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Cosa resta dell’università italiana (II): precarizzazione e distorsioni della ricerca
A quindici anni dalla riforma Gelmini, l’università italiana appare più fragile, diseguale e precaria. I tagli e i criteri di finanziamento hanno ampliato le distanze tra atenei e territori. La precarizzazione è diventata la condizione normale del lavoro accademico. La valutazione ha aumentato la produttività, ma anche le distorsioni nei comportamenti scientifici. Dietro i numeri, prende forma un “falso miracolo” che mette in discussione la qualità stessa della ricerca. (Pubblichiamo la seconda parte l’articolo “Cosa resta dell’Università italiana dopo un quindicennio di riforme?”, uscito sul numero monografico de Il Ponte (1/2026) dedicato all’Università.) Per leggere la prima parte si può cliccare qui. GLI EFFETTI DELLA RIFORMA A distanza di quindici anni dalla Riforma Gelmini, è possibile tracciare un bilancio sintetico dell’evoluzione di alcune variabili chiave che definiscono il funzionamento del sistema universitario italiano. Tre espressioni possono riassumere in modo efficace le principali tendenze emerse: compressione selettiva e cumulativa dei finanziamenti, precarizzazione crescente del personale docente, e valutazione amministrativa pervasiva e sistemica. Compressione selettiva e cumulativa. L’espressione, coniata da Gianfranco Viesti (2016), descrive sinteticamente gli effetti delle politiche di finanziamento dell’università a partire dal 2008. Secondo Viesti, queste politiche hanno comportato una riduzione complessiva dei fondi destinati all’istruzione superiore. La Figura 1 ricostruisce l’andamento del FFO a prezzi correnti e a prezzi costanti dal 2000 al 2024. A prezzi costanti, solo nel 2021 il FFO è tornato al livello dell’anno immediatamente precedente la riforma Gelmini, per poi tornare a contrarsi negli anni successivi. Contestualmente, la quota premiale è aumentata dal 7% nel 2009 al 30% nel 2021, facendo sì che una porzione sempre più ampia delle risorse disponibili fosse distribuita su base competitiva. “Compressione selettiva” indica che i tagli si sono concentrati su specifiche sedi e aree geografiche, in particolare nel Mezzogiorno. “Cumulativa” indica che gli effetti di queste riduzioni si sono amplificati nel tempo, creando un divario crescente tra atenei. Questo processo ha portato a una segmentazione del sistema universitario nazionale, con la creazione di università di “serie A” e di “serie B”, influenzando negativamente la mobilità sociale e lo sviluppo delle aree più svantaggiate del paese. In modo paradossale, la retorica sui finanziamenti legati al merito della ricerca come “fotografato” dalla VQR, si scontra però con i dati FFO, che mostrano che la quota premiale ricevuta da ciascun ateneo è semplicemente proporzionale alla sua dimensione, misurata in termine di personale docente (Baccini, 2017a, 2017b). Cosa ha determinato quindi la compressione selettiva e cumulativa?   Figura 1. Il Fondo di Finanziamento Ordinario delle università italiane a prezzi correnti e a prezzi costanti. Secondo Viesti, la compressione selettiva e cumulativa del finanziamento è il frutto della combinazione dell’applicazione del criterio del costo standard (Viesti, 2016), del proporzionamento di parte del finanziamento alla contribuzione studentesca (Viesti, 2016), e dei finanziamenti legati ai dipartimenti di eccellenza. In effetti la distribuzione di risorse operata dai dipartimenti di eccellenza è fortemente sperequata tra atenei. È plausibile ritenere che il governo Renzi, come suggerivano da tempo i “Bocconi boys” dal sito de LaVoce.info, abbia introdotto la gara per i dipartimenti di eccellenza proprio per correggere l’anomalia di una quota premiale che non operava una redistribuzione significativa dei fondi tra università. La distribuzione dei fondi per i dipartimenti di eccellenza è legata all’uso di un indicatore (ISPD) calcolato a partire dai risultati della VQR. I problemi di quell’indicatore, fortemente voluto dalla CRUI, furono subito segnalati pubblicamente (Bertoli Barsotti, 2017; Bruno, 2014; Giuseppe De Nicolao, 2014; G. De Nicolao, 2014; De Nicolao, 2017), nell’indifferenza generale dei decisori politici e dell’ANVUR. Un recente articolo ha mostrato che l’indicatore ISPD opera una standardizzazione “anomala” che amplifica differenze non significative tra dipartimenti, con la conseguenza che alcuni che vengono premiati hanno performance identiche a quelle di altri che invece non ottengono nessun premio (Galli & Greco, 2025). Precarizzazione. A partire dalla Legge Gelmini le università italiane sono state sottoposte alla sistematica sostituzione di personale a tempo indeterminato, con personale a tempo determinato (Figura 2). Nel 2010 erano occupati a tempo indeterminato 57.449 professori ordinari, professori associati e ricercatori a tempo indeterminato (RTI) che rappresentavano l’81% del personale docente e ricercatore complessivo. Il restante 19% era rappresentato da 13.109 titolari di assegni di ricerca. La legge Gelmini mise ad esaurimento i ricercatori a tempo indeterminato, sostituendoli con due figure di ricercatori a tempo determinato, cosiddetti di tipo A (RTDA) e di tipo B (RTDB). Da quel momento la forbice tra personale a tempo indeterminato e personale a tempo determinato si è progressivamente allargata: nel 2020 si contavano 46.245 ordinari/associati/RTI pari al 65% del personale. Gli assegnisti appresentavano il 22% del totale (15.849), gli RTDA il 7% (5.192) e gli RTDB il restante 6% (4.616). Figura 2. Personale di ricerca delle università italiane, totale e a tempo indeterminato (ordinari, associati e ricercatori a tempo indeterminato). Nel 2022 il legislatore è intervenuto sul pre-ruolo universitario con la legge 79/2022. La riforma prevede l’abolizione di RTDA, RTDB e assegni di ricerca, che vengono sostituiti dalla figura del RTT (Ricercatore in Tenure Track) e dal contratto di ricerca. In particolare, il contratto di ricerca introduce tutele per il lavoro di ricerca proprie dei contratti di lavoro dipendente, che erano del tutto assenti per gli assegni di ricerca. Poiché entrambe le nuove figure sono più costose delle precedenti e la norma non prevede nessuno stanziamento aggiuntivo di risorse per gli atenei, i governi Draghi prima e Meloni poi, hanno prorogato le figure previgenti. Questa proroga ha permesso di usare i finanziamenti straordinari del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza per assumere personale con contratti RTDA e soprattutto con assegni di ricerca (Figura 3). Negli anni 2022 e 2023 gli RTDA sono cresciuti del 36%, passando da 6.803 a 9.222. Figura 3. Personale di ricerca delle università italiane a tempo determinato (RTDA, RTDB, RTT, Assegni di ricerca). Per gli assegni di ricerca la crescita abnorme è avvenuta con un anno di ritardo, verosimilmente in seguito all’entrata in esercizio dei PRIN 2022/PNRR: dai 15.891 assegnisti del 2023 si passa a 23.958 nel 2024 (+51%). Al 31 dicembre 2024 gli RTDA rappresentavano l’8% e gli assegnisti il 27% del totale del personale di ricerca degli atenei. Per completare il quadro, c’è da tenere conto che le risorse PNRR sono state usate anche per fare crescere in modo abnorme gli iscritti al dottorato di ricerca, passati dagli 11mila del 2019 agli oltre 17mila del 2023.Figura 3. Personale di ricerca delle università italiane a tempo determinato (RTDA, RTDB, RTT, Assegni di ricerca).Di fatto, mentre il Parlamento scriveva una norma (L. 79/2022) per allineare il contratto di ricerca pre-ruolo ai contratti post-dottorato prevalenti in Europa, i governi Draghi e Meloni con i fondi PNRR si muovevano in direzione contraria, realizzando la più grande assunzione di personale precario nella storia dell’università italiana. Personale destinato nella grandissima parte a essere espulso dal lavoro di ricerca entro il 2027, quando scadranno i contratti RTDA e gli assegni di ricerca attualmente attivi. Valutazione pervasiva. Come anticipato, con la legge Gelmini viene istituito un capillare sistema di valutazione amministrativa della ricerca governato da ANVUR. La valutazione riguarda sia le istituzioni che sono soggette a valutazione massiva con i periodici esercizi VQR, sia i singoli ricercatori con l’istituzione dell’Abilitazione Scientifica Nazionale. Entrambi i livelli di valutazione sono agganciati a sistemi di incentivazione che agiscono sia a livello istituzionale che individuale (abilitazione, assunzione, passaggio di carriera). Non esistono studi sistematici sul punto, ma molta evidenza aneddotica documenta che i sistemi di incentivazione che agiscono a livello nazionale si trasmettono per imitazione a livello locale. Questo significa, per esempio, che la distribuzione dei fondi ai dipartimenti all’interno degli atenei avviene con una varietà di meccanismi specifici che tendono a riprodurre la premialità adottata per la distribuzione del FFO alle università. Non sono poche le università che trasferiscono risorse ai dipartimenti sulla base di algoritmi che premiano le stesse pubblicazioni premiate dall’ANVUR nella VQR.In modo analogo, le regole per i concorsi per l’assunzione o i passaggi di carriera tendono a adottare le regole di valutazione vigenti nella ASN, per cui, per esempio, anche a livello locale, vengono attribuiti punteggi diversi ad articoli usciti su riviste che ANVUR ha classificato in Classe A. La pervasività di questo sistema di incentivi nazionali e locali ha prodotto una modificazione profonda del modo in cui si fa ricerca in Italia. Stefano Fantoni, primo presidente di ANVUR, scriveva nel 2015: > A ormai più di quattro anni dalla nascita dell’ANVUR possiamo dire che la > valutazione e il riconoscimento del merito siano entrati a far parte in modo > definitivo e irreversibile delle pianificazioni delle università e delle > organizzazioni di ricerca. Il reclutamento dei giovani nei ruoli accademici e > degli enti di ricerca, gli avanzamenti di carriera, l’identificazione delle > specificità che tengono conto della qualità della ricerca svolta, la > programmazione didattica, il processo di una continua autovalutazione: tutto è > ormai pervaso dalle informazioni e dalle valutazioni che l’ANVUR ha fatto e > sta facendo. […] La battaglia contro il partito de: ‘la valutazione sì, > tuttavia…’, del continuo rimandare per paura di rinnovarsi e riformarsi può > dirsi vinta. Il comparto dell’alta formazione e della ricerca è tra i pochi, > se non addirittura l’unico, che ha intrapreso questo percorso con decisione e > senza manifestazioni di protesta” (Fantoni, 2015). Qualche mese dopo, Andrea Graziosi, neo presidente del consiglio direttivo di ANVUR, in una intervista a Il Sole24ore (9 maggio 2016) sosteneva: > “la valutazione della ricerca è entrata nella vita ordinaria delle università > italiane. Come spesso accade nel nostro paese, l’innovazione arriva in ritardo > rispetto ad altri sistemi nazionale. […] La valutazione può essere > un’operazione di verità che permette all’università di prendere atto dei suoi > pregi e difetti e di evidenziare sacche di malcostume. […] la valutazione > migliora l’università”. Non si contano i contributi di coloro che sostengono che VQR e ASN hanno contribuito a modernizzare i meccanismi di funzionamento dell’accademia italiana, promuovendo la meritocrazia e incrementando significativamente la qualità scientifica della produzione nazionale. Ci limitiamo pertanto alla storia “ufficiale” contenuta nei rapporti biennali sull’università italiana redatti da ANVUR. Nel 2018 il secondo Rapporto Biennale sullo Stato dell’Università Italiana si riconosce che l’Italia spende poco per ricerca, che le entrate delle università italiane sono diminuite, e che tutte le voci di finanziamento si sono ridotte. Questa riduzione non si è accompagnata a una sperequazione territoriale del finanziamento: anzi la quota di risorse destinate al Sud, considerato che al Sud sono diminuiti gli studenti, è addirittura cresciuta grazie alla parte premiale del FFO. Per quanto riguarda la ricerca, “la crescita della produzione scientifica italiana è stata soprattutto nel decennio in corso superiore alla media mondiale”. Il miglioramento non è stato solo quantitativo, ma anche “qualitativo”: > “La posizione dell’Italia della ricerca è oggi, grazie ai miglioramenti > registrati negli ultimi 15 anni, migliore rispetto a quella di grandi paesi > come Francia e Germania”. Addirittura, la produttività scientifica italiana sopravanza quella di Francia e Germania. Gli indicatori citazionali sono in netto miglioramento.Nel rapporto successivo (ANVUR, 2023), arrivato a cinque anni di distanza dal precedente, il miglioramento della ricerca italiana è confermato: > “In termini di produzione scientifica l’Italia mostra nel decennio in corso > una crescita superiore alla media mondiale. Di conseguenza, l’Italia aumenta > la propria quota di produzione mondiale, giungendo fino al 3,9% nella media > del sessennio 2016-2021: tale dato si rivela particolarmente significativo, > dato che nello stesso periodo i Paesi europei più importanti (Francia, > Germania e Regno Unito) mostrano una lieve riduzione della propria quota. […] > L’impatto citazionale medio della produzione scientifica (calcolato come > rapporto tra numero di citazioni e numero di pubblicazioni, normalizzato per > la diversa rilevanza dei settori scientifici) pone la ricerca italiana tra le > migliori d’Europa, sopravanzando Paesi quali la Francia e la Germania e, > guardando al di fuori dell’Europa, anche Stati Uniti e Canada. […] La ricerca > scientifica italiana, in termini di produttività, sopravanza sia quella della > Francia, che quella della Germania, attestandosi sui livelli di Spagna e Regno > Unito, che confermano il loro ruolo al vertice tra i Paesi europei”. Anziché limitarsi a descrivere la crescita della ricerca in Italia come nel precedente Rapporto, ANVUR ha una spiegazione per questi risultati: > “è probabile che una spinta significativa l’abbiano data le regole e le > procedure per l’abilitazione scientifica nazionale al ruolo di professore > universitario”. Quindi, parafrasando Graziosi, la valutazione ha migliorato l’università italiana. Anche fonti internazionali hanno riconosciuto il miglioramento della performance scientifica dell’Italia. Un rapporto commissionato dal governo britannico già nel 2016 esprimeva preoccupazione per la possibilità che il sistema universitario italiano potesse superare quello del Regno Unito in termini di produttività e impatto normalizzato della ricerca (Elsevier, 2017). Questa tendenza è stata confermata dai dati più recenti: nel 2020 l’Italia ha infatti superato paesi storicamente leader nella ricerca come Francia, Canada, Germania e Stati Uniti per impatto citazionale standardizzato, raggiungendo i livelli del Regno Unito (Department for Business, 2022). Alla luce di questi risultati, non sarebbe errato usare l’espressione “il miracolo italiano” della ricerca: in un contesto di contrazione delle risorse pubbliche, l’introduzione di rigorosi meccanismi di valutazione avrebbe innescato un recupero di efficienza che avrebbe a sua volta consentito al sistema universitario italiano di riacquisire un ruolo di primo piano nella geografia scientifica globale. Ma questa storia “ufficiale” è credibile? IL FALSO MIRACOLO ITALIANO. L’adozione capillare e pervasiva di procedure di valutazione amministrativa della ricerca massive (VQR) e individuali (ASN, FFABR etc.) governate da ANVUR ha determinato una modificazione profonda dei comportamenti individuali e collettivi che non è ancora stata studiata in modo sistematico. La crescita della produzione, della produttività e dell’impatto citazionale della ricerca italiana è stata accompagnata dalla adozione di cattive pratiche di pubblicazione e citazione da parte dei ricercatori italiani, al fine di rispondere agli incentivi quantitativi definiti nei processi di valutazione. Le evidenze aneddotiche sono conoscenza comune degli universitari italiani. Alcune di queste evidenze sono anche scritte in articoli pubblicati. Andrea Bonaccorsi, già membro del consiglio direttivo di ANVUR, in un articolo in cui sostiene che i “comportamenti opportunistici [..] rappresentano un fenomeno marginale e limitabile con opportune misure” (Bonaccorsi, 2017), scrive: > “Su questi aspetti [gift-authorship] l’esperienza personale degli ultimi anni > è straordinaria, All’indomani della VQR nel mio Ateneo [Pisa ndr] un direttore > di dipartimento, il cui posizionamento nel settore scientifico era molto > debole, ha scritto ai colleghi di provvedere, in vista della successiva > valutazione, a inserire come co-autori coloro che risultavano inattivi, cioè > con un numero di pubblicazioni inferiori al richiesto. […] all’indomani della > uscita dei criteri per l’Abilitazione Scientifica Nazionale ho visto con i > miei occhi la tabellina di un settore concorsuale nella quale veniva fatta la > lista dei lavori sottomessi [sic] a rivista o già accettati, con una > ripartizione scientifica dei casi nei quali agli autori (tutti giovani) > sarebbe stato chiesto di aggiungere il nome di un altro prima della > pubblicazione finale, il tutto controllato da un ben organizzato gruppo di > professori ordinari” (Bonaccorsi, 2017, pp. 36-37). Il fenomeno più studiato è il cambiamento delle abitudini citazionali, ed in particolare l’uso opportunistico delle autocitazioni. Studi empirici sono stati condotti a livello di singoli settori di ricerca in riferimento sia alle procedure VQR che ASN (Akbaritabar et al., 2021; Scarpa et al., 2018; Seeber et al., 2017; Vercelli et al., 2022). Baccini, De Nicolao e Petrovich (2019) hanno mostrato che la crescita dell’impatto scientifico dell’Italia è dovuta ad un massiccio cambiamento nelle abitudini citazionali nazionali dopo la riforma del 2010. L’ipotesi di partenza del lavoro è la seguente: in Italia avere un elevato numero di citazioni è necessario per superare le soglie ed aspirare ad ottenere l’abilitazione scientifica nazionale. I ricercatori sono portati ad adottare strategie di citazione in grado di accrescere i propri indicatori: il modo più semplice è quello di autocitarsi e magari farsi citare dai propri collaboratori. Baccini e coautori hanno costruito un indice di autoreferenzialità nazionale nella ricerca (inwardness) che misura quanto i vari paesi citano sé stessi nella propria letteratura scientifica. L’indicatore è definito come il rapporto tra il numero totale di autocitazioni di un paese e il numero totale di citazioni ricevute da quello stesso paese. L’indicatore è in grado di tracciare non solo le autocitazioni dei singoli autori, ma anche i club di citazione intra-nazionali, cioè gruppi di autori che si citano mutuamente. Il confronto dell’andamento dell’indicatore nel tempo per l’Italia rispetto agli altri paesi del G10 indica che in Italia, dopo il 2009, l’autoreferenzialità citazionale è cresciuta nella maggior parte dei campi scientifici; una tendenza unica tra i paesi del G10. Nel 2016 l’Italia è diventata – sia a livello complessivo che per la grande maggioranza dei campi di ricerca – il secondo paese con più alta autoreferenzialità citazionale. Solo gli Stati Uniti hanno un’autoreferenzialità strutturalmente più alta, spiegabile però con la leadership scientifica di quel paese.   Figura 4. Andamento dell’indicatore di inwardness nei paesi del G10 (da Baccini et al.  2019). Baccini e coautori considerano due obiezioni fondamentali al loro lavoro. La prima è che il valore dell’indicatore di autoreferenzialità dipende dalle collaborazioni internazionali, cioè dal numero di pubblicazioni scritte da italiani con coautori stranieri. L’aumento dell’autoreferenzialità potrebbe essere dovuto ad un aumento del grado di internazionalizzazione della scienza italiana. I dati mostrano però che l’Italia non cresce molto in collaborazioni internazionali: a fine periodo continua ad essere il paese del G10 con la seconda minore quota di pubblicazioni internazionali. Figura 5. Inwardness e collaborazioni internazionali. La seconda obiezione è che la crescita delle autocitazioni italiane sia dovuta ad un effetto “leadership”: la scienza italiana si autocita di più perché ha guadagnato in questi anni una posizione di preminenza nel panorama scientifico internazionale. Se questo fosse vero la crescita delle autocitazioni sarebbe accompagnata da una crescita delle citazioni provenienti da altri paesi. In realtà, per quanto riguarda le citazioni provenienti da altri paesi, l’Italia passa dalla penultima alla terzultima posizione tra i paesi del G10. Figura 6. L’impatto della produzione scientifica italiana sui paesi del G10. Baccini e Petrovich (2023) hanno rafforzato l’analisi considerando l’evoluzione delle autocitazioni scientifiche a livello nazionale in 50 paesi, utilizzando dati Scopus dal 1996 al 2019. I risultati mostrano che, per la maggior parte dei Paesi, i tassi di autocitazione sono diminuiti nel tempo seguendo andamenti simili. In questo contesto, tuttavia, vi sono alcuni Paesi che presentano un comportamento anomalo, con tendenze all’autocitazione significativamente diverse da quelle della maggior parte dei paesi “standard”. In particolare dodici paesi mostrano un andamento anomalo, con tassi di autocitazione in crescita, tra cui l’Italia. Gli altri paesi con trend anomali includono India, Iran, Pakistan, Cina, Russia, Corea del Sud, Malesia, Egitto, Arabia Saudita, Turchia e Indonesia. Figura 7. I paesi fuori dalla nuvola hanno andamento anomalo delle autocitazioni (Baccini-Petrovich 2023) Questi paesi condividono l’adozione di politiche della ricerca caratterizzate da un tratto comune: l’introduzione di premi diretti o indiretti per le prestazioni bibliometriche degli scienziati. I dati documentano una associazione temporale per tutti i paesi anomali tra i cambiamenti nelle politiche, da un lato, e i cambiamenti nel comportamento autocitazionale della comunità scientifica nazionale. Ciò suggerisce che gli scienziati rispondono effettivamente al nuovo clima di incentivi, modificando, tra le altre cose, le loro abitudini citazionali. La pressione generata da aggressive politiche di incentivazione sembra quindi in grado di influenzare rapidamente e visibilmente il comportamento citazionale di interi Paesi, distorcendo le classifiche globali dei Paesi basate sulle citazioni. Baccini e Petrovich sostengono che il fattore cruciale che influenza questo comportamento anomalo in termini di autocitazioni sia la vicinanza degli incentivi basati sulle citazioni alla carriera e al salario del singolo ricercatore: quanto più gli incentivi influenzano la progressione di carriera e il salario, tanto più è probabile che influenzino il comportamento citazionale. Nei paesi in cui gli indicatori citazionali contribuiscono a complesse formule di finanziamento a livello istituzionale, l’influenza sul comportamento citazionale è più distante dai singoli ricercatori e, di conseguenza, meno significativa. Un’ultima, ma cruciale, area di riflessione riguarda la diffusione di comportamenti che configurano vere e proprie frodi scientifiche. Tra questi rientrano la manipolazione o la fabbricazione di dati e immagini, il plagio, la pubblicazione multipla dello stesso lavoro in sedi diverse e la compravendita dell’autorialità degli articoli. Questi fenomeni siano difficili da osservare direttamente.   Uno degli indicatori indiretti più significativi della loro diffusione è rappresentato dal numero di ritrattazioni di articoli scientifici. Una ritrattazione è un atto formale con cui un editore o gli stessi autori dichiarano pubblicamente che un articolo già pubblicato non avrebbe dovuto essere accettato, e che le informazioni contenute al suo interno non devono essere considerate valide né utilizzate come base per future ricerche. In altre parole, la ritrattazione rappresenta un segnale forte di anomalia nel processo scientifico. Secondo un’analisi comparativa condotta da Marco-Cuenca et al. (2021), l’Italia è, insieme alla Germania, il paese dell’Unione Europea con la più alta incidenza di ritrattazioni scientifiche. Anche i dati raccolti dal database Retraction Watch confermano questa tendenza, evidenziando un netto aumento del numero di articoli ritrattati in Italia a partire dal 2010, proprio in concomitanza con l’adozione su larga scala di meccanismi valutativi basati su indicatori quantitativi. Cabanac et al. (2023) analizzano la distribuzione geografica delle ritrattazioni, combinando dati da Crossref e Dimensions, al fine di identificare contesti a rischio e pattern sistemici. L’analisi mostra che le ritrattazioni non sono distribuite uniformemente tra paesi, ma si concentrano in alcune aree geografiche con intensità diverse. L’Italia emerge come uno dei paesi europei con una densità significativa di articoli ritrattati, sia in termini assoluti che in rapporto alla produzione complessiva. UNA DIAGNOSI SBAGLIATA, UNA CURA DANNOSA La diagnosi sullo stato di salute dell’università italiana, formulata negli anni immediatamente precedenti alla riforma Gelmini, si è rivelata in larga parte fuorviante. I mali dell’università erano reali — carenza cronica di risorse, opacità delle procedure di reclutamento —, ma l’analisi dominante, condivisa trasversalmente da forze politiche e accademiche, ha finito per attribuire la responsabilità principale al supposto basso rendimento del sistema e all’assenza di meccanismi di valutazione meritocratica. La “cura” proposta e adottata con il consenso trasversale di tutte le principali forze politiche, sia di centro-destra sia di centro-sinistra, è stata quella già sperimentata in diversi paesi emergenti con l’obiettivo di migliorare il posizionamento nelle classifiche internazionali: una spinta decisa verso la monetizzazione, diretta o indiretta, delle prestazioni scientifiche, valutate attraverso indicatori quantitativi standardizzati di produttività e impatto. La valutazione è così diventata uno strumento centrale per regolare l’allocazione delle risorse e la distribuzione del potere all’interno del sistema accademico. Tuttavia, questa cura non ha affrontato — né tanto meno risolto — i problemi strutturali dell’università italiana: le risorse continuano a essere scarse e le pratiche di reclutamento, seppur rinnovate nella forma, restano spesso opache nella sostanza. Anzi, la nuova architettura valutativa ha introdotto sintomi inediti: autoreferenzialità crescente, omologazione tematica, e una preoccupante diffusione di comportamenti opportunistici e veri e propri fenomeni patologici, come frodi scientifiche, citazioni incrociate strategiche, e, nelle scienze umane e sociali, controllo sistematico da parte di gruppi di ordinari delle riviste più importanti nelle classifiche ANVUR. Di fatto, la riforma Gelmini, mettendo al centro del sistema la valutazione condotta da ANVUR, ha introdotto un controllo amministrativo e tecnocratico di emanazione governativa sull’università e sulla ricerca italiana. Più precisamente, come scrive Carla Barbati: > “La valutazione viene progressivamente configurata come una sorta di funzione > indivisibile, capace sia di fissare le proprie regole sia di verificane il > rispetto sia di farsi titolo per la definizione della misura, premiale o > sanzionatoria, connessa ai suoi risultati, che perciò sposta […] l’asse di > governo del settore” verso un “nuovo centro”, l’ANVUR che “acquisisce la > capacità conformativa di un’attività che diventa regolazione e insieme > controllo, assistita dalla forza speciale di esprimersi in determinazioni che > l’Autorità di Governo è chiamata a recepire nei propri provvedimenti” > (Barbati, 2019, p. 18). La valutazione ha finito così per ridefinire profondamente la distribuzione del potere all’interno del mondo accademico. Il sistema di valutazione governato da ANVUR ha spostato il potere dai “baroni”, ad una élite accademica scelta dalla politica direttamente, come i membri del consiglio direttivo di ANVUR, o indirettamente, come i membri dei gruppi di valutazione della VQR e delle commissioni per la classificazione delle riviste ai fini della ASN.  Ai cosiddetti “baroni” del periodo pre-Gelmini si sono sostituiti nuovi gruppi dominanti — i “baroni post-Gelmini” — spesso coincidenti, peraltro, con i precedenti. Ma questi nuovi vincitori, oltre a detenere più risorse e più leve di potere, beneficiano ora di una legittimazione formale: l’etichetta di eccellenza certificata dagli esercizi di valutazione dell’ANVUR. Il messaggio implicito è chiaro: chi ha vinto lo ha fatto perché lo meritava. Ai perdenti non resta che attendere il prossimo turno, sperando in un riscatto futuro, o più realisticamente adattarsi, possibilmente in silenzio, a un ruolo subalterno. La riforma Gelmini, attraverso il processo di precarizzazione del personale, ha accentuato la gerarchizzazione interna all’università. Un esercito di dottorandi, assegnisti e ricercatori a tempo determinato si trova in posizione di dipendenza crescente nei confronti del proprio principal investigator. Le carriere si decidono entro compartimenti disciplinari rigidi, dominati dai gruppi già vincenti, che controllano i percorsi di abilitazione nazionale e i concorsi locali. Nei settori cosiddetti bibliometrici, le prospettive di carriera sono legate a una corsa alla pubblicazione e alle citazioni; in quelli non-bibliometrici, alla pubblicazione di articoli in riviste classificate in “fascia A” dall’ANVUR. È in questo contesto che, come abbiamo visto, si sono moltiplicati comportamenti di “gioco strategico” del sistema: doping citazionale, pubblicazioni su riviste cosiddette “predatorie”, auto-citazioni di comodo, e controllo selettivo degli spazi editoriali rilevanti.Tutto ciò sta progressivamente restringendo il campo della ricerca accademica. Temi originali, approcci rischiosi o non immediatamente produttivi, lavori di replica o di verifica di risultati altrui, tendono a essere scoraggiati perché poco compatibili con i parametri valutativi dominanti. Si osserva così una progressiva omologazione delle linee di ricerca, fenomeno già documentato anche nei contesti anglosassoni (Regno Unito e Australia) dove da anni sono in vigore sistemi di valutazione centralizzati. Nel 2010, un incremento delle risorse avrebbe probabilmente avuto effetti positivi sulla quantità e qualità della ricerca e della didattica. Ma oggi, a distanza di anni, non basta più immettere fondi nel sistema. Se non si interviene sui meccanismi profondi che regolano la valutazione e la distribuzione del potere accademico, ogni risorsa aggiuntiva rischia di alimentare proprio quelle distorsioni che minano la salute dell’università italiana. Occorre un’azione radicale: smantellare gli attuali dispositivi di valutazione centralizzata, spezzare il vincolo della precarietà, ridurre la concentrazione di potere nelle mani di pochi, e restituire autonomia e pluralismo al sistema universitario. Senza una riforma profonda, non sarà possibile invertire davvero la rotta. RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI Akbaritabar, A., Bravo, G., & Squazzoni, F. (2021). The impact of a national research assessment on the publications of sociologists in Italy. Science and Public Policy, 48(5), 662-678. https://doi.org/10.1093/scipol/scab013 ANVUR. (2023). Rapporto sul sistema della formazione superiore e della ricerca. ANVUR. Baccini, A. 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March 19, 2026
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