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L’industria della moda e il suo costo nascosto
Sulle sponde del Lago Maggiore, al parco Il Boschetto di Germignaga, sabato 29 agosto,  nell’ambito dell’evento Èqualafesta 2026, che si svolge ormai dal 2011, e curata dall’associazione GIM Terre di Lago, si è tenuta la presentazione del libro “La moda è potere – Come un’industria modella il nostro futuro”. Lo hanno presentato due delle tre autrici, Alessia Cesana e Martina Ferlisi, che hanno scritto il libro in collaborazione con Deborah Lucchetti. Matteo Mantovani ha guidato il dibattito ed è intervenuta anche Francesca di Gangi, una sarta professionista che ha portato il suo contributo da esperta del settore. Cesana e Ferlisi sono due giornaliste di Altraeconomia, la nota cooperativa sociale e agenzia di comunicazione che si occupa di divulgazione tramite una rivista mensile e la pubblicazione di libri di inchiesta. Il tema dell’evento Èqualafesta di quest’anno è “Il costo nascosto” e si riferisce al costo di quello che noi consumatori, non vediamo solitamente ma che in realtà esiste per ogni tipo di merce che decidiamo di acquistare. Dietro a ogni nostra scelta c’è un prezzo, di cui spesso non ci rendiamo conto, pagato dall’ambiente o da chi lo ha prodotto. La presentazione del libro edito da Altraeconomia, ha voluto portare una riflessione sul comparto della moda che è un’industria da milioni di dollari, e che in tutto il mondo porta spesso a disuguaglianze sociali e a danni per l’ambiente di notevoli dimensioni. Le autrici hanno spiegato come, nella prima parte del loro libro, intitolata IL SISTEMA MODA, più giornalistica, viene fatta una panoramica delle condizioni attuali in diverse parti del mondo, dall’Italia ai paesi asiatici, agli Stati Uniti. Nella seconda parte del libro, invece, più costruttiva, viene data una speranza rivolgendo lo sguardo alla possibilità di cambiare le cose, con un invito a CAMBIARE IL SISTEMA, NON L’ARMADIO. Non serve accanirsi contro chi non fa ancora scelte consapevoli, ma le energie vanno rivolte verso le grandi aziende che lucrano e alle istituzioni che invece dovrebbero normare e regolamentare il lavoro di queste ultime. I temi trattati sono stati principalmente i costi e i meccanismi di produzione e distribuzione del Fast Fashion Tradizionale, come ad esempio Zara o H&M e dell’Ultra Fast Fashion Digitale, come Temu o Shein. I dati sono allarmanti, le questioni da normare e ridefinire sarebbero tante: le condizioni di sfruttamento dei lavoratori del settore; la qualità delle materie prime; l’eccessivo utilizzo di materiali di origine plastica utilizzati nella realizzazione dei capi di abbigliamento che poi si trasformano in microplastiche; gli altissimi costi economici e ambientali legati al trasporto che avviene via aerea anziché via nave; i costi ambientali dovuti allo smaltimento; la responsabilità che gli stati occidentali hanno nei confronti degli stati più poveri del mondo, dove spesso finisce l’enorme quantità di abbigliamento che viene gettata e dismessa. Sono stati riportati dati e cifre documentate dalle varie inchieste che compongono i capitoli del libro. Come poterci regolare, allora, nell’acquisto di un capo di abbigliamento realmente sostenibile? Il primo strumento che abbiamo a disposizione è la lettura dei dati riportati sull’etichetta, dove generalmente le indicazioni che ci vengono fornite sono: * Il prezzo Se il prezzo è troppo basso, qualcuno sta pagando al posto nostro * Il marchio Imparare a conoscere i nomi delle aziende e a capire quali sono i valori etici di un’azienda piuttosto che un’altra * Il paese di produzione La catena solitamente è molto lunga, dal committente a chi produce si può arrivare anche fino a otto aziende intermedie. È importante avere consapevolezza di quello che decidiamo di acquistare, cercando di informarci e avendo un occhio critico per iniziare a valutare, come suggerisce anche Francesca di Gangi, il tessuto e i dettagli della lavorazione, come il taglio e le cuciture: se sono realizzate in maniera superficiale e grossolana, probabilmente fanno parte di un meccanismo di produzione che deve essere rapido e poco accurato per dare spazio alla velocità e al profitto esponenziale. Meglio scegliere un abito e prendersene cura, piuttosto che farsi prendere dalla frenesia di avere dieci capi di poco valore, che non ci rendono nemmeno soddisfatti perché poco comodi o di scarsa qualità. Un altro modo per evitare di alimentare la quantità ingente di scarti tessili è la possibilità del riuso, dell’acquisto dell’usato. Anche a Germignaga ci sono realtà in cui il riuso è un’occasione di incontro e relazione come “Chi cerca trova” che permette lo scambio di abbigliamento e non solo. I consumatori possono fare molto, se consapevoli e uniti. Possono chiedere migliori condizioni di lavoro per chi produce, richiedere verifiche giudiziarie, porre l’attenzione verso realtà poco trasparenti, cercare di ottenere dai legislatori norme e più controlli delle filiere opache, sia nel mondo, come in Bangladesh, in Pakistan, in Cina, in Africa, ma anche in Italia, come nel distretto di Prato, dove la voce delle associazioni sindacali è molto attiva. Il dibattito si è concluso con qualche domanda del pubblico e con un invito alla cittadinanza attiva ad unirsi per richiedere ai governi leggi più stringenti e trasparenti e ad informarsi, cercando di collaborare gli uni con gli atri evitando di isolarsi, consumare meglio per stare meglio, noi e il resto del mondo.     Monica Perri
August 30, 2026
Pressenza
«Abiti puliti», 1 maggio 26: nuovo report sul Bangladesh…
… pubblicato in 13 lingue. E a Prato viene presentato il «Manifesto globale per la transizione giusta della moda» «La transizione ecologica della moda è vera se coinvolge la classe lavoratrice» scrive Luca Martinelli su «L’extra-terrestre» (inserto del giovedì nel quotidiano «il manifesto») parlando dell’appuntamengto «Il diavolo veste Prato 2» e intervistando Deborah Lucchetti, la coordinatrice di Abiti puliti su
«La trama del lusso»: fra capitalismo dei corpi e…
… criminalità. Il libro di Audrey Millet, attivista di «Clean Clothes Campaign» esce in italiano con Add Editore. Come segnala «Abiti puliti» è finalmente uscito – a quasi un anno dalla sua presentazione allo Sfashion Weekend 2025 – «La trama del lusso. L’industria della moda tra capitalismo dei corpi e criminalità» di Audrey Millet, storica, ricercatrice e attivista della Clean