Tag - Comunicazione Nonviolenta

Educare alla Pace
Credo che un progetto di educazione alla pace nelle scuole di cui mai come oggi si sente la necessità, per l’aumento di disagio e aggressività nelle classi e in uno scenario globale che va verso il riarmo e la guerra, vada affrontato a tre livelli. Il primo livello è quello degli spazi fisici e dell’impianto pedagogico. Risulta abbastanza difficile infatti introdurre l’educazione alla pace in un ambiente fisico e di apprendimento che esprime messaggi di segno opposto, all’insegna dell’autoritarismo. Le scuole spesso fanno pensare al modello fordista di produzione trasferito in ambienti che dovrebbero “produrre” sapere e creatività. L’insegnante-caporeparto che detta le consegne e gli studenti-operai che eseguono, ovvero ascoltano e ripetono. Ma non basta il paragone della scuola con uno stabilimento industriale con tutta la paccottiglia di linguaggio pseudo-aziendalista che ne consegue e che si è affermato da molti anni, con crediti e debiti, performance, efficienza, efficacia, prodotti, risultati, ecc. Le scuole a partire dalla impostazione degli spazi fisici possono essere accostate facilmente anche a carceri, caserme, uffici ministeriali, ospedali. I riti ci sono tutti: l’intervallo – ora d’aria, le note, le punizioni, la campanella, il conto alla rovescia verso la fine dell’anno scolastico che ricorda il conto dei giorni all’alba dei militari di leva, le bocciature. E poi potremmo continuare con le metafore di don Milani della scuola come ospedale che cura i sani o di fabbrica in cui il tornitore non può permettersi di buttare via i pezzi venuti male. Ho presente un test che invitava a distinguere dalla foto quale fosse l’immagine della scuola in mezzo a una serie di foto molto simili di una caserma, un monastero, un ospedale, una struttura di uffici ministeriali. Era difficilissimo. In tutte le foto si vedeva un ampio e lungo corridoio e una serie di porte (aule, uffici, celle, camere) che si aprivano ai lati. Ma in effetti nella scuola tradizionalista che si è trascinata fino ai giorni nostri nonostante Montessori, don Milani e tanti altri educatori illuminati, una conformazione degli spazi non distinguibile da quella di una caserma o della agenzia delle entrate possiamo ritenerla normale. L’esperienza che ho fatto io nel mio percorso di insegnante che ha attraversato alcuni decenni dagli anni ottanta alla fine degli anni dieci del nuovo millennio parla d’altro. Parla di eliminazione delle cattedre e della disposizione a airbus dei banchi dove si vedono solo l’insegnante le nuche dei compagni e di profonda modificazione metodologica. Cooperative learning, didattica esperienziale, abolizione delle insufficienze, trasformazioni radicali nella valutazione, didattica inclusiva, interdisciplinare e improntata alla cittadinanza attiva, modifica dei tempi e degli ambienti di apprendimento, legame con il territorio, outdoor education, sono i variegati elementi che favoriscono anche la comunicazione nonviolenta e l’educazione alla pace. Gli studenti insomma che diventano protagonisti che partecipano in modo assembleare alla scelta dei percorsi didattici, il forte legame con il territorio e poi la fruizione regolare degli ambienti esterni e naturali favoriscono la concentrazione, la creatività, il rilassamento, la cooperazione, l’inclusione e per contro diminuiscono aggressività e demotivazione. Questo è il primo livello di educazione alla pace che è intrinseco quindi a una modifica di spazi e metodi di insegnamento. C’è poi il secondo livello quello che potremmo chiamare di educazione alla pace attraverso l’educazione alle relazioni. Non si può parlare di risoluzione non armata di conflitti tra i popoli e gli Stati se prima non si fa pace in classe, se non si trova modo di mettere al centro l’educazione alle relazioni. Certamente in questo un ruolo fondamentale dovrebbe averlo la famiglia, e la società nell’insieme dovrebbe tendere in tale direzione. Ma se tanti giovani un supporto della famiglia non ce l’hanno o se sono sviati da messaggi provenenti da mille altre fonti, internet in primis, non rimane che la scuola. Se non c’è nemmeno la scuola allora è il baratro che a volte si manifesta in modi estremi come nel caso dello studente di La Spezia ucciso in classe o di quelli che suicidano non resistendo al bullismo a cui sono sottoposti. Il problema è sempre esistito ma è indubbio che sia più acuto e diffuso negli ultimi anni. La presenza pervasiva degli smartphone e dei social nella vita dei ragazzi, lo stress post traumatico collettivo seguito al dramma del lockdown da Covid, il terrore del futuro, il senso di impotenza, hanno accresciuto il problema. Ed ecco che assumono dimensioni enormi l’incapacità di accettare frustrazioni, di non ottenere soddisfazioni immediate, la ricerca di sicurezza nel gruppo che a volte è pure un branco, l’adesione a miti negativi. Famoso ultimamente il taglio “malessere alla 41 bis” che si ispira ai boss rilanciato da tik tok. E allora è fondamentale che gli insegnanti non lascino il problema fuori dalla porta o lo nascondano sotto al tappeto e dicendo “E’ roba da sociologi, psicologi, servizi sociali, forze dell’ordine…”. E’ invece precisamente roba da insegnanti che sono educatori non chiamati solo a insegnare la tecnica della loro disciplina. Abbiamo visto che la soluzione scelta è a volte non la più semplice ma la più semplicistica: mettiamo i metal detector nelle scuole. Deleghiamo alla tecnologia quello che dovrebbero fare gli educatori, scegliamo la soluzione mediaticamente più d’impatto, come è nello spirito dei tempi, securitaria, repressiva, senza incidere sul vero problema. E il vero problema è quello di ragazzi, carnefici e vittime, trascurati dalla scuola che pensa solo a una delle sue mission: insegnare le materie scolastiche, dare voti, rispondere alla crescente domanda di compilazione di moduli. Tipo questo: “Per una maggiore trasparenza, efficienza ed efficacia nel monitorare i progetti previsti nel PEI/PTOF si chiede a ogni docente/team/CdC/GLO di compilare il FORM al seguente link…” Ecco allora che i docenti sommersi dalla burocrazia e da una pletora di username, codici alfa-numerici, password, link, sigle, non trovano più il tempo e l’energia per la cosa più importante, guardare in faccia i propri alunni per chiedere loro come stanno quando magari hanno l’inferno dentro mentre in silenzio seguono la lezione. Qualche anno fa in una classe avevo avuto a che fare con una chiara situazione di bullismo femminile collettivo verso una compagna. Una cosa strisciante che però aveva assunto connotati man mano più gravi fino a indurmi con una collega a una decisione drastica. Non si poteva continuare a occuparsi di numeri relativi e teorema di Pitagora e equazioni con le loro incognite, quando l’incognita vera di cui preoccuparsi e da decifrare era quella interna a certi comportamenti. E così è lampeggiato chiaro nella mia mente il segnale Stop! Nella mia mente e in quella di una collega e insieme abbiamo dedicato tempo e energie per cercare di affrontare collettivamente con le dirette interessate e i compagni quel problema attraverso creatività e tecniche collaudate di risoluzione dei conflitti, esattamente inserendo il tutto nel tempo scuola mattutino. E arriviamo poi al terzo livello. Se ci fermassimo ai primi due livelli pensando che sia sufficiente fare educazione alle relazioni per fare educazione alla pace sarebbe come fermarsi all’educazione affettiva senza occuparsi di educazione sessuale. Sarebbe come pensare che sia sufficiente essere persone pacifiche e in grado di gestire le relazioni per costruire un futuro di pace. Non è così, oltre alla dimensione personale interpersonale c’è quella sociale e politica che richiede azioni ed elaborazioni di ordine superiore. Considererei due diversi approcci per attività di educazione alla pace della scuola a questo livello. Innanzitutto quello storico per affermare la necessità che la scuola in un modo sempre più piccolo non si chiuda come parrebbero definire le nuove Indicazioni Nazionali in una dimensione strettamente regionale intendendo con questo la storia nazionale ma si apra alla trattazione della molteplicità di situazioni interconnesse a livello globale. Solo con la conoscenza si eviteranno negazionismi, ignoranza, chiusura in ideologismi. Quindi lo studio di situazioni che permeano anche il confronto culturale e politico attuale come il conflitto israelo-palestinese, quello russo-ucraino e naturalmente il nuovo ordine mondiale seguito alla elezione di Trump alla presidenza degli USA. Inoltre si dovrebbe guardare la gamma di conflitti che sono stati affrontati senza il ricorso alle armi e alla guerra facendo capire che la storia non è una sequenza di eventi bellici intervallati da periodi di assenza di guerra perché il ricorso alle armi non è stata storicamente l’unica via per affrontare i conflitti interetnici, tra i popoli, tra gli Stati. Non c’è stata solo la liberazione nonviolenta dell’India dall’imperialismo inglese attraverso l’azione di Gandhi ma anche ad esempio le meno note lotte di resistenza civile della Danimarca e della Norvegia contro i nazisti, oppure quella di Praga ‘68 contro l’invasione sovietica, fino alle misconosciute decine di casi vincenti della resistenza nonviolenta dei cittadini ucraini nei primi giorni dell’invasione russa nel 2022. Quindi dovrebbe esserci anche l’esposizione a scuola delle tecniche usate in questi casi quando la resistenza civile è stata ben organizzata: sciopero, non collaborazione, boicottaggio, dialogo, non umiliare l’avversario, disobbedienza civile, ecc.. La ricercatrice USA Erica Chenowet in un suo testo del 2023 ha analizzato dettagliatamente tutti i conflitti degli ultimi 100 anni dimostrando dati alla mano come quelli affrontati attraverso la resistenza civile invece che con il ricorso alla violenza abbiano avuto successo in percentuale doppia. L’idea che uno Stato e il suo popolo siano più sicuri quanto più sono armati perché così esercitano una efficace azione di deterrenza può essere confutata da quella opposta che sostiene invece che più uno Stato è pacifico e meno è armato meno viene percepito come una minaccia dagli altri. Il secondo approccio improntato alla cittadinanza attiva riguarda l’analisi di quanto è possibile fare come giovani cittadini per mettere in pratica quanto è stato elaborato in decenni di ricerche e iniziative concrete nel campo della nonviolenza e della resistenza civile. In una prospettiva di sicurezza multidimensionale nata sulla scorta di attività delle ONG e anche di organismi istituzionali come i caschi bianchi dell’ONU è stato ad esempio deliberata dal Parlamento Europeo nel 2001 il Corpo Civile di Pace Europeo (CCPE) che dovrebbe avere importanti compiti nella prevenzione e nella gestione non militare dei conflitti, un’organizzazione che dovrebbe ora più che mai essere resa operativa secondo le modalità pensate da Alex Langer nel 1994. Ma molto può essere fatto dai giovani anche impegnandosi nel servizio civile sia nazionale che internazionale e nelle ONG. Quindi il ruolo della scuola è fondamentale anche in questo secondo livello, senza fare propaganda o imporre alcunché ma caso mai favorendo la piena conoscenza, lo spirito critico e il senso di responsabilità civile negli studenti, ad ogni livello e in ogni grado di scuola, che è poi il compito principe del sistema di istruzione. In definitiva, e lo dico con assoluto rispetto per le forze armate, alla domanda di lavoro di giovani non si può rispondere solo con “Vieni nell’esercito”, non si può risolvere l’ansia per un futuro incerto con lo spot “Arruolatevi!”. Un futuro di pace, con più granai e meno arsenali si inizia a costruire nelle aule scolastiche. Giuseppe Paschetto
January 25, 2026
Pressenza
Global Movement to Gaza: la Palestina esiste e resiste nel cuore di ogni persona libera
Sabato 13 e domenica 14 dicembre a Sesto Fiorentino si è svolta la riunione italiana del Global Movement to Gaza. Si dovevano definire alcuni punti essenziali, come un manifesto condiviso e il lancio della prossima missione umanitaria nonviolenta della Flotilla in primavera. Il programma dei due giorni partiva dalla formazione alla comunicazione nonviolenta, per arrivare alla definizione della struttura e dell’organizzazione, ma si è trovato il modo di esprimere anche i sentimenti che ci animano, per capire cosa ha funzionato e cosa si deve cambiare. Per due giorni abbiamo cercato di costruire un senso comune da Gaza alla Flotilla e dal movimentismo nonviolento alla Palestina. La comunicazione nonviolenta serve a riconoscersi nelle diversità. Ogni persona porta con il suo corpo e i sentimenti che la contraddistinguono un carico di speranza, rabbia, indignazione e in ultima analisi la propria irriducibile umanità, fragile e forte, spaventata e coraggiosa, egoista e generosa. Mille sfumature di arcobaleno e di tempesta trovano nell’impegno per la Palestina un significato ideale, troppo umano per essere inquadrato in un manifesto. Scusate le mie opinabili digressioni. La volontà politica rischia di trasformarsi in una diga di contenimento della marea di umanità che ha invaso le piazze del mondo per fermare l’inaudito orrore di violenza disumana scatenata contro la popolazione civile dall’esercito israeliano. Emergency ha aggiornato al 12 dicembre la situazione drammatica e sconvolgente di Gaza: “L’ingresso di beni essenziali nella Striscia è ancora totalmente insufficiente. La tempesta Byron sta colpendo duramente un milione e mezzo di persone già stremate. Nelle scorse ore, le condizioni di vita già estreme, aggravate dal gelo invernale e dalle intemperie che hanno provocato anche il crollo di alcuni edifici, hanno portato alla morte di 14 persone – tra cui tre bambini, una dei quali di appena 8 mesi.” Mancano dunque aiuti umanitari, perché vengono bloccati da Israele. La finta tregua è servita a disinnescare le rivolte e a oscurare il genocidio. La risoluzione 2803 del Consiglio di Sicurezza ONU sgrava la coscienza dei governi e dei mass media, nominando una pace che non esiste. Il GMTG, movimento globale per Gaza, si sta preparando ad affrontare questa sfida, dopo la mobilitazione dal basso di milioni di persone sull’onda della Global Sumud Flotilla. Consentitemi una breve riflessione storica per capire come siamo arrivati ai suprematismi. Cos’è il terrorismo? Talebano significa studente e facevano comodo i talebani afgani quando combattevano contro l’Unione Sovietica. Il terrorismo creato nelle madrase arabe e finanziato dai petrodollari diventò in seguito un boomerang per l’Occidente; il punto di svolta non è stato l’attacco alle Torri Gemelle del 2001, ma il cambiamento della dottrina unipolare americana dopo la fine della guerra fredda. La tattica terroristica “Shock and awe” fu illustrata nell’omonimo libro, scritto da Harlan K. Ullman e James P. Wade nel 1996, un prodotto dell’Università di Difesa Nazionale degli Stati Uniti (National Defense University of the United States). Sconvolgere per annichilire, terrorizzare per paralizzare. Dal dominio dell’informazione al dominio delle menti, sul campo di battaglia il dominio rapido si realizza con l’impiego  di tutte le armi possibili e coordinate per avere un impatto sconvolgente e mostruoso sul nemico. Gli USA hanno creato il terrorismo di Stato e Israele lo ha applicato ai palestinesi. Il 90% degli italiani è contro il genocidio a Gaza. Questo rifiuto non è una posizione politica, ma è una reazione umana contro la disumanizzazione dei palestinesi. La Convenzione per la prevenzione del genocidio serviva nel dopoguerra a evitare un altro olocausto. Nella definizione giuridica di genocidio non si deve arrivare a uccidere tutti per definirlo tale. Israele accusa di antisemitismo chiunque osi criticarlo. Questo metodo fa parte della propaganda utile a nascondere i crimini contro i palestinesi. La disinformazione, le falsità, il dominio dell’informazione fanno parte integrante della dottrina militare di Shock and awe. Israele considera l’uccisione dei palestinesi alla stregua di un’operazione di derattizzazione e lo dicono apertamente. I nostri sentimenti umani ci impediscono di aderire a questo delirio collettivo di suprematismo messianico. Noi vediamo i bambini sommersi dalle macerie e dal fango e non possiamo accettarlo. Anche uccidere un solo civile è un crimine di guerra, figuriamoci un programma di sterminio consapevole. Si chiama genocidio. E quando le istituzioni chiudono gli occhi, non rimane altro che il cuore generoso dell’umanità in cammino per protestare. Ray Man
December 15, 2025
Pressenza
La notizia siamo noi: a scuola di Giornalismo Nonviolento
Oggi sabato 13 dicembre presso le Baracche Verdi a Firenze all’Isolotto si è svolto il laboratorio Giornalismo Nonviolento nell’ambito del ciclo Pillole di Nonviolenza organizzato dalla Piccola Scuola di Pace “Gigi Ontanetti”. L’incontro era condotto da Olivier Turquet, coordinatore della Redazione Italiana di Pressenza e basato sul libro Giornalismo Nonviolento, opera collettiva internazionale della redazione dell’Agenzia attraverso  informazioni teoriche e esercitazioni pratiche. Iniziando con l’apparente leggerezza di un gioco innocente, ha messo subito sui binari giusti il suo uditorio: fare attenzione, prestare il giusto ascolto a ciò che si sta facendo è il primo requisito per un buon giornalista. Si è partiti con un brain storming attorno ai concetti di nonviolenza e giornalismo in cui ognuno dei partecipanti ha potuto esprimere le proprie parole chiave. Analizzando le parole emerse nel primo caso son venuti fuori gli atteggiamenti, le ideologie, le attività e le finalità della nonviolenza; nel secondo termini che definiscono l’oggetto/azione del giornalismo, le intenzioni e l’etica. Il Giornalismo nonviolento è una pratica che mette al centro l’informazione dal basso, cerca di dare voce ai movimenti e alle istanze sociali che difficilmente hanno spazio nel giornalismo tradizionale, condizionato dalla propaganda dei poteri forti, dalla “notiziabilità”, rispetto alle problematiche e agli avvenimenti della maggioranza dei cittadini. L’iniziativa risponde a un’esigenza molto attuale e critica di saper leggere dentro le notizia che ci vengono date e che ci vengono omesse, le informazioni volutamente “deformate” per la dimostrazione di una tesi di parte, spesso politica. Redazione Toscana
December 13, 2025
Pressenza
A Ferrara tre giorni del Festival della Comunicazione NonViolenta “(H)a tutto senso”
Ferrara, 13-15 giugno 2025 – Si è appena conclusa con emozione e gratitudine l’edizione 2025 di “(H)a tutto senso”, il festival dedicato alla Comunicazione NonViolenta (CNV) e al benessere della persona e della comunità. Nella cornice accogliente della Cascina Santa Caterina dei Ricostruttori, a pochi chilometri da Ferrara, quasi un centinaio di persone hanno dato vita a un’esperienza intensa e trasformativa, lontana dalle convenzioni e ricca di umanità. Si è praticato ascolto profondo, si è cucinato insieme, si è danzato sotto gli alberi e condiviso tempo e cura. Il festival ha preso forma attorno a parole-chiave come apertura, empatia, autenticità, vulnerabilità, inclusione, spiritualità. Ma soprattutto attorno alla voglia – concreta – di vivere la comunità. In tre giorni fitti di laboratori, cerchi di parola, momenti di meditazione e di gioia collettiva, le partecipanti e i partecipanti hanno esplorato strumenti e pratiche della CNV per creare relazioni più vere, consapevoli e pacifiche. Niente staff professionale, solo volontari. La cucina era in autogestione, con pasti vegetariani preparati e serviti da chi, di volta in volta, decideva di offrire tempo e mani. Ogni gesto quotidiano, dalla colazione alla pulizia dei piatti, è diventato spazio di relazione e scambio. Un momento particolarmente toccante si è vissuto la mattina di sabato grazie all’incontro “Essere di vetro. Esprimere la vulnerabilità”, che ha toccato corde profonde e aperto spazi di condivisione autentica. Nella stessa giornata ha riscosso grande partecipazione un laboratorio che ha intrecciato CNV, International Family System (IFS) e Teatro dell’Oppresso, offrendo un’esperienza intensa di trasformazione personale e collettiva. La domenica mattina, nella parte conclusiva del festival dedicata all’Economia Madre: niente prezzo di ingresso né quote obbligatorie, ma un invito alla libera offerta, in armonia con le proprie possibilità e il valore ricevuto. Una sfida? Sì, ma vinta. “Abbiamo donato, e ricevuto, molto più di quanto ci aspettassimo”, ha commentato una delle organizzatrici. Tra i prati e le stanze della cascina, anche i bambini hanno trovato il loro spazio: laboratori, giochi e semplicemente tempo libero condiviso, in un’atmosfera accogliente e familiare. Le famiglie hanno potuto vivere il festival come un tempo di rigenerazione collettiva, senza separazioni tra età o ruoli. “(H)a tutto senso” ha lasciato nelle persone partecipanti un senso di pienezza, ma anche una domanda: come portare tutto questo nella vita quotidiana? Se il festival è durato tre giorni, l’eco di ciò che è accaduto continuerà a risuonare a lungo. Perché esperienze così non si archiviano, si custodiscono. In un mondo spesso dominato da urgenza e frammentazione, Ferrara ha ospitato per tre giorni un’utopia possibile: quella in cui la fiducia, l’ascolto e la cura diventano realtà condivisa. Un piccolo seme di futuro, piantato nel presente. Redazione Italia
June 15, 2025
Pressenza
“Preferisci avere ragione o essere felice?” La Comunicazione Nonviolenta di Marshall B. Rosenberg
Incontriamo Fabio Caccioppoli, studioso di Comunicazione Nonviolenta e candidato alla certificazione presso il Center for Nonviolent Communication di Albuquerque (USA), poco prima del suo seminario al festival dell’associazione Spazio 2030 al campus universitario di Forlì. Come sei venuto in contatto con la Comunicazione Nonviolenta (CNV) e cosa ti ha colpito così tanto da iniziare a studiarla approfonditamente per poi condividerla nei tuoi seminari? Ho scoperto la CNV incappando per puro caso in un video di Marshall B. Rosenberg su Youtube. Sono stato subito travolto dalla densità e dalla coerenza delle sue parole: ogni frase era così ricca di concetti nutrienti e importanti per me, che ricordo di aver mandato indietro quel video decine di volte per riascoltarlo. La semplicità con cui spiegava i concetti mi aiutava a vedere e descrivere me stesso con maggiore chiarezza, dando voce ad emozioni che non ero mai riuscito ad esprimere. Questo ha prodotto in me un entusiasmo e una curiosità che mi hanno spinto, 7 anni fa, a cominciare questi studi in una maniera che scherzosamente definisco ossessiva. Quindi si può dire che l’approccio nonviolento alla comunicazione ti abbia cambiato la vita? Senza ombra di dubbio, è lo strumento che ha avuto il maggiore impatto sulla mia vita dalla mia nascita. Come si è tradotto questo impatto nella pratica? E’ successo un piccolo miracolo totalmente inaspettato e riguardo il quale avevo perso la speranza: un miglioramento del dialogo con me stesso. Come tanti, sento di avere diverse parti interiori che sono spesso in conflitto fra loro, a partire da banalità come a che ora puntare la sveglia o cosa mangiare per cena. Ad esempio, quando scelgo cosa indossare, il conflitto può essere tra il bisogno di bellezza e quello di agio. E questo conflitto si applica anche a temi molto più importanti. Credo che riuscire ad identificare i nostri bisogni sia indispensabile per imparare a prendersi cura di tutte le parti di noi stessi, permettendoci di rimanere integri e pienamente soddisfatti delle nostre scelte. Questo tuo cambiamento si è riflettuto anche nel tuo rapporto con gli altri? Mi stai chiedendo in che modo la mia crescente pace interiore e integrità abbiano avuto un’influenza sulle relazioni con le persone intorno a me? Esattamente. Sento che trovare la connessione con me stesso, esercizio ormai diventato quotidiano per me, mi ha portato più chiarezza nelle relazioni umane a 360°, che siano familiari, sentimentali, o educative e professionali. Credi che l’adozione di questo sistema di comunicazione possa aiutare a prevenire o risolvere i conflitti a livello interpersonale? Grazie per questa domanda che mi permette di chiarire un concetto fondamentale: la CNV mi ha portato a vedere i conflitti come qualcosa di naturale. Così facendo, ho smesso di prevenirli o cercare di risolverli e ho cominciato a ‘navigarli’ , connettendomi con i miei bisogni insoddisfatti in una specifica circostanza e cercando di fare altrettanto con i bisogni altrui. Questo spazio di empatia, chiamato nella CNV danza della giraffa, porta ad una connessione tra le persone tale per cui non siamo più noi ad andare in cerca di ‘soluzioni’ ma sono esse a venirci incontro spontaneamente, una volta visti, senza giudicarli, i bisogni dell’altro. Ci puoi spiegare brevemente cosa si intende con danza della giraffa? Perché proprio la giraffa? Marshall B.Rosenberg scelse la giraffa come simbolo della CNV perché è l’animale terrestre con il cuore più grande. Il suo collo lungo le permette di vedere le cose dall’alto nella loro interezza, ha delle grandi orecchie pronte ad ascoltare e trae nutrimento non solo dalle foglie ma anche dalle spine degli alberi, una metafora a mio avviso molto significativa. Inoltre la giraffa non è affatto debole: con un calcio può uccidere un leone; ma non per questo le giraffe vanno in giro prendendo a calci i leoni. Chiamiamo danza della giraffa quel movimento empatico che esplora i sentimenti e i bisogni nostri, poi quelli dell’altro e poi ancora i nostri, in una sorta di danza di connessione… empatica. Pensi che le potenzialità di questo sistema si possano estendere su scala più ampia, ad esempio ai rapporti fra nazioni, o siamo nel campo dell’utopia? Senza ombra di dubbio! Conosco esempi in cui la CNV è stata utilizzata con efficacia come strumento di pacificazione in territori afflitti da guerre civili o conflitti etnici, come Medio Oriente e Nigeria. In questo momento, per contribuire alla visione di un’utopia che ritengo realizzabile, penso che il primo passaggio da fare sia lavorare su un cambiamento interiore, che è quello sul quale mi sto concentrando e invito le altre persone a concentrarsi, mettendo in pratica il detto ‘sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo’. Cosa consigli a chi si approccia alla CNV? Il mio invito è di essere coraggiosi e lanciarsi alla scoperta di questo strumento nella speranza che abbia un impatto positivo come quello che penso abbia avuto su di me. Suggerisco quindi, a seconda delle preferenze, di leggere il libro ‘Le parole sono finestre oppure muri’ di Marshall B. Rosenberg o vedere alcuni dei suoi video su Youtube, oppure frequentare dei corsi di CNV online o in presenza. È anche possibile fondare una comunità autogestita nella propria area geografica chiedendo supporto a chi ha più contatti o esperienza. Mara Zanella Fonti: Le basi della CNV sono descritte nei seguenti saggi: * Marshall B. Rosenberg, Le parole sono finestre (oppure muri): introduzione alla comunicazione nonviolenta, Esserci, 2017 * Marshall B.Rosenberg, Gabriele Seils, Preferisci avere ragione o essere felice?, Esserci, 2009 * Sito del Center for Nonviolent Communication: https://www.cnvc.org/it/ * Intervista con Marshall B. Rosenberg – International Peacemaking: https://inquiringmind.com/article/2101_4w_rosenberg-interview-with-marshall-rosenberg-the-traveling-peacemaker/ “La guerra è ciò che accade quando il linguaggio fallisce”. Margaret E. Atwood Redazione Romagna
May 16, 2025
Pressenza