MEGA PROGETTO “TRANSIZIONE ENERGETICA”: INDIVIDUARE I PUNTI DEBOLI
> Da Antisistema, numero 2, primavera 2024
+++ Sabotaggio: diversi fori praticati nel gasdotto LNG appena completato a
Brunsbüttel +++ Camion bruciato nella miniera di Welzow +++ In fiamme un
cementificio a Berlino, i dipendenti sono temporaneamente esonerati dal
lavoro+++ Decine di persone sabotano la cava di ghiaia a Langen vicino a
Francoforte +++ Un incendio vicino a Monaco distrugge una cava di ghiaia insieme
a un hangar, un edificio adiacente e diversi nastri trasportatori +++
Sembra che gli atti di sabotaggio nella lotta contro la distruzione della natura
si stiano diffondendo. Per lo meno, sempre più ambienti discutono apertamente se
le vecchie forme di protesta non abbiano ormai fatto il loro tempo, dato che
sono chiaramente inefficaci e portano solo a processi e sanzioni. In un numero
sempre maggiore di dibattiti si percepisce un tono di urgenza e chi si stupisce
se, data l’impossibilità di cambiare il corso catastrofico degli eventi, sempre
più persone ricorrono a mezzi più coerenti? Mentre la stragrande maggioranza dei
gruppi ambientalisti e climatici sta lavorando per attirare l’attenzione
dell’opinione pubblica e quindi fare pressione sui politici, con mezzi legali o
illegali, la gravità della situazione attuale ha portato molti a considerare
un’altra opzione: il sabotaggio, l’idea di interrompere il corso degli eventi e
causare destabilizzazioni. È chiaro e ovvio chi sia responsabile della continua
distruzione del pianeta, chi ne tragga profitto e chi renda la vita sempre più
impossibile a tutti gli esseri viventi su questo pianeta: in primo luogo
l’industria dei combustibili fossili, le compagnie petrolifere e plastiche, le
aziende militari, i produttori farmaceutici e di fertilizzanti, le industrie
chimiche, del cemento e dell’acciaio e gli operatori minerari. Responsabilità
chiare, ostilità chiare. Vogliamo fare appello a questi attori, influenzare la
loro coscienza, richiamare simbolicamente l’attenzione sul loro ruolo? Oppure
sabotare la loro attività per porre fine alle loro azioni? Queste sono domande
fondamentali che devono essere poste e affrontate nelle lotte, perché da un lato
sono il punto di partenza per decidere come vogliamo agire (quantitativamente o
qualitativamente?) e dall’altro indicano come vogliamo affrontare le forze
autoritarie in generale (cooperare con chi detiene il potere e il suo apparato,
compresi polizia e stampa, o affrontarli su tutti i livelli?).
Concentrandosi sull’idea di portare la proposta di sabotaggio nei movimenti
sociali contro la distruzione della natura, lo scorso anno è nata un’iniziativa
chiamata “Switchoff! The system of destruction” (switchoff.noblogs.org).
Nell’ambito di questa proposta, sono stati compiuti numerosi attacchi in vari
luoghi, ad esempio contro l’industria petrolifera e carbonifera, i giganti
dell’automobile e la loro mendace mobilità elettrica, contro l’industria
spaziale, contro le infrastrutture estrattive o i partiti politici.
Un’iniziativa che cerca di portare la proposta dell’attacco diretto nelle varie
lotte ambientali e climatiche. Un tentativo di diffondere qualcosa di diverso
dalla speranza ingenua che chi detiene il potere sia disposto a fare delle
riforme. Tuttavia, il riferimento reciproco, in qualche modo artificiale,
costruito attraverso l’uso di uno slogan comune non è l’unica cosa che accomuna
queste azioni: esse cercano di attaccare e sabotare la produzione dannosa, di
“spegnere” il sistema con le proprie mani.
Sabota-che?
Tuttavia, se un sabotaggio vuole colpire un punto in cui l’attacco causi
effettivamente interruzioni nelle operazioni economiche, è necessaria un minimo
di studio. Bene, parliamo del nemico: l’economia distruttiva per la terra. Una
rete globale. Ci sono quelli che sostengono che la base materiale della
produzione ad un certo punto andrà verso l’esaurimento. L’economia richiede la
disponibilità costante di materie prime, rotte commerciali e manodopera per
produrre beni e venderli sui mercati. In questa gigantesca rete economica, tutto
è coordinato con precisione. Se mancano determinati componenti, ciò rischia di
provocare un enorme effetto domino. Ed è proprio questo problema che sta
diventando sempre più urgente: varie materie prime stanno diventando sempre più
scarse o la domanda è così grande che non può essere soddisfatta. Allo stesso
tempo, le vie di trasporto stanno diventando più complesse e più vulnerabili. Le
conseguenze sono fatali: se non ci sono terre rare, non ci sono smartphone, non
ci sono app, non ci sono profitti. Se non c’è elettricità o gas, non c’è
produzione. Se non ci sono microchip, non c’è tecnologia. Questi pericoli molto
concreti stanno tormentando un’ampia gamma di settori economici e stanno dando
il via a enormi sforzi per sviluppare nuove infrastrutture. A questo livello, la
narrativa dell’attuale “transizione energetica” è anche un enorme motore
economico per guidare un imponente cambiamento strutturale nell’economia.
Di seguito vengono evidenziati tre aspetti specifici, ciascuno dei quali riveste
un’importanza fondamentale per il sistema industriale:
– Reti energetiche: una delle più grandi ristrutturazioni dell’economia “verde”
sta avvenendo nel settore energetico. Un obiettivo fondamentale per l’economia
tedesca è, ad esempio, la produzione di idrogeno in vari paesi (Namibia, Arabia
Saudita, Cile, Argentina, Nord Africa, ecc.) e la costruzione di condotte per
l’idrogeno in Germania e in Europa. Oltre alle condutture verso la Danimarca, la
Norvegia e la Francia, è prevista la costruzione di una rete di tubature lunga
9700 chilometri all’interno della Germania, per la quale verrà utilizzato il 60%
dei vecchi gasdotti di gas naturale. L’idrogeno è destinato a sostituire la
carenza di gas russo per la produzione industriale. A tal fine, nel Sud del
mondo vengono costruiti giganteschi impianti di energia solare ed eolica per
produrre idrogeno, che può essere trasportato, convertito in ammoniaca e poi
riconvertito in Europa.
I politici tedeschi agiscono in modo coloniale quando fingono che nel Sud del
mondo esistano delle “zone bianche” la cui distruzione e cementificazione con
migliaia di turbine eoliche non darebbe fastidio a nessuno. Questo è esattamente
ciò che sta accadendo nelle ex colonie tedesche come la Namibia, un paese in cui
l’allacciamento alla rete elettrica è tutt’altro che scontato. Il fatto che il
passaggio dal gas naturale e dal petrolio all’idrogeno abbia qualcosa a che fare
con la protezione del clima si rivela rapidamente un argomento pretestuoso,
poiché le grandi emissioni di metano derivanti dalla combustione di idrogeno
possono essere “neutre in termini di CO2”, ma sono tutt’altro che “rispettose
del clima”. La “transizione energetica” è un progetto economico guidato dallo
Stato con obiettivi geopolitici, militari ed economici.
Mentre la rete dell’idrogeno viene ampliata, anche la rete elettrica deve essere
potenziata. A causa della crescita della mobilità elettrica, è necessaria una
quantità sempre maggiore di elettricità. Allo stesso tempo, nella rete europea
si verificano costanti fluttuazioni di tensione, che possono essere compensate
solo con una rete resiliente. La Germania importa anche grandi quantità di
elettricità. Un esempio assurdo: Stadtwerke München ottiene la sua energia
elettrica così “verde” da enormi parchi eolici nel nord della Svezia, che si
trovano nel territorio degli indigeni Sami e che sono stati recentemente
dichiarati illegali perché interferiscono con l’allevamento delle renne dei
Sami. In ogni caso, la rete elettrica tedesca è troppo debole per trasportare
tutta l’energia elettrica importata dalle turbine eoliche del nord quando il
vento è favorevole. Al fine di rendere la rete elettrica tedesca più resiliente
è ora in fase di realizzazione un asse nord-sud da 4 gigawatt, il cosiddetto
SuedLink, una linea ad alta tensione lunga 700 chilometri che è stata oggetto di
discussione per anni. L’obiettivo è quello di portare l’elettricità generata
dalle turbine eoliche offshore dal Mare del Nord alla Germania meridionale.
Questo progetto è di enorme importanza per la sicurezza energetica
dell’industria. Anche l’ultimo piano del governo di costruire 20 nuove centrali
elettriche a gas, che dal 2030 funzioneranno a idrogeno anziché a gas naturale e
che in generale hanno lo scopo di compensare le fluttuazioni
nell’approvvigionamento di energia eolica e solare, è in linea con questo
obiettivo.
– Microchip: i microchip (semiconduttori) sono ormai indispensabili per
qualsiasi cosa: smartphone, computer, automobili, ecc. La maggior parte di
questi microchip viene prodotta a Taiwan. Se la Cina dovesse davvero entrare in
guerra con Taiwan, ciò avrebbe conseguenze fatali per la produzione: la crisi
del Covid ha dimostrato la fragilità delle catene di approvvigionamento globali,
ed è stata particolarmente dolorosa per l’industria automobilistica tedesca. Al
fine di ridurre queste dipendenze globali, esistono vari progetti dell’UE
(Important Project of Common European Interest) che sovvenzionano progetti di
sviluppo nel campo della microelettronica e delle tecnologie di comunicazione
“lungo l’intera catena del valore, dai materiali e dagli strumenti alla
progettazione dei chip e ai processi di produzione”, con l’obiettivo di
consentire la ricerca di tecnologie chiave in Europa, la loro produzione
utilizzando materie prime europee ove possibile (anche se questo è ancora pura
teoria) e la loro produzione e assemblaggio in Europa.
Intel, ad esempio, ha annunciato la costruzione di una “mega-fabbrica” con due
stabilimenti per la produzione di microchip vicino a Magdeburgo. L’importanza di
questo stabilimento diventa chiara se si considera che il governo tedesco sta
sovvenzionando la sua costruzione con 10 miliardi di euro (cinicamente
provenienti da un “fondo per la protezione del clima”). L’obiettivo esplicito è
l’indipendenza dalle catene di approvvigionamento internazionali. Anche la
costruzione di altri tre stabilimenti di microchip viene sovvenzionata secondo
lo stesso principio: l’azienda taiwanese TSMC si sta insediando a Dresda (5
miliardi di sovvenzioni da parte della Repubblica Federale Tedesca). Anche
Infineon sta costruendo una fabbrica di microchip a Dresda (1 miliardo di
finanziamenti) e l’azienda statunitense Wolfspeed sta costruendo una fabbrica di
chip a Saarlouis, nel Saarland, con finanziamenti statali. I produttori di chip
della Germania orientale sono tutti situati in prossimità strategica delle
fabbriche di auto elettriche Tesla e Porsche. Il fatto che il Ministero Federale
dell’Economia abbia in parte impedito la vendita di aziende tedesche produttrici
di chip ad aziende cinesi, come è successo con ERS Electronics, dimostra quanto
l’attività economica sia controllata dallo Stato: l’industria dei microchip
simboleggia un settore chiave dell’intera produzione industriale e pertanto non
solo è promossa, ma anche diretta e guidata dallo Stato, come in tempi di
economia di guerra.
–Estrazione mineraria in acque profonde: l’intera produzione high-tech dipende
dalla disponibilità di materie prime specifiche quali rame, nichel e terre rare
come il cobalto. Queste materie prime vengono estratte principalmente nel Sud
del mondo (ad esempio in Congo) e in Cina in condizioni estremamente precarie e
devono essere trasportate dall’altra parte del mondo per arrivare in Europa.
Inoltre, le catene di approvvigionamento sono soggette a dipendenze e a fattori
geopolitici. Non solo la maggior parte delle terre rare proviene dalla Cina, ma
la Cina è anche il protagonista e il principale operatore delle miniere in
Africa. Se le relazioni si deteriorano o si verificano interruzioni delle rotte
marittime, ciò avrà conseguenze fatali. Una possibile alternativa alla
dipendenza dalle terre rare provenienti dalla Cina o dalle aziende cinesi è
l’estrazione mineraria in acque profonde. Alcuni paesi, come la Norvegia, stanno
portando avanti l’ applicazione massiccia di questo metodo estrattivo mai
sperimentato prima e hanno aperto un’area vicino alla Groenlandia, grande quanto
la Gran Bretagna, all’estrazione mineraria in acque profonde.
L’estrazione mineraria in acque profonde prevede l’utilizzo di robot che
“raccolgono” noduli di manganese contenenti vari elementi delle terre rare a una
profondità compresa tra i due e i tre chilometri sotto il livello del mare e poi
li “lavano” direttamente sottoterra, il che è estremamente tossico. L’assurdità
di questa impresa è la seguente: le profondità marine sono l’area meno esplorata
della terra e ospitano una serie di organismi e animali che finora sono stati
studiati molto poco. L’unica certezza che abbiamo riguardo all’estrazione
mineraria in acque profonde è che ha conseguenze estremamente distruttive e che
il 90% di tutti gli organismi è scomparso dove è stata sperimentata. Non abbiamo
idea di quali siano le conseguenze della polvere sollevata, della radioattività
rilasciata, delle tracce lasciate dai robot sul fondo marino e della
contaminazione con sostanze chimiche per questo enorme e oscuro territorio, i
suoi abitanti e gli oceani nel loro complesso. Tutto ciò che sappiamo è che le
conseguenze hanno un potere distruttivo che non può essere stimato. In questo
senso, il sistema industriale è in grado di distruggere qualcosa di cui non
conosce nemmeno l’esistenza e ciò che vi vive. E proprio questo, distruggere
qualcosa senza nemmeno immaginarne, figuriamoci comprenderne, la natura, è ciò
che si sta pianificando a tutta velocità. Gli oceani sono i polmoni della Terra
e l’ estrazione mineraria in acque profonde avrà conseguenze imprevedibili. Il
fatto che questo progetto venga attuato con tanta rapidità, nonostante alcuni
Stati ne stiano criticando le conseguenze distruttive, dimostra l’importanza
delle terre rare per l’intero sistema industriale.
Ricerca-chi?
Quando parliamo di sabotaggio, parliamo anche di tentativi di localizzare dei
punti deboli: gli atti di sabotaggio possono essere tentativi di approfondire le
tensioni sociali e forse ispirare altri a compiere atti simili. Ma il sabotaggio
può anche essere un tentativo di causare almeno una interruzione temporanea del
funzionamento di questa economia letale. Se si vuole colpire dove fa male, è
necessario individuare i punti deboli. Ricercare significa non solo “indagare” e
“cercare”, ma anche “esplorare”. Il vecchio termine francese “rechercher”
significa “vagare alla ricerca” o “cercare attentamente”. Questa parola deriva
dal latino ‘circāre’, che significa “camminare intorno a qualcosa, vagare in
un’area alla ricerca”. Quindi un po’ di ricerca, un po’ di esplorazione –
cercare il terreno nemico e camminare intorno all’obiettivo – e poi colpire.
Potrebbe essere interessante esaminare più da vicino i tre punti sopra
menzionati: reti energetiche, fabbriche di microchip e attività minerarie, in
particolare quelle in acque profonde. Ciascuna di queste tre aree rappresenta un
settore chiave dell’industria e del suo megaprogetto di “transizione
energetica”. Ciascuna di queste tre aree rappresenta anche un punto debole: un
sabotaggio potrebbe avere conseguenze fatali per l’intera economia che sta
distruggendo la Terra. L’ attuale periodo di attuazione della “transizione
energetica” potrebbe essere un momento in cui molte persone perdono le illusioni
sul “capitalismo verde” e sulle “energie rinnovabili” e diventano più ostili al
sistema industriale in generale di fronte ai nuovi progetti infrastrutturali
distruttivi e alla continua distruzione della natura. O almeno coloro che sono
ostili a questo sistema industriale distruttivo diventeranno ancora più
determinati a paralizzarlo. Forse la moltiplicazione di diverse forme di azione
– sabotaggio, disordini di massa, piccoli attacchi riproducibili – alimentata
dalla critica radicale nelle strade e da una crescente disillusione nei
confronti della politica può garantire che si diffonda la possibilità di
un’azione diretta contro i responsabili della catastrofe industriale. Questa
diffusione non deve necessariamente essere quantitativa, forse ciò che sta
guadagnando forza e sostegno è la convinzione qualitativa che la via per la
liberazione dal sistema industriale inquinante non sia né riformarlo né
rinnovarlo, ma distruggerlo. Quindi, agire contro l’economia industriale e
contro la rete energetica che sostiene la distruzione della terra. Contro il
gigantesco progetto della “transizione energetica”, che non fa altro che
rinnovare, espandere e perpetuare l’infrastruttura che devasta il pianeta.