello che diciamo” abbracciato del movimento di liberazione curdo. Si tratta anche di non cadere nella frustrazione perché costretti a misurare i processi di cambiamento con le griglie dei bilanci aziendali o con quelli dei bandi pubblici. «Non dobbiamo mai dimenticare che costruiamo cornici altre – ha detto Matteo di Liberi sogni – Non siamo chiamati a prevedere tutto, ma a creare fiducia, collaborazione e liberare liberandoci. Perfino a fare nostra una certa disciplina intesa come fatica di attenzione all’altro e ai tempi lunghi». Dopo numerosi interventi, la presentazione di questo libro dedicato alla capacità di immaginare, riconoscere e creare mondi nuovi si è conclusa prima con le parole e con l’emozione di Licia: «Incontri come questo ti fanno sentire parte di una collettività diffusa, anche se, come nel mio caso, sono alla prese con il mondo della scuola e con la vita di un paese dove è facile sentirsi soli…». Poi con la lettura di un verso di una poesia di Marco Calabria: «Siate incapaci di accettare la realtà! Vi prego». L’arca dei sogni liberi che rifiuta le logiche di guerra prende forma ai piedi delle Alpi, qualcuno ha già voglia di progettare l’edizione 2027. Come la Flotilla, quell’arca ha iniziato a consegnare ovunque senso e aiuti. Un momento della presentazione di Gridare, fare, pensare mondi nuovi (Eleuthera) con Gianluca Carmosino, Stefania Consigliere e Claudio Orrù Si chiama Valle delle sorgenti, il “Centro di conoscenza e fruizione della biodiversità della Val Cavallina” che ha ospitato Transizioni fest 2026 Ad accogliere i partecipanti del Transizioni fest, in un panorama naturalistico meraviglioso, la prima sera è arrivata anche la luna. La terza sera invece è stato un temporale a portare il suo saluto Alla storia di un gioco comunitario come il Pirlì, la cooperativa L’Innesto ha dedicato una ricerca promossa con l’Associazione Giochi Antichi e l’Università di Bergamo: Il Pirlì c’era una volta e c’è ancora Fare colazione, pranzare e cenare insieme: difficile trovare un modo migliore per costruire relazioni di fiducia tra persone che non si conoscono Uno dei laboratori promosso lunedì 1 giugno sul tema delle energie Anche i bambini e le bambine hanno voluto dare una mano all’autogestione del piccolo grande festival dedicato alla convivialità Un momento dell’incontro Immaginario e libertà che ha aperto il Transizioni fest -------------------------------------------------------------------------------- Il comitato promotore di Transizioni fest 2026: -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Costruire arche ai piedi delle Alpi proviene da Comune-info.
June 2, 2026
Comune-info
Un festival dedicato alla convivialità
MAI NELLA STORIA LA NOSTRA SPECIE ERA ARRIVATA A METTERE IN DISCUSSIONE LA SUA ESISTENZA PER VIA DEL PROPRIO E INDISCUSSO MODELLO DI SVILUPPO. EPPURE LA MEGAMACCHINA SEMBRA PROSEGUIRE INGORDA, SEMPRE PIÙ ARROGANTE, PRONTA A RICORRERE ALLA GUERRA IN UNA ESCALATION SENZA FINE. NON BASTA CHIEDERCI COSA FARE RISPETTO A QUESTO SCENARIO, ABBIAMO BISOGNO DI PENSARE ANCHE AL COME. PER FARLO SAPPIAMO CHE NON SERVE UN CONVEGNO BEN ORGANIZZATO, MA UN LUOGO NEL QUALE INCONTRARCI PER PIÙ GIORNI, DOVE CONFRONTARCI SU TANTI TEMI, PARTECIPARE A LABORATORI E NUTRIRE IL SAPER FARE, TRA MUSICA, DANZA, ARTE, UN LUOGO CHE POSSA ANIMARSI CON IL CONTRIBUTO DI TUTTI E TUTTE, MOLTO PIÙ DI UN CAMPEGGIO AUTOGESTITO IN TENDA. DAL 30 MAGGIO AL 2 GIUGNO, IMMERSI UN BOSCO DELLA VALLE DELLE SORGENTI (A GAVERINA TERME, BERGAMO), PROTEGGENDO IL GUSTO DEL TEMPO LENTO E DEL CIBO BUONO, C’È TRANSIZIONI FEST, DEDICATO AL TEMA DELLA CONVIVIALITÀ. CI SARÀ ANCHE LA REDAZIONE DI COMUNE. CHI CI RAGGIUNGE? PRENOTATE PRESTO, QUI IL PROGRAMMA E IL LINK PER ISCRIVERSI -------------------------------------------------------------------------------- L’attacco è all’umano. Ai corpi, annichiliti. Ai sensi, intossicati. Al pensiero dominato. Allo spirito, disincantato. Siamo superflui a noi stessi… Che fare? Provare a non lasciarsi assuefare, dando vita a cornici, percorsi e comunità anche piccole, temporanee, radicate nei luoghi che, a partire dai corpi e dalla bellezza, tornino a fare cose semplici, umane, perché quello che di fondo vogliono estirpare e sterilizzare, e noi dobbiamo custodire e rilanciare, è la gioia collettiva. È quello che abbiamo vissuto lo scorso anno a Transizioni Fest: tre giorni di vita felice insieme. E che riproveremo a fare quest’anno (dal 30 maggio al 2 giugno) in Valcavallina, in un’edizione interamente dedicata alla convivialità. Possiamo leggere i fenomeni che viviamo sui nostri corpi e intorno a noi sotto le lenti della contro-produttività. L’ipertrofia, la crescita e l’esasperazione infinita portano paradossalmente sempre a un’atrofia, a una de-abilitazione, a una paralisi: personale e collettiva. Più cresce l’intelligenza digitale più viene meno quella ecologica legata alla nostra stessa natura. La crescita dell’economia, delle grandi opere, della mobilità, della burocrazia portano ogni volta con loro un restringimento della libertà, delle spontaneità, dell’autonomia nel far fronte a bisogni e desideri mentre paesaggio e biodiversità si impoveriscono. La crescita dell’estrattivismo, della velocità, della produzione, del consumo, della tecnologia comportano inequivocabilmente un peggioramento delle condizioni di vita, fuori e dentro di noi. Intanto, l’apparato burocratico è arrivato a controllare e uniformare ogni cosa: siamo paralizzati in un labirinto di complicatissime regole, costosissimi permessi e certificazioni senza senso e alla fine siamo tutti più poveri e insicuri, più depressi, disincantati e soli. Perdiamo sempre più spontaneità. Tutto è già organizzato e previsto, ogni trama è dominata dalla finzione, ogni ogni cosa è misurata, ogni esito è scontato. Ci stiamo imprigionando e facendo del male con le nostre stesse mani. Mai nella storia la nostra specie era arrivata al punto di mettere in discussione la sua esistenza sul pianeta per via del proprio e indiscusso modello di sviluppo. Eppure la megamacchina sembra proseguire ingorda e bulimica, sempre più avida e arrogante, pronta a ricorrere alla guerra in una escalation senza fine che come un cancro assorbe e monopolizza capillarmente ogni sforzo e ogni ingranaggio di un sistema perverso. Cosa possiamo fare di fronte a questo scenario? Si tratta di trovare il coraggio di guardare in faccia le macerie e dare vita a mondi nuovi. Si tratta di sottoporre il modello totalitario a una critica radicale, di provare a ripensare il mondo rifondando le prerogative, ribaltando i paradigmi. “Come ci relazioniamo gli uni con gli altri?… Possiamo tutti pensare a come le nostre attività oggi, in questo giorno, siano limitate dal lavoro, dal denaro, dal capitale e dallo Stato. Se queste sono forme di costrizione e contenimento, allora la rottura dell’attuale coesione sociale deve essere uno straripamento. Ma come?… La rivoluzione è la sostituzione del modello consolidato di coesione sociale con un altro o altri, un mondo di molti mondi…” (John Holloway, Comune-info) Può essere la convivialità uno dei paradigmi e delle categorie politiche per ripensare il mondo? Convivalità intesa come ri-connessione: con se stessi, con gli altri, col non umano, con la storia, coi luoghi, coi propri consumi. Come legame diretto e non mediato, come non delega, come consapevolezza, come mutuo appoggio fra le persone. Convivialità come comunità, come tessitura di relazioni e legami, come continuo apprendimento collettivo, come saperi e pratiche condivise. Ma anche come riconoscimento di un limite naturale all’interno del quale calibrare i consumi di energia e la produzione di cibo e manufatti sulla base dei bisogni reali dell’uomo austero, andando oltre lo spreco e l’opulenza, la velocità esasperata, l’estrazione delle materie prime, l’overtourism. Convivialità non in una logica di scarsità ma di abbondanza, di creatività, di molteplicità e di possibilità. Come biodoversità, riconoscimento, interazione e reciprocità fra essere diversi di cui salvaguardare e incoraggiare l’unicità. E ancora: convivialità come tecnologie conviviali pensate come artigianali, maneggiabili dall’uomo e non viceversa, accessibili e riparabili. Come superamento del monopolio radicale e alienante del modello vorace e dominante che tutto uniforma e sussume. Come narrazione a più voci di un presente e un futuro tutto da scrivere. Come come fiducia, come amicizia che ogni volta nasce nuova e inaspettata. Convivialità come festa e gioia collettiva, come speranza che ci muove. Ecco dunque le domande del Festival. Come dare vita a comunità conviviali in un’epoca di sfiducia? Può la convivialità essere l’ingrediente segreto per trasformare il mondo? Può una cornice conviviale cambiare tutto? Lo sperimenteremo in 4 giorni e 3 notti di vita insieme, in un villaggio autogestito. in un luogo prezioso, per immaginare, sentire, riflettere e praticare mondi nuovi. Tra persone con storie ed età diverse. Accompagnati da conduttori e facilitatori con grande esperienza che ci aiuteranno esplorare nuove possibilità, con sguardi multi e interdisciplinari per ricostruire insieme una cornice di senso e di unità. Confrontandoci, riflettendo, mettendo in gioco sogni ed emozioni, senza l’obbligo di arrivare a conclusioni univoche o risultati attesi. Insieme, immersi e immerse in un bosco, nella Valle delle Sorgenti, assaporando il gusto del tempo lento, della cura e del buon cibo, ricostruendo comunità, recuperando il saper fare con le nostre mani, il piacere della musica, della danza, dell’arte, nutrendo la nostra innata intelligenza ecologica. Quattro giorni fuori dalle mura di cemento e dalla macchina della guerra, rigenerando i corpi, il pensiero e l’immaginario per tornare nel quotidiano, con una rinnovata fiducia e con nuovi strumenti ed energie. Riprendiamoci la vita la terra la luna e l’abbondanza! -------------------------------------------------------------------------------- [Matteo Rossi, presidente cooperativa sociale Liberi Sogni] -------------------------------------------------------------------------------- Nelle stesura di questa premessa ci siamo ispirati ai contributi dei seguenti testi: * Convivialità, Ivan lllich, 1973 * Vogliamo vincere. Come? John Holloway. Comune-info.net, 2026 * Burocrazia, David Graeber, Il Saggiatore 2016 * Il Creato Parola di Dio, Marco Belleri, LEF, 2025 * Gridare, fare, creare mondi nuovi, Marco Calabria, Elèuthera, 2025 * Una storia della gioia collettiva, Barbara Ehrenreich, Elèuthera, 2024 * Ho visto anche degli zingari felici, Claudio Lolli, EMi, 1976 -------------------------------------------------------------------------------- SCOPRI QUI TUTTI GLI INCONTRI IN PROGRAMMA ISCRIVITI ORA -------------------------------------------------------------------------------- Domenica 31 maggio: Comune a Transizioni fest ……… -------------------------------------------------------------------------------- -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Un festival dedicato alla convivialità proviene da Comune-info.
May 2, 2026
Comune-info
Ciò che condurrà il sistema alla rovina
Un’iniziativa dello straordinario Ambulatorio Popolare Roma Est promossa insieme al Doposcuola del Quarticciolo: una mattinata di visite pediatriche gratuite in strada e attività ludiche. Le macerie del capitalismo sono ovunque: i tagli al servizio sanitario pubblico lasciano ad esempio indietro sempre più piccoli e piccole. Qualcuno non resta a guardare (qui le informazioni per sostenere l’ambulatorio e le altre iniziative autogestite del Quarticciolo) -------------------------------------------------------------------------------- IL MODO DI PRODUZIONE INDUSTRIALE E IL POTERE CHE L’ACCOMPAGNA CONTINUANO A ESISTERE PUR AVENDO PERDUTO OGNI RISPETTABILITÀ E OGNI CREDIBILITÀ. UN SISTEMA CHE DÀ PER SCONTATO CHE NON SI CREDA PIÙ IN ESSO È UN AVVERSARIO INSIEME FRAGILE E PARTICOLARMENTE DIFFICILE DA COMBATTERE. ESSO RISCUOTE, INFATTI, INCESSANTEMENTE UN CREDITO CHE NON HA. SERVE A POCO DENUNCIARNE L’INCREDIBILITÀ E L’ILLEGITTIMITÀ, DAL MOMENTO CHE VENGONO ORMAI ESIBITE. “IL SUO PUNTO DEBOLE NON STA TANTO NELLA MANCANZA DI FEDE, QUANTO PIUTTOSTO NELLA MENZOGNA CUI DA QUESTA SI CREDE COSTRETTO… – SCRIVE GIORGIO AGAMBEN – ED È QUESTA MENZOGNA, E NON, COME SUGGERIVA ILLICH, IL FATTO CHE GLI UOMINI NON GLI CREDONO PIÙ, CHE CONDURRÀ IL SISTEMA ALLA ROVINA…” -------------------------------------------------------------------------------- Nel 1973, scrivendo La convivialità, Illich prevedeva che la catastrofe del sistema industriale sarebbe diventata una crisi che avrebbe inaugurato una nuova epoca. «La paralisi sinergica del sistema che l’alimentava provocherà il crollo generale del modo di produzione industriale… In un tempo molto breve la popolazione perderà fiducia non soltanto nelle istituzioni dominanti, ma anche in quelle specificamente addette a gestire la crisi. Il potere, proprio delle attuali istituzioni, di definire valori (come l’istruzione, la velocità di movimento, la salute, il benessere, l’informazione ecc.) si dissolverà di colpo allorché diventerà palese il suo carattere illusorio. A fare da detonatore alla crisi sarà un avvenimento imprevedibile e magari di poco conto, come il panico di Wall Street che portò alla Grande Depressione… Da un giorno all’altro, importanti istituzioni perderanno ogni rispettabilità, qualunque legittimità, insieme alla reputazione di servire il bene pubblico». È bene riflettere sulle ragioni e sui modi in cui queste profezie, sostanzialmente corrette, dopo quasi mezzo secolo non si sono avverate (anche se molti sintomi sembrano confermarne l’attualità). Il modo di produzione industriale e il potere che l’accompagna continuano a esistere pur avendo perduto ogni rispettabilità e ogni credibilità. Illich non poteva immaginare che un sistema potesse mantenersi proprio attraverso la perdita di ogni credibilità – che, cioè, gli uomini continuassero a agire secondo modelli e principi in cui non credevano più, che la mancanza di fede, l’essere oligopistos (Matteo, 14, 31), diventasse la condizione normale dell’umanità (e certamente a rendere accettabile la perdita della fede, era stata innanzitutto la Chiesa, trasformando in un pacchetto di dogmi la vicinanza fra cuore e parola che era in questione in Paolo, Rm. 10,6-10). Un sistema – come quello che abbiamo di fronte – che dà per scontato che non si creda più in esso, che si fonda, cioè, proprio sull’apistia e sulla mancanza di fiducia, è un avversario insieme fragile e particolarmente difficile da combattere. Esso riscuote, infatti, incessantemente un credito che non ha, così come in ultima istanza inesigibili sono i crediti su cui le banche fondano il loro potere. Il denaro funziona non perché si crede in esso, ma precisamente perché esso è la forma stessa della mancanza di fede (come Marx aveva intravisto, proprio questa assenza di fede costituisce il carattere teologico della merce: non si può aver fede in ciò che si può vendere e comprare). Sostituendosi alla Chiesa, le banche amministrano sapientemente e irresponsabilmente l’assenza di fede che definisce il nostro mondo, esse sono i leviti e i sacerdoti della nuova irreligione dell’umanità. Come pensare una strategia di fronte a un tale avversario? È certamente vano denunciarne l’incredibilità e l’illegittimità, dal momento che – come si è visto con chiarezza durante la cosiddetta pandemia – egli è il primo a esibirle e rivendicarle. Il suo punto debole non sta tanto nella mancanza di fede, quanto piuttosto nella menzogna cui da questa si crede costretto. Invincibile, infatti, sarebbe solo un potere che, fondato sull’incredulità, decidesse di non parlare e si votasse al silenzio. I poteri che pretendono oggi di governarci non fanno invece che parlare e enunciare giudizi e, contraddicendo così la loro più intima natura, sembrano in qualche modo credere ed esigere fede. Avviene qui in realtà qualcosa di più complicato e sottile. Per colui che non crede, ogni discorso è falso, poiché alla mancanza di fede corrisponde soltanto il silenzio. Come quel personaggio dei Demoni, egli né crede di credere né crede di non credere. Se crede, invece, come sembra oggi ovunque avvenire, nella propria incredulità, egli distrugge il fondamento stesso su cui si reggeva. Credere di non credere è la peggiore della menzogne, in cui chi la proferisce non può che restare imprigionato. Ed è questa menzogna – e non, come suggeriva Illich, il fatto che gli uomini non gli credono più – che condurrà il sistema alla rovina. -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTO ARTICOLO DI RAUL ZIBECHI: > Create due, tre, molte arche -------------------------------------------------------------------------------- LEGGI ANCHE QUESTA INTERVISTA A JOHN HOLLOWAY: > Come possiamo liberarci dal capitalismo? -------------------------------------------------------------------------------- Pubblicato su Quodlibet (qui con l’autorizzazione della casa editrice) con il titolo “Credere e non credere”. Tra i i libri più importanti di Giorgio Agamben: Homo Sacer. Edizione integrale 1995-2015, (Quodlibet) e L’uomo senza contenuto (Quodlibet). Il suo ultimo libro invece è Amicizie (Einaudi). -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Ciò che condurrà il sistema alla rovina proviene da Comune-info.
December 16, 2025
Comune-info
Sentirsi parte di una narrazione a più voci
TRA MILLE DIFFICOLTÀ E CONTRADDIZIONI IL MONDO CONTADINO RACCOGLIE OGGI SEMPRE PIÙ ESPERIENZE DIVERSE DI RITORNO ALLA TERRA E DI CREAZIONE DI COMUNITÀ LEGATE ALL’AGRICOLTURA CONTADINA, COME PRATICHE CARICHE DI SENSO, RICCHE DI NUOVE E VECCHIE DOMANDE. QUESTO UNIVERSO È GIÀ IN GRADO DI INDICARE STRADE DI DISOBBEDIENZA, OFFRIRE SAPERI, ROMPERE L’INDIVIDUALISMO DELLA SOCIETÀ ATOMIZZATA. SI TRATTA PERÒ DI NON DIMENTICARE MAI CHE I CAMBIAMENTI CULTURALI NON AVVENGONO IN MESI O ANNI MA IN DECENNI E PER QUESTO QUALSIASI ECOSISTEMA DEVE RESTARE APERTO, MA SI TRATTA ANCHE DI NON DELEGITTIMARE, SCREDITARE, ISOLARE ESPERIENZE DIVERSE DALLA PROPRIA. ALCUNE RIFLESSIONI DALLA TRE GIORNI “STORIE E RESISTENZE CONTADINE” IN VAL PELLICE Raccolte d’autunno: Ortica per il pasto, Prugnolo-Sambuco&Biancospino per la composta. Foto di Daniela Di Bartolo -------------------------------------------------------------------------------- In giugno ho partecipato per un giorno e una notte all’incontro “Storie e resistenze contadine” in Val Pellice. Un luogo incantevole, una cornice bella e accogliente, fra uno spazio per le tende, un prato al centro che ospita un grande cerchio, un bellissimo torrente d’acqua fresca e cristallina che attraversa lo spazio comunitario quasi a rigenerarlo e a ricordare che nulla è fermo. E ancora: una cucina aperta e un operoso collettivo che sforna ottimo cibo, una spina di birra artigianale e un box di ottimo barbera a offerta libera stanno a ricordare che la fiducia è una pratica e un esercizio politico essenziale. Una comunità biodiversa si pone delle domande nella creazione di esperienze e pratiche di contadinanza a partire da una critica radicale al modello dominante che considera la città come il grande parassita, il mostro che tutto colonizza, tutto sussume, tutto mercifica, tutto intossica e abbruttisce fuori e dentro di noi. La critica alla città come fonte ed emblema del problema, contesto mortifico da lasciarsi alle spalle per dare vita ad altre forme di economia e di autonomia, a partire dalla cura della terra come cura di noi stessi e noi stesse e dall’autoproduzione di cibo, come primo passo di autosussistenza e autodeterminazione. Città come epicentro dell’inutile e del fittizio, che non risponde ad alcun bisgno se non a quello della sopravvivenza e delle perpetuazione del capitalismo. La città irradia modelli e gerarchie come fossero assiomi assoluti e immodificabili ed espande la dipendenza dal denaro e la cupidigia dell’accumulo come unica prospettiva che avviluppa tutto, a partire dal pensiero. Nella convivialità dell’incontro colpisce la presenza giovanile, che costituisce la maggioranza delle e dei presenti e l’eterogeneità dei partecipanti, tra chi da tempo lavora con la terra, chi si sta avvicinando, chi ne è affascinato e sta pensando a come lasciare la città, chi si muove in funzione di raccolte e lavori temporanei senza avere riferimenti fissi. C’è chi conduce piccole aziende agricole che di fatto sono piccole imprese, chi non ne vuole saperne di burocrazia e compromessi e si dedica a sviluppare progetti di sussistenza nell’informalità, chi in modo comunitario, chi in forma collettiva. Diverso anche il rapporto col denaro tra chi riceve contributi pubblici per portare avanti il proprio progetto e chi li rifiuta, chi ha contratto dei debiti per avere accesso a trattore e altre forme di tecnologia e vive fatiche e ansie legate a mole di lavoro, costi e debiti che allontanano dalle speranze originarie di una vita armonica e serena in natura e chi ha deciso di proseguire secondo un approccio rigorosamente low tech, vivendo diverse forme di fatiche. Una ragazza racconta il timore di lasciare la città e un lavoretto che le garantisce delle entrate certe anche solo per mantenersi una macchina e qualche minima tutela e certezza. Nella pluralità delle visioni e nell’apertura del confronto, un contadino della Val Pellice contesta il carattere antispecistico dato alla tre giorni e al relativo menu. La dimensione del rapporto con le bestie anche crudele ma non industriale fa parte dell’agricoltura, delle pratiche ancestrali e della storia dell’uomo (leggi anche ). Tra diversi racconti ed esperienze che esprimono soprattutto spinte embrionali e recenti tentativi di avvicinarsi alla terra, spiccano esperienze più solide, durature e con le idee chiare. Atelier Paysan con il suo articolatissimo lavoro “Liberare la terra dalle macchine” approfondisce nella storia i meccanismi politici, economici e culturali di espropriazione che hanno relegato il settore primario ai margini delle civiltà europee e denuncia le minacce e i pericoli di controproduttività insiti nell’agricoltura 4.0, dominata dall’alta tecnologia e dalla dipendenza da grandi capitali, dalla proprietà delle sementi e dai nuovi ogm. A fronte delle concrete minacce rivolte alla sovranità alimentare di tutti e tutte, Atelier Paysan propone la sfida di un ritorno diretto alla terra per un milione di contadini e del recupero delle pratiche, dei metodi e dei contenuti dell’educazione popolare per un cambiamento più profondo e integrale. Per la rivoluzione sociale sono necessarie alleanze e strategie con vari settori della popolazione, per cambiare i rapporti di forza a partire dal legame con la terra. Servono ecosistemi aperti e dinamici, non esistono isole felici: la comunità chiuse alla lunga implodono… Il livello e la portata della discussione si alza molto. A comprenderlo e reggerlo ci sono diversi contadini storici. Nonostante il Italia le realtà agricole, controllate da grandi organizzazioni di secondo livello molto colluse col sistema, stentino a dar vita a movimenti politici di massa, è rimasta viva dall’inizio del terzo millennio una rete di agricoltori che era riuscita nel 2013 a fare approvare una legge nazionale che definiva il concetto di “Contadinanza”, a protezione dalle politiche, dalle leggi e dalle normative che privilegiano le grandi imprese. L’impegno, seppur frastagliato, era quello di dar vita a cooperative territoriali integrali, che possano garantire sicurezza alimentare e sociale sui territori, con l’idea di uscire da una dimensione di minoritarietà e marginalità, per fondere i movimenti per i diritti politici e sindacali con quelli contadini, in nome della sovranità territoriale locale. Un tentativo che con molta fatica ha coinvolto circa 250 realtà agricole solo in Piemonte… A fronte di tante esperienze diverse e di nuove e vecchie domande quello che accomuna è vedere nel ritorno alla terra e nella creazione di comunità radicate nella terra una possibile via per resistere al dominio, e praticare sentieri generativi e in qualche modo carichi di senso, maggiore libertà e felicità mentre il futuro si fa sempre più tetro e il disastro intorno incombe. Accomuna il rifiuto di un mercato che penetra ogni ambito della vita in una escalation che porta inevitabilmente alla guerra, di un paesaggio dentro e fuori di noi che si uniforma, di un sistema normativo inibente e senza senso che atrofizza gusto e sensi, rende asettiche pratiche e relazioni e insapore il cibo, di un sistema di controllo che si articola in vari apparati e disegni concorrendo in modo coordinato alla devastazione. Espropriazione dell’acqua, della terra e della possibilità di coltivare e produrre cibo sono la prima forma di attacco e annichilimento, materiale e spirituale. In questo senso un pensiero non può che andare alla Palestina. In questo senso un movimento verso un ritorno reale alla terra pare l’unica forma di irriducibilità e resistenza. Nell’incontro emerge dunque la visione di un sistema totalitario e totalizzante che fa della mercificazione, dell’estrattivismo, del controllo e della paura le principali forme di dominio, dall’altra una molteplicità di esperienze e percorsi di lotta ed emancipazione a partire dal ritorno alla terra. In realtà quello che percepisco e che vorrei mettere in luce in questo testo è che il problema è non solo esterno ma anche interno al movimento. Il problema siamo anche noi. Mi riferisco, di fondo, a una mancanza di rispetto ai percorsi personali e collettivi. Quella biodiversità delle esperienze che sopra descrivevo, anziché essere un punto di forza diventa un terreno di conflitti, denigrazioni, screditamenti, diffamazioni, diaspore. Si erigono feudi per mettere in campo espressioni di narcisismo, edonismo, nichilismo per espiare drammi, fallimenti, frustrazioni, ambizioni e incapacità personali. Continuiamo a guardare, denunciare, colpevolizzare il nemico fuori senza riconoscere i limiti e blocchi che abbiamo dentro. “La mia o la nostra esperienza è sempre la più giusta, la più rivoluzionaria e radicale…”. Manca di fondo un’etica e una pratica fondata sul rispetto e il supporto ai percorsi altri. Uno dei principali ostacoli alla creazione di un movimento più allargato e al dipanarsi di alternative credibili è la tendenza interna ai movimenti di giudicare, delegittimare, screditare, isolare esperienze diverse dalla propria che rappresentano invece percorsi che ciascuno, secondo propri equilibri e sensibilità, intraprende per provare a vivere nel modo più libero e coerente possibile gestendo le proprie contraddizioni in una cornice oppressiva e in un momento storico deprimente ma proprio per questo colmo di domande e di possibili scelte radicali. In permacultura il concetto di omeostasi si riferisce alla capacità della natura di rafforzarsi e far fronte ai pericoli grazie alla capacita di creare relazioni tanto più solide quanto più agite da soggetti biodiversi. Noi facciamo esattamente il contrario e in questo modo ci indeboliamo. Si tratta invece di accogliere i precari equilibri e gli ecosistemi personali che ogni persona e realtà sta costruendo e di inventare forme creative di mutuo aiuto, fuori dal sistema e dal pensiero dominante. Evitare il reduzionismo che porta a vedere il mondo e le prospettive di cambiamento da un solo tema e angolatura, visto che tutto è collegato. Ciascuno di noi contiene moltitudine e si tratta di accettare che ognuno sceglie e riesce a gestire ambiti di antagonismo e radicalità e ambiti di negoziazione e convergenza perché non ne ha le forze o sente anche di impazzire e implodere nel combattere contro tutto e tutti. In qualche caso riesce ad agire senza denaro e secondo le pratiche che sente proprie dedicando tempo, energie e amore, in altri deve scendere a patti. Chi decide di occupare e chi ritiene aver più margine di azione tenendo aperto un circolo ARCI, chi decide di comprare la terra e chi valuta che la terra non può essere comprata, chi ritiene imprescindibile il rifiuto verso ogni pratica burocratica e chi decide di aprire una piccola impresa o cooperativa agricola per avere risorse per partire e riconoscersi un reddito, chi sceglie per la certificazione biologica e chi no… si tratta di porsi in una posizione di ascolto e apprendimento senza la pretesa di sentirsi più rivoluzionario e più radicale degli altri. Per essere più esplicito: si tratta di imparare a non romperci i coglioni e di perderci in quisquiglie e rivalità personali e di utilizzare tutte le energie a supportarci, a creare un ecosistema basato su rispetto e fiducia e una cornice versatile in cui tutti e tutte in diversi momenti possano trovare spazio e dare supporto, secondo una disciplina e delle pratiche condivise. Stefania Consigliere ci ricorda il valore della molteplicità. Siamo cresciuti nel dualismo dell’o/o, pro o contro, con me o contro di me invece dobbiamo imparare a ragionare con la categoria dell’e/e…. Più esperienze, più relazioni, più percorsi, più forme di intreccio, più esiti, più collaborazione. Di fondo più rispetto e supporto riconoscendo che non ci siano gerarchie ma nemmeno uniche certezze e verità o modelli validi per tutti. Servono disobbedienza, opposizione, massa critica, esperienze concrete che possano essere di riferimento. Servono saperi che rischiano di essere persi e depredati. Saperi tecnici legati alla natura e all’agricoltura ma anche saperi di base. Anche cooperare, come ci ricorda sempre Stefania Consigliere, è un sapere, una parte di noi da riprendere e coltivare in una società atomizzata che ha fatto dell’individualismo l’unica forma di sacralità fino a farci sentire tutti soli e divisi… Si tratta di interrogarsi sul lavoro: ripensare forme di lavoro basate sull’economia di sussistenza e centrate sul valore d’uso del nostro impegno e delle nostre relazioni di scambio e/o difendere i diritti conquistati dai nostri padri e nonni all’interno dei rapporti di lavoro salariato? Per quale approccio tendere considerando che ciascuno dei due approcci è portatore di un diverso modo di intendere il tempo, le relazioni, la proprietà? Si tratta di calibrare sforzi e fatiche legate al lavoro, stabilire un equilibrio nella gestione del tempo, mettendo al centro e calibrando il valore del limite e della misura che per ciascuno è soggettivo e diverso. Si tratta di provare a star bene ricostruendo un tessuto di relazioni resistenti, nella convivialità, secondo l’accezione di Ivan Illich, equiparando il più possibile mezzi e fini: liberarsi liberandosi! I cammini si tracciano camminando, caminando se hace il camino… Ma ci vuole tempo… Sempre Stefania Consigliere ci ricorda che i cambiamenti culturali non avvengono in mesi o anni ma in decenni. L’importante è che gli ecosistemi siano aperti nello sviluppo e nelle relazioni e che dibattito e confronto siano ricchi, generativi e trasformativi. Il potere si gongola della nostre divisioni, deride i nostri numeri, si beffa delle nostre fatiche ma non dorme sonni tranquilli quando sappiamo organizzarci, radicare delle pratiche e delle esperienze credibili che sappiano contaminare e avvicinare altri giovani (non a caso si discuteva a Monza come a Venaus come oggi i più giovani siano le principali vittime delle più severe repressioni, quasi in una logica preventiva e intimidatoria). Uno dei più grandi apprendimenti che possiamo acquisire oggi è l’importanza della centratura personale. La dimensione delle emozioni e dello spirito che aiutano nelle scelte. Forse non è tanto l’appartenenza alla classe, non sono gli slogan e le parole d’ordine di un movimento o di un’ideologia che ci portano a scelte e percorso coraggiosi ma è un profondo sentire personale, una connessione con se stessi, col pianeta, con la vita, col genius loci dei territori che abitiamo, le relazioni e le forme di armonia invisibili che ci legano agli altri, umani e non. Forse è questa parte del sentire, a volte estromessa dai movimenti più orientati a sensi di appartenenza basati su altre categorie e dimensioni, quella che può dare autenticità e profondità alle scelte e favorire tante contaminazioni liberatrici. Rassegnazione, disincanto, senso di inutilità sono tra le principali armi del potere per infondere passività, assuefazione e sottomissione. Come ci suggerisce Marco Deriu la rabbia non può essere l’unica emozione che ci muove. La rivolta passa dal reincanto del mondo, dal ritrovare meraviglia, gioia, magia, dal riappropriarsi della consapevolezza di sé, coltivando l’immaginazione del possibile. Sentirsi parte di una narrazione a più voci, che faccia del valore e della pratica della biodiversità il proprio paradigma, senza dover aderire a un modello monolitico o a delle certezze definitive e incontrovertibili da difendere, ci può aiutare a trovare lo spirito e il coraggio per affrontare sotto mille forme e prospettive l’attacco all’umano e al pianeta da cui insieme dobbiamo difenderci contrattaccando. La chiave della biodiversità ci può anche aiutare a vedere intorno a noi tanti e sempre nuovi possibili amici e alleati e a trovare nuove chiavi per interpretare incontri generativi ed esperienze significative come quelle vissute in Val Pellice. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Sentirsi parte di una narrazione a più voci proviene da Comune-info.
September 9, 2025
Comune-info
Uscire dal capitalismo con Ivan Illich
FINCHÉ SIAMO CAPACI DI DIFFONDERE LA PRATICA E IL DISCORSO DELLA CONVIVIALITÀ, DEL FEMMINISMO, DELL’ANTIRAZZISMO, DELL’ANARCHIA, DELLO ZAPATISMO, E SOPRATTUTTO DI RENDERE VISIBILI E SOSTENERE LE ALTERNATIVE, FARLE CRESCERE, COSTRUIRE SPAZI DI VITA ANTICAPITALISTI, C’È SPERANZA A proposito del concetto di convivialità di Ivan Illich, nella foto un’iniziativa della cooperativa sociale Liberi sogni. Dal 31 maggio al 2 giugno, Liberi sogni promuove Transizioni Fest. Sentire Conosce Agire: qui il programma completo e le informazioni per partecipare. Avete prenotato? -------------------------------------------------------------------------------- È davvero possibile uscire dal capitalismo? È diventato banale sottolineare che è più facile immaginare la distruzione dell’umanità che uscire dal sistema capitalistico. Nella post-modernità sono morte le grandi narrazioni che in precedenza ci davano luce e orientamento, come il socialismo o il cristianesimo; sembra che non sia più ideologicamente possibile costruire un obiettivo alternativo. Non stiamo solo affrontando il collasso climatico, ma anche quello delle idee. Intorno a me trovo persone incredule, nichiliste, anche nei movimenti sociali. Ho voluto scrivere questo tributo a Ivan Illich (1926-2002) per i “non convertiti”, per i critici radicali delle alternative, per coloro che sostengono che siamo arrivati “alla fine della storia” e che “non ci sono alternative”. Incontrare Ivan Illich significa tornare alla speranza. Nel mio caso particolare, è vero che la mia sintesi consiste nell’accettare che la spinta della modernità capitalista è brutale, difficile da arrestare (a volte lo sento come impossibile). Tuttavia tornare a Ivan mi riequilibra e mi permette di essere consapevole del fatto che finché siamo capaci di diffondere la pratica e il discorso della convivialità, del femminismo, dell’antirazzismo, dell’anarchia, dello zapatismo, e soprattutto di rendere visibili e sostenere le alternative, farle crescere, costruire spazi di vita anticapitalisti, c’è speranza. Sto già cominciando a sentire le critiche di chi ha letto queste prime righe, compresi i miei amici e familiari più cari: Carlos, tu non vivi in Messico; Carlos, noi non siamo indigeni; Carlos, in Messico questo è impossibile; o la migliore di tutte: Carlos, in Messico si possono creare alternative, ma qui in Europa o negli Stati Uniti è impossibile. Tuttavia ci sono autonomie come quelle di Ostula, di Cherán1 o dello Zapatismo, così come innumerevoli esperienze nel contesto dell’auto-organizzazione conviviale, come il confederalismo democratico e femminista del Kurdistan o settori del movimento indigeno in Sud America, per citare alcuni degli esempi più significativi. E ci sono esperienze in tutto il mondo in cui i beni comuni, gli ambiti comunitari che sono stati strappati ai popoli dal capitalismo, sono difesi o sono stati recuperati. O ci sono semplicemente piccoli gesti di ribellione individuale o collettiva di persone che cercano di fare le cose in un modo diverso: selezionare la spazzatura, riciclare, riparare, recuperare la medicina tradizionale e le ricette delle nonne, rifiutare l’auto e usare la bicicletta. Molti staranno pensando: eh, si… ma tutto ciò non è sufficiente per ribaltare l’inerzia e il caos causati dal capitalismo, soprattutto oggi, con tutto il peso di morte e distruzione che porta con sé. E questo è il momento in cui gli zapatisti, dopo essersi eroicamente organizzati in clandestinità per dieci anni, dopo aver preso le armi, dopo aver tentato di dialogare con il governo, dopo aver rinunciato alle armi e aver costruito in pratica per trent’anni ciò che, secondo Gustavo Esteva, Ivan Illich aveva immaginato, una società conviviale, un’alternativa al capitalismo, ti interpellano e ti chiedono: E tu…? Che cosa stai facendo? E poiché è normale che siamo smarriti, agganciati al sistema, senza bussola, incontrare Ivan ci dà speranza. Io l’ho conosciuto per caso, quando un compagno, a una fiera del libro anarchico, mi ha consigliato il libro intitolato Dizionario dello Sviluppo, con un prologo di Gustavo Esteva (un caro compagno che se n’è andato fisicamente due anni fa – e in gran parte questo testo si aggiunge agli scritti che rendono omaggio alla sua memoria). Questo incontro ha segnato un prima e un dopo nella mia vita. A quel punto volevo sapere tutto sui critici dello sviluppo, su Illich, Esteva, Jean Robert, Wolfgang Sachs. Per prima cosa, ho contattato Braulio Hornedo, a Cuernavaca, che mi ha dato Ripensare il mondo con Ivan Illich2 e mi ha anche raccomandato di procurarmi una copia delle Opere complete che erano state pubblicate in Messico dal Fondo de Cultura Económica, dietro sollecitazione di Javier Sicilia e Valentina Borremans. Non ricordo quando ho comprato Descolarizzare la società, Nemesi medica o La convivialità.3 Per me quest’ultimo è il libro chiave dall’epoca dei pamphlets di Ivan Illich, cioè degli anni Settanta, quando coordinava il CIDOC [Centro di Documentazione Interculturale] di Cuernavaca. Indubbiamente, Illich è ricordato nel mondo come il grande critico del sistema educativo, per aver fatto dichiarazioni radicali sulla sua contro-produttività: «Per la maggior parte delle persone l’obbligo della frequenza scolastica è un impedimento al diritto di apprendere».4 Sebbene molte delle affermazioni di questo libro possano sembrare obsolete, in realtà le idee di base contro il sistema educativo sono pienamente valide ancora oggi. L’impegno di Illich consiste nel puntare sull’apprendere e non sull’istruire, sulla generazione di spazi capaci di promuovere la curiosità e l’apprendimento collettivo invece che su un’istruzione diretta dall’alto e autoritaria.   Ma il pensiero di Illich va ben oltre la critica del sistema educativo: Ivan ci ha lasciato in eredità un’intera cassetta degli attrezzi per pensare alla modernità. «Illich ha anticipato con inquietante lucidità l’attuale disastro, la decadenza di tutte le istituzioni, il modo in cui una dopo l’altra hanno cominciato a produrre l’opposto di ciò che si presume giustifichi la loro esistenza. Ha mostrato precisamente come la corruzione del meglio sia il peggio. Ed ha anche anticipato il modo in cui la gente avrebbe reagito al disastro», ha scritto Gustavo Esteva a proposito del suo grande amico. E qui si comincia ad essere affascinati, quando si conosce la storia di Ivan, il rapporto tra la sua vita e le sue idee, il momento sociale e politico in cui ha generato il suo pensiero, i suoi percorsi e infine il suo impegno per l’amicizia. Sì, l’amicizia, ma anche l’interculturalità. È impressionante che dopo cinquant’anni, dopo aver attraversato un periodo di oblio, il pensiero di Ivan si presenti oggi come un corpus critico complesso, utile per affrontare il collasso sistemico. Il suo lavoro può essere interpretato come una revisione critica della moderna tensione tra autonomia e strumentalità, come ha fatto Humberto Beck.5 Le donne e gli uomini hanno creato strumenti [herramientas] o istituzioni per raggiungere una maggiore autonomia, ma Illich ha sottolineato che gli strumenti, invece che mezzi per raggiungere l’autonomia, sono diventati fini. Così perdiamo l’autonomia, e le istituzioni ci controllano generando l’opposto di quello che era il loro scopo originario. In La convivialità Illich ha proposto la sua teoria dei limiti. Egli ritiene che, a partire da una certa soglia di sviluppo, un’istituzione produca esattamente l’opposto di quello che, in teoria, è il suo fine. La medicina produce nuove malattie; Il sistema educativo genera meccanicismo e ignoranza e il trasporto motorizzato rallenta gli spostamenti, smantellando così i moderni concetti di progresso e sviluppo. Molte persone, leggendo questo, penseranno: sì, è chiaro, se qualcosa cresce troppo non va bene, gli estremi non sono mai buoni! Ma raramente ci fermiamo a pensare che lo Stato e le istituzioni moderne fanno parte di questi estremi. Abbiamo normalizzato il fatto che soggetti terzi si occupino di sfere chiave della nostra vita, supponendo anche che lo facciano altruisticamente, come se il potere e le strutture verticali attraverso le quali si sono arrampicati non li influenzassero. Vale a dire che le istituzioni educative, le istituzioni sanitarie, i moderni sistemi di trasporto, così come il sistema alimentare e molti altri, sono cresciuti così tanto che abbiamo delegato il nostro potere decisionale a “esperti”, e questi sistemi hanno generato, secondo Illich, “contro-produttività”. Recuperare collettivamente i nostri ambiti comunitari, strapparli allo Stato e alle grandi imprese, impiegare “i verbi” [invece dei sostantivi], come diceva Gustavo, è la sfida: imparare, seminare, curare, spostarsi. Queste indicazioni ci ricordano esattamente la necessità di un ritorno a quella dimensione comunitaria che è tanto rivendicata nella Tierra insumisa,6 l’Europa che gli zapatisti hanno voluto incontrare. Da dove è nata questa geniale intuizione? si chiede Javier Sicilia nel prologo al secondo volume dell’Opera Omnia di Illich pubblicata in Messico.7 Per Illich, la modernità come fase storica non rappresenta la fine del cristianesimo, né il suo esito positivo, ma il suo pervertimento. Per Illich, secondo le conversazioni che ebbe con l’amico David Cayley, pubblicate postume, i primi cristiani avevano la tradizione di tenere sempre in casa una candela e un pezzo di pane, nell’eventualità che Gesù si presentasse nelle vesti di uno straniero a chiedere di essere ospitato a casa loro.8 Tuttavia, con l’imperatore romano Costantino il cristianesimo fu istituzionalizzato come religione di Stato, così come la pratica dell’ospitalità. In tal modo, quello che prima era un segno del cristianesimo (accogliere il migrante, il prossimo, ospitarlo e nutrirlo) divenne qualcosa che solo l’istituzione poteva fare, il che spogliava i cristiani primitivi di una caratteristica che dava loro un’identità. È qui che Illich colloca la nascita della cultura delle istituzioni moderne: il momento in cui smettiamo di occuparci dei nostri affari vitali e comunitari e deleghiamo agli esperti il potere di svolgere quelle attività al nostro posto, in modo tale che a lungo andare gli strumenti diventano fini in se stessi, e prima o poi producono l’opposto di ciò per cui erano stati creati. In modo analogo, Illich reinterpreta la parabola del Buon Samaritano per renderci consapevoli dell’importanza di avere ben chiaro chi è il nostro prossimo, chi sono coloro con cui costruire l’alternativa. Nella versione di Ivan, il Buon Samaritano incontra un uomo ferito, un romano o qualcosa del genere, spiega Illich per farci capire tutte le potenzialità dello sguardo del Samaritano, come se ai nostri giorni, in cui assistiamo al genocidio palestinese da parte dello Stato israeliano, un palestinese incontrasse un ebreo ferito e decidesse di prendersene cura e di farsi carico delle spese della locanda che lo ospiterà. È un’azione radicale e trasgressiva: si tratta di recuperare la libertà di scegliere chi è il nostro prossimo, indipendentemente da ciò che il contesto ci indica. Alla fine della sua vita, Ivan si dedicò allo studio dell’origine delle certezze moderne e a coltivare l’amicizia. Indicò quest’ultima come il luogo in cui è possibile generare relazioni altre, conviviali. Una scelta che in realtà porta con sé un grande impegno. L’amore per le persone con cui viviamo, per gli amici, la famiglia, il partner, i compagni, porta in sé il seme del mondo nuovo. Quegli amici con cui si può condividere da una tavola apparecchiata fino alla generazione collettiva di nuove forme di vita, costituiscono il luogo illichiano della speranza, lo spazio ideale per uscire gradualmente dal capitalismo, come dicono gli zapatisti, ognuno a modo suo, costruendo un mondo in cui trovano posto molti mondi diversi. Anche la conversazione è uno spazio privilegiato e un’arte caldeggiata da Ivan. Poiché tutto inizia nella nostra mente, condividere ciò che abbiamo imparato, sottoporci a un esame critico, ideare qualcosa insieme agli altri è un tesoro di cui dobbiamo approfittare. È urgente mettere in pratica i nostri progetti conviviali verso un’uscita non violenta dal capitalismo, ma non porgendo l’altra guancia, come a volte viene mal interpretato nel contesto del pacifismo, ma con azioni collettive che generino alternative giuste, locali e sostenibili, che nello stesso tempo disarticolino e blocchino l’inerzia del sistema. Il potere insiste nel farci credere che non ci sono alternative, ma il futuro non è scolpito sulla pietra. Il messaggio di Ivan porta con sé questa speranza. Diffondiamo il suo messaggio nelle conversazioni con i nostri amici, mettiamo in pratica le sue idee, discutiamone, costruiamo la casa di tutti. -------------------------------------------------------------------------------- Fonte: «Salir del capitalismo con Iván Illich», in El Salto. Articolo pubblicato con l’autorizzazione dell’autore. Traduzione a cura di Camminardomandando. -------------------------------------------------------------------------------- 1 N.d.t. – Città che in Messico hanno realizzato un buon grado di autonomia. 2 N.d.t. – Museodei by Hermatena, Riola (BO) 2014 [2012]. 3 N.d.t. – Descolarizzare la società. Una società senza scuola è possibile?, Mimesis, Milano-Udine, 2019 [1971] / Nemesi medica. L’espropriazione della salute, Red Edizioni, Como 2013 [1976] / La convivialità, Boroli, Milano 2005 [1973]. 4 N.d.t. – Dall’Introduzione a Descolarizzare la società. 5 N.d.t. – Beck H., Otra modernidad es posible, Malpaso Ediciones, 2017. 6 N.d.t.- Arrivando in Europa nel loro «viaggio per la vita», così gli zapatisti hanno battezzato il continente: terra indomita, che non cede, che non si arrende. Si veda l’articolo di Esteva «Condizioni di forza e di debolezza», 28 giugno 2021. 7 N.d.t. – Obras reunidas, Fondo de Cultura Económica, México 2008. 8 N.d.t. – Illich I., I fiumi a nord del futuro. Testamento raccolto da David Cayley, Quodlibet, 2009 (testo originale: 2005), pp. 38-39. -------------------------------------------------------------------------------- L'articolo Uscire dal capitalismo con Ivan Illich proviene da Comune-info.
May 18, 2025
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