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Iran: «i nemici di dio»
articoli di «Questione Giustizia», Max Blumenthal, Elena Basile, Alessandro Orsini, Alberto Bradanini . Vignette di Chief Joseph, Mimmo Lombezzi e Mauro Biani. Con i link ai dossier recenti della “bottega” e altri più recenti. Che in Iran prevalgano i «nemici di Dio» Ripreso da «Questione Giustizia» (*).  Il primo e inconfondibile segno di un regime autoritario sta nell’intento di privare
Venerdì a Roma manifestazione per sostenere il popolo iraniano
Venerdì 16 gennaio, alle 16.00 in piazza del Campidoglio a Roma, si terrà una manifestazione promossa da Amnesty International e Woman Life Freedom for Peace and Justice, il movimento Donna Vita Libertà, per sostenere il popolo iraniano. Questa manifestazione sta raccogliendo il sostegno di reti e soggetti politici pacifisti e nonviolenti da Stop Rearm Italia, alla rete Italiana Pace e Disarmo, Sbilanciamoci!  fino a Rifondazione Comunista che ha precisato, in un comunicato che aderiscono ma “Non partecipiamo a manifestazioni a sostegno del figlio dello Shah di Persia, di Netanyahu e Trump”. A questo proposito sono apparse a Roma pubblicità con l’antica bandiera della Persia con il simbolo reale dello Scià, non è chiaro pagate da chi. Le parole d’ordine dei manifestanti e degli aderenti sottolineano invece la solidarietà con i manifestanti, l’invito a forme nonviolente di azione, la contrarietà a qualunque forma di ingerenza esterna e in particolare di qualunque intervento armato come quelli preconizzati da Trump. Redazione Italia
Palestina – lo sguardo non si abbassa
Articoli, analisi e riflessioni storiche di Andrea Carugati, Lucia Montanaro, Amal Oraby, Luca Saltalamacchia, Enrico Semprini. Con aggiornamenti dalla Palestina di Anbamed e di Radio Onda d’Urto. Prima parte dell’analisi sul dispositivo giuridico relativo all’arresto di Mohammad Hannoun e degli altri solidali; seconda parte dell’inchiesta di Daniele Ratti e Massimiliano Bonvissuto; seconda selezione tratta dal libro di Noam Chomsky e
Amnesty International: “La decisione di Israele di vietare l’azione delle ong a Gaza è un’escalation del genocidio”
“La decisione del governo israeliano di revocare il permesso di operare nella Striscia di Gaza, a partire dal 1° gennaio 2026, a una serie di organizzazioni umanitarie tra le quali Medici senza frontiere, Consiglio norvegese per i rifugiati, CARE e Oxfam non è solo un oltraggio ma costituisce anche una deliberata escalation del genocidio contro le persone palestinesi”. Lo ha dichiarato Erika Guevara Rosas, Alta direttrice delle campagne e delle ricerche di Amnesty International. “Impedire aiuti salvavita mentre la popolazione civile è colpita dalle fame, dalle malattie e dalle bombe nonostante il cosiddetto cessate il fuoco è una clamorosa violazione del diritto internazionale e un assalto all’umanità, una punizione collettiva su scala catastrofica”, ha aggiunto Guevara Rosas. “A questo si aggiunga che la Knesset ha appena approvato una nuova legge contro l’Unrwa, che affida alle autorità israeliane il potere di interrompere le forniture di acqua, elettricità, carburante e le comunicazioni alle strutture dell’agenzia Onu, sequestrare le sue proprietà a Gerusalemme Est, compresi i principali uffici e i centri di istruzione e formazione. La legge, inoltre, priva la stessa agenzia dei privilegi e delle immunità garantiti dal diritto internazionale. Questo voluto tentativo di smantellare il mandato dell’Unrwa fa parte di una sistematica campagna contro i meccanismi internazionali e i servizi umanitari essenziali”, ha proseguito Guevara Rosas. “Il mondo non può rimanere in silenzio. Chiediamo ai governi, alle istituzioni e ai leader di agire immediatamente per pretendere la fine di queste atrocità in quanto bloccare gli aiuti e i servizi salvavita è una consapevole strategia di punizione collettiva, per opporsi allo smantellamento delle attività dell’Unrwa a Gerusalemme Est e nella Striscia di Gaza e di tutte le altre organizzazioni umanitarie e per garantire senza alcun ostacolo l’accesso umanitario e le risorse indispensabili per proteggere le persone palestinesi. Ogni ora che passa senza agire costa vite umane”, ha concluso Guevara Rosas. Amnesty International
Spazio civico “ostruito” e diritti in caduta libera
Nei giorni scorsi presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati è stato presentato il risultato del monitoraggio sullo stato dello spazio civico in Italia nel 2025, alla luce del recente declassamento dell’Italia a “spazio civico ostruito” del Civicus Monitor 2025 (https://monitor.civicus.org/globalfindings_2025/)  e per illustrare le iniziative avviate dalla società civile a tutela delle libertà democratiche. Il rating di Civicus colloca l’Italia allo stesso livello di Paesi come l’Ungheria di Viktor Orbán e conferma un deterioramento strutturale delle libertà di espressione, manifestazione e associazione, aggravato dall’approvazione del Decreto Sicurezza, dalla criminalizzazione del dissenso e dai casi di sorveglianza illegale ai danni di giornalisti e attivisti. “Tra il 2024 e il 2025, si legge nell’Introduzione del Civic Pace Report 2025 Italy (ultimo aggiornamento novembre 2025), redatto da Erasmo Palazzotto e Greta Veresani, l’Italia ha registrato una preoccupante escalation di eventi che segnalano una crescente restrizione dello spazio civico e una vera e propria regressione democratica. Attiviste e attivisti impegnati nella difesa dei diritti umani, dell’ambiente, dei diritti LGBTQIA+, del diritto alla casa o della giustizia climatica sono stati oggetto di criminalizzazione, misure preventive e procedimenti giudiziari, in un clima politico sempre più repressivo. Parallelamente, nuovi provvedimenti normativi – come il cosiddetto Decreto Sicurezza – hanno ampliato gli strumenti a disposizione delle autorità per limitare la libertà di manifestare e reprimere il dissenso. A ciò si aggiunge l’uso crescente di tecnologie invasive, attività di sorveglianza e infiltrazioni, che hanno colpito in particolare giornalisti, attivisti e organizzazioni della società civile, aggravando ulteriormente il quadro”: https://www.arci.it/app/uploads/2024/10/Rapporto-2024_2025-Spazio-Civico_dic25_compressed.pdf. Anche il Report 2024-2025 di Amnesty International segnala per il nostro Paese nuovi episodi di tortura per mano del personale penitenziario, la violenza contro le donne, che resta a un livello pericolosamente alto e le tante persone che hanno continuato a essere vittime di razzismo e discriminazione, anche a opera di ufficiali statali. Il Rapporto sottolinea come l’Italia abbia tentato di inviare in Albania richiedenti asilo salvati in mare, per far esaminare la loro richiesta fuori dal Paese e denuncia come in più occasioni la polizia abbia fatto ricorso a un uso eccessivo e non necessario della forza contro manifestanti e abbia limitato il diritto alla libertà di riunione pacifica. Amnesty sottolinea come circa il 10 % della popolazione viva in povertà assoluta e lancia l’allarme sui perduranti ostacoli all’aborto. Da ultimo, ricorda che a luglio, il cambiamento climatico indotto dalle attività umane ha causato un’ondata di calore estremo. Il Rapporto segnala, in particolare: le migliaia di detenuti che hanno sopportato condizioni di vita al di sotto degli standard in celle sovraffollate e fatiscenti e il crescente numero di suicidi tra i detenuti, che al 20 dicembre erano arrivati a 83 (ad aprile, alcune procuratrici hanno rivelato che 13 agenti penitenziari erano stati arrestati e otto sospesi per accuse di tortura e altre violazioni contro ragazzi trattenuti nel carcere minorile di Milano. Anche due ex direttrici del carcere sono state indagate per non aver impedito e denunciato gli abusi, che duravano da anni); le condizioni nei centri di rimpatrio per migranti che non hanno rispettato gli standard internazionali, con persone tenute in gabbie spoglie con mobili in cemento, strutture igieniche inadeguate e mancanza di attività significative; le novantacinque donne che sono state uccise in episodi di violenza domestica, 59 delle quali per mano di partner attuali o precedenti (a febbraio, il Comitato Cedaw ha espresso preoccupazione per l’“elevata diffusione della violenza di genere contro le donne” e la scarsa percentuale di denunce. Ha anche evidenziato il fatto che la definizione giuridica di stupro non fosse basata sul consenso); le circa 1.700 persone che sono morte in mare lungo la rotta del Mediterraneo centrale nel tentativo di raggiungere l’Europa. La maggior parte era partita dalla Libia e dalla Tunisia. “L’attuale panoramica delle misure e dei provvedimenti adottati dal governo Meloni, si legge nelle conclusioni del Rapporto, negli ambiti da noi monitorati, a tre anni dal suo insediamento, restituisce la fotografia di un governo che ha scelto la costante e progressiva adozione di leggi, politiche e misure tese a restringere lo spazio civico, erodere le libertà di espressione e associazione, prendere di mira organizzazioni solidali e identità marginalizzate. Un governo che ha polarizzato il dibattito pubblico sui temi relativi alla sicurezza pubblica, alla migrazione e alla crisi in Medio Oriente, che invece necessitano di spazi di dialogo e di confronto non solo con tutto lo spettro delle forze politiche rappresentate in Parlamento, ma anche con organizzazioni e associazioni della società civile. (… ) Nel campo delle misure in tema di pubblica sicurezza, con particolare riferimento al cosiddetto “decreto sicurezza”, il governo Meloni si è mostrato incurante dei rilievi presentati dall’Ufficio per le istituzioni democratiche e i diritti umani dell’Osce, dal Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa e dai diversi relatori speciali delle Nazioni Unite; ma anche delle mobilitazioni di massa nelle piazze e dell’opposizione in Parlamento, dove il dibattito è stato troncato con un anomalo ricorso alla decretazione d’urgenza. Con una manovra che non si può che definire autoritaria, sono state inasprite le pene per diversi reati e sono state introdotte quattordici nuove fattispecie di illeciti”. Qui il Report “Il governo Meloni al giro di boa: lo stato di salute dei diritti umani  in Italia a tre anni dall’inizio della XIX legislatura”: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2025/12/Amnesty-International-Italia-Il-Governo-Meloni-al-giro-di-boa.pdf.       Giovanni Caprio
Rapporto di Amnesty International sulle violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione USA Alligator Alcatraz e Krome
Il 4 dicembre 2025 Amnesty International ha diffuso un rapporto sui trattamenti crudeli, inumani e degradanti all’interno di due centri di detenzione per persone migranti della Florida, Usa: l’Everglades Detention Facility (noto come “Alligator Alcatraz”) e il Krome North Service Processing Center. Il rapporto, basato su una missione di ricerca svolta nel settembre 2025, denuncia violazioni dei diritti umani di tale gravità da costituire in alcuni casi tortura, in un contesto di crescente ostilità nei confronti delle persone migranti che vede l’amministrazione del governatore Ron DeSantis ricorrere sempre più alla criminalizzazione e agli arresti di massa di persone in cerca di salvezza. “Le nostre conclusioni confermano l’esistenza di un intenzionale sistema di punizione, disumanizzazione e occultamento della sofferenza delle persone detenute. Le politiche sull’immigrazione non possono operare al di fuori della legge o sentirsi esonerate dal rispetto dei diritti umani. Quello a cui stiamo assistendo in Florida dovrebbe allarmare l’intera regione americana”, ha dichiarato Ana Piquer, direttrice di Amnesty International per le Americhe.  “Alligator Alcatraz”: un disastro per i diritti umani prodotto dallo Stato della Florida Dalla ricerca di Amnesty International è emerso che le persone detenute arbitrariamente ad “Alligator Alcatraz” vivono in condizioni inumane e insalubri: gabinetti traboccanti con feci che invadono i dormitori, accesso limitato alle docce, esposizione a insetti senza prodotti o sistemi di protezione, luci accese 24 ore al giorno, scarsa qualità del cibo e dell’acqua e mancanza di riservatezza con telecamere collocate persino sopra i gabinetti. Le persone intervistate hanno concordemente dichiarato che l’accesso alle cure mediche è incostante, inadeguato o del tutto negato con conseguenti gravi rischi per la salute fisica e mentale. Anche all’aperto sono sempre coi ceppi. C’è poi la cosiddetta “scatola”, una gabbia di due metri per due usata come luogo di punizione, dove si resta a volte per ore, esposti agli elementi atmosferici, praticamente senza acqua e con mani e piedi bloccati ai ceppi fissati sul pavimento. “Alligator Alcatraz” non è supervisionata a livello federale e mancano i sistemi di tracciamento usati nelle strutture gestite dall’Ice (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale per l’immigrazione). L’assenza di meccanismi di registrazione o tracciamento favorisce la detenzione senza contatti col mondo esterno e costituisce una forma di sparizione forzata nella misura in cui i familiari delle persone detenute non hanno informazioni o queste ultime non possono contattare i loro avvocati. “Le spregevoli e nauseanti condizioni di ‘Alligator Alcatraz’ fanno parte di un sistema di intenzionale diniego dei diritti, congegnato per disumanizzare e punire le persone detenute. È una situazione irreale: dov’è la supervisione su tutto ciò?”, ha affermato Amy Fischer, direttrice del programma Diritti delle persone migranti e rifugiate di Amnesty International Usa. Krome: un luogo sovraffollato, caotico e pericoloso Krome è un centro di detenzione che fa capo all’Ice, diretto da un’agenzia privata for-profit. Nonostante sia dotato di servizi medici, le persone detenute hanno denunciato gravi negligenze, come la mancata fornitura di medicinali e l’assenza di valutazioni diagnostiche. La ricerca di Amnesty International ha confermato precedenti denunce di violazioni dei diritti umani: sovraffollamento, isolamento arbitrario e per lunghi periodi di tempo, mancanza di assistenza medica, gabinetti traboccanti, assenza di docce, illuminazione costante e sistema d’aria condizionata non funzionante. Le persone detenute hanno riferito episodi di violenza e maltrattamenti da parte degli agenti penitenziari. Il personale di Amnesty International ha visto uno di loro colpire con la parte metallica di una porta di una cella d’isolamento la mano ferita di un detenuto. Sono stati denunciati anche casi di persone detenute picchiate e prese a pugni. È stata segnalata poi la difficoltà nell’accedere ai servizi di assistenza legale: le persone non sapevano per quanto tempo sarebbero rimaste all’interno della struttura, né cosa sarebbe loro accaduto in seguito. “L’estremo sovraffollamento, il diniego di assistenza medica e le denunce di trattamenti umilianti e degradanti costituiscono un quadro di orrende violazioni dei diritti umani a Krome”, ha commentato Fischer. “Ogni persona che si trovi in un centro di detenzione sta soffrendo”: la gestione dell’immigrazione e la detenzione in Florida Nel febbraio 2025 lo Stato della Florida ha emanato leggi durissime e discriminatorie che mettono in grave pericolo le comunità migranti. La modifica degli accordi 287 (g), che affidano alle agenzie locali per il mantenimento dell’ordine pubblico l’applicazione delle leggi federali in materia d’immigrazione, ha fatto sì che persone venissero arrestate per sbaglio, ha introdotto la profilazione razziale e ha diffuso una paura di massa tale da far sì che le persone migranti non frequentassero più le scuole, gli ospedali e luoghi dove poter ricevere servizi essenziali. La Florida è diventata un luogo dove si sperimentano politiche in materia d’immigrazione che violano i diritti umani, strettamente allineate con l’agenda razzista e anti-immigrazione dell’amministrazione Trump. Sotto il mandato del governatore Ron DeSantis, lo Stato della Florida ha intensificato la criminalizzazione delle persone migranti e ha fatto uso di poteri d’emergenza per aumentare rapidamente il numero degli arresti. Dal gennaio 2025 il numero delle persone detenute nei centri per persone migranti è aumentato di oltre il 50%. Solo tra luglio e agosto 2025, lo Stato ha concluso 34 contratti senza gara per “Alligator Alcatraz”, per un valore di oltre 360 milioni di dollari. Il costo annuo di questa struttura è calcolato in 450 milioni di dollari. Contemporaneamente, vengono tagliati milioni di dollari destinati a cure mediche essenziali, sicurezza alimentare, servizi di emergenza e programmi abitativi. “La scelta di dare priorità alla punizione, alla disumanizzazione e alla crudeltà rispetto ai servizi pubblici è miope e agghiacciante”, ha sottolineato Fischer. I centri di detenzione statunitensi per le persone migranti vantano una triste storia di violazioni dei diritti umani. Il presidente Trump ne ha aumentato l’uso di quasi il 70% dall’inizio del suo mandato e le condizioni al loro interno sono rapidamente peggiorate. Delle almeno 24 morti di persone migranti verificatesi dall’ottobre 2024 all’interno dei centri diretti dall’Ice, sei sono avvenute in quelli della Florida, quattro delle quali a Krome. Raccomandazioni Amnesty International chiede al governo dello Stato della Florida e all’amministrazione Usa di porre rimedio alle violazioni sistemiche dei diritti umani all’interno dei centri di detenzione per persone migranti. L’organizzazione chiede alle autorità della Florida di chiudere “Alligator Alcatraz” e di vietare l’uso di qualsiasi centro di detenzione gestito a livello statale. Dev’essere posta fine ai poteri di emergenza e alle assegnazioni di contratti senza gara. I fondi devono essere destinati alle cure mediche essenziali, ai programmi abitativi e a quelli di soccorso a seguito di disastri. Altre raccomandazioni comprendono: vietare l’uso dei ceppi, l’isolamento solitario e il confinamento durante l’ora d’aria; garantire accesso in condizioni di riservatezza all’assistenza legale e ai servizi d’interpretariato; condurre indagini trasparenti e indipendenti sulle denunce di tortura e di diniego di cure mediche e istituire un sistema di supervisione efficace e indipendente su tutti i centri di detenzione. Al governo federale, Amnesty International chiede di porre fine al suo crudele sistema di detenzione di massa delle persone migranti, alla criminalizzazione dell’immigrazione e all’uso di centri di detenzione statali per applicare le norme federali in materia d’immigrazione; di condurre indagini approfondite su tutte le morti nonché sulle denunce di tortura e di altre violazioni dei diritti umani e rispettare le norme internazionali sui diritti umani; di intraprendere una revisione complessiva sui contratti dell’Ice con agenzie statali e private, al fine di garantire il rispetto dei diritti umani; di ripristinare la protezione per “luoghi sensibili” come scuole, ospedali e chiese e di aumentare i fondi federali per rafforzare l’assistenza legale e i servizi d’interpretariato durante i procedimenti riguardanti l’immigrazione. “Le condizioni che abbiamo documentato ad ‘Alligator Alcatraz’ e a Krone non sono isolate, ma rappresentano un deliberato sistema di crudeltà inteso a punire le persone che cercano di rifarsi una vita negli Usa. Occorre cessare di arrestare le persone appartenenti alle nostre comunità migranti e in cerca di salvezza e agire, invece, per realizzare politiche in materia d’immigrazione umane e rispettose dei diritti”, ha concluso Fischer.   Amnesty International
Sudan, Amnesty International chiede protezione per i civili del Kordofan, sotto l’attacco delle Forze di supporto rapido
Amnesty International ha sollecitato protezione per la popolazione civile della regione sudanese del Kordofan, sottoposta a un crescendo di attacchi da parte dei paramilitari delle Forze di supporto rapido (Fsr). Dopo aver preso il controllo della città di Bara, nel Kordofan settentrionale, le Fsr hanno preso di mira El Obeid. Il 3 novembre un attacco con un drone ha ucciso almeno 40 persone durante un funerale in corso nella periferia della città. Oltre a El Obeid, le Fsr stanno circondando Kadugli, nel Kordofan meridionale. “Il mondo non può continuare a girare le spalle alla popolazione civile del Sudan mentre i gravi pericoli che sta correndo sono del tutto evidenti. È incomprensibile rimanere a guardare mentre i civili rischiano di essere uccisi dalle Fsr. Gli orribili bagni di sangue e le atrocità delle ultime settimane a El Fasher, nel Darfur settentrionale, non devono ripetersi”, ha dichiarato Agnés Callamard, segretaria generale di Amnesty International. “Le Fsr devono immediatamente porre fine agli attacchi contro la popolazione civile e alle infrastrutture civili e garantire un passaggio sicuro a coloro che stanno cercando di lasciare El Obeid. Tutti gli stati che stanno alimentando il conflitto in Sudan devono cessare di farlo. Soprattutto gli Emirati Arabi Uniti devono interrompere la loro assistenza militare, compresa la fornitura di armi, alle Fsr”, ha aggiunto Callamard. “Coloro che, a livello regionale e internazionale, sostengono le Fsr devono chiedere loro di rispettare il diritto internazionale umanitario e di garantire che i civili saranno protetti. Devono fare tutto ciò che è in loro potere per far sì che i responsabili delle violazioni siano chiamati a risponderne”, ha proseguito Callamard. Da quando le Fsr hanno strappato il controllo di El Fasher alle Forze armate sudanesi, sono usciti molti video su uccisioni di massa e attacchi contro la popolazione civile. Il 3 novembre l’ufficio del Procuratore della Corte penale internazionale si è detto allarmato circa le notizie di uccisioni di massa, stupri e altri crimini attribuiti alle Fsr durante i loro attacchi a El Fasher. “La comunità internazionale – tra cui Emirati Arabi Uniti, il Consiglio di sicurezza, gli stati membri dell’Unione europea, il Regno Unito, gli Usa, la Russia e la Cina – ha tradito la popolazione del Sudan. È ora di fare pressioni urgenti sulle Fsr perché cessino i loro brutali attacchi contro i civili”, ha concluso Callamard. Amnesty International chiede agli organismi regionali competenti – tra i quali l’Unione africana, l’Autorità intergovernativa sullo sviluppo, l’Organizzazione della cooperazione islamica e la Lega araba – di esercitare a loro volta pressioni sulle Fsr perché pongano fine ai loro attacchi contro i civili. Ulteriori informazioni Il conflitto in corso in Sudan è iniziato nell’aprile del 2023. Ha causato l’uccisione di decine di migliaia di persone e 12 milioni di sfollati, dando luogo alla più grande crisi umanitaria al mondo. Le Fsr, il gruppo paramilitare che si sta scontrando con le Forze armate del Sudan, sta assediando El Fasher dal maggio del 2024. Il 26 ottobre le Fsr hanno dichiarato di aver conquistato alcune zone di El Fasher, l’ultima grande città del Darfur ancora sotto il controllo delle Fas. Queste, il giorno dopo, hanno annunciato il loro ritiro. A El Fasher viveva oltre un milione e mezzo di abitanti, comprese centinaia di migliaia di persone sfollate da altre zone del Darfur nei primi anni Duemila e durante l’attuale conflitto. Si stima che prima dell’attacco del 26 ottobre si trovassero intrappolate in città circa 260.000 persone. Amnesty International aveva già denunciato i crimini di guerra commessi dalle Fsr e dalle milizie arabe loro alleate, responsabili congiuntamente di attacchi su base etnica contro i masalit e altre comunità non arabe nel Darfur occidentale. L’organizzazione per i diritti umani aveva altresì già documentato come il conflitto in Sudan fosse alimentato da un costante afflusso di armi, in evidente violazione dell’ embargo sulle armi vigenti per quanto riguarda il Darfur. Amnesty International
Vita e resistenza in Palestina
Un ennesimo, meritatissimo Premio ai Combattenti per la Pace per l’impegno che ogni giorno sono in grado di rinnovare sui vari fronti del conflitto: e in questi giorni eccoli impegnati in particolare su quella guerra strisciante, che giorno dopo giorno sta distruggendo economie, speranze, progetti di vita e territori in Cisgiordania. Si tratta del Premio ResPublica che il Comune di Mondovì conferirà sabato pomeriggio, 25 ottobre, alle due co-direttrici di questo movimento, Eszter Koranyi e Rana Salman, che i nostri lettori dovrebbero ormai ben conoscere grazie alle interviste e ai pubblici incontri di cui sono state protagoniste un annetto fa (tra Milano, Torino, Firenze, Roma e Napoli), puntualmente riportati su questa testata. E sulla via per Mondovì, eccole domani sera ospiti di una serata che avrà come tema proprio la guerra così poco raccontata in Cisgiordania: incontro già da tempo nel calendario di Assopace Palestina Milano, per documentare le esperienze di interposizione che in più occasioni hanno visto protagoniste Elena Castellani e Sara Emara – e che con l’occasione di questo rapido passaggio per Milano, ha coinvolto anche Eszter e Rana, naturalmente felicissime di esserci! “Ne sapete più noi di voi” mi dice Eszter Koranyi, che raggiungo su Zoom a Cipro, dove è stata in questi giorni per una conferenza insieme alla collega Rana Salman. “A parte alcune eccezioni come le testate Local Call o + 972, è raro che sui nostri media escano notizie su ciò che succede in Cisgiordania.” “Una ragione di più per continuare a fare quello che facciamo” aggiunge Rana Salman, che partecipa alla stessa chiamata su Zoom. “Da anni organizziamo spedizioni in sostegno agli agricoltori, ai pastori, alle abitazioni, ai villaggi che ahimè vivono sulla propria pelle questa continua aggressione da parte dei coloni, con crescenti livelli di violenza; la situazione sta diventando davvero seria. E quel che è peggio è la presenza dei militari, che invece di garantire almeno un minimo di ‘ordine pubblico’, intervengono in sostegno degli aggressori: inaccettabile! E infatti noi non ci arrendiamo, e siamo sempre di più, con sempre più giovani da Tel Aviv e altre città israeliane che partecipano alle nostre proposte di interposizione.” In questi giorni il confronto più duro è sul fronte degli ulivi, o quel che resta degli uliveti dopo le decine di migliaia di piante distrutte, sradicate, spiantate con la forza dal 7 ottobre a oggi (cfr OCHA, Ufficio delle Nazioni Unite per gli Aiuti Umanitari). Sulle pagine social dei CfPeace (che trovate tradotte in Italiano su Facebook alla pagina Combattenti per la Pace Italia) è possibile seguire le cronache degli ultimi giorni, nell’uliveto che apparterebbe di diritto alla famiglia di un membro fondatore dei CfPeace, il palestinese Jamil Qassas. Come ogni anno la sua famiglia si stava preparando alla raccolta delle olive, quando è arrivata l’ordinanza che vieta l’accesso ai terreni data la prossimità con l’ennesimo insediamento dei coloni in località Gush Etzion, poco lontano da Betlemme. L’azione di interposizione dei CfPeace è cominciata venerdì scorso: “Eravamo una trentina di persone” specifica il post su Facebook “nonostante le piante fossero in uno stato pietoso siamo riusciti a raccogliere un po’ di olive, ma abbiamo potuto lavorare soltanto un’ora, perché i militari ci hanno ingiunto di lasciare l’area in quanto zona militare! Ecco l’ingiustizia quotidiana dell’occupazione in Palestina. Ecco ciò cui stiamo attivamente co-resistendo con le nostre azioni nonviolente.” La situazione è proseguita con crescente tensione nei giorni successivi fino a che ieri non è arrivata una sonora multa per Jamil e tutto il gruppo che era con lui: “Ennesimo abuso di potere della milizia agli ordini di Ben Gvir nei territori occupati della Palestina.” Se ne parlerà domani sera, 23 ottobre, ore 20.30 allo Spazio ‘Il Cielo Sotto Milano’ di Stazione Porta Vittoria, su Viale Molise: con ricco corredo di foto e video-riprese raccolte da Elena Castellani e Sara Emara nelle loro varie spedizioni, con le testimonianze di Eszter Koranyi e Rana Salman e con l’intervento di Antonio Scordia per Amnesty International. Da NON Mancare!   Daniela Bezzi